Buoni motivi per scrivere o smettere di farlo.

Un anno fa in treno rimettevo in ordine la mia presentazione de Il teorema della memoria che di lì a qualche ora avrei tenuto a Numana. In una pausa, navigando sul web, mi sono imbattuto in un sito letterario curato dallo scrittore americano Chuck Palaniuck: “Lit reactor”.

C’era un articolo dal titolo ad effetto: “What the Fuck Are You Writing For?”.

Incuriosito l’ho letto, utilizzando la mia pessima e scolastica conoscenza dell’inglese.

L’autrice era una certa Cath Murphy una editor americana.

L’immagine dell’editor per chi scrive è spesso controversa, infatti ciò che ho letto non sembrava scritto da un editor.

Poneva due domande tanto avvilenti per semplicità quanto confondenti: “Perché si scrive?” e “Perché si legge?”

Secondo l’autrice dell’articolo le risposte più gettonate degli autori alla prima domanda sarebbero in sequenza:

«Scrivo per dare voce ai personaggi nella mia testa».

«Voglio vedere le facce dei miei genitori quando darò loro una copia del mio libro».

«Ho sognato di essere uno scrittore da quando mi ricordo».

«Scrivo perché i miei personaggi sembrano così reali per me che ne voglio raccontare le storie».

«Scrivo perché mi aiuta a far fronte ai miei demoni».

«Scrivo perché voglio condividere la mia esperienza con gli altri».

«Scrivo perché posso vivere esperienze che normalmente non ho».

«Scrivo perché mi rende felice».

«Scrivo perché devo, devo e basta».

«Scrivo così posso esprimermi».

“Chi fornisce queste risposte,” secondo Cath Murphy, “crede che questi siano tutti buoni motivi per scrivere.

Secondo lei si sbagliano tutti. Anzi, rincara la dose:

“Ognuna di queste è una str…a! Smettetela di mentire. Perché scrivete veramente? Questi non sono solo motivi stupidi per scrivere, queste sono anche bugie, così come nelle parole di Gregory House in uno dei suoi telefilm:

«Mentiamo su quanto alcol beviamo, quanto mangiamo, quanto lavoriamo. Mentiamo sui nostri successi e nostri fallimenti. Nelle nostre teste abbiamo una versione di noi stessi che è più bella, più forte, più acuta e più intelligente del prodotto originale. Ci si potrebbe ogni tanto guardare allo specchio e comprendere che il nostro sé immaginario e quello reale non corrispondono. Mentiamo tutti per mantenere la realtà di questo se’ illusorio e difendiamo strenuamente quel tratto immaginario che, nonostante tutte le prove che dimostrano il contrario, ci fa sentire di essere una bella persona».

In realtà noi scriviamo per questi motivi:

«Voglio che tutti ascoltino quello che ho da dire».

«Voglio che tutti sappiano quanto l’ho avuto duro».

«Voglio che la gente mi commiseri».

«Voglio che altre persone si rendano conto di quanto male mi hanno fatto o mi stanno facendo».

«Perché quando avrò pubblicato, tutti potranno vedere come sono intelligente».

«Perché quando ho pubblicato mi potrò crogiolare nell’adulazione degli altri».

«Perché quando ho pubblicato, potrò rendere invidiosi gli altri».

Potremmo pretendere di scrivere in modo da dar voce ai nostri personaggi o immergerci nella gioia delle parole condividendo i nostri mondi immaginari, ma quelle sono le nostre ragioni delle belle persone che immaginiamo di essere. In realtà, scriviamo perché passiamo il tempo richiedendo attenzione dagli altri. Scriviamo nella speranza di successo, perché crediamo di ottenere con quest’ultimo il potere che ci meritiamo.

E allora dopo il tutto chi se ne frega. È solo scrivere, chi si preoccupa del perché lo facciamo?

Pensate per un attimo cosa significano i libri per voi. Poi ponetevi un’altra domanda: “Perché ho letto?”.

A livello culturale, i libri civilizzano, educano, diffondono informazioni, incoraggiano l’empatia e sottolineano la nostra esperienza comune. Ma se i libri avessero solo una funzione culturale non li leggeremmo mai.

La lettura è un’esperienza piacevole per noi come individui.

Pensate a un uomo la cui donna sta morendo di cancro. Si siede per ore al suo capezzale. Ben presto la perderà, ma lui non vuole immaginare quel momento. Non vuole pensare al suo dolore o alla sua imminente solitudine. Quando lei si addormenta e lui non ha nulla da fare, quei pensieri sono difficili da evitare. Prende un libro e legge.

Pensate a una donna mentre sta andando al lavorare. Il suo lavoro è noioso, insoddisfacente e mal pagato. Il capo è un uomo squallido e prevaricante. Il matrimonio di quella donna è fallito e sta mantenendo i bambini da sola. È esausta, e quasi a pezzi. È spaventata. Sul treno o l’autobus, prende un libro e legge.

Pensate a un ragazzo a scuola. Quel tipo di ragazzo privo di contatti sociali. Ha dolori di stomaco ogni giorno della settimana e non viene mai considerato da nessuno. Quel tipo che dolorosamente si rende conto che non avrà mai l’intelligenza o la forza per allontanarsi dal gradino più basso della scala sociale. Durante la ricreazione, mentre tutti lo ignorano come se fossero in competizione per l’oro alle Olimpiadi dell’indifferenza, quel ragazzo solitario ha un amico al quale può ricorrere, uno che non lo deluderà. Quel ragazzo prende un libro e legge.

Leggiamo per allontanarci dall’orrore dell’esistenza quotidiana, dai fallimenti, dalla consapevolezza del divario tra chi vorremmo essere e chi siamo veramente.

Leggiamo per farci trasportare, confortare, intrattenere.

Un buon libro ci tiene per mano. Ci parla. Quando leggiamo confidiamo i nostri segreti alle pagine che teniamo tra le dita: “Ho paura del buio, voglio essere un eroe, voglio innamorarmi”.

Ripensate a tutti i motivi citati all’inizio, dichiarati dagli autori sul perché scrivono. Sono centrati sullo scrittore e non sul lettore e lo stesso vale per le ragioni vere nascoste e cioè quei desideri oscuri che non possiamo ammettere. Se leggiamo per ricevere il balsamo di cui abbiamo bisogno per le nostre anime non possiamo scrivere per gli stessi motivi. Quello che un libro ci regala come lettori ci aiuta a diventare persone migliori, più empatiche, più pazienti, ci aiuta a diventare più simili alla brava persona che tutti noi segretamente crediamo di essere.

Se scriviamo per motivi personalistici l’empatia evapora. La nostra prosa sarà avara e meschina. Ai nostri lettori non crescerà la passione quando leggeranno i nostri libri, in loro crescerà solo l’impazienza e la noia.

C’è solo un modo per risolvere questo problema ed è quello di scrivere come si legge. Identificare i motivi per cui si scrive davvero e poi demolirli uno per uno. Restringete il vostro ego del ca…o e dite a voi stessi che a nessuno interessa come il mondo si è comportato verso di voi.

Pensate invece alle persone che leggeranno il vostro lavoro. Che cosa gli manca, l’eccitazione, l’appagamento sessuale, hanno bisogno di un amico? Riempite il vostro libro con ciò di cui hanno bisogno – emozioni, amore, sesso, informazioni, lasciate che salvino il pianeta, viaggino nell’universo, cavalchino unicorni e trovino le scarpe perfette per ballare. Lasciateglielo fare tutto nello stesso libro se questo è ciò di cui hanno bisogno.

La prossima volta che vi accomoderete davanti alla tastiera, aprirete un vostro file e leggerete ciò che avrete scritto il giorno prima e avrete un sussulto, magari chiedendovi ancora chi ca..o ve lo fa fare. Allora pensate all’uomo seduto accanto al letto di sua moglie morente, alla madre single sul treno, al ragazzino solitario a scuola.

Lo state facendo per loro”.

Non credo ci sia altro da aggiungere.