Gratta e vinci

Che bello sudare! Sto correndo lungo la pista ciclabile di corso Vinzaglio a Torino, di ritorno dal mio percorso aerobico. È aerobico solo in teoria; mi manca l’ossigeno ogni cento metri di allungo. Non corro da un po’ e lo sento nella dolenzia strisciante nei miei muscoli ipotrofizzati da mesi di inattività. A rendermi ancora più difficile il ritorno all’attività fisica è lo strombazzare continuo di clacson per l’ennesimo scudetto assegnato ai bianconeri. Invece di scrivere “assegnato” il participio passato del verbo vincere in questo caso sarebbe stato troppo per me. Mentre mi riavvicino al centro cittadino vedo qualche gruppo di tifosi che si avvia verso piazza San Carlo. Hanno facce sorridenti, qualcuno sventola bandiere e qualcun altro esibisce sciarpe monocromatiche attorno al collo. Una coppia in bermuda e sandali da spiaggia ha infilato addosso a un bulldog una maglia a strisce bianconere. Il povero cane procede barcollando nel tentativo di non inciampare nel risvolto della maglia che gli penzola tra le zampe posteriori. C’è una famiglia composta da padre, madre, figlio piccolo, forse di sei, sette anni tenuto per mano e dietro di loro, a poca distanza, un ragazzo di almeno sedici anni vestito in pantaloncini, maglia di Dybala, cappellino, fischietto e sciarpe annodate a entrambi i polsi, che mi sbraita in faccia mentre lo incrocio correndo: «I CAMPIONI DELL’ITALIA SIAMO NOI!!». Lo supero e proseguo lungo la mia strada. La figura e l’espressione giuliva di quel ragazzo ricorda un po’ quella di “Robertino” il personaggio di Ricomincio da tre. Sembra chiuso, quasi prigioniero della propria gioia inconsapevole. I genitori camminano con aria rassegnata e lui dietro si abbandona all’oblio di un tifo artificiale ormai ridotto a una pantomima da settimana Valtur. Così come nei villaggi turistici tutti cantano la sigla e il rito si ripete ogni settimana, uguale a quella appena passata, altrettanto accade a Torino da anni quando finisce il campionato. Per carità, il settore turistico dei villaggi vacanze è per introiti uno di quelli in grandissima salute. Si tratta di gruppi industriali con alle spalle multinazionali influenti e penetranti e ciò è semplicemente la normalità del mercato. Certo, quel tipo di vacanza può essere risolutiva ed esaltante per tanti, ma è finta, forzatamente finta per tanti altri. Se entri in un villaggio devi divertirti per forza. E allora, come nell’anfiteatro con gli ospiti festanti in un qualunque Club Med, ecco riapparirmi il Robertino di prima, tutto vestito di bianconero. Pur avendo una famiglia sarà sempre orfano di un Massimo Troisi che gli dice: “Robè, sient ‘a me; tu te ne devi uscire da qua dentro…tu te ne hai fuì… vai in miez a strada, tocca ‘e femmene, va ‘a rubbà…mammina te mann ‘o manicomio…”. Quel ragazzino crederà sempre che il mondo sia solo quello che ruota intorno al villaggio turistico Juventus F.C. alias “mammina”.

Torno a casa e mi infilo sotto la doccia. Penso alle lacrime di Allan sul campo di Firenze e l’impressionante foga agonistica delle squadre che si sono misurate contro il Napoli, anche quando non avevano niente da perdere (o da vincere) e questo mi ha dato sollievo. È così che dovrebbe andare nello sport; quando si scende in campo tutti ci mettono il massimo, chiunque sia l’avversario che ci si trova di fronte. Nel gratta e vinci il bello sta nel non sapere cosa si cela dietro la copertura da rimuovere per vedere se si è vinto. Se lo sai già vuol dire che ti pace vincere facile…