"Bike pride"

Ma dove vai bellezza in bicicletta, così di fretta pedalando con ardor…” cantava il Trio lescano e, diversi anni dopo, addirittura Mina. Il solito inizio settimana sonnacchioso. Tra le notizie sui quotidiani ne compaiono due che sembrano in qualche modo correlarsi. L’obnubilamento del lunedì mattina, certo, fa la sua parte, lo ammetto, ma spesso a mente serena e stanca le intuizioni proliferano più libere. Ieri è morto Paolo Villaggio. Inutile commentarne il suo ruolo nella vita della mia generazione e in quella di altre, prossime alla mia. Così come è superfluo insistere sui luoghi comuni già strombazzati ai quattro venti sul vuoto che ci lascia. Mi imbatto poi in un una notizia locale, avente come oggetto una decisione del primo cittadino di Torino, la sindaca Appendino: “Torino, la Giunta Appendino istituisce l’assessorato alla bicicletta.”

http://torino.repubblica.it/cronaca/2017/07/03/news/torino_il_comune_istituisce_l_assessorato_alla_bicicletta-169820747/

“A occuparsi di quella che nei programmi della giunta Appendino è chiamata “mobilità dolce” non sarà più l’assessorato all’Ambiente, ma quello alla Viabilità…” Così spiega l’articolo comparso su Repubblica. Fin qui nulla di strano, anzi. Le viabilità delle nostre città deve fare i conti anche con il mondo a pedali e certo, i problemi da affrontare più che di natura ecologica sarebbero senz’altro di viabilità. La presenza di piste ciclabili o la necessità di queste ultime debbano fare i conti con l’esistente. È del tutto razionale che a un’assessorato che si occupa, tra le varie cose, di organizzazione stradale venga affidata una delega di quel tipo. Sembrerebbe in tal senso finalmente un atto anti ideologico. Dopo la sbornia ecologista degli ultimi trent’anni, cooptata da mondo anglosassone germanico, che aveva, in barba a qualunque logica realista, teorizzato mondi iperspaziali, il tema dell’impatto zero sulla mobilità impazzava senza capo né coda, fino a farne un cavallo di battaglia dalla retorica cara solo alla “Gauche au caviar” e agli insofferenti e malmostosi ecologisti verso il mondo contemporaneo fatto di auto e motocicli inquinanti e quindi ovviamente di destra. Quindi, riportare il tema su binari realistici, non è affatto una stranezza. Tale decisione, tuttavia, parte da un evento che sa più di dimostrazione rivendicativa che di incontro domenicale di appassionati delle due ruote. Il “Bike pride”. Il tono del quotidiano, degli organizzatori e dei politici presenti alla manifestazione è quello da mobilitazione per i diritti civili. Manca solo Martin Luther King redivivo che, dall’alto del castello medioevale del Valentino, intona il suo celebre monologo a suon di: «I have a dream…». Gli organizzatori dell’evento hanno persino dichiarato con grande enfasi: “In un momento difficile per le manifestazioni di piazza abbiamo creato un evento senza nessuna tensione, nessun rifiuto, che lascia un messaggio positivo per la città” vantandosi dell’epilogo pacifico, come se si trattasse di una manifestazione politica a rischio scontri. Non è chiaro cosa c’entri il movimentismo con una scelta tecnico gestionale della Città di Torino e con una kermesse di appassionati ciclisti, ma, si sa, tutto fa brodo pur di acquisire consenso, anche al prezzo di cavalcare un insolito antagonismo tra biciclettari (di stampo illuminato, socialprogressistaecologista) e motorizzati (liberalconservatorfascisti, cioè, direbbe Scola, quelli da sempre “Brutti, Sporche e Cattivi”…). Più nel dettaglio, cito l’articolo: “Il varo della Consulta per la mobilità ciclabile è il primo atto della nuova gestione: “Ci sono arrivate molti suggerimenti dalle associazioni, ancor prima della sua istituzione formale“.” Quindi esiste una Consulta dedicata alla mobilità ciclabile! Nell’ambito di quest’ultima associazioni di categoria e istituzioni si confronterebbero per accogliere proposte e progetti sul tema. Pare che il progetto principale di imminente realizzazione sia la messa a disposizione di un intero controviale di un lungo e trafficato corso di Torino a ciclisti, pedoni e auto, che sceglierebbero di andare a meno di 30 chilometri all’ora durante la settimana della mobilità sostenibile, dal 16 al 22 settembre. Interessante, ma le cosiddette “Zone 30” nella realtà reale sembrerebbero un’altra cosa. Parrebbe che per realizzare una zona o addirittura un’intero quartiere, con divieto di superamento del limite di velocità di 30 km/h, dovrebbero essere programmati imponenti interventi strutturali e organizzativi di enorme portata economica. Potenziamento delle reti di trasporto pubblico, edificazione di decine di km di piste ciclabili, revisione stradale di interi sestieri cittadini, progettazione di sharing ecosostenibile e quant’altro. Le città europee che hanno praticato questa scelta non a caso sono soprattutto tedesche e francesi, senza parlare dei paesi scandinavi. Tutti luoghi dalle economie molto più “sostenibili” della nostra.

Per cui, ben vengano i dirigenti comunali che si occuperanno anche di viabilità ciclistica, magari dopo aver reso più efficiente quella generale, ma non si spacci una simpatica iniziativa di categoria per grandi interventi di progettazione ecosostenibile, laddove di sostenibile non c’è neanche il budget per le spese correnti. Il rischio, molto realistico è un coro unanime da parte dei cittadini a sostegno dell’esclamazione del compianto ragionier Fantozzi dopo la proiezione della “Corazzata Potemkin”, ma riferita al “Bike pride”.