Regole e irriducibili

A costo di mettere a dura prova la mia credibilità di persona sana di mente, prima di cominciare devo fare una dichiarazione solenne: mi impegno a sostenere di non aver alcuna contrarietà oppure di non nutrire alcun senso di discriminazione razziale o territoriale nei confronti dei semafori.

Devo innanzitutto ringraziare il mio amico Nicola. Ancora una volta, dopo avermi ispirato a scrivere L’uomo che non esiste, ha colpito nel segno. Davanti a un piatto di maccheroni “allardiati” (antica ricetta napoletana) e di linguine allo scoglio mi ha stupito con una storiella, forse realmente accaduta, tanto da comparire su “Il Corriere del mezzogiorno” http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/17_novembre_30/napoli-vigili-spengono-semafori-solo-cosi-scompare-traffico-citta-929559b0-d596-11e7-9154-eca66270bd87.shtml?refresh_ce-cp. Un vigile della Polizia municipale, comandante dell’unità operativa della zona San Lorenzo, Vicaria, storici quartieri napoletani, con un’idea considerata da molti da iperspazio, pare aver risolto un problema cronico degenerativo come lo è una malattia neurologica: il traffico di Piazza Garibaldi. Per chi non lo sa, quella è la grande spianata di fronte alla Stazione Centrale di Napoli. Un inestricabile intasamento perpetuo a cielo aperto, aggravato da lavori in corso ormai millenari in una delle zone più trafficate della città e forse d’Italia. In sostanza, il comandante Marraffino, questo il cognome del vigile, secondo la nota testata, un giorno si è reso conto che, dopo un guasto ai semafori della piazza, perennemente ingolfata di automezzi, il traffico era più scorrevole. Con piglio scientifico naturalistico, ha atteso il ripristino dei semafori per effettuare il confronto tra situazioni (come nel concetto di controllo in un lavoro con metodo scientifico) e ne ha desunto che in presenza di semafori nuovamente funzionanti il traffico tornava alla paralisi di sempre. Per cui avrebbe deciso di scrivere all’assessore comunale competente proponendogli di accecare intenzionalmente l’impianto semaforico di Piazza Garibaldi allo scopo di migliorare le condizioni del traffico.

Il dibattito mediatico scatenato dalla notizia si è arenato però sul terreno del: “fake o non fake”. Di fatto, che la notizia sia vera, falsa o entrambe le cose (…il giornalismo ci ha ormai abituato anche agli ossimori mediatici), resta la storia di un dipendente della Polizia locale con trent’anni di servizio che con l’osservazione e con un, seppur basico, studio della realtà ha provato per l’ennesima volta un fatto: c’è chi pensa che basti una regola a mitigare la convivenza e chi prova a immaginare che la natura umana possa incidere di più di quest’ultima. Proviamo a immaginare di spegnere i semafori a Oslo. Inutile immaginarlo, primo perché in quelle latitudini l’interruzione di un servizio pubblico non è nemmeno contemplata nei peggiori pensieri di un norvegese dall’ubriacatura triste. In second’ordine, essendo lì tutto regolato, anche i semafori rappresentano l’ennesima garanzia di uno Stato super sovranista che si sostituisce al cittadino regalandogli e reg(o)landogli certezze anche sulla viabilità, in modo da evitargli la seccatura di preoccuparsene in prima persona in caso di necessità. Se però un meteorite dovesse scagliarsi contro una centralina semaforica dalle parti del museo Munch, parte degli automobilisti della capitale norvegese finirebbe con il suicidarsi morendo di stenti nelle auto incastrate. In tal senso il geniale vigile urbano di Porta Capuana ci rivela che la sopravvivenza della specie sembra proprio nelle mani degli automobilisti di Piazza Garibaldi. Essi, non solo riescono a non perire nelle proprie auto tra le ore passate nel traffico dentro gli abitacoli senza bere e mangiare e in balia dei gas di scarico, ma in assenza dei semafori avrebbero anche dimostrato di essere in grado di autoregolarsi. Peraltro che in una città con problemi di aderenza alle regole i cittadini se ne creino di proprie non arrivando dopo un paio di millenni alla propria auto disintegrazione, questo rimane un fatto. Però, che bella scoperta. La natura, pure quella umana, in assenza o in presenza di poche regole si adatta alle circostanze e in qualche modo ci aiuta ad affrontarle. Succede spesso anche nei mercati economici, nei sentimenti, nell’innovazione. Qualcuno si ostina eroicamente a negare questa evidenza, a strenua difesa della regola in quanto tale. Già perché per questi irriducibili la norma prestabilita possibilmente deve concepirsi come entità trascendente alla quale tutti noi dovremmo essere soggetti a prescindere dalla sua reale efficacia, sempre e comunque, come fosse un semaforo impensabile da eliminare. L’alibi per questi “rivoluzionari” è sempre lo stesso: le regole oltre a garantire da sole la civiltà servirebbero ad aiutare i più deboli. Per cui se qualcosa non va, basta inventarsi una nuova regola uguale per tutti per far sì che tutto s’aggiusti e l’uguaglianza trionfi. Magari tutto non s’aggiusta e la tanto temuta diseguaglianza persista. Pazienza; creiamo altre regole, forse perché una sola era troppo poca. Non importa se esistono prove e controprove sulla dannosità di alcune norme o, peggio, di un loro groviglio informe. Il pensare corretto porta sempre quel qualcuno a stabilire, per ogni singolo problema, una singola soluzione corrispondente sempre e comunque a una singola regola. Poi spesso tra chi la regola la pensa in modo più corretto di tutti si annida proprio chi fa sì che siano gli altri a doverla osservare, astenendosi dall’esserne soggetti. Eravamo noi, vecchi “sinistri” di trentacinque anni fa, a pensare che di regole ce ne fossero troppe e tutte contro i più deboli. Poi qualcuno di noi è diventato adulto e ha iniziato a pensare che forse c’era qualcosa di sbagliato in questa teoria. Ma per gli irriducibili i disonesti erano e sono sempre stati gli altri, per cui “compagni contrordine!”, aggiungiamo pure altre regole perché tutto sia sotto controllo. Poi si è scoperto che anche i “compagni” sbagliano ed ecco arrivare i nuovi “onesti” quelli che aggiungono ulteriori regole che per loro stessi però non valgono. L’effetto di un avviso di garanzia cambia a secondo di chi lo riceve. Se sei un nuovo “onesto” è solo un atto dovuto e puoi tranquillamente rimanere al tuo posto di amministratore, se sei chiunque altro, prima devi auto svergognarti e poi dimetterti da ogni incarico pubblico.

Comunque alla fine del pranzo dopo la scamorza alla piastra e un mezzo babà a testa io e Nicola ormai esausti per la discussione abbiamo pensato: “Meno male che a Napoli i norvegesi non vengono in auto…”