1977

19 febbraio: Lino Ghedini, brigadiere di P.S.

11 marzo: Francesco Lorusso, militante di Lotta Continua

12 marzo: Giuseppe Ciotta, brigadiere di P.S.

22 marzo: Claudio Graziosi, agente di P.S e Angelo Cerrai guardia zoofila.

21 aprile: Settimio Passamonti, allievo sottufficiale di P.S.

28 aprile: Fulvio Croce, avvocato.

12 maggio: Giorgiana Masi, studentessa.

14 maggio: Antonio Custra, vice brigadiere di P.S.

1º luglio: Antonio Lo Muscio, militante dei N.A.P..

8 luglio: Mauro Amati, giornalista.

18 luglio: Romano Tognini, militante di Prima Linea.

4 agosto: Attilio Alfredo Di Napoli e Aldo Marin Pinones, studenti militanti.

29 settembre: Elena Pacinelli, studentessa.

30 settembre: Walter Rossi, militante di Lotta Continua.

3 ottobre: Roberto Crescenzio, studente.

28 novembre: Benedetto Petrone, operaio.

29 novembre: Carlo Casalegno, giornalista.

28 dicembre: Angelo Pistolesi attivista missino.

1977: un marchio, una garanzia. Quello, per i giovani e i giovanissimi all’epoca come me, (coloro che solo qualche anno dopo avrebbero percorso ideologie estreme), è stato un anno simbolo. Uno di quelli da sbandierare con l’orgoglio dei veterani della lotta politica. Alcuni di noi, che negli anni successivi hanno vissuto di riflesso quell’annata fatidica, sono oggi affetti da una strana sindrome amnesica: ricordano con orgoglio il loro senso di appartenenza di quei tempi, ma dimenticano le cronache.

Già, non quelle propinate dai giornali di schieramento, dove a fronte di nove colonne di propaganda politica, campeggiavano e campeggiano ancora, a stento due righe sui fatti di sangue. Mi riferisco alle cronache fredde, quella che a distanza di decenni si trasformano da racconti di un singolo tragico accadimento in lunghi bollettini di guerra. I nomi che ho riportato sopra sono una macabra sequenza di morti ammazzati, solo dell’anno 1977, in Italia, per motivi legati alla politica. Ci sono, uomini delle forze dell’ordine, studenti, lavoratori, militanti, avvocati, giornalisti. Una grossa parte del tessuto sociale di quell’epoca è rappresentato proprio in quelle persone ammazzate. Ciononostante, molti tendono solo a ricordare dopo quarant’anni solo alcuni di essi.

Stamattina, su Facebook, un amico di vecchia data, mio coetaneo, una persona mite e ragionevole, postava la foto di Giorgiana Masi ricordandone l’uccisione nel ’77 durante una manifestazione. Per chi non lo sapesse, era una ragazza di 18 anni che si trovava, in compagnia del fidanzato, nel centro storico di Roma. Erano scoppiati violenti scontri tra dimostranti e forze dell’ordine, in seguito ad una manifestazione pacifica del Partito Radicale, a cui si erano però uniti membri della sinistra extraparlamentare e in particolare dell’Autonomia.

I due erano in piazza Giuseppe Gioacchino Belli, quando un proiettile calibro 22 colpì Giorgiana all’addome. Subito soccorsa, fu trasportata in ospedale dove spirò. Sulla ricerca dei responsabili c’è stata una lunghissima sequenza di ipotesi. Accuse reciproche tra esponenti di sinistra contro lo Stato, esponenti di sinistra contro altri esponenti di sinistra, esponenti di destra contro altri esponenti di destra ed esponenti dello Stato contro altri esponenti dello Stato. Tutti contro tutti, con il risultato di aver solo aggiornato la lista delle morti inutili. Mi atterrisce la parzialità di alcuni nel manifestare il proprio spirito commemorativo. In sostanza, per certi ex ragazzi del post ’77, alcuni omicidi meritano di essere ricordati più di altri. Anzi solo ed esclusivamente quelli!

Chiamo “ex ragazzi del post ’77” persone di mezza età come me, ultra cinquantenni, ormai lontani anni luce da quel passato. Tuttavia, certi nostalgici, affetti forse da una sindrome infettivo-diffusiva del “politically correct”, continuano a mostrare un preoccupante annebbiamento della memoria. Poliziotti, penalisti, giornalisti, studenti e altri ammazzati, che poco o niente avevano a che fare con la violenza, esattamente come Giorgiana Masi, non vengono, altresì, mai ricordati sui social. Eppure sono morti esattamente come lei. Sembra che a vari decesso, a parità di circostanze, non equivalga altrettanta onorabilità, per questioni di mera appartenenza politica. Un’intera intellighenzia, o pseudo tale, dovrebbe forse interrogarsi se il cosiddetto primato culturale della sinistra è tale e, se sì, come mai non vada spesso e volentieri a braccetto con l’onestà intellettuale. Un’onestà che dovrebbe aiutare a distanza di quattro decenni ad affrancarsi dalla propaganda rancorosa e dogmatica di quegli anni, almeno nell’onorare i morti.