Ascoltando Like a rolling stone

Ieri, pigramente mi trascinavo su Facebook tra citazioni filosofiche, spot di auto in vendita e foto animaliste di cani maciullati, scivolando tra un post e l’altro sopra il cuscino sul quale stavo per prendere sonno. Poi la mia attenzione si è attardata su un commento del giornalista Gianni Riotta a proposito del disappunto espresso da Alessandro Baricco sull’assegnazione del premio Nobel a Bob Dylan e il torpore è sparito.

https://www.facebook.com/gianni.riotta.71/posts/579665442217739

In breve, Baricco eccepiva l’attribuzione del “premio dei premi” per la letteratura a un autore musicale che, a suo parere, avrebbe dovuto concorrere a un Grammy Award, più consono alla sua opera e Riotta, dal suo profilo Facebook, dopo aver rammentato il peso storico dei testi delle ballate nella letteratura durante i millenni, gli rispondeva provocatoriamente: “Caro Baricco, Bob Dylan c’entra davvero molto con la letteratura. Tu, piuttosto, sei proprio sicuro di entrarci qualcosa, anche solo un pochino, di striscio magari?“.

Stamattina, ascoltando Virgin Radio in auto mentre mi avviavo verso l’ospedale, ho appreso da Beppe Severgnini che il caso di Robert Zimmerman, alias Bob Dylan vincitore del Nobel per la letteratura, è esploso con dibattiti che hanno diviso i critici in pro e contro.

Una discussione che, almeno per me, dovrebbe avere lo stesso effetto del Lexotan sul sonno, paradossalmente mi ha riattivato l’attenzione, non tanto per i suddetti duellanti, Riotta vs. Baricco, che sinceramente poco hanno a che fare con J. Conrad, ma per l’argomento in sé: “Il Premio Nobel per la letteratura”.

Andiamo per gradi: un tizio una mattina si sveglia e scopre di essere morto perché legge il suo necrologio in un articolo poco edificante sul giornale dove egli viene definito mercante di morte. Il fatto è che naturalmente non è morto lui, ma suo fratello e il refuso giornalistico dipende dalla sua fama di inventore della dinamite e di commerciante di armi, con cui ha racimolato una fortuna. Decide allora, forse per motivi di sensi di colpa, di scrivere un testamento nel quale si istituisce un premio annuale, a suo nome (…e a sue spese), da assegnare a: “Coloro che nell’anno precedente abbiano contribuito al benessere dell’umanità“. Il resto è storia conosciuta.

Leggo un articolo di un certo Tim Parks, uno scrittore e accademico inglese che vive in Italia e mi si chiariscono le idee sul premio intitolato all’inventore della nitroglicerina.

http://www.ilpost.it/2015/10/20/tim-parks-libro/

In sostanza lui ci ricorda che i membri dell’Accademia svedese, l’organizzazione alla quale sul finire dell’Ottocento fu offerto l’incarico di assegnare il premio Nobel, sono diciotto e che devono essere tutti svedesi. Inoltre rammenta che non si possono dimettere (!!). Ne consegue che la visione dei giudici, (…incarcerati in questa maledizione) è sempre stata e sempre sarà quella di cittadini svedesi non certo giovanissimi. L’Accademia, fondata nel 1786, aveva il compito di promuovere la lingua svedese, ciononostante le fu assegnato alla fine del diciannovesimo secolo l’obiettivo di scegliere l’opera «di orientamento idealista» più rilevante del mondo in quell’anno.

Quasi un’assurdo in termini logici, ma certamente un’impresa la cui obiettività ha superato abbondantemente i confini della realtà.

Come faranno diciotto universitari svedesi, serenamente dimoranti nella loro terza età, a valutare le svariate centinaia di opere dei candidati al Nobel per la letteratura provenienti da tutto il mondo, scritte se non in decine di lingue, nella migliore delle ipotesi in inglese, tedesco, francese, spagnolo, russo, mandarino, giapponese, ecc.?

Peraltro quello linguistico è solo uno dei problemi. La cultura del singolo Paese di origine dell’autore e la storia personale del medesimo, dovrebbero essere inserite nei criteri di valutazione, il tutto moltiplicato per centinaia di volte, ad opera di diciotto vecchietti che si dovrebbero occupare della purezza della lingua svedese.

Per spezzare una lancia a favore di questi ultimi bisogna immaginare cosa faremmo noi stessi al loro posto e quali criteri di giudizio useremmo. Certo, l’estetica è il più ostico di tutti i criteri possibili, per motivi insiti alla propria e connaturata variabilità e allora su cosa ci baseremmo per assegnare il premio alla letteratura più importante di tutti? La politica, ovviamente quella corretta, quella dalla parte giusta, quella dei diritti comunque e per chiunque, della protesta contro i potenti, quella per l’uguaglianza, l’equità, la tolleranza universale e a tutti i costi. Ecco il perché dei Nobel ai dissidenti del blocco sovietico, agli scrittori sudamericani contro la dittatura, agli scrittori sudafricani contro l’apartheid, o al commediografo Dario Fo, buonanima.

Il dubbio di Tim Parks mi rimbomba nella testa: non è che a diciotto cittadini svedesi si dovrebbe riconoscere una certa credibilità quando si tratta di valutare opere letterarie svedesi piuttosto che nel giudicare l’infinita varietà di opere appartenenti a così tante tradizioni diverse? Soprattutto, perché dovremmo chiedergli una cosa simile?

In tal senso mi associo all’opinione di Tim Park sulla sostanziale futilità del Nobel e sulla nostra ingenuità nel prenderlo sul serio.

Lo scontro, tutto politically correct, tra due big come Riotta e Baricco, mentre guido e ascolto musica, ritorna a livelli soporiferi di normalità e un altro dubbio mi attanaglia: nel 2015, quando il premio Nobel per la letteratura (…e non il Premio Pulitzer) è stato assegnato alla bielorussa Svetlana Aleksievic, di mestiere giornalista e nel 1997 fu assegnato a Dario Fo, di mestiere commediografo, forse Riotta (giornalista) e Baricco (fondatore di scuole letterarie) erano entrambi distratti mentre ascoltavano Like a rolling stone?