25 aprile e la misura insufficiente della memoria

La memoria per definizione è corta. La storia non ha quasi mai insegnato nulla a chi l’ha studiata con distrazione, accontentandosi di attingere al “sentire comune” tramite le fonti di sistema. L’esercizio critico rimane uno dei pochi strumenti ancora a nostra disposizione se non per trasformare la realtà almeno per comprenderla.

25 aprile del ‘45: il CLN dell’Alta Italia proclama l’insurrezione generale nelle zone del nord ancora in mano a ciò che rimaneva dell’esercito tedesco in fuga e di pezzi del regime fascista, ormai entrambi pressoché annientati dalle macerie della guerra. Basti pensare che, solo cinque giorni dopo, una Berlino già rasa al suolo dai sovietici fu occupata dall’armata rossa e Hitler ingerì la sua dose di cianuro. La storia non da e non toglie meriti. È fredda cronaca in un mare di giudizi. Il 25 aprile fu liberazione, ma da cosa? Da un uomo che qualche giorno dopo penzolava seminudo su un pennone di un benzinaio a Piazzale Loreto? Fu liberazione da uno Stato figlio di un’ideologia totalitaria, appoggiato e sostenuto nel ventennio precedente dalla pressoché totalità degli italiani e abbattuto solo dalla guerra e non da una rivoluzione sociale? O forse, fu liberazione da un conflitto che devastò il nostro Paese, conflitto voluto da quell’ideologia sostenuta da tutti e in cui nessuno vinse davvero? La retorica delle commemorazioni è sempre funzionale a trasmettere l’idea di una storia nazionale, attraverso un fantomatico “bene comune” che già l’idea di patria dovrebbe suggerire. L’uso del sangue di chi è caduto lottando per la resistenza è l’elemento che oggi il luogo comune impone per ammonire tutti alla celebrazione di un’unità di intenti tipica delle retoriche stataliste. Ma la storia? Celebriamo l’illusione di una liberazione dall’ideologia fascista e al tempo stesso celebriamo, camuffata da festa delle Forze armate, in 4 novembre, data della vittoria nella Grande guerra. Quella tragica guerra e non certo la retorica della vittoria fu alla base di quel regime totalitario di cui celebriamo, in barba alle cronache storiche, la caduta il 25 aprile. Già, perché a nessuno verrebbe in mente di celebrare il 4 maggio la liberazione da un conflitto causato da criminali scelte interventiste dei governi antecedenti la Grande guerra. Criminale fu solo il Duce nella decisione di entrare in guerra, o anche il Governo Salandra che, nel 1914 dopo la giravolta contro la triplice alleanza con Austria e Germania, si alleò con inglesi e francesi dichiarando guerra ai due ex alleati? Quella scelta causò 650.000 morti e 500.000 tra mutilati, invalidi o gravemente feriti e 40.000 reduci con gravissime patologie psichiatriche causate da anni di trincea. Proprio questi numeri e la loro conseguente tragedia nazionale furono il fertilizzante del futuro regime fascista, ma sfido chiunque a ricordarsi chi fosse quel tal Salandra, capo del Governo nel 1914, e a celebrare un’altra liberazione, ma da una guerra di sterminio da lui dichiarata molto decenni prima del 25 aprile del ‘45. Il paradosso dei paradossi è che il 4 novembre si festeggino proprio le Forze armate, quelle che hanno pagato il prezzo più alto di tragiche scelte politiche e diplomatiche di cui oggi non si parla perché troppo occupati a chiacchierare di fascismo e non di altri fascismi di altri colori e più subdoli, di cui siamo vittime discrete, fino all’inconsapevolezza.

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