Palle d’acciaio…

Sono cresciuto in un clima industriale. Mio padre e mio fratello hanno passato la loro esistenza nel mondo dell’acciaio. Laureato in Economia e Commercio il primo e ingegnere il secondo hanno segnato con i loro racconti la mia infanzia. Falck e Italsider (Ilva), erano di casa a tavola la sera e il fascino del mio passato prende il sopravvento e mi porta a esprimere alcune considerazioni.

Era il giugno del 2013 e la Commissione Europea già lanciava l’allarme sulla crisi continentale dell’acciaio: “L’industria siderurgica europea si trova a subire contemporaneamente gli effetti di una scarsa domanda e di un eccesso di capacità su un mercato dell’acciaio globalizzato; al tempo stesso deve sopportare prezzi elevati dell’energia e ha bisogno di fare investimenti per adeguarsi all’economia verde e produrre prodotti innovativi.” E poi continua a proposito di produzione e quote di mercato: “La Cina domina oggi la produzione mondiale di acciaio: la sua produzione di acciaio grezzo, pari al 39% del totale dell’Asia nel 2000, è salita al 71% nel 2012. Questo aumento della produzione ha determinato un eccesso di capacità sul mercato interno cinese e fatto sì che il paese, un tempo importatore netto, si trasformasse nel maggiore esportatore di acciaio a livello mondiale. L’industria siderurgica cinese rappresenta attualmente quasi il 50% della produzione mondiale di acciaio.

Quindi, in poche parole, in Europa si produceva troppo acciaio con costi energetici troppo alti anche in termini di sostenibilità ambientale vista la produzione asiatica anch’essa eccessiva, ma a costi più bassi per motivi di deregulation. 

Da allora, in Italia, ben cinque governi e quattro Commissariamenti industriali hanno fatto poco o nulla per prendere sul serio la relazione della Commissione Europea. Solo nel 2018 un gruppo industriale franco-indiano Arcelor Mittal firmò un accordo con il Governo Gentiloni, a fine mandato, secondo cui i futuri acquirenti e/o Commissari, per poter attuare il piano ambientale della fabbrica, con un investimento di due miliardi di euro, sarebbero rimasti immuni da vicissitudini giudiziarie derivanti dal passato, a loro evidentemente estranee. Questo è stato il primo atto più concreto di consapevolezza di una situazione industriale diventata difficilissima da parte di un Governo. Ma nel luglio 2018 l’allora Ministro per lo sviluppo economico  Luigi Di Maio prima avviò un’indagine circa la legittimità della gara d’assegnazione dell’Ilva a Arcelor Mittal, dichiarando un mese dopo: “Se oggi, dopo 2 anni e 8 mesi, esistessero aziende che volessero partecipare alla gara, noi potremmo revocare questa procedura per motivi di opportunità. Oggi non abbiamo aziende che vogliono partecipare, ma se esistesse anche solo una azienda ci sarebbe motivo per revocare la gara”.

All’interno del dl crescita, nel maggio 2019, si avanzò l’ipotesi di eliminare lo scudo penale e di mettere i vertici Ilva, presenti e passati, di fronte alle loro presunte negligenze e responsabilità retroattive. Centosessantotto senatori lo scorso 23 ottobre hanno votato  a favore dell’eliminazione dello scudo penale sull’ex Ilva ad Arcelor Mittal. Si è trattato del voto favorevole ovviamente di senatori dell’attuale maggioranza del M5S e sorprendentemente di Pd, Leu, Gruppo Misto ed Italia Viva di Renzi che hanno accolto un emendamento presentato dalla grillina Lezzi, visto che erano gli stessi gruppi parlamentari protagonisti della sottoscrizione dell’accordo di segno completamente opposto con Arcelor Mittal, durante il precedente Governo Gentiloni nel 2018.

Non si sa quale imprenditore straniero, sano di mente, potrebbe decidere di investire in una nazione dove si dice una cosa e poi si fa l’esatto contrario. Soprattutto chi investirebbe due miliardi di euro per risanare rischiando chiusure coatte degli stabilimenti da parte della magistratura con relativo coinvolgimento giudiziario dei vertici aziendali, per fatti avvenuti decenni prima del loro arrivo. Una cosa però è certa: gli interessi, sia di salute che di lavoro, di circa ventimila persone con relative famiglie il cui destino doveva essere preso in considerazione dai Governi italiani ben prima del 2013 e comunque almeno da allora, visto l’allarme della Commissione Europea, sono passati totalmente inosservati.

https://www.panorama.it/news/politica/tolto-lo-scudo-legale-ad-arcelormittal-sullex-ilva/

https://www.panorama.it/economia/ilva-taranto-storia-tappe-fallimento-italia-tumore-ambiente/

https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:52013DC0407&from=EN

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