L'imperatore non ha nulla addosso!

Partiamo dalla fine: “Ma l’imperatore non ha nulla addosso!”, disse a un certo punto un bambino.

“Santo cielo”, disse il padre, “Questa è la voce dell’innocenza!”. Così tutti si misero a sussurrare quello che aveva detto il bambino…

Hans Christian Andersen così chiudeva la favola del Re nudo. Una rivelazione, quella dell’innocenza, che annichiliva il pensiero unico del popolo terrorizzato dall’essere considerato stupido o non all’altezza di vedere l’inesistente vestito dell’imperatore.

Nessuno in questo Paese sembra disponibile a osservare sé stesso, quel sé stesso nel quale vive la propria quotidianità reale, quella che poi definisce la natura autentica di ognuno.

Se viene arrestato un evasore totale con tanto di Ferrari e villa a Montecarlo, ci sentiamo tutti grandi e onesti contribuenti dello Stato, cadendo in una profonda amnesia sui contributi non versati alla badante o sui pagamenti in nero della ristrutturazione della casa al mare. Se una vecchietta viene investita da un pirata della strada, pensiamo di essere il popolo di automobilisti e motociclisti più disciplinato del pianeta. Se un amministratore pubblico viene colto con le mani nella marmellata ci indigniamo, non prima di aver rimosso il ricordo di noi stessi mentre chiedevamo un favore personale a quello o ad altri come lui. Ma questi sono solo noiosi luoghi comuni.

Nelle pieghe di queste banalità ce n’é una, forse meno comune, la cui narrazione o addirittura la semplice citazione, a me personalmente atterrisce. Per arrivarci gradualmente parto da una domanda: «In un Paese fondato sulla cultura del sospetto, (più che sul lavoro…) come mai nell’immaginario collettivo si sospetta di tutto e tutti e non di chi, per definizione, lavora con il sospetto?».

Ricordo di essermi iscritto a Medicina quando non c’era ancora il test d’ingresso, era il 1982. Da allora, ho comunque dovuto cimentarmi in innumerevoli esami e concorsi per potermi specializzare ed essere assunto nella pubblica amministrazione. Il mio spirito era quello di curare il prossimo nel migliore dei modi, senza compromessi. Poi, come sosteneva Victor Hugo, ho dovuto cambiare idea tante volte, ma il principio è rimasto immutato. Mi chiedo però, se, da solo, questo principio personale possa garantire alla gente la mia totale dedizione alla salute degli altri. In sostanza, unicamente per aver scelto di fare il medico e aver sostenuto prove e concorsi, questo basterebbe a certificare la mia buona fede rispetto alle mie intenzioni? In un Paese dove si sospetta che l’AIDS non esista, che i vaccini non servano a nulla, ma siano solo una truffa delle multinazionali plutocratiche, pensare che un medico sia in totale buona fede solo perché ha scelto di fare il dottore, sembrerebbe impossibile? In effetti lo è. Infatti, noi medici come la stragrande maggioranza delle categorie di lavoro non scappiamo alla regola del sospetto, anche in assenza totale di indizi o prove. Per questo nessuno può accettare l’idea autocertificante che essere medici basti ad essere senza peccato. Non a caso le norme e i contrappesi forniti dalla giustizia supportano la coscienza del singolo a garanzia della salute di tutti.

Solo qualche altra categoria professionale in seno alla giustizia al giorno d’oggi ancora si salva dalla lente d’ingrandimento della vox populi. Quella categoria che ha fatto dell’autoreferenzialità la propria garanzia verso società antiche e moderne. Influenti rappresentanti di quest’ultima affermano che basta la propria coscienza a fornire al popolo sufficienti rassicurazioni di imparzialità e correttezza ed è più che sufficiente per non finire nel tritacarne del sospetto, ma addirittura per cavalcarlo con una veste di immacolata superiorità. Non sarebbe corretto generalizzare. Fortunatamente il sistema giustizia funziona tramite uomini realmente coscienti e fedeli al buon senso e alla legge che servono con la rigorosa applicazione che la Costituzione dovrebbe garantire. Certo, la coscienza è importante, è il presupposto di ogni etica, ma ahimè è personale e, rispondere solo ad essa, non è certo, da sola, garanzia di principi sani. Se così fosse per altre categorie, leggi e regole scritte di convivenza non servirebbero; basterebbero quelle non scritte. Sarebbe sufficiente immaginare in campo medico cosa accadrebbe se gli stessi medici e infermieri potessero prendere decisioni solo sulla base della propria coscienza, in assenza di norme in tema di aborto, fecondazione assistita, eutanasia e senza poter essere criticati o smentiti da nessuno. In una realtà dove basta il sospetto per essere già condannati, ricoprire il ruolo, su mandato dello Stato, di gestore unico dei sospetti e non ammettere critiche, né osservazioni, ma solo dogmatiche approvazioni è deprimente quanto spaventoso. Ci avvicina, in un percorso a ritroso, più verso epoche oscure di metà millennio scorso che verso un futuro dove la lancetta tra diritti e doveri si auspicherebbe sempre più equidistante. Se poi questa lancetta è affidata dai cultori della sacra (…propria) coscienza alle urla di un popolo miope con i propri doveri e iracondo e indignato con quelli degli altri, il rischio è sempre più quello, proposto da Hans Christian Andersen, dell’innocenza del bambino che osservando l’inesistenza della veste immacolata del sovrano, urlerà prima o poi anche a questi ultimi: «Ma l’imperatore non ha nulla addosso!».