Aristotele, a proposito di accezione filosofica di paradigma, lo indicava come l’argomento basato su un caso noto, a cui si ricorre per illustrare uno meno noto o del tutto ignoto. Tutto ha un paradigma di riferimento: il clima, i verbi, la fenomenologia scientifica e anche quella politica. Il paradigma del Governo Conte non è egli stesso, ma il suo Ministro delle infrastrutture, la Piddina Paola De Micheli. Non perderei del tempo a sintetizzare una sua biografia, ma partirei dal 2017: da Sottosegretario al Ministero dell’Economia viene nominata Commissario per la ricostruzione del Centro Italia dall’allora Governo Renzi. In quell’occasione si distingue per una lettera a sua firma che sollecita  i 160 Sindaci di altrettanti Comuni del “cratere” del sisma abruzzese a pagare le tasse accendendo mutui bancari. Inutile rammentare l’indignazione per una simile trovata. 

https://www.cronachemaceratesi.it/2017/11/01/de-micheli-scrive-ai-sindaci-ce-da-riprendere-a-pagare-i-tributi/1028086/

Oggi, in qualità di Ministro delle Infrastrutture, la De Micheli afferma che: «Non potevamo non intervenire in una situazione che è il risultato di controlli svolti in passato dal concessionario, e che oggi sono anche oggetto di indagine da parte della magistratura ligure». 

https://www.ilsecoloxix.it/italia/2020/07/04/news/caos-autostrade-de-micheli-non-potevamo-rinviare-i-controlli-per-la-liguria-vogliamo-sicurezza-1.39044216

In sostanza, la De Micheli tramite il suo Ministero con il pretesto della sicurezza, sempre efficacissimo quando si deve far digerire a qualcuno qualcosa di improbabile, di fatto, in piena stagione turistica e in un sol colpo, blocca le tre direttrici autostradali che collegano tutto il nord Italia al mar Ligure. Per sua affermazione, pungolato  dalla magistratura, il Ministero stesso si accorge tutto d’un tratto di quasi cinquant’anni di mal manutenzione della nostra rete autostradale, il che apparirebbe anche un fatto virtuoso e decide improvvisamente di far verificare tutte le gallerie delle autostrade in questione. Il problema è che lo fa tutto d’un botto, senza alcuna programmazione e durante il periodo più trafficato dell’anno. Risultato scontato: paralisi del turismo in Liguria. Potrebbe sembrare la recidiva di un’amministratrice affezionata ai propri errori. Anzi, visto il suo piglio nell’additare altri come responsabili delle sue scelte, non fa altro che rappresentare il paradigma stesso del Governo di cui fa parte. La colpa è sempre degli altri ed è questo il loro modo di traccheggiare. Il guaio del Governo Conte, direbbe un grande allenatore di volley come Julio Velasco, è la cultura degli alibi. È quel vizio che ti fa trovare sempre una scusa per i tuoi errori. È colpa del terreno. È colpa di quello che ti ruba i voti a destra con il populismo becero, di cui Conte stesso è un degno rappresentante anche se di colore pentastellato. È colpa del grande dittatore Salvini. È colpa degli italiani che sono patologicamente imbecilli.

E se incredibilmente la colpa fosse tutta di questo improbabile esecutivo galleggiante? Una cultura e una classe dirigente incapaci di dialogare con una parte rilevante del Paese. Una medesima classe dirigente affetta da una sorta di presunzione antropologica che porta al niente cronico. Fate caso alle dichiarazioni di Conte: non ha mai fatto una proposta chiara. Non ha mai lasciato il segno. Perché? Per pigrizia, per mancanza di idee e fantasia? Non solo. In questo Governo c’è la convinzione che, in caso di elezioni politiche, non si possa che non votare per un ennesimo replay di sé stesso. Devono governare perché sono i migliori, perché sono gli unici legittimati a farlo, perché gli altri sono il male, perché la democrazia ha un senso solo se vincono loro, perché sono i giusti, perché sono moralmente superiori, perché Dio lo vuole. Questo atteggiamento, questa presunzione non piace a gran parte degli italiani ed essi ogni volta che hanno l’occasione puniscono l’arroganza di chi pretende di farsi votare (ma anche chi non ha bisogno dei voti per governare, come Conte e come Renzi, a suo tempo) senza mettersi in gioco. Per questo non si va mai a votare.

A proposito delle dichiarazione del Ministro De Micheli, come da citazione di Salvator Rosa: “O taci o dì qualcosa migliore del silenzio”.

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«No,» disse il sacerdote, «ma temo che finirà male. Sei ritenuto colpevole. Forse il tuo processo non andrà neppure oltre un tribunale di grado inferiore. Almeno per il momento, la tua colpevolezza si dà per dimostrata.» «Ma io non sono colpevole,» disse K., «è un errore. E poi, in generale, come può un uomo essere colpevole? E qui siamo pure tutti uomini, gli uni quanto gli altri.» «È giusto» disse il sacerdote, «ma è proprio così che parlano i colpevoli.»

Così Primo Levi tradusse Kafka nel 1983 per la Einaudi ne Il processo. Nel ‘83 Silvio Berlusconi faceva l’immobiliarista come tanti altri e, proprio come molti di essi all’epoca, per la natura di quel lavoro, sarà stato un tipo spregiudicato. Poi entrò in politica, quella che conta, e da qui in poi sappiamo come è andata. Oggi per coloro, tantissimi, che hanno creduto nelle ragioni della sentenza di condanna contro quell’uomo, è, o dovrebbe essere, un giorno di riflessione. Non importa come ci si schieri politicamente, ma davanti alle dichiarazioni audio registrate di uno di quei giudici che hanno emesso la sentenza contro di lui la riflessione dovrebbe essere almeno consigliata, se non obbligatoria per tutti. Là, in quelle aule di giustizia, per un motivo o per un altro, ci finiscono in tanti, anche molti che un tempo si scagliavano contro le sue parole che denunciavano un uso strumentale dei processi e non solo dei suoi. Ricordo quei girotondi di indignati che, come bambini ingenui e giocondi, saltellavano nelle piazze italiane. Poi qualcuno, per qualunque motivo, si è ritrovato ad avere a che fare con la giustizia. Per chiunque che non si troverà mai in quelle condizioni  sarà sempre comodo indignarsi giudicando qualcun altro, magari ben aizzato da giornali e giornalisti, funzionali a quel sistema. Oggi su Berlusconi e Palamara è emerso tutto alla luce del sole: rapporti tra magistrati, stampa, politici, imprenditori. Non un “mondo di mezzo” ma un “mondo di sopra”. Sopra chiunque, Istituzioni e cittadini comuni. Sopra chi segue le regole, ma non può mai sentirsi tranquillo solo per quel motivo. Non basta osservare leggi e norme di convivenza: si vive e si agisce sempre nel terrore sacro di essere coinvolti in qualche bega giudiziaria. Della giustizia si ha paura, non fiducia. Se si incappa in prossimità di quel “mondo”, anche e soprattutto incidentalmente, si può pacificamente essere considerati come serial killer. Proprio come disse K.: «come può un uomo essere colpevole? E qui siamo pure tutti uomini, gli uni quanto gli altri.» «È giusto» disse il sacerdote, «ma è proprio così che parlano i colpevoli.» Solo che, se non ti chiami Berlusconi, e ti becchi incidentalmente qualche condanna, non lo saprà mai nessuno…

Siamo certi che l’iconoclastia militante abbia a che fare con il passato? Demolire a martellate il volto di una statua raffigurante un grande personaggio d’altri tempi, illudendosi di giudicarne la storia, è perlomeno ridicolo. 

Chi era László Tóth? Era un tizio che il 21 maggio 1972 entrò nella Basilica di San Pietro e d’un tratto con un martello da geologo colpì la Pietà di Michelangelo. Dapprima prese a martellate il capo della Madonna e poi, più volte, il volto e le braccia, lasciando però integra la figura del Cristo gridando: “Cristo è risorto! Io sono il Cristo!“. Venne ovviamente fermato e portato via, alla svelta per sottrarlo alla folla che intendeva linciarlo. Interrogato, disse: «Che ci sta a fare questa statua qui? Cristo sono io e sono vivo, sono il Cristo reincarnato, distruggete tutti i suoi simulacri». Non fu incriminato, ma internato in manicomio per due anni.

Bene, questo tizio evidentemente non voleva, nella sua visione distorta della realtà, distruggere un passato fatto di religione e arte, ma affermare un presente nel quale l’unica raffigurazione che contava era la sua, pur se delirante. Oggi, un manipolo di László Tóth, auto definitesi “Sentinelli”, a guardia di una morale, che definirei alterata e soprattutto alternata, ha deciso che la statua in bronzo di Indro Montanelli, collocata negli omonimi giardini a Milano, debba essere rimossa. Il motivo sarebbe il matrimonio tra Montanelli e un’adolescente africana al tempo della guerra in Etiopia, durante la quale il grande giornalista era ufficiale di Cavalleria. Soliti doppiopesismi morali o c’è dell’altro?

https://milano.repubblica.it/cronaca/2020/06/11/news/statua_montanelli_sentinelli_milano-258873542/?refresh_ce

Per assonanza questi Sentinelli avrebbero dovuto preoccuparsi come minimo, da bravi guardiani della morale, di demolire pure la statua a Ostia che commemora Pier Paolo Pasolini, visti i suoi trascorsi giudiziari. Lo scrittore, poeta, regista, ecc. era stato accusato  nel ‘49 di aver pagato tre minori per rapporti sessuali. Fu poi processato per atti osceni in luogo pubblico e corruzione di minore (uno dei ragazzi era sotto i sedici anni). Venne poi stralciata l’accusa di corruzione di minori per mancanza di denuncia e il dibattimento si concentrò sul fatto che gli eventi non si svolsero in un luogo pubblico ma in un campo nascosto da siepe e da un boschetto d’acacie. La sentenza arrivò nel gennaio del 1950: Pier Paolo Pasolini, e i due ragazzi sopra i sedici anni vennero giudicati colpevoli di atti osceni in luogo pubblico e condannati a tre mesi di reclusione ciascuno e al pagamento delle spese processuali. 

A nessuno è venuto in mente di prendere a picconate il monumento che ricorda la sua statura letteraria, poetica e artistica di Pasolini, ma per questi eroi dell’etica al chilo, il simulacro di Montanelli può essere serenamente sciolto in una fornace. Emma Webb, una convinta antirazzista militante, non certo il capo della Supremazia ariana, ha dichiarato che: “L’abbattimento delle statue ha storicamente poco a che fare con la cultura” ricordando come, durante la rivoluzione francese, i parigini distrussero ventotto statue di re biblici dalla facciata ovest della Cattedrale di Notre Dame convinti che si trattasse dei re di Francia. 

https://www.agi.it/estero/news/2020-06-11/iconoclastia-antirazzista-pericolosa-inutile-8873036/

La mia opinione è che questa tendenza di demolire statue e monumenti non sia motivata da una forma di fobia del passato, ma per la paura di scoprire quanto si è insignificanti di fronte a cose impossibili da raggiungere. Chi non accetta di essere semplicemente qualcuno, non accetta l’immagine che certifica il proprio fallimento nel non poter raggiungere quei grandi personaggi raffigurati in una statua, e quindi prima li infangano e poi distruggono la loro rappresentazione artistica.
È iconoclastia o ridicolocrazia?

L’acrobata è un mestiere difficile. Richiede equilibrio, ma anche sprezzo del pericolo. Se una delle due doti manca rischia di farsi male o di sembrare ridicolo. Nel 2014 una cara amica mi ha donato un libro: La regola dell’equilibrio di Gianrico Carofiglio. Mi è piaciuto molto. Un protagonista solido e intrigante e una storia convincente. Non rivelo, per chi fosse interessato a leggerlo, nulla di preciso, ma dico solo che se fosse stato scritto nel 2020, la storia sarebbe scontata viste le attuali cronache sul mondo della magistratura . Ma qualcosa, a partire dal titolo, non quadra. Per far capire a tutti chi è l’autore del volume, si tratta di un ex magistrato, prima Pretore, poi semplice pm, e infine Sostituto Procuratore alla Dda. Come accade di frequente, viene poi eletto senatore. Dal 2002 è anche autore di narrativa con numerosi romanzi di successo. Ma tutto questo non ha nulla di interessante. Più avvincente è la sua attività di opinionista via TV e attraverso i social. I suoi toni, seppur pacati nel lessico sono, per contenuti, al fulmicotone in tema di parzialità, (…politica si intende). Riporto una serie di tweet del noto autore:

21 dicembre 2019 “Se uno è ministro dell’interno e utilizza aerei ed elicotteri della polizia e dei vigili del fuoco per viaggi personali o comunque estranei ai compiti ministeriali (comizi, feste di partito, abbuffate di vario genere) secondo voi commette un illecito? Chiedo così, in teoria” A proposito di voli di Stato di Salvini. Uno strano silenzio social lo ha colto a proposito di quelli di Renzi di qualche anno prima.

21 aprile 2020: “Per un minimo di prospettiva (e senza sottovalutare l’emergenza in corso) segnalo che l’influenza asiatica del 1957 ha provocato più di 2 milioni di morti; l’influenza di Honk Hong del 1968 fra 1 e 2 milioni. I nostri genitori e noi ne siamo usciti, il mondo è andato avanti.”

12 maggio 2020: “Ho imparato tanto tempo fa a non fare la lotta con i maiali. Ti sporchi dalla testa ai piedi e, soprattutto, ai maiali piace (George Bernard Shaw).” a proposito di una dichiarazione offensiva, di un senatore del centro destra, verso Silvia Romano. 

3 giugno 2020: “Nel decidere a chi dare il proprio voto – quando sarà – uno dei criteri è la valutazione del senso di responsabilità dei leader. A questo proposito la destra ha fornito un indicatore piuttosto attendibile con la manifestazione di ieri. Non servono i commenti, bastano le immagini.” A proposito della manifestazione del Centro destra del 2 giugno, accusata di fornire cattivi esempi igienici.

A tal proposito, il nostro agguerrito scrittore il 26 febbraio twittava: “Contro l’isteria collettiva comunico che oggi: 1) ho viaggiato in aereo con persone serene e senza mascherine; 2) sono andato in metropolitana e tutti erano tranquilli; 3) ho preso parte a una tranquilla e affollata presentazione di un libro. Ci tenevo a farvelo sapere

Tuttavia, nella trasmissione TV Otto e mezzo sembra però aver cambiato idea in tema di distanziamento sociale: «Siamo di fronte a una politica complessivamente squilibrata e con un’opposizione che mostra la responsabilità che abbiamo visto qualche giorno fa in piazza con un manipolo di gente sudata, accalcata, senza mascherine», poi ha proseguito affermando:  «Al di là del merito e del rischio di contagio che può essere maggiore o minore in quella situazione, il problema è il messaggio che si lancia al Paese da parte di leader di forze nelle quali io non mi riconosco. Mi piacerebbe una destra di un Paese democratico, avanzato che mostrasse civiltà, responsabilità, decoro e questo manca».

In pratica per Carofiglio se in piazza scende chi fa parte di forze nelle quali egli dice di non riconoscersi, si tratta di gente sudata, accalcata, senza mascherine. Se però il 25 aprile le strade di Bologna si riempiono di persone stipate come a Woodstock e prive di mascherine, ma con in mano le liturgiche bandiere rosse, per Carofiglio non si tratta di mancanza di civiltà, responsabilità, decoro. Dall’alto della sua visione delle opinioni altrui decide come dovrebbe essere chi non la pensa come lui; basta che sia all’altezza delle sua “statura morale”. È singolare che chi si appella a regole ed equilibri per intitolare i suoi volumi sia invece così parziale nei confronti della realtà. Qualcuno, più spiritoso di lui, lo ha definito: “…l’intellettuale illuminato a giorno, profeticamente impostato e molto saccente.

Se invito a cena il vicino di casa e lo vedo uscire con la mia argenteria nelle tasche, certo la cosa non mi piace. Mi arrabbio, e certamente penso che non metterà più piede in casa mia. Se però, prima di denunciarlo, scopro che è un orafo e mia moglie il giorno prima gli ha chiesto, a mia insaputa, di portare il servizio di posate in negozio per lucidarle, non dovrò certo aspettare una sentenza per decidere se invitarlo ancora a cena. Fine della storia breve. Secondo Piercamillo Davigo, l’ex magistrato rossogrillino, sarebbe inutile aspettare le sentenze per togliere da mezzo dalla vita civile e lavorativa qualcuno sottoposto a processo. 

https://www.repubblica.it/politica/2020/05/29/news/davigo_piazzapulita_caso_palamara-257906675/?refresh_ce

Volevo rammentare che questo già avviene! Basta un’avviso di garanzia sbattuto su ogni quotidiano a distruggere una vita. Basta solo la presunzione di aver rubato l’argenteria per interrompere un’esistenza e non serve neanche essere visti da chi ti ha invitato a cena. È come un’esplosione che disintegra famiglia, carriera lavorativa, psiche e onorabilità. È un’esecuzione a sangue freddo che non aspetta alcuna sentenza della Cassazione. Avviene sempre e non risparmia nessuno! No scusate, mi sto sbagliando: qualcuno viene risparmiato. Torniamo alla storiella breve: se il mio vicino di casa con l’argenteria in tasca è invece un noto componente del CSM che succede? Tutti in silenzio! Certo, un giornalista difficilmente metterà nei guai chi gli fornisce notizie interessanti e il mio vicino di casa avrà tutto il tempo di scusarsi per l’equivoco senza preoccuparsi di essere giudicato non dalla giustizia, ma dal resto del mondo. Oggi Davigo siede su una di quelle poltrone del CSM in rappresentanza di una delle varie e famigerate correnti politiche. Se il suo concetto valesse per tutti, dovrebbe, secondo quanto sostiene, almeno dimettersi. Non sarebbe tollerabile neanche un lontano sospetto che quel Consiglio, in toto, possa essere a qualunque titolo coinvolto nel caso Palamara. Visto che, sempre secondo lui, è del tutto pleonastico attendere le sentenze, gli italiani non solo dovrebbero smettere di invitare tutto il CSM a cena, ma tutti i suoi componenti, per precauzione, dovrebbero essere sbattuti fuori di casa. Il fatto è che, a parte il Vicepresidente e pochi altri, nessun altro si è smosso dalla sua poltrona, compreso Davigo, continuando ostinatamente ad auto invitarsi al tavolo di tutti noi e a moraleggiare in TV come se nulla fosse accaduto. E allora, caro Davigo, qual’è l’errore italiano? Dire: “Aspettiamo le sentenze” o credere che la legge sia uguale per tutti?

L’uomo invidia l’animale, che subito dimentica [..] l’animale vive in modo non storico, poiché si risolve nel presente [..] l’uomo invece resiste sotto il grande e sempre più grande carico del passato: questo lo schiaccia a terra e lo piega da parte. Per ogni agire ci vuole oblìo: come per la vita di ogni essere organico ci vuole non solo luce, ma anche oscurità. La serenità, la buona coscienza, la lieta azione la fiducia nel futuro dipendono [..] dal fatto che si sappia tanto bene dimenticare al tempo giusto, quanto ricordare al tempo giusto.

Così si esprimeva F. Nietzsche, nelle “Considerazioni inattuali”. La dimenticanza è come una sentinella del nostro spirito; non avremmo pace, serenità, felicità, se non riuscissimo a dimenticare nulla. In realtà, non avremmo alcun presente, continuando a rivivere il passato e a rendere, di conseguenza, il nostro presente una sua ripetizione.

Perché copio e incollo dotti spezzoni di giganti della filosofia, letti distrattamente sul web? Tutta colpa del senso di oblio vissuto dopo aver letto una notizia su un social: “Le chat dei magistrati su Salvini: «Ha ragione, però va attaccato» La questione migranti accende i pm: «Ministro indagato per non aver permesso l’ingresso a soggetti invasori. Siamo indifendibili».

https://twitter.com/laveritaweb/status/1263333754443108354?s=21

Non mi riferisco all’oblio provato nell’apprendere di essere parte di un Paese nel quale magistrati combattono guerre corporative contro politici e politici combattono guerre politiche usando come arma i magistrati. Mi riferisco invece all’oblio totale di questa notizia sui principali quotidiani nazionali del Paese. In compenso, sul Corriere della Sera web in prima pagina tra le notizie sul Covid campeggiava: “Torna in campagna dopo due mesi: l’asino lo riconosce e gli fa le feste

https://www.corriere.it. Su Rebubblica web, sempre in prima, nella rubrica “Tecnologia”: “Quei pochi pixel che hanno fatto la storia 40 anni fa. Buon compleanno Pac-Manhttps://www.repubblica.it. Su La Stampa: “Zingaretti rilancia il partito pesante, ma le Feste dell’Unità saranno leggere”. Sostanzialmente, Salvini fa più notizia se, chiuso in casa sua e registrato di nascosto, emette un rutto piuttosto che da leader della più numerosa forza politica del Paese, e da senatore della Repubblica, quando diventa bersaglio di gravissimi attacchi da parte dei vertici di un potere giudiziario che dovrebbe tenersi istituzionalmente alla larga dalla politica attiva. Non oso immaginare cosa sarebbe accaduto se al suo posto ci fosse stato uno Zingaretti, un Di Maio o un Renzi. A proposito di oblio, quest’ultimo, se non ricordo male, è stato un esempio di garantismo, quando nelle mire dei magistrati c’era sé stesso con amici e parenti. Strano il mondo e strani tutti noi: invidiamo l’animale che subito dimentica, ma, volendo, sappiamo tutti dimenticare a comando.

Brutta bestia il pelo del lupo; di peggio c’è solo il vizio. Che il pregiudizio sia tra i vizi più di moda ci sono pochi dubbi. Pregiudizi religiosi, ideologici, sportivi, alimentari, razziali, di genere, dilagano come anche i pregiudizi sui falsi pregiudizi. Quanti si sono sentiti appellare prevenuti, o peggio, fascisti, razzisti, classisti, solo per aver espresso qualcosa di non allineato con la sacra correttezza del pensiero unico di sinistra. Non che a destra non si viva di pregiudizi. Intere forze politiche hanno mutato il corso della propria storia cavalcandone un bel po’ per conto di un elettorato incazzato. La reazione stizzita al disagio espresso, anche in malo modo, da quell’elettorato da parte dei “Salonkommunist“, (comunisti da salotto, figli della buona borghesia tedesca degli anni ‘70) si è sempre affrancata dai motivi reali di chi vota a destra, definendo quella rabbia come canea, suburra, sordida ignoranza. Un po’ come se l’intellighenzia di sinistra fatta più di militanti che pensatori, evidentemente grati al potente apparato della  gauche italenne, rispondesse alle domande degli italiani, frustrati dalla mancanza di risposte, come fece Maria Teresa d’Austria: “Se non hanno più pane, che mangino brioche!”

Gira un articolo tratto da Il Manifesto, sul cosiddetto “business del siero” nella Regione Lombardia.

https://ilmanifesto.it/il-business-del-siero-e-il-carico-sul-sistema-pubblico/?utm_medium=Social&utm_source=Facebook#Echobox=1589638502

In breve, l’amministrazione Regionale lombarda consente ai laboratori privati di effettuare esami sierologici a pagamento per rilevare Immunoglobuline a seguito di contatto con il Coronavirus. Se il pagante risultasse positivo per uno dei due tipi di anticorpi, IgM e IgG, dovrebbe poi effettuare un tampone. Secondo il quotidiano comunista la Lombardia patirebbe la scelta fatta dalla Regione all’inizio della crisi di non investire sui tamponi e l’assistenza territoriale e quindi non avendo acquistato per tempo a gennaio e a febbraio i reagenti per i tamponi, a differenza di quanto fatto ad esempio dal Veneto, è già al limite della capacità giornaliera di analisi dei tamponi dunque abbandonando quei cittadini che la Regione ha deciso di lasciare al fai da te non testandoli con un piano pubblico uguale per tutti. Siamo tutti profeti prodigiosi quando le cose sono già avvenute: basta inscenare la realtà che più ci piace e appiopparla al passato prossimo. La Regione Veneto non ha mai investito più di quanto previsto nella propria programmazione sulla Sanità Territoriale nei mesi di gennaio e a febbraio. Si è solo mossa in anticipo mettendo a punto una metodica di analisi dei tamponi con un metodo realizzato in casa, senza sistema chiuso e senza dover fare riferimento a fornitori. I risultati sono stati validati con l’Istituto Spallanzani di Roma.

https://www.startmag.it/innovazione/tamponi-e-reagenti-come-e-perche-il-veneto-ha-sconfessato-le-linee-guida-oms-e-governo/

Quindi hanno scelto di farne di più in quei focolai chiusi dove era esplosa subito l’epidemia. Tutto qui. Non c’entra nulla la policy sanitaria o gli investimenti diretti agli ospedali e non al territorio. Quindi, chi si scandalizza per la solita storia del “privato” vs il “pubblico” farebbe bene a verificare i fatti prima di indignarsi per un pregiudizio sanitario e magari suggerire ai lettori che, prima di mangiare brioches, sarebbe meglio capire come riprendere a sfornare il pane comune e anche in fretta…

Jimi Hendrix cantava nel suo brano Are you experienced? del quasi omonimo primo LP : “But first, are you experienced? Uh-have you ever been experienced-uh Ma prima di tutto, sai di che parlo? Hai mai sperimentato qualcosa di simile?” Certo, l’oggetto delle sue esperienze magari sarà stato un tantino psichedelico, ma quelle domande dal 1967 a oggi riecheggiano insieme alla sua chitarra come un temporale in lontananza. Il famigerato passaggio dell’epidemia tra fase 1 e fase 2 sta portando con sé una serie di ossessive parole chiave: task forces, epidemiologi, esperti, ecc.. Questi ultimi sono diventati l’ago della bilancia delle nostre vite e ciò, in una condizione straordinaria, sembrerebbe del tutto normale. A parte l’imprecisato numero di saggi che compongono un esercito di task forces in continuo incremento, lascia attoniti l’enorme quantità di pareri, opinioni, sentenze e lezioni che, a gentile richiesta dei media, vengono scaricate giornalmente in TV e sul web. Straordinari ragionamenti sulle stime ponderate dell’epidemia attraverso modelli matematici teorici da Nobel, da cui gli illuminati propongono ogni possibile ipotesi di realtà reale per la ripresa dopo il lockdown. Si tratta quasi sempre di stimati accademici che dirigono Dipartimenti universitari, gente con centinaia di pubblicazioni alle spalle, congressi mondiali e onori nella comunità scientifica. Tutti grandissimi esperti, ma di che cosa? Un qualunque Capo di governo in occasione di guerre, quelle vere, fatte di soldati, armi e strategia, chi nominerebbe nello Stato maggiore del proprio esercito? Chi all’Accademia militare è uscito a pieni voti e senza aver mai sparato un colpo e che di mestiere fa il docente di livello internazionale, oppure un semplice sergente che però qualche altra guerra vera se l’è già fatta? Mi chiedo, nel bel mezzo di questa emergenza, quanti di coloro che stazionano fissi in televisione o occupano ruoli nelle task forces, ormai replicanti alla velocità del suono, abbiano veramente fatto esperienze sul campo? Chi di essi sarà mai stato in estremo oriente, magari solo a pulire la vetreria di un laboratorio cinese durante le passate epidemie di SARS, aviaria, suina, H1N1, o in un villaggio della Guinea durante l’epidemia di Ebola del 2014. Insomma, quanti tra quei titolatissimi professori ordinari hanno vissuto una vera epidemia là dove è già accaduta: credo in pochi. Tuttavia le loro opinioni, anche se spesso estorte dai giornalisti, riempiono il mondo dell’informazione e soprattutto i Dpcm che fioccano come le task forces. Opinioni sempre più spesso contraddittorie tra un’esperto e l’altro, ma anche se pronunciate dalla medesima persona in tempi diversi. Qualcuno ribatterà che viviamo in un mondo globale dove la cultura gira veloce come un fascio di luce e che basta connettersi alla rete per apprendere ciò che noi umani del passato dovevamo studiare sui libri fatti di carta. Quindi basterebbe collegarsi a qualche motore di ricerca di articoli scientifici per apprendere ciò che serve ad arginare una pandemia? Possibile, ma se così fosse oggi un virus come tanti altri, diffuso con le goccioline emesse dagli starnuti e dalla tosse delle persone, non avrebbe causato una tale situazione che il mondo, a parte in Cina e in Africa centrale, non vedeva da un secolo. Se la cultura del web oggi possa sostituire l’esperienza diretta della realtà lo sappiamo già e il Covid 19 è la risposta ai quesiti posti nel ‘67 dal chitarrista più grande di sempre: Are you experienced?

Freibeuter” è, secondo il dizionario Treccani, il termine tedesco da cui etimologicamente deriva la parola farabutto. All’opposto il termine germanico risulta composto dalla parola frei (libero) beuter (collettore, raccoglitore). Letteralmente si tratta di uno che con ogni libertà ruba di frodo o, interpretandone il significato più comune, è una persona sleale e senza scrupoli, una canaglia, un mascalzone, un filibustiere. Tuttavia, il significato letterale di “libero collettore” è il più interessante, forse perché porta con sé quel non so che di refluo fognario che intriga di più. 

Non solo di questi tempi, ma da diversi anni, non è più importante cosa si scrive e quale impatto offensivo ha sugli altri: conta solo chi lo scrive. Una causa per diffamazione tra vip è solo un’insignificante passatempo per gente che non si preoccupa neanche di presenziare in un’aula di Tribunale, vista la schiera di avvocati pagati da editori e network televisivi di varia natura. Per male che vada qualcuno sborserà qualcosa a qualcun altro e tutto finirà in un blog di successo o in una mega polemica a vantaggio di qualche grande quotidiano. Se invece il farabutto è solo un comune mortale che inavvertitamente pesta con il proprio blog o con un post aggressivo su un social la deiezione sbagliata, rischia di rimanerci secco penalmente e patrimonialmente. Non è ovviamente il caso di chi può permettersi di chiamare un Presidente di Giunta o un suo collega giornalista rispettivamente  serial killer” o “miserabile verme” dalle colonne del quotidiano che dirige. Quel quotidiano, rammento, è pagato in massima parte dal finanziamento pubblico di milioni di cittadini, spesso in totale disaccordo con lui e, solo per quest’ultimo motivo, tra i destinatari indiretti dei suoi “complimenti” all’olezzo di m. Resta da capire se il diritto di cronaca e quello di diffamare coincidano man mano che la propria fama giornalistica cresce a danno dell’obiettivo di turno da diffamare per mero interesse. Un grande putiferio contro gli haters del “sottoproletariato espressivo” da social, ma clemenza collettiva per  i Travaglio, i Mughini, gli Sgarbi, i Feltri (ultima maniera) i Cruciani e tutti i notabili via etere e via web che insultano tutto e tutti pressoché impunemente. Non vorrei essere frainteso: sto difendendo proprio il diritto di questi ultimi a esprimersi come vogliono, ma, parimenti, lo stesso diritto di quella “legione di imbecilli”, così definita da Umberto Eco, che, o per emulazione o per propria natura malmostosa, ululano alla luna sui social senza però alcuna rete di protezione legale e finanziaria. Se la ex Presidentessa della Camera dei Deputati Boldrini decide di denunciare tutti i miserabili che le hanno augurato via internet di subire le peggiori violenze, non capisco perché la stessa enfasi, salvo rari casi, non venga spesa contro altri vip da suburra che chiamano il prossimo assassini, ladri, stupratori ecc.. 

È il caso di dire che vip non mangia vip con buona pace e dignità dei cani…

La memoria per definizione è corta. La storia non ha quasi mai insegnato nulla a chi l’ha studiata con distrazione, accontentandosi di attingere al “sentire comune” tramite le fonti di sistema. L’esercizio critico rimane uno dei pochi strumenti ancora a nostra disposizione se non per trasformare la realtà almeno per comprenderla.

25 aprile del ‘45: il CLN dell’Alta Italia proclama l’insurrezione generale nelle zone del nord ancora in mano a ciò che rimaneva dell’esercito tedesco in fuga e di pezzi del regime fascista, ormai entrambi pressoché annientati dalle macerie della guerra. Basti pensare che, solo cinque giorni dopo, una Berlino già rasa al suolo dai sovietici fu occupata dall’armata rossa e Hitler ingerì la sua dose di cianuro. La storia non da e non toglie meriti. È fredda cronaca in un mare di giudizi. Il 25 aprile fu liberazione, ma da cosa? Da un uomo che qualche giorno dopo penzolava seminudo su un pennone di un benzinaio a Piazzale Loreto? Fu liberazione da uno Stato figlio di un’ideologia totalitaria, appoggiato e sostenuto nel ventennio precedente dalla pressoché totalità degli italiani e abbattuto solo dalla guerra e non da una rivoluzione sociale? O forse, fu liberazione da un conflitto che devastò il nostro Paese, conflitto voluto da quell’ideologia sostenuta da tutti e in cui nessuno vinse davvero? La retorica delle commemorazioni è sempre funzionale a trasmettere l’idea di una storia nazionale, attraverso un fantomatico “bene comune” che già l’idea di patria dovrebbe suggerire. L’uso del sangue di chi è caduto lottando per la resistenza è l’elemento che oggi il luogo comune impone per ammonire tutti alla celebrazione di un’unità di intenti tipica delle retoriche stataliste. Ma la storia? Celebriamo l’illusione di una liberazione dall’ideologia fascista e al tempo stesso celebriamo, camuffata da festa delle Forze armate, in 4 novembre, data della vittoria nella Grande guerra. Quella tragica guerra e non certo la retorica della vittoria fu alla base di quel regime totalitario di cui celebriamo, in barba alle cronache storiche, la caduta il 25 aprile. Già, perché a nessuno verrebbe in mente di celebrare il 4 maggio la liberazione da un conflitto causato da criminali scelte interventiste dei governi antecedenti la Grande guerra. Criminale fu solo il Duce nella decisione di entrare in guerra, o anche il Governo Salandra che, nel 1914 dopo la giravolta contro la triplice alleanza con Austria e Germania, si alleò con inglesi e francesi dichiarando guerra ai due ex alleati? Quella scelta causò 650.000 morti e 500.000 tra mutilati, invalidi o gravemente feriti e 40.000 reduci con gravissime patologie psichiatriche causate da anni di trincea. Proprio questi numeri e la loro conseguente tragedia nazionale furono il fertilizzante del futuro regime fascista, ma sfido chiunque a ricordarsi chi fosse quel tal Salandra, capo del Governo nel 1914, e a celebrare un’altra liberazione, ma da una guerra di sterminio da lui dichiarata molto decenni prima del 25 aprile del ‘45. Il paradosso dei paradossi è che il 4 novembre si festeggino proprio le Forze armate, quelle che hanno pagato il prezzo più alto di tragiche scelte politiche e diplomatiche di cui oggi non si parla perché troppo occupati a chiacchierare di fascismo e non di altri fascismi di altri colori e più subdoli, di cui siamo vittime discrete, fino all’inconsapevolezza.