Lo chiamavano Jeeg Robot

…C’è una ragione che cresce in me e una paura che nasce

l’imponderabile confonde la mente

finché non si sente e poi, per me più che normale

che un’emozione da poco mi faccia stare male

una parola detta piano basta già

ed io non vedo più la realtà non vedo più a che punto sta

la netta differenza fra il più cieco amore

e la più stupida pazienza no, io non vedo più la realtà

né quanta tenerezza ti da la mia incoerenza

pensare che vivresti benissimo anche senza.

Ero impaziente e, senza pensarci su, ho acquistato con la pay per view Lo chiamavano Jeeg Robot. Un film piacevole con un’idea interessante. Una scena decisamente cult era quella del “cattivo” che si esibiva davanti a una platea di camorristi nell’interpretazione del brano storico di Ivano Fossati, cantato negli anni ’70 da Anna Oxa: Un’emozione da poco. Un bellissimo contrasto tra malvagità fumettistica del personaggio negativo e fascino sprigionato dalla sua vena artistica sublimata dall’ambientazione glamour.

Leggo e rileggo un articolo su Il Foglio: http://www.ilfoglio.it/cronache/2016/10/05/iene-brigliadori-stamina-vaccini-e-false-cure-contro-il-cancro-il-programma-anche-peggio-della-shiowgirl___1-v-148635-rubriche_c821.htm e mi torna in mente quella canzone e quella scena.

È un pezzo giornalistico su una donna di spettacolo che ha espresso, (con una certa violenza visto che ha percosso l’inviato della trasmissione…), la sua posizione su alimentazione, cura del cancro e vaccini.

Altri personaggi l’hanno fatto in passato e periodicamente vengono ancora diffusi in pompa magna dai media, ma non solo. Interi programmi televisivi, compreso quello che metteva in onda il servizio in questione, si sono pronunciati prendendo disinvoltamente posizione su argomenti complessi, ma soprattutto delicati sul piano della comunicazione divulgativa.

Perché penso che, oltre alla difficoltà intrinseca ai temi scientifici, chi ha in mano la cloche di comando dell’amplificazione mediatica debba considerare senza superficialità la delicatezza insita nella divulgazione di massa dei medesimi?

È un’ovvietà.

Nell’era del web sembra un inutile proposito suggerire a radio, TV e giornali (cartacei) maggiore attenzione alla diffusione di notizie potenzialmente dannose. Chi vuole, può accedere, in totale gratuità, a informazioni di tutti i generi senza avere uno schermo televisivo o comprare giornali in edicola. Si tratta tuttavia di mezzi di comunicazione ancora diffusi e comunque pervasivi.

Perché almeno nei codici etici delle principali testate giornalistiche non c’è nulla che moduli efficacemente la diffusione anarchica di informazioni pseudoscientifiche se non false?

Di contro esiste e dilaga il più classico dei doppiopesismi.

Se un giornalista, uno showman (…o woman), un conduttore televisivo, un attore, ecc. sostengono che i vaccini favoriscano l’autismo o che le chemioterapie siano inutili, passeranno mesi, se non anni, prima di disinnescare i danni gravissimi a medio e lungo termine sul piano della salute pubblica, causati dalla spensierata divulgazione della sua predica.

Ma la libertà di opinione, compresa quella di cronaca, deve, secondo questi ultimi, essere sempre (e comunque) garantita.

Se invece un medico epidemiologo, produttore assiduo e competente di studi scientifici, sostiene che sia molto pericoloso svegliarsi la mattina, presentarsi in qualità di giornalista, show man o regista in una redazione di un programma TV e promuovere personaggi pubblici convinti della malignità assoluta di vaccini, chemioterapie, glutine, proteine animali e quant’altro, diventerà automaticamente un pericoloso killer della libertà di stampa e quindi del libero pensiero.

Molti giornalisti, con una sottile aura di trascendenza, sostengono di possedere il sacrosanto dovere di dare notizie e che la gente abbia il diritto inalienabile di riceverle (…da loro). Se poi quelle notizie, con un meccanismo a domino, generano danni non è certo colpa del giornalismo, semmai dell’uso distorto dei singoli lettori. Così la pensano molti professionisti della notizia.

Come se un medico congedasse un suo paziente appena entrato in ambulatorio dopo avergli detto: «Buongiorno, lei ha un infezione da HIV. Si presenti pure tra una settimana per la terapia. Arrivederci…» ritenendo di aver svolto appieno il suo dovere. Se poi il paziente, uscito dall’ambulatorio, si lancerà dal settimo piano non sarà certo colpa sua: il medico avrà, al pari del giornalista, avrà assolto al suo dovere di informare il paziente sulla malattia di cui è affetto, semplicemente perché egli ha il diritto di ricevere informazioni sulla sua salute.

La professionalità nella comunicazione di massa fa la differenza o no?

Certo, tanti professionisti del giornalismo trattano questioni complesse di salute pubblica in modo serio e professionale, sempre tenendo presente il metodo scientifico e usando la prudenza necessaria. Ma se quella prudenza è sostituita dallo share televisivo tutto cambia. e allora mentre guardo la TV, mi sento tanto Fossati:

…cresce in me e una paura che nasce/l’imponderabile confonde la mente/finché non si sente e poi, per me più che normale/che un’emozione da poco mi faccia stare male…