Indignati di tutto il mondo unitevi!

L’indignazione corre rapida nei trafiletti, come il vento di primavera prima di un temporale. È un argomento sempre di moda come le polacchine, il blazer e gli LP in vinile. L’indignazione si fa madre se vuole consolare e padre severo quando pretende di educare. Tra tutti è il tema che, se utilizzato mirabilmente, ci fa sentire più buoni, onesti e comunque al di fuori dall’olezzo del mondo marcio. Quando l’indignazione si associa all’umanità, altro concetto forte sul piano emozionale, (quanto vago e diversificato su quello dei fatti), il cuore dei lettori e la coccarda benemerita all’autore, sono entrambi assicurati.

Da lettore considero Michele Serra un grandissimo stilista narrativo, uno in grado di illuminare con le sue frasi ogni concetto, anche il più banale. Non che egli tratti ovvietà, Dio mi scampi dall’affermarlo, peraltro anche quelle fanno curriculum e irrigano con nuova linfa i periodi di stanca giornalistica. Anzi, i temi trattati dall’oramai non più “giovane favoloso” di Repubblica, non sono mai ovvii, semmai sono talmente elevati da essere spesso non adeguati per altezza al trafiletto della sua rubrica L’amaca. Quando, in poche frasi, bisogna concentrare i grandi temi dell’umanità, si rischia di sembrare un gatto che cerca di catturare l’uccellino al di là del vetro della finestra chiusa. Ed ecco allora correre in suo soccorso l’uso scientifico dell’etica pubblica e della morale come precetto.

Il suo invito alla riflessione e a una “identità linguistica” più virtuosa, evoca tutti i suoi propositi montessoriani contro la solita torva di zombie disumani alla ossessiva ricerca del ladro da impalare o del commerciante pistolero da adorare. Un’ulteriore scoperta che dovrebbe far rabbrividire il pubblico, secondo Serra, è quella secondo la quale il caso dell’oste che spara al ladro sia stato trattato, dai suoi colleghi, come un qualunque fatto calcistico, zeppo di tifo becero per uno o l’altro contendente. Benvenuto nel mondo reale, caro Emìle di roussoniana memoria. Però, sembra che il giornalista tu lo faccia da molti decenni e appare quanto meno fuori tempo questa tua estasi illibata verso la suburra ultras giornalistica da te lamentata. Nulla da eccepire circa il giornalismo di denuncia, quello che ha fatto la fortuna di programmi televisivi e di cronisti ed editorialisti d’assalto, ma siamo certi che a fare la differenza tra un pane normale e un ottimo pane sia solo il panettiere con la propria capacità di pubblicizzare e vendere il prodotto e non anche la qualità delle materie prime?

Qualche giorno fa mi imbattevo durante un tg, in un racconto sulla personalità di Aldo Moro. Lungi da me accreditarmi come vetero democristiano; non lo ero prima e non lo sono adesso, ma ciò che raccontavano sullo statista mi ha colpito. La sintesi è facilmente ricavabile da un discorso fatto dal Presidente Mattarella nel 2016, del quale riporto alcune frasi:

Cruciale, in Moro, il rapporto Stato-politica-società. La comprensione dei fatti sociali, delle loro interrelazioni, dei collegamenti con le ansie crescenti negli altri Paesi, si accompagnava a un profondo rispetto nei confronti dei fenomeni nuovi, verso i quali si poneva in atteggiamento di ascolto, per fare in modo che riannodassero il loro percorso all’ambito della democrazia repubblicana e arricchissero i modelli di vita comune organizzata nelle istituzioni. Vedeva queste, cioè, costantemente modulate sugli effetti positivi delle trasformazioni in atto nel Paese.

Uno slogan fortunato tradusse questo desiderio di comprensione nella espressione “strategia dell’attenzione”, riferita ai nuovi fenomeni sociali e ai nuovi processi politici.

Lo sorreggeva la capacità di inserire il particolare nel generale, avendo sempre presente il rapporto tra il singolo avvenimento e la visione complessiva, per non rinunziare a coglierne tutti gli elementi, evitando artificiose semplificazioni.

Il concetto di “strategia dell’attenzione” immaginata da Moro, in tempi insospettabili come la fine degli anni cinquanta, durante i quali i dogmi erano più potenti di qualsiasi dialogo, doveva suonare come una novità assoluta. Ciononostante, a tutt’oggi l’uso continuo e preconcetto dell’indignazione sulla forma delle cose e non sulla sostanza, rivela un’attitudine, se non un dolo, nel voler rimanere ancorati a dogmi di un’utopia dell’impossibile, non negoziabile con una realtà possibile e semplicemente migliorabile rispetto a quella osservata. L’analisi dei fenomeni tra società, politica e istituzioni forse gioverebbe anche al trattamento dei fatti senza semplificazioni indignate o atteggiamenti snob. Un fatto, soprattutto se accade con frequenza meriterebbe un’attenzione meno centrata sulle reazioni è più suoi motivi. Forse, nel caso di specie, più che l’orrido disgusto, per le posizioni reazionarie dei sostenitori dell’occhio per occhio dente per dente, sarebbe meglio proporre riflessioni sulle regole del gioco ormai assurdamente garantiste al contrario. Quelle che non definiscono, ancora nel 2017, le regole di ingaggio giuridiche in casi come quelli in questione, per perniciosi motivi di filosofia del diritto e non di diritto e basta. Riprendo volentieri quanto scritto sull’Amaca: “Nessuno mai disposto a imparare qualcosa da qualcuno.” e penso che non ci sia sempre da imparare a tutti i costi da qualcuno, ma a volte basta osservare meglio e si può pure imparare semplicemente da un qualcosa come la realtà reale, anche quella che ci indigna.