“Non voglio vivere in un Paese che…”

«Non voglio vivere in un Paese che chiude i suoi porti» ha tuonato Claudio Amendola a margine di una proiezione del suo ultimo film “Il permesso – 48 ore fuori” in un cinema di Ostia. La notizia appare marginale e in effetti lo è. Così come sono marginali ai fini pratici gli accorati appelli all’umanità di altrettanti rappresentanti della politica, dello spettacolo e della cultura in relazione agli ultimi orientamenti del governo italiano e, lo sottolineo, del governo italiano e non di un qualunque segretario di partito, avulso da decisioni sul Paese. È superfluo scomodare la compassione; tutti più o meno ne sono dotati, ma il tema reale è quello? Basta dividere le genti in umane o disumane utilizzando misure morali o moraleggianti? Occorrono solo buone dosi di umanità, empatia e carità per affrontare o almeno tentare di alleviare un problema epocale come l’immigrazione dai Paesi africani? La domanda vale anche all’opposto: basta solo fermezza e pugno di ferro nel respingere dagli approdi italiani le imbarcazioni di ONG, seppur spesso dal profilo oscuro, per liquidare con poco la questione immigrazione? Certo, siamo ai due antipodi. Il fatto è che come spesso accade, il problema si attesta in mezzo alle opposte posizioni, con una dimensione reale spaventosa rispetto ad esse, annullandole miseramente con la propria complessità.

Paolo Mieli in un suo editoriale sul Corriere della Sera del 20 giugno ha espresso efficacemente tali complessità in quattro punti di forte attualità dei quali cercherò di sintetizzare i concetti

https://www.corriere.it/opinioni/18_giugno_21/profughi-ed-europa-5e3e0000-74b9-11e8-993d-4e6099a1c06b.shtml

Punto primo.

Egitto e Tunisia sono Paesi a loro modo democratici (il secondo più del primo, come è noto). Sono comunque Paesi in cui si vota e dove esiste un’opinione pubblica che è in grado di condizionare — anche fuori dalle cabine elettorali — il corso degli eventi politici. In entrambi i Paesi tale opinione pubblica guarda a questi flussi migratori in direzione dell’Europa non come li si vede da noi, bensì alla stregua di «dolorosi percorsi verso la libertà e l’emancipazione». Di conseguenza proprio la parte più aperta e progressista di Egitto e Tunisia accoglierebbe con ostilità la creazione di quelli che ai loro occhi sarebbero null’altro che «campi di costrizione e di rimpatrio forzato».

Punto secondo.

Da Egitto e Tunisia prendono il largo prevalentemente egiziani e tunisini decisi a espatriare, come i nostri emigranti di un secolo fa, in cerca di una vita migliore sotto il profilo economico. E lo fanno in misura irrisoria (qualche migliaio) se confrontata a quella (decine, centinaia di migliaia) di coloro che partono dalle coste libiche dove si concentrano esseri umani provenienti dall’Africa centrale. Il primo effetto dei nuovi hotspot internazionali in Egitto e Tunisia potrebbe essere perciò quello di creare in quei Paesi un cortocircuito interno che rischierebbe di aggravare il loro già travagliato iter verso la realizzazione di un pieno regime democratico.

Punto terzo.

Forse chi prospetta questa idea, pensa di portare negli hotspot egiziani e tunisini almeno una parte delle decine di migliaia di persone intercettate dopo che sono partite dalle coste libiche. In altre parole le imbarcazioni delle Ong, raccolti i profughi abbandonati in mare dai trafficanti, li dovrebbero trasferire su navi europee che li farebbero poi scendere nei porti egiziani e tunisini; da questi porti verrebbero quindi trasferiti nei campi di smistamento e di lì (nella misura, ripetiamo, all’incirca del 93%) rispediti ai Paesi di origine. Con conseguenze sull’ordine pubblico facili da immaginare.

Punto quarto.

Qualcuno (in Europa) ha immaginato che l’operazione potrebbe essere realizzata già a terra: le carovane organizzate dai trafficanti verrebbero intercettate in territorio libico per essere dirottate verso gli hotspot egiziani e tunisini. Va tenuto presente che il delicatissimo contesto è quello in cui già adesso un milione di egiziani lavorano in Libia. Il dirottamento delle carovane si configurerebbe perciò come un’operazione militare di evidente complessità al punto che probabilmente sarebbe più semplice concepire una nuova colonizzazione dell’intera Libia così da trasformarla in un gigantesco hotspot africano. Operazione sconsigliabile innanzitutto per motivi d’ordine politico e morale ma anche perché destinata, a ogni evidenza, a creare molti più problemi di quanti intenderebbe risolvere.

A fronte di quanto detto, che solo in minima parte descrive la difficoltà del problema, risulta chiaro quanto il piano pietistico radical chic da un lato e quello da Rambo mediterraneo dall’altro siano lontani da soluzioni concrete. Certo, se l’atteggiamento aggressivo del governo italiano potrà servire ad allertare gli alleati europei su un’emergenza vissuta sino ad oggi da questi ultimi come un problema secondario, questo lo vedremo solo vivendo. Gli unici effetti che a tutt’oggi sta sortendo il pugno di ferro italico è un consenso elettorale diffuso, in aggiunta all’influente indignazione di Claudio Amendola sulla chiusura dei porti italiani, magari preoccupato dal rischio di non sapere dove attraccare con il suo noto panfilo mentre discetta di emigrazione.