Politically correct

L’ennesima foto. Come in un passaparola diabolico un’istantanea digitale rimbalza sul web e dai quotidiani ai social non passano più di novanta secondi davanti a uno schermo che quell’immagine, come un fantasma tenace, riappare. È improbabile che la gran parte degli utenti in rete non abbia mai visto la foto del piccolo siriano seduto sulla poltroncina di un’ambulanza con lo sguardo attonito, perso nel buio dei suoi occhi ricoperti di polvere e orrore. Il raccapriccio dell’utente cresce istantaneamente a quella visione. La realizzazione dell’obiettivo è garantita, a partire da chi ha scattato quella foto, consapevole o no di aver creato un’icona mediatica, fino a chi l’ha diffusa in rete e a chi l’ha moltiplicata, commentandola sui social e tutti insieme contribuiscono con il proprio pensiero, la cui ragione è per lo più ovvia: edificare il profondo senso della comune indignazione. Ma verso che cosa?

In un mondo politically correct e, aggiungo io, inattentive, careless, headless, listless, inadvertent, inobservant, (…tutti termini trovati su un dizionario web italiano-inglese, indicanti gli aggettivi: distratto, disattento, svagato, incurante, indifferente) verrebbe da indignarsi per la violenza, concretizzata nelle guerre, la sofferenza dei popoli vittime di queste ultime, soprattutto quelle dei bambini, le super potenze mondiali occidentali che, con la scusa della democrazia, esportano conflitti lucrando attraverso quest’ultimi. Tutto fisiologico, ma continuo a domandarmi: verso cosa ci si indigna?

Una foto riesce a condensare il raccapriccio e il senso di ingiustizia contro qualcosa o qualcuno, appagando la reattività di un mondo solo immaginato e dopo esserci tutti indignati, si attende il prossimo motivo per indignarsi ancora. È una catarsi. Indignarsi è come l’acqua minerale: pulisce dentro e rende belli fuori, fino al prossimo sorso. Solo che lo sporco da cui ci si vuole sanificare (…e santificare) è solo quello di quel preciso istante, senza preoccuparsi di cosa sia fatto quel lerciume e se sia connaturato o no al nostro esistere quotidiano, da quando esistiamo. Ci scagliamo contro il male del momento, quello proiettato dall’immagine del piccolo sventurato pieno di polvere e sangue, sublimando la quintessenza del politically correct e dei suoi professionisti attraverso le loro speculazioni doloriste.

A volte però il meccanismo correct si inceppa e ci si riscopre, come nel film “Matrix“, vittime di un sistema di parassitaggio, in questo caso emozionale, che rende dipendenti e al tempo stesso funzionali e schiavi di quel sistema. Allontanarsi dal meccanismo significa rimanere nudi davanti all’orrore e ai suoi indignati di turno, compresi chi utilizza la loro frequentazione del web come metodo di propaganda. Nudi sì, ma freddi e razionali, il che non vuol dire essere spietati o indifferenti al male.

Chi si indigna, ma soprattutto chi cavalca il ribrezzo degli utenti attraverso i social, si serve solo delle emozioni altrui non certo utili a porsi domande e a cercare di capire con una visione più ampia di un formato fotografico 10,15.

L’orrore per quel bambino, sparato in rete, nasce da una sua condizione idilliaca preesistente, distrutta da un evento improvviso e inaspettato da tutti?

Viveva, prima di quell’esplosione, la propria infanzia, (come sarebbe auspicabile per chiunque), al pari di un coetaneo del Canton Ticino o è nato, per propria disdetta, in un luogo da sempre teatro di conflitti, violenze, discriminazioni religiose e territoriali?

Prima di quel deprecato e sanguinario bombardamento, il potere costituito in Siria era in mano a una una congrega di missionari francescani o tenuto da uomini vestiti di nero che mozzavano teste, magari anche quella di suo padre e prima ancora da un establishment dittatoriale che le teste le mozzava lo stesso, ma con stile e discrezione?

Il politically correct è purtroppo, (…o per fortuna di chi lo cavalca) un po’ miope e distingue la perfidia di una bomba a seconda di chi la sgancia decidendo attraverso la forza emotiva di una foto quali siano i danni procurati degni di indignare.

E allora al diavolo il cordone ombelicale del politically correct e la domanda che sorge, non spontanea, è: “Come mai da 3500 anni ante Cristo, senza scomodare le scimmie antropomorfe, la storia dell’uomo è stata costellata da conflitti, guerre, faide, diatribe e perché quel senso di indignazione non sembra neanche aver attutito gli effetti di quelle circostanze nefaste sulla razza umana?”. Oppure un’altra domanda, non certo correct, potrebbe essere: “Esiste un’origine chiara, soggettiva o oggettiva che sia, della violenza, oppure essa è una componente antropologica come tante altre, (…certo politicamente scorretta), la cui esistenza ha però origini antiche almeno quanto l’uomo e forse deriva dalla necessità di difendere qualcosa vs. qualcos’altro e delle quali bisognerebbe, prima di indignarsi, almeno prenderne atto?”.

Se i “volemose tanto bbene” professati sulla carta fossero stati più efficaci dei conflitti, qualcosa sarebbe cambiata, ma così non è stato e se fossimo in grado di modulare il nostro futuro con il buonismo, il dolorismo e l’indignazione militante permanente non si capisce il perché questi “maledetti” ultimi 3500 anni a.c. + 2000 d.c. = 5000 anni di storia siano andati in questo schifoso modo.

Infine un pensiero agli amanti del complottismo storico a ritroso e delle teorie sforzatamente causa-effetto: se l’Occidente è la causa di tutti i mali moderni, per le proprie nefandezze perpetuate a danno dei più “deboli”, che dire, sempre andando a ritroso, dell’era pre-conflitto tra latitudini geografiche e culturali? Mi riferisco a quando non c’era un occidente o un oriente e tutto era indistinto sul piano culturale e geografico: era il paradiso terrestre o ci si massacrava ugualmente e se ciò avveniva di chi era la colpa? Dell’imperialismo capitalista, pre-era industriale, dei greci rispetto a Troia, dei romani rispetto agli egizi o dei franchi rispetto ai bizantini?

E allora forse la definizione di atteggiamento politically correct, potrebbe essere lo specchio di: politically hypocrite.