Abdel Salam El Danaf: operaio.

Raccontare la morte è terribile, ma al tempo stesso catartico. Si soffre e contemporaneamente ci si sente scivolare da dosso la paura e la rabbia connaturata nella nostra concezione della dipartita. Il giornalismo è un enorme calderone di racconti di questo tipo, che devono far convivere la necessità di vendere cronache ai lettori talvolta sublimando il narcisismo dei divi della carta stampata. Ne viene da sé che gli infiniti usi della penna connotano quel calderone, mostrandoci gli altrettanti vari aspetti della morte, anche se con mille intenzioni diverse, ma ognuno legato sempre al medesimo primum movens: rispondere al lettore, (…o meglio così dovrebbe essere). Rispondere al lettore non dovrebbe coincidere con l’assecondarlo, perché corrisponderebbe ad assecondare solo l’editore, anche se quest’ultimo, per onesta vocazione professionale, mette i soldi per vederli tornare indietro, magari anche aumentati mentre, il rapporto tra giornalista e lettore dovrebbe essere diretto, quasi viscerale. Tutti sappiamo che ogni intermediazione lo vanifica trasformandolo in qualcos’altro, ma questa è un’altra storia.

A proposito, il lettore di questo blog, arrivato fin qui si chiederà cosa c’entri questa premessa con la morte del povero Abdel Salam El Danaf: nulla. C’entrano le circostanze vere o presunte intorno alla fine di quest’uomo raccontata dai media. Era un lavoratore? Un operaio di una importante azienda di spedizioni? Era lì per partecipare a un picchetto di protesta? Un camion della ditta lo ha investito? Il picchetto era già iniziato? Qualcuno ha indotto l’autista a forzare il picchetto?

Le notizie su ciò che succede compongono la struttura di un prodotto giornalistico e gli articoli si contorcono intorno a ciò che è accaduto, dandone una spiegazione che spesso è sinonimo di opinione. Fin qui tutto normale, o forse no.

Leggo l’ultima uscita della rubrica L’amaca di Michele Serra

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2016/09/17/-lamaca36.html?ref=search

Spesso sono affascinato dal modo di scrivere di alcuni, dei quali non condivido opinioni e idee. Anzi, con una certa invidia, li seguo deliziandomi per l’estetica di ciò che scrivono e ammirandoli proprio per la capacità di attrarre al di là dei contenuti. A proposito, il tema trattato da Serra è proprio la tragica fine di Abdel. Il suo stile essenziale, arricchito con efficacia dal suo sottile sarcasmo, giunge quasi sempre a bersaglio e anche in questo caso ha fatto centro. In sintesi, secondo il giornalista di Repubblica, gli spunti sulla morte violenta di Abdel, letti attraverso i media, scaverebbero un fossato chilometrico tra interpretazione sindacale e giudiziaria. In sostanza da una parte ci sarebbe quella sindacale di chi vede nel tragico fatto un unico messaggio di dolosa complicità dei “padroni”, diretti responsabili del dramma e quindi additabili alla pubblica indignazione. Dall’altra, evidenzia Serra, si contrapporrebbe la fredda refertazione giudiziaria della magistratura inquirente che afferma un’insussistenza di indizi o prove di quanto dichiarato dai lavoratori presenti, in quanto il picchetto, secondo la Procura, non avrebbe ancora avuto luogo nel momento del fatale incidente.

Con mirabili parole, Serra ammonisce tutti per la distanza siderale tra le due interpretazioni, (…anche se il mestiere e quindi i punti di vista dei giornalisti e quelli dei Pm sarebbero tra loro diversi). In particolare, invita a soffermarsi su uno smarrito senso di comprensione a difesa di un mondo operaio che da secoli sembrerebbe estinto per indebolimento storico, appellandosi alla pietà umana per la morte di Abdel e sottintendendo discretamente, se non un dolo nei meccanismi insiti nelle ragioni imprenditoriali, almeno una sottile colpa quasi congenita di queste ultime negli incidenti di quel tipo. Quindi, il giornalista conclude appellandosi alla Procura di Piacenza, alla ditta incriminata e al Ministero del lavoro: “...per ricomporre i brandelli di verità disponibili, con la stessa pietà e lo stesso rispetto con il quale si ricompone il corpo di una vittima.

Parole di grandissima efficacia, che immergono in una profonda riflessione, ma, dopo essersi esaurito il loro effetto, le solite maledette domande si affollano.

Quando si ricompone qualcosa, soprattutto se ridotto a brandelli si presuppone che quel qualcosa sia esploso, distrutto, sfigurato. Poi se a deflagrare è “la verità” le cose si complicano ulteriormente. È proprio qui il punto, il solito punto. La distanza tra verità e realtà. Esiste una distanza tra le due cose e se sì quanto misura? Penso che non solo esista, ma addirittura i piani delle due cose siano spesso diversi. Le verità possono essere innumerevoli e non per forza false a fronte di altre verità. La verità è umana, soggettiva, sensibile, per cui esposta all’influenza dei singoli, insomma è terrena. Ognuno ne possiede una e corrisponde, eccetto nei casi di malafede, al proprio punto di vista.

Ciò che accade è realtà. Accade e basta. Le infinite interpretazioni delle cause di ciò che succede sono proprio le verità di cui sopra e possono essere più o meno comprovate, accettate, rigettate, calpestate o osannate. Tutte materie umane. La realtà non lo è. Se le cose accadono o no non è oggetto di interpretazione. Il caso e/o l’influenza dell’uomo, possono concorrere all’accadimento di un fatto, ma, se una cosa accadrà o no, niente che sia terreno può deciderlo al cento per cento.

Tornando al nostro Michele Serra e al suo articolo sembra che, denunciando la lontananza tra verità della magistratura e verità dei sindacalisti, egli dimentichi (o semplicemente non condivida o non accetti) la forbice tra tutte le possibili verità, tra cui la sua, e l’unica realtà tangibile che corrisponde a ciò che è accaduto. È morto un uomo, questa è l’agghiacciante realtà e ricomporre i frammenti di ciò che non è mai esploso e quindi non frammentato, denunciando la distanza tra due o più verità, non servirà certo a ricomporre il rispetto per quell’uomo, ma solo ad assecondare la sensibilità di un lettore affamato di verità, prima ancora di aver onorato la realtà di ciò che è accaduto, quella sì unica e non frammentabile.