Insonnia e rivoluzione…

L’insonnia é una brutta cosa. Sentire che una parte di me contrasta inspiegabilmente con la necessità di dormire mi avvilisce. Verso le due di notte cammino per la casa e mi occupo di cose bizzarre. Ieri ad esempio mentre vagavo al buio mi è tornato alla mente un paio di scarpe che non vedevo in giro da un bel pò. Ho iniziato a cercarle senza far rumore per poi rendermi conto che non le ho mai possedute. Le avrei volute comprare ma non l’ho mai fatto, chissà per quale motivo. Mi corico sul divano e accendo la TV. Su un canale satellitare monotematico che si occupa di storia inizia una biografia di Ioseb Besarionis Dze Jughašvili. Un nome impronunciabile che al giorno d’oggi evocherebbe al massimo un centrocampista georgiano dalle fattezze massicce. Uno di quelli che crescono nelle giovanili della Dinamo Tiblisi e poi, passando dallo Zenit di San Pietroburgo, fanno un paio di stagioni in una squadra di media classifica in Premier league prima di smettere col calcio giocato e darsi alla carriera di allenatore delle giovanili di qualche società calcistica rumena o bulgara. Ma, se non altro perché tutti siamo stati giovani e rivoluzionari, almeno nel pensiero, conoscevo quel nome come quello anagrafico del più noto Iosif Stalin ( in russo: Ио́сиф Ста́лин), segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Assisto a quel documentario sulla sua vita e sulle sue imprese fino alle 4.00 del mattino. Lo guardo interamente e poi crollo in un sonno disperato fino al suono della sveglia programmata sullo smartphone. Poco prima di scrivere questo post mi torna in mente la narrazione del programma televisivo. Non rivelava nulla di nuovo rispetto a ciò che fatti, storia e una saggistica monumentale su di lui hanno tramandato. Nel programma intitolato “L’evoluzione del male” tra le storie descritte si parlava della vicenda dei Kulaki, piccoli proprietari terrieri ai quali nel novembre del 1917 Lenin assegnò le terre requisite ai grandi proprietari. Questi Kulaki durante la collettivizzazione forzata da parte del PCUS in Ucraina nel 1927 si opposero alla requisizione dei raccolti provenienti dalle loro terre, che come ripeteva il programma, lo stesso Lenin aveva loro assegnato. Il buon Iosif “d’acciaio” (…significato russo di Stalin) da buon pragmatico trovò la soluzione alle criticità di quell’operazione con una grande idea ingegneristica: li sterminò per fame. Quello per lui fu uno spartiacque tra un prima e un dopo. Prima era un praticone che adottava la violenza su piccola scala. Dai tempi di Baku nel Caucaso, città petrolifera ricca, dove con alcuni delinquenti del luogo rapinava, estorceva e forse ammazzava, come citato nel programma notturno, singole persone, (…per carità sembra solo per finanziare la rivoluzione avvenuta dodici anni dopo), tra una detenzione e l’altra è passato al fulgido periodo da segretario generale del PCUS voluto da Lenin. Con quel ruolo, apparentemente solo amministrativo, come raccontato dal programma televisivo, ha di fatto vinto ogni pericolosa opposizione dei suoi avversari politici di spessore e cultura ben più elevata, semplicemente facendoli eliminare fisicamente e assumendo il potere pieno dopo la morte di Lenin. La carneficina dei Kulaki, come citava il narratore della puntata a lui dedicata, è stato il suo vero salto di qualità; da pochi e mirate eliminazioni è passato allo sterminio di massa, poi perpetuato in seguito con modi e strategie disparate. La sua proverbiale sindrome paranoica ha sublimato la progressione numerica dei crimini passando da eventi sporadici, durante l’attività giovanile di “espropriatore”, agli assassinii mirati dei suoi antagonisti politici, fino allo sterminio durante le sue note purghe e alla sua dipartita per ictus poco prima di un probabile ultimo progetto di deportazione degli ebrei russi in appositi campi di concentramento. Nonostante il malessere che tutti i documentari di quel tipo generano, (basti pensare al tremendo senso angoscia provocato da quelli sui campi di sterminio nazisti…), quel programma mi ha provocato una sonnolenza improvvisa, seppur con l’umore tormentato. Ci penso e ci ripenso, ma non me ne faccio una ragione. Simili orrori dovrebbero obbligare le palpebre a rimanere sbarrate, così come lo sguardo. Quando scopro che quest’anno ricorre il centenario della rivoluzione d’ottobre, con tanto di eventi, manifestazioni “culturali” e celebrazioni in tutta Italia e nel mondo, mi ritorna incredibilmente sonno, ma sono solo le 6.00 del pomeriggio. Allora inizio a intuire il nesso causale tra il disgusto e il mio ritmo circadiano. Per rimanere vigile ed evitare l’insonnia notturna allora cerco di trasformare la nausea in rabbia e immagino cosa accadrebbe se durante il centenario della marcia su Roma o quello della fondazione a Monaco di Baviera del partito nazionalsocialista tedesco organizzassero analoghi dibattiti, tavole rotonde e celebrazioni nostalgiche, con tanto di poster e volantini di gioiosa propaganda. Visti i volumi di autori revisionisti che ritengono Stalin un brav’uomo calunniato da Chruščëv e considerate le varie e orgogliose associazioni nostalgiche del “piccolo padre dell’URSS” sparse per il globo, mi chiedo ad esempio che differenza passi tra quegli autori di saggi storici e i deliranti revisionisti dell’olocausto, a parte il fatto che questi ultimi sono perseguiti a norma di legge. Purtroppo non c’è niente da fare: il sonno ha la meglio. Mi adagio sul divano con accanto il mio Mr. Green e mi addormento incurante degli effetti deleteri di quell’appisolamento sulla notte insonne che mi aspetta.

Ah, un ultima cosa: la celebre frase “Una morte è una tragedia, un milione di morti sono una statistica” attribuita a Stalin non è affatto detto che l’abbia realmente mai pronunciata. In pragmatica è sempre meglio “il fare” che il dire…