Norme in materia di…

Manuela Englaro, Fabiano Antoniani alias DJ Fabo: due storie totalmente diverse, unite da un filo rosso di drammaticità. Storie estreme e per questo non completamente significative di una realtà media caratterizzata da una maggioranza di casi mediogrigi, comunque, drammatici. Non è la drammaticità del tema a essere lo scoop, anzi il tema in sé, come quelli dello stesso genere, non dovrebbero essere oggetto di sorpresa mediatica. La fecondazione assistita, l’interruzione volontaria di gravidanza, i trattamenti con cellule staminali e tutti gli altri argomenti di bioetica permeano ogni secondo della nostra realtà quotidiana, pur se spesso ci si volta dall’altra parte per timore di affrontarli. Le difficoltà di concepimento, le gravidanza interrotte, la cronicità, la non autosufficienza totale o parziale sono tutte parole che stimolano l’indifferenza di chi non le affronta e rinfocolano il dramma di coloro che le vivono tutti i momenti della propria giornata. Non fa eccezione il tema del fine vita, che si avvicina più di qualunque altro al tabù della morte. Quanto detto è una premessa volutamente permeata di ovvietà per introdurre la riflessione sulle manovre legislative in seno alle Camere, aventi per oggetto il comunemente e non del tutto propriamente definito “biotestamento”. Il testamento è qualcosa che si applica e inizia la propria efficacia solo dopo la morte, mentre qui parliamo di scelte incidenti anche durante la vita delle persone, quindi di regolamentare un qualcosa che avviene, anche se in prossimità di un exitus, prima di esso e non solo in sua conseguenza.

Ma cosa si intende per testamento biologico o, meglio dire “dichiarazione di volontà anticipata” nei trattamenti sanitari? La definizione data nel disegno di legge n. 1142, così detto Mantero, è: l’atto scritto con il quale ciascuno può disporre in merito ai trattamenti sanitari nonché in ordine all’uso del proprio corpo o di parti di esso dopo la morte, incluse le disposizioni relative all’eventuale donazione del proprio corpo, di organi o di tessuti a scopo di trapianto di ricerca o di didattica, alle modalità di sepoltura e all’assistenza religiosa.

È, a questo punto, essenziale citare ciò che il suddetto ddl definisce come “trattamento sanitario”: il trattamento praticato, con qualsiasi mezzo, per scopi connessi alla tutela della salute, a fini terapeutici, diagnostici, palliativi o estetici.

Parliamo di questioni che inevitabilmente toccano chi? Naturalmente il singolo nelle proprie libertà essenziali, fedi religiose, affetti familiari, e tutto ciò che riguarda strettamente la propria sfera di autonomia. Tuttavia, riguardano anche altri soggetti, ad esempio le persone che lo assistono professionalmente, medici, infermieri, operatori socio sanitari. Di essi, oltre all’orientamento obiettivo della propria coscienza, vanno considerati gli aspetti giuridici tutelanti in caso di ricorso all’autorità giudiziaria. Ad esempio, a tutt’oggi, io, figlio di chi, in fase terminale, ha espresso la scelta di non alimentarsi più, denuncio il medico e/o l’infermiere per omissione di soccorso ed eventualmente per assistenza al suicidio o omicidio colposo (…che alcuni pm potrebbero pure interpretare come volontario), dopo la morte del genitore.

Ulteriore elemento di complessità è rappresentato dall’ambito affettivo dell’interessato: coniugi, conviventi, figli, parenti di vario grado e, altri eventuali eredi a vario titolo. Tralasciando il dramma naturale e indiscutibile di assistere un caro in procinto di abbandonarci, chi potrebbe decidere prioritariamente sul piano giuridico se rendere operativa una libera scelta di una persona a fine vita a rinunciare ad alimentarsi o a idratarsi. Oppure, in caso di assenza dei parenti naturali, chi tra le figure coinvolte nella tutela legale dei pazienti terminali, quando questi ultimi siano incapaci di formulare volontà in merito, potrebbe dare il via a quanto deciso anticipatamente dal medesimo paziente?

In questo quadro, non certo esaustivo, si insinua la solita domanda che forse non può essere esaurita da una risposta univoca: «È possibile legiferare pensando di affrontare e risolvere tali complessità etiche, trattabili generalmente solo con la coscienza del singolo? La domanda, da irrispondibile se così posta, diventa retorica. Se quello etico è un terreno del singolo e della propria coscienza, il forzare quell’intima relazione con un atto per propria natura collettivo come una legge o una qualunque norma è un ossimoro perfetto per cui la risposta ovvia è no. Quindi, quanto detto basterebbe a ritenere inutili gli sforzi di chi sta cercando una soluzione normativa? La mia risposta è ancora no, primo perché occuparsi di temi complicati, per il fatto di essere così pervasivi nella nostra realtà, anche se spaventosi, merita sempre e comunque un plauso. In secondo luogo perché tra i motivi di complessità ce ne sono alcuni che riguardano meno gli aspetti di coscienza e più quelli vicini a regole di condotta legittima che devono essere ben precise e chiare per tutti. Esiste una differenza sostanziale tra la necessità indiscutibile del cattolico di salvaguardare il mantenimento in vita, in tutte le sue forme e declinazioni e la necessità di chiunque, laico o religioso che sia, di tutelare la dignità umana e la propria libertà di autodeterminarsi, soprattutto di fronte alla propria sofferenza.

Peraltro, chi osteggia preventivamente il disegno di legge, definendolo un’anticipazione all’eutanasia di Stato, se non addirittura già un via libera al suicidio assistito, suona come il genitore che chiude a chiave in camera il figlio perché il concedergli di uscire di casa lo esporrebbe al rischio di farne un tossicodipendente. Sventolare l’eutanasia in questa delicata fase di approccio a un problema così complesso e sensibile significa eluderne subito la discussione oppure puntarne al naufragio senza se e senza ma.

Ho letto il disegno di legge e sinceramente, con tutte le possibili e auspicabili modifiche migliorative del mondo, (sono tredici articoli e potrebbe includerne altri ad esempio sui problemi di obiezione dei sanitari) non l’ho trovato eretico, ma semplicemente da completare. Affronta temi tecnici, con ovvii risvolti ideologici e spirituali anche se indiretti, che, da chi li vive tutti i giorni, rappresentano, in aggiunta alla sofferenza dei singoli casi, anche un tremendo carico di incertezza spesso affrontata viaggiando a vista, senza alcun aiuto o riferimento. Guai a trattare questa vicenda per una diatriba politica o peggio una lotta di religione o, peggio ancora, tacciare il mondo politico di disinteresse verso la questione.

A proposito, in merito alla strombazzata generale di quasi tutti i quotidiani a proposito dell’aula del parlamento vuota lunedì 13 marzo, pare che il giorno della discussione generale, di solito proprio il lunedì, possano conferire solo i deputati iscritti dal gruppo di appartenenza nei giorni precedenti ad essa e sia concesso un massimo di minuti per ogni gruppo. Il lunedì, peraltro, pare che non si voti in aula, e che sia una giornata utilizzata dagli stessi parlamentari per incontri sul territorio, giri nei ministeri e lavoro d’ufficio. Per questo l’aula era vuota…