https://video.repubblica.it/politica/fiducia-a-conte-il-senatore-m5s-cioffi-e-la-metafora-del-glucosio-e-della-foglia-l-intervento-e-epico/374963/375576

Cellophane flowers of yellow and green

Towering over your head

Look for the girl with the sun in her eyes

And she’s gone

Lucy in the sky with diamonds

Lucy in the sky with diamonds…

Lennon e Mc Cartney se ne intendevano, ma ciò che il Senatore Andrea Cioffi, esemplare emergente dei pentastellati, (insieme all’ormai celebre Lello Ciampolillo), ha affermato ieri in aula, per motivare il suo sostegno all’Avvocato Conte, non è certo da sottovalutare.  Il video di cui sopra, che consiglio vivamente di guardare, è un formidabile esempio di espansione cosmica della coscienza. Da William Blake fino a Baudelaire a Rimbaud, passando da Lewis Carrol con Alice nel paese delle meraviglie e approdando a Timoty Leary, Ken Kesey, i Merry Pranksters, i Grateful dead, ecc. in un sol colpo con il Senatore Cioffi del M5S la storia della psichedelia è stata riscritta. Quest’ultimo è stato nientepopodimeno che sottosegretario al Ministero dello Sviluppo Economico, nel Governo Conte I di 5 Stelle e Lega. Trattasi peraltro di laureato in Ingegneria, non un figlio dei fiori qualunque. Il Senatore Ciampolillo invece, leggo sul web, alle elezioni amministrative del 2009 è stato il candidato del Movimento 5 Stelle per la carica di sindaco di Bari dove ha ottenuto solo 749 voti, pari allo 0,4% dei consensi, ma nel 2013 viene addirittura eletto senatore della XVII legislatura della Repubblica Italiana nella circoscrizione Puglia per il Movimento 5 Stelle, poi rieletto al Senato nel 2018 e infine espulso dal partito nel gennaio 2020. 

Il tema non è il riscontro mediatico di quei due parlamentari; d’altronde  la Comunicazione ha bisogno di queste cose ed essi sono ben felici di farne parte loro malgrado. Semmai il quesito è, oggi come oggi, nelle due Camere quanti Cioffi e Ciampolillo siedono, spesso “a loro insaputa”, sui banchi degli emicicli? Subito a seguire, quanti italiani, al netto di quelli vestiti da Mago di Oz che sfilano in corteo contro vaccini, scie chimiche o pro terrapiattismo, sono veramente consapevoli di promuovere a deputato o senatore i Cioffi i Ciampolillo, ma anche i Razzi e gli Scilipoti? Un minimo di senso di autoconservazione della specie in fondo ce l’abbiamo tutti o quasi, persino un gran numero di elettori dei Cinque stelle, che per pudore o vergogna oggi si nascondono dietro un silenzio colpevole, dopo le performance lisergiche dei loro eletti. È un’ovvietà che ciò non accada solo in quel partito politico, ma un movimento fondato da uno come Beppe Grillo, qualche sospetto avrebbe dovuto generarlo. E allora diamo ampio spazio, in nome della democrazia, anche ai comizi psicotropi sulle foglie (…chissà di quale pianta), sul glucosio e sul sole che splende, tanto da far apparire in aula i Renzi e i Conte come giganti della politica…perché tutto si modifichi in modo che nulla cambi.

“Morandi, complimenti per la folta chioma… Adesso mi parli di Giuseppe Prezzolini.” Così, nel luglio del ‘82 fui accolto al mio esame di maturità da un componente della Commissione esterna. Sapevo poco di Prezzolini e mi arrampicai sugli specchi. Superai l’esame e mi sentii molto furbo. Solo dopo tanto tempo scoprii che il grande giornalista se ne intendeva di furbi e anche di fessi.  Stimolato da un articolo di Marcello Veneziani mi sono ricordato di questo episodio. Prezzolini compose nel 1921 il Codice della vita italiana, una raccolta di memorabili aforismi e il primo capitolo si intitolava “Dei furbi e dei fessi”. In testa capeggiava il primo dei sedici aforismi che recita:  “I cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi.”

Mentre fervono le manovre di Palazzo di queste ultime ore mi viene in mente l’immagine di un formicaio visto dall’alto. Miriadi di imenotteri che si affannano in moto perpetuo, muovendosi con apparente disordine, tutti con uno scopo ben preciso, che per le formiche è la difesa della comunità, per i nostri parlamentari è la disperata salvaguardia dello scranno. Mi interessa, più che la vita del formicaio/Camera/Senato, l’osservatore, lo spettatore non pagante, insomma noi italiani e il sentimento di indignazione che ci contraddistingue da altri popoli. Matteo Renzi è ora il guastafeste, il, per Zingaretti, “politicamente inaffidabile”, “irresponsabile” per Di Maio. Un vero scandalo, se non fosse che un tempo Renzi era il Segretario del Pd e Zingaretti lo si conosceva come il fratello del commissario Montalbano. Poi, dopo aver dichiarato cose e aver fatto costantemente l’opposto, Renzi è caduto in disgrazia per autoignizione (…si è dato fuoco da sè) affermando che avrebbe lasciato la politica e per questo motivo lo sconosciuto Zingaretti è stato piazzato, da chi conta sul serio nel Pd, a riempire il buco. Poi Renzi, dopo aver detto che sarebbe uscito dalla politica, vi è ovviamente tornato con l’idea (o l’espediente) di Italia viva e come un Mastella/Buttiglione/Casini/Bertinotti qualsiasi ha salvato il ribaltone dei pentastellati con il Pd rilanciando il Conte bis. All’epoca fu servito e riverito da quest’ultimo per il soccorso di cui Renzi stesso si è sempre vantato come un grande statista e adesso mezzo Paese sostiene che il Matteo, dalla “C” toscana aspirata, sia un traditore. Definirlo così è come chiamare traditrice una dipendente di una casa di appuntamenti. Così come l’indignazione dei piddini e dei loro attuali amici pentastellati ricorda il raccapriccio teatrale di una sedicente vergine nella casa di cui sopra e allora vi invito a leggere gli altri aforismi di Prezzolini che seguono quello già sopra citato, a proposito di furbi e fessi, con particolare attenzione ai numeri 3, 5, 8 e 11:

2. Non c’è una definizione di fesso. Però: se uno paga il biglietto intero in ferrovia, non entra gratis a teatro; non ha un commendatore zio, amico della moglie e potente nella magistratura, nella Pubblica Istruzione ecc.; non è massone o gesuita; dichiara all’agente delle imposte il suo vero reddito; mantiene la parola data anche a costo di perderci, ecc. questi è un fesso.

3. I furbi non usano mai parole chiare. I fessi qualche volta.


4. Non bisogna confondere il furbo con l’intelligente. L’intelligente è spesso un fesso anche lui.

5. Il furbo è sempre in un posto che si è meritato non per le sue capacità, ma per la sua abilità a fingere di averle.

6. Colui che sa è un fesso. Colui che riesce senza sapere è un furbo.

7. Segni distintivi del furbo: pelliccia, automobile, teatro, restaurant, donne.

8. I fessi hanno dei principi. I furbi soltanto dei fini.

9. Dovere: è quella parola che si trova nelle orazioni solenni dei furbi quando vogliono che i fessi marcino per loro.

10. L’Italia va avanti perché ci sono i fessi. I fessi lavorano, pagano, crepano. Chi fa la figura di mandare avanti l’Italia sono i furbi che non fanno nulla, spendono e se la godono.

11. Il fesso, in generale, è stupido. Se non fosse stupido avrebbe cacciato via i furbi da parecchio tempo.

12. Il fesso, in generale, è incolto per stupidaggine. Se non fosse stupido, capirebbe il valore della cultura per cacciare i furbi.

13. Ci sono fessi intelligenti e colti, che vorrebbero mandar via i furbi. Ma non possono: 1) perché sono fessi; 2) perché gli altri fessi sono stupidi e incolti, e non li capiscono.

14. Per andare avanti ci sono due sistemi. Uno è buono, ma l’altro è migliore. Il primo è leccare i furbi. Ma riesce meglio il secondo che consiste nel far loro paura: 1) perché non c’è furbo che non abbia qualche marachella da nascondere; 2) perché non c’è furbo che non preferisca il quieto vivere alla lotta, e la associazione con altri briganti alla guerra contro questi.

15. Il fesso si interessa al problema della produzione della ricchezza. Il furbo soprattutto a quello della distribuzione.

16. L’Italiano ha un tale culto per la furbizia, che arriva persino all’ammirazione di chi se ne serve a suo danno. Il furbo è in alto in Italia non soltanto per la propria furbizia, ma per la reverenza che l’italiano in generale ha della furbizia stessa, alla quale principalmente fa appello per la riscossa e per la vendetta. Nella famiglia, nella scuola, nelle carriere, l’esempio e la dottrina corrente – che non si trova nei libri – insegnano i sistemi della furbizia. La vittima si lamenta della furbizia che l’ha colpita, ma in cuor suo si ripromette di imparare la lezione per un’altra occasione. La diffidenza degli umili che si riscontra in quasi tutta l’Italia, è appunto l’effetto di un secolare dominio dei furbi, contro i quali la corbelleria dei più si è andata corazzando di una corteccia di silenzio e di ottuso sospetto, non sufficiente, però, a porli al riparo delle sempre nuove scaltrezze di quelli.

Apprendo che è in cantiere un’importante provvedimento legislativo a tutela delle narici private. Il M5S vuol far diventare reato la «molestia olfattiva». I pentastellati hanno proposto una legge, chiamata «Diritto al respiro», per tutelare chi vive vicino a impianti che si occupano di trattamento dei rifiuti. 

https://www.corriere.it/politica/20_novembre_18/m5s-vuol-far-diventare-reato-molestia-olfattiva-13fdd90a-29b8-11eb-884f-3aae855c458a.shtml

In epoca pandemica l’olezzo non è certo cosa da poco. C’è quello moraleggiante che si propaga con i predicozzi televisivi del Premier, che ormai non sa più come mimetizzare la propria indecisione. C’è quello della bava rilasciata dalla lumachella della Vanagloria di Trilussa, propagato dal Presidente della Campania De Luca, che accusa i suoi detrattori di lasciare impronte nella Storia con la propria saliva, vantandosene, salvo non essere certo di cosa lascerà lui nella storia di Napoli e della Campania oltre al talento cabarettistico. C’è poi quello di Commissari di Governo che, senza neanche aver lasciato impronte di bava, si auto attribuiscono meriti e appioppano sistematicamente demeriti agli altri, laddove il medesimo Governo non è stato capace di realizzare quanto promesso o almeno quanto dichiarato. Nel frattempo l’incisiva azione legislativa dei pentastellati prosegue indefessa nella difesa dei diritti olfattivi. Certo, vivere a ridosso di una discarica non deve essere piacevole, così come in un paesello tagliato a metà da una strada statale trafficata da tir, in una grande piazza dove ogni giorno viene montato un mercato rionale o a pochi metri dai binari ferroviari di una linea trafficata da treni merci. Se si dovesse legiferare su ogni disagio di un piccolo numero di cittadini, non avremmo la necessità di uno Stato, ma di una riunione di condominio permanente e in effetti quest’ultima era ed è il modello di governo grillino. A questo punto mi sto chiedendo, non appena incomincerà la campagna vaccinale di massa contro il Coronavirus, dove si rintaneranno quelle svariate migliaia di cittadini rivoluzionari che sostenevano il M5S sfilando orgogliosi con i loro figli in braccio e dichiarando che piuttosto che vaccinarli li avrebbero esposti alle malattie esantematiche dei loro amichetti. Come ci illuminerà l’onorevole grillina Taverna dopo le sue famose dichiarazioni: “…oggi i centri vaccinali sono similabili (?) a quelli dove si fanno i marchi pe ‘e bestie”? Si affacceranno ancora festanti da un balcone, pugni in aria, dopo aver abolito la povertà con il reddito di cittadinanza, esultando per l’estinzione della pandemia per merito di un “pericoloso” vaccino (…a loro dire) “imposto” al mondo da “Big pharma”? Forse sì. Allora, a proposito di diritto al respiro, se a casa sentite una puzza, fuori sentite una puzza, in auto sentite una puzza forse non siete sensibili, siete la puzza…

 

Il mito greco di Dedalo e Icaro è l’esempio di chi sperimenta i suoi limiti, di chi volontariamente li supera infrangendo un ordine universale fatto di regole non necessariamente funzione e a garanzia dell’uomo e per questo viene punito. Le mura del labirinto sono la metafora della regola vuota imposta e della costrizione fine a sé stessa o superata dalle circostanze; il volo rappresenta l’espressione del pensiero critico che si manifesta in Icaro come desiderio di conoscenza  e come tentativo di superare l’imposizione autoritaria e ottusa della norma che non va in direzione degli interessi dell’uomo.

La norma assume in alcuni un valore assoluto, universale e, nonostante il tempo cambi le cose e le circostanze, queste ultime sono per costoro solo orpelli piagnucolosi di fronte alla Regola, con la “R” maiuscola. Essa, invece di rendere migliore la vita di una collettività e di essere al suo servizio, sarebbe per alcuni un’emanazione divina e immutabile di chi l’ha scritta, alle cui dipendenze dovrebbero sottostare tutti, mai autorizzati a ridiscuterla pur se inutile o addirittura dannosa.

Noi stiamo alle regole!” ha tuonato in TV il Presidente della Juventus, nella vicenda della partita non giocata contro il Napoli, a mia opinione sottintendendo che altri non amino starci per niente a quelle regole. Non so se gli altri non gradiscano le regole come invece le gradisce la Juventus, ma i principali mass media calcistici del Paese non fanno altro che sostenere, come fossero i dodici comandamenti, semplici accordi scritti tra mondo del calcio e Stato, diventati d’un tratto fonte suprema del diritto. Certo, se si disquisisse di altezza regolamentare dei fili d’erba nei campi di calcio, sarebbe difficile contestare la cogenza di un protocollo d’intesa tra un’associazione di club calcistici di serie A e un paio di ministeri. Ma le fonti normative sovrastanti su materie più serie sono tutt’altra faccenda, anche perché Leggi, Decreti ministeriali, Disposizioni delle Giunte Regionali e ogni altro provvedimento sovraordinato, difficilmente legifererebbero su temi come il numero di sostituzioni in un match di serie A. Invece la stampa calcistica, super titolata, (e non solo quella) si ostina ottusamente a mettere sullo stesso piano la misura regolamentare del prato con normative, circolari e competenze che attengono alla gestione della salute e della sanità in questo Paese. Certo, a Calciolandia tutto è relativo e, con il pretesto che il football italiano sarebbe la terza o quarta azienda del Paese, ogni cosa sembrerebbe concessa, ma il virus, come già detto da qualcuno, ahimè è democratico e la lotta contro di esso non può certo essere gestita con un protocollo ad hoc, considerato inamovibile e costruito da qualche funzionario della Lega calcio, in accordo con un Ministero della Salute/CTS, che, per motivi costituzionali, non gestiscono direttamente le ASL regionali, preposte alla sanità reale del paese. Tutto questo però al meraviglioso mondo del calcio interessa poco. Un mondo che, nonostante si gonfi il petto per la propria centralità finanziaria, ci ha messo quarant’anni per attuare il Var e non è neanche in grado di far accettare le proprie regole interne in tema di fallo di mano e fuorigioco. Un mondo da sempre lacerato da guerre intestine che stenta anche a nominare i propri rappresentanti nazionali. E noi dovremmo pensare che i calciatori siano comunità diverse e separate da altre a rischio contagio e che quel pianeta a parte possa o debba tutelare la salute dei suoi abitanti e di conseguenza quella del resto dell’universo? Qualcuno di molto sagace oggi (…e per l’ennesima volta direbbe): “Ma mi faccia il piacere…

Referendum: Chi ha vinto? Un deciso “Boh”, mi verrebbe spontaneo, ma su chi ha perso davvero le idee mi sono più chiare, ma andiamo per ordine. Nel 2019 la legge di revisione costituzionale che includeva il taglio dei parlamentari  fu approvata in doppia lettura da entrambe le Camere a maggioranza assoluta. Dal momento che in seconda deliberazione la legge però non fu approvata a maggioranza qualificata dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, un quinto dei senatori ha potuto richiedere il referendum confermativo. In particolare, rammento che, nel luglio dello scorso anno non è stata raggiunta la maggioranza qualificata dei due terzi a causa del voto contrario anche dei senatori del Partito Democratico, allora opposizione del Governo Conte I. Quindi solo qualche mese fa fu proprio il PD ad essere formalmente contrario alla riforma di riduzione dei parlamentari, salvo poi cambiare idea qualche giorno prima del voto. Evidentemente i votanti del Partito di Zingaretti preferiscono, del tutto legittimamente, la “creatività” elettorale alle idee e ai programmi, ma andiamo oltre. Il giorno successivo agli scrutini del referendum costituzionale, come di consueto, tutti si sono auto proclamati vincitori; ma allora chi sarebbero davvero i soccombenti? I votanti a favore della riforma sono stati il 69,96%, mentre il rimanente 30% circa sembra, secondo i media mainstream, corrispondere a chi abita nei centri delle grandi città, dispone di redditi più alti e immobili più cari della media. La presa d’atto non ragionata dei suddetti dati sembra confermare e trarre conclusioni sbrigative su quanto sopra descritto, ma siamo certi che coloro che hanno messo la croce sul «No» siano semplicemente un’élite danarosa, fuori dalla realtà della ZTL dove abita, e affezionata a una vecchia immagine dei partiti e della politica? Il Corriere della sera ha esaminato, le aree delle città in cui il «No» ha vinto evidenziando, a conferma di quanto detto, che coincidono quasi perfettamente con i quartieri più eleganti.

https://www.corriere.it/elezioni/referendum-2020/notizie/chi-ha-votato-no-referendum-cddff6a6-fce4-11ea-b4fe-6ee7d601be57.shtml

A Torino il «Sì» alla riduzione del numero dei parlamentari ha vinto con il 60,7% e il «No» ha prevalso solo nelle circoscrizioni 1 e 2 con il 57,4%. Queste ultime sono infatti le Circoscrizioni del centro elegante che comprendono Corso Einaudi, Corso Trieste, Corso Galileo Ferraris dove un buon immobile può costare circa tremila euro al metro quadro e un appartamento in affitto di 60 metri quadri più di 500 euro al mese (dati dell’Agenzia delle Entrate). Se invece si guarda alla periferia Nord, nel quartiere ex operaio di Barca per esempio si trovano prezzi degli affitti poco meno che dimezzati rispetto al centro e un’affermazione del «Sì» al 72%.

Inutile dire che le correlazioni tra reddito, ricchezza e preferenze per il “No” si confermano anche a Milano, Roma e Napoli. Ma ecco il punto: stiamo dunque parlando di una semplice battaglia di  ricchi contro poveri, élite contro popolo, vecchio sistema contro antipolitica, con la vittoria dei secondi? Non proprio! Le presunte «élite» sparute che hanno votato “No”al taglio dei parlamentari non solo rappresentano più del 30% dell’elettorato, non proprio un gruppo ristretto, ma coincidono con molti elettori delusi dall’attuale offerta politica. Sto parlando, come segnalato dal Corrierone, soprattutto di laureati, professionisti o manager che negli ultimi due anni hanno arricchito il plotone degli indecisi o di coloro che non pensano di votare alle prossime elezioni perché insoddisfatti dai partiti che si presentano. Non amano le politiche esclusivamente redistributive senza alcuna attenzione alla crescita, i populismi o le imposizioni entrambi prive di progetti concreti e sono profondamente perplessi per i personalismi che impediscono alle forze riformiste di aggregarsi, pur avendo le stesse idee. 

Oggi un tale gruppo di delusi e/o indecisi vale ben oltre il 40% degli aventi diritto al voto in Italia (Fonte Ipsos). Non ama i politici più presenzialisti e, anche se probabilmente popola in buona parte i quartieri più eleganti delle città, ha spessissimo titoli di studio elevati. Se ha votato «No» non è certo per difendere le «poltrone» o il proprio patrimonio, ma per testimoniare un evidente dissenso dai messaggi avvilenti e confusionari che prevalgono in questi mesi e anni. Saranno élite, forse sì, ma molto ampie e decisamente preda della sensazione, culturalmente consapevole,  di vivere in esilio nel proprio stesso Paese, di cui certo oggi non ci si può vantare, né da esiliati che da esilianti.

Gassmann nella finzione è un medico. Un medico che decide di non salvare una persona. Lui è di origine ebraica e mentre sta intervenendo su un uomo che si è sentito male, scopre sul suo petto una svastica. A quel punto i ricordi della sua famiglia e la sua religione gli fanno prendere una decisione che da chirurgo non avrebbe mai preso: smette di aiutare quest’uomo e lo lascia morire.

https://tg24.sky.it/spettacolo/cinema/2020/07/31/non-odiare-in-gara-a-venezia-nella-settimana-della-critica

Questo è l’incipit del film in concorso all’ultimo festival di Venezia che vede Alessandro Gassman protagonista. Non essendo ancora in giro nelle sale non l’ho potuto vedere per cui, ovviamente, sospendo ogni opinione sulla pellicola. Tuttavia l’attore intervistato da Sky ha sostanzialmente affermato che, in un momento di forti tensioni legate alla questione razziale negli USA, il suo film è un atto di avvicinamento tra odii di opposta fazione. Personalmente me lo auguro, ma Gassman non è proprio un artista che fino ad oggi si sia distinto per terzietà e per terzietà non intendo qualunquismo. Le opinioni (e quindi anche le sue) non sono, per me, oggetto di giudizio, ma al limite di discussione e le sue sono schierate da una parte ben precisa, come d’altronde le mie. Il punto però non è ciò che pensa Gassman, ma il suo riferimento alla questione razziale americana. Noi europei probabilmente siamo ai primi posti delle classifiche mondiali per rapidità di giudizio e, a seconda degli esiti, condanniamo o esaltiamo misticamente fatti e circostanze che conosciamo solo attraverso scarse e spesso false informazioni. Diventa uno scherzo infiammare gli animi della piazza con questioni ben al di sopra di una valutazione spicciola di un titolo su un quotidiano o un social. Un uomo afroamericano viene ucciso durante un controllo di polizia e tutti si inginocchiano solo per George Floyd ma si dimenticano di Willy, il ragazzo ammazzato di botte l’altro ieri a casa nostra. Il fenomeno della brutalità delle forze dell’ordine statunitensi è articolato e complesso. Non esistono vere e proprie fonti riconosciute da tutti, ufficiali e terze, che lo misurino ufficialmente.  Mi sono preso la briga di approfondire e, da un’articolo de Il Sole 24ore ed uno su L’Inkiesta , ho scoperto che non esiste negli USA un database comprensivo federale che censisca gli omicidi causati dalle forze dell’ordine. A cercare di fare il punto sono iniziative portate avanti da soggetti privati come i progetti Fatal Encounters, Mapping Police Violence,Fatal Force compilato dai giornalisti del Washington Post.

https://www.infodata.ilsole24ore.com/2020/06/04/quanto-e-diffusa-la-violenza-della-polizia-negli-stati-uniti-in-sette-anni-morte-morte-7-663-persone/

Che cosa dicono le statistiche sugli afroamericani uccisi dai poliziotti

In particolare, il Mapping Police Violence https://mappingpoliceviolence.org mette a disposizione liberamente i propri dati che riepilogano quante persone sono state uccise da agenti di polizia dal 2013 al 2019. Nel complesso in sette anni la polizia americana avrebbe ucciso 7.663 persone, ovvero in media 1.100 l’anno e circa 0,34 ogni 100mila abitanti. Secondo uno studio del Proceedings of the National Academy of Science of the United States of America, periodico ufficiale della National Academy of Sciences (NAS), essere uccisi durante un arresto da parte di un agente di polizia rappresenta in Nord America la sesta causa di morte per gli uomini di età compresa tra i 25 e i 29 anni appartenenti a qualsiasi gruppo etnico: il rischio annuale calcolato dallo studio è di 1,8 decessi per 100mila persone. Tuttavia il suddetto studio rileva che, rispetto ai bianchi, gli uomini afroamericani sono 2,5 volte più a rischio, le donne 1,4 volte. Per i nativi uomini, il rischio è di 1,2-1,7 volte maggiore, mentre per le donne tale fattore è compreso tra 1,1 e 2,1. Per gli uomini latini, infine, la probabilità cresce di 1,3-1,4 volte rispetto ai bianchi.

A occuparsi di tenere traccia di tali vicende sono il Supplementary Homicide Reports (SHR) dell’FBI e il programma Arrest-Related Deaths (ARD) del Bureau of Justice Statistics, ma secondo uno studio condotto nel 2015 dal gruppo RTI International, tra il 2003 e il 2009 e nel 2011, sia il database dell’FBI che il programma del Bureau of Justice Statistics hanno lasciato fuori dal computo quasi un quarto delle morti causate da agenti di polizia, registrandone solo, rispettivamente, il 49% e il 46%. Proprio per rispondere a tale mancanza di dati, alcune testate internazionali come il Washington Post e il Guardian hanno cominciato negli anni a compilare dei database, tenendo traccia di tutti gli eventi di questo genere. Tra le fonti dello studio citato in precedenza, c’è il lavoro certosino effettuato dal suddetto Fatal Encounters, progetto che si basa sulle notizie riportate dai media, oltre che su rapporti pubblici, su ricerche commissionate e su dati di crowdsourcing.
L’unica certezza è che casi come quello accaduto a Minneapolis sono molto più comuni negli Stati Uniti che in altre democrazie sviluppate. Il fenomeno potrebbe essere legato, tra le altre cose, all’alto tasso di omicidi che caratterizza il Paese – secondo alcuni dati 25,2 volte più alto rispetto ad altri Stati economicamente sviluppati e al diffuso possesso di armi da fuoco. Altri studi  https://nleomf.org/facts-figures/officer-deaths-by-year evidenziano come dalla fine del ’700 al 2018, quasi 22mila ufficiali delle forze dell’ordine siano caduti in servizio, poco meno di 6000 dal 1983 (tra i 100 e i 200 all’anno circa), per cui l’ampia disponibilità di armi nel Paese farebbe sì che gli agenti di polizia siano costantemente in allerta, anche se è pur vero che sono numerosi i casi in cui le persone rimaste uccise, come George Floyd, non portavano con sé armi. Su questo quadro incide senza dubbio ciò che viene chiamato dagli esperti racial bias, il “pregiudizio razziale”, che non riguarda solamente le morti degli afroamericani per mano di agenti, ma che si riflette anche nei differenti tassi di arresto e fermo tra gruppi etnici e, più in generale, nelle disparità razziali che percorrono l’intero sistema della giustizia penale americana. Questioni che sono, naturalmente, intimamente intrecciate alla storia di discriminazioni razziali del Paese. Secondo il Sentencing Project  https://www.sentencingproject.org gli afroamericani vengono detenuti nelle prigioni statunitensi a un tasso di cinque volte superiore rispetto ai bianchi, tasso che sale a dieci volte in più in cinque stati americani e anche questo è un elemento di sistema, che al di là delle questioni storico/razziali, sembra ben più ascrivibile a questioni di natura sociale. In parole banali, chi ha i soldi per un buon avvocato rimane detenuto molto meno di chi non può permetterselo. Ma tutto questo di fronte alle sommosse americane non sembra avere alcun senso. Una volta accesa una miccia l’esplosione è inevitabile e noi europei a distanza di migliaia di chilometri non sappiamo che scimmiottare ragioni razziali che una folla inferocita nei quartieri delle città americane non può razionalizzare.

Pertanto, prima di motivare i buoni propositi di avvicinare cinematograficamente odii reciproci con inchini e relative dichiarazioni di solidarietà dei Vip radical chic dello spettacolo sarebbe forse più interessante comprendere meglio realtà che non ci appartengono e di cui pretendiamo, nonostante ciò, di essere testimoni forzosi dall’alto della facile indignazione che rende la realtà schiava del semplice pregiudizio.

Le Srl, ovvero le società a responsabilità limitata, sono un’allettante strumento  per l’esercizio comune dell’attività d’impresa. L’unione fa la forza e, anche in questo caso, non c’è niente di più vero: quando più persone si mettono insieme e uniscono le proprie capacità per raggiungere un obiettivo comune, il traguardo diventa senza dubbio più facile da raggiungere. Ogni socio versa una quota e tutte diventano il patrimonio della società. Se poi quest’ultima va in perdita ogni socio perde solo la quota che ha messo a disposizione. Per questo la responsabilità di ogni componente della Srl è limitata. Ma se per società non si intendesse solo quella relativa a un connubio economico, ma quella allargata e generale che include tutti noi? È in atto la polemica sui “giovani untori”: ragazzi che, con il proprio comportamento irresponsabilmente anti sociale, non rispettando le misure di prevenzione e protezione anti Covid, sarebbero, secondo alcuni, la causa unica dell’impennata di nuove positività al virus. Peccato che una proporzione tra il 40 e il 60% delle nuove infezioni origina dai cosiddetti contagi di ritorno. Questi includono: turisti e pendolari italiani che rientrano dall’estero, ma anche stranieri che per turismo o lavoro approdano da noi e udite udite stranieri che approdano in Italia clandestinamente. Di quest’ultima categoria ovviamente è vietato parlare o se se ne parla guai ad ammettere che esista, alla faccia del negazionismo. Anzi, per evitare di affrontare la questione si è pensato di far ricorso all’irresponsabilità dei giovani che si assembrano e, privi di mascherine, sarebbero, secondo la versione dei media mainstream, l’unico temibile serbatoio di Covid nel Paese. Brutte persone i giovani, così egoisti e superficiali da mettere a repentaglio la società, di cui rappresentano una quota importante, con la loro irresponsabilità. Peccato che, come nelle Srl, la loro sia una responsabilità limitata al contesto e al momento politico. Definirli bravi, intelligenti e responsabili oppure mostri è questione di poco. Questi ragazzi, oggi così irresponsabili da non salvare né il mondo né i nonni, sono i medesimi che il ministro dell’istruzione invitò, nel nome delle regole, a scioperare contro la plastica e il riscaldamento globale. Al tempo erano così responsabili, corretti, sensibili, regolati. Schiere di giovani sardinati che responsabilmente marciavano “tutti contro uno”, l’orco Salvini, e allora piacevano tanto alle stesse testate giornalistiche che oggi li definiscono untori decerebrati. Che mondo meraviglioso è il nostro: se sei giovane, oggi sei un eroe, domani il peggior criminale. L’importante è essere funzionale a qualcosa o qualcuno. Che strano, è esattamente lo stesso destino di noi sanitari nell’era del Covid: ieri angeli salvatori della patria, oggi indagati, insultati e umiliati con una mancia, peraltro mai percepita per cavilli kafkiani, da un Governo, un sistema giudiziario e un mondo dell’informazione, tutti accomunati da uno spiccato senso dell’umorismo.

https://vimeo.com/234482460

Sarà capitato anche a voi 

di avere una musica in testa, 

sentire una specie di orchestra 

suonare suonare suonare suonare, zum zum zum zum zum zum zum zum zum, 

la canzone che mi passa per la testa, 

non so bene cosa sia 

dove e quando l’ho sentita, 

di sicuro so soltanto che fa 

zum zum zum zum zum zum zum zum zum, Ecc. Ecc.

Ci vuole una certa età per ricordarsi questo motivetto. Era come un mantra ed io, seppur bambinetto, la ricordo come fosse stata cantata ieri per la prima volta. Quel zum zum zum zum zum zum zum zum zum è come un richiamo irresistibile, una voce che attira chi l’ascolta lontano dalla realtà, come il flauto magico del pifferaio di Hamelin. Lui se ne intendeva di suoni ipnotici e dopo aver derattizzato la cittadina danese, scontento per non essere stato retribuito, ha ben pensato di de-cittadinizzare Hamelin, riservando ai suoi ingrati abitanti la stessa fine delle zòccole affogate. In questi giorni i pifferai dei media del PPC (Partito Politicamente Corretto) hanno, tanto per cambiare, corretto bene il tiro sulle notizie in prima pagina. Ormai il caso nazionale è “i furbetti dei seicento euro del bonus Covid”. Tutta Italia si indigna, guidata da flautisti esperti come Travaglio, Scanzi, Gomez, Serra e compagnia cantando, anzi suonando. Solo gli ipoudenti o gli affetti da sordità totale, ignorano i pistolotti moralisti suonati da quella larghissima schiera di flautisti dell’indignazione facile e unidirezionale. Immuni dalle note musicali distraenti del giornalismo à la page, si sono resi conto che mentre il Paese inorridisce per quattro o cinque Parlamentari, scoperti nell’esercizio della propria meschineria, la Giustizia, intesa come sistema, è ormai un deserto di macerie. Zitto, zitto il Guardasigilli, (forse durante la vicenda Palamara e tutte le altre non emerse, non stava guardando i sigilli, ma fissava qualcos’altro), ha approvato un testo di riforma del CSM che andrà in Parlamento, efficace come uno spruzzo di Autan contro il Covid 19.

https://www.ilsole24ore.com/art/sorteggio-quote-rosa-e-stop-porte-girevoli-pista-delega-che-riforma-csm-ADlbuRi?refresh_ce=1

Tutto ciò nel silenzio totale dei media più gettonati del Paese. Tutti a commentare i seicento euro richiesti da cinque pidocchiosi (…e certamente molti di più) piuttosto che rabbrividire per ciò che si rischia varcando l’aula sbagliata di un Tribunale. Inquieta l’inerzia che lo Stato adotta quando c’è da entrare in un Sistema di potere come quello, ma evidentemente non abbastanza per interessare l’informazione e i cittadini. Certo, chi non ha mai vissuto in prima persona esperienze giudiziarie finite male o bene ma dopo anni di distruzione morale, psicologica e fisica, normalmente sbraita giudizi prendendosela con l’integrità divina di tutti i magistrati solo per il fatto di chiamarsi così. Poi, quando qualche benpensante progressista con l’erre moscia, finisce nel tritacarne, domina il silenzio di tomba esistenziale. Chi però non sta zitto e non segue le sinfonie narcotizzanti dei pifferai mediatici è considerato canea rabbiosa. Per favore se c’è qualcuno che ha problemi di udito e non riesce a seguire zum zum zum zum zum zum zum zum zum la canzone che vi passa per la testa, per favore batta un colpo!

grazie

https://twitter.com/guidocrosetto/status/1288367682757308416?s=21

Clamorosa rivelazione del Direttore de “La Stampa” su la7! «Tra le leve che spingono questo Governo a nascere, lo dobbiamo riconoscere, c’è la tutela dell’esigenza di preservare un’ordine mondiale perchè, diciamolo chiaramente, un’ordine mondiale esiste, c’è. Sono le esecrate elìte, sono i tecnocrati, chiamiamoli come vogliamo, però tutto quello che rappresenta una minaccia all’ordine costituito viene guardato dalle cancellerie e dalle tecnostrutture con qualche preoccupazione: Salvini era una minaccia a questo ordine costituito. Non sto dicendo che necessariamente fosse una minaccia democratica. Lo era per l’Italia, un po’ meno per l’Europa, ma per l’Europa era una minaccia perché rimetteva in discussione tutta una serie di certezze, giuste o sbagliate che siano, che erano state acquisite nei decenni.»

In queste chiare parole Massimo Giannini, direttore de La Stampa dice sostanzialmente che 1) la democrazia è solo uno scherzo spiritoso, 2) la sovranità italiana è come un vestito di carnevale e soprattutto, 3) almeno sul piano del suffragio, come cittadini non contiamo un c…o. A rivelarlo non è l’addetto stampa di Pinochet o la “canea”, così definita da Michele Serra, fascioleghista antigovernativa, ma un giornalista proveniente da Repubblica, oggi Direttore di uno dei maggiori quotidiani italiani moderati. Con estrema serenità egli ha affermato cose che chi non è di sinistra e gode di qualche neurone sano per porsi dei perché (prima di dare libero sfogo alla lingua), pensa e sostiene da sempre. Il tema  però non è il virtuoso ravvedimento di Giannini che, probabilmente, fosse stato ancora un semplice dipendente di Repubblica, non si sarebbe mai ravveduto, ma il suo candido pragmatismo. Il tono delle sue parole è quello di chi sostanzialmente dice: Voi che avete fiducia nell’efficacia di un voto democratico davvero ci credete? Nessuno di voi sapeva che votare è pleonastico? Tanto sono “le Cancellerie”, “le tecnostrutture” e “l’ordine mondiale” a decidere cos’è e cosa non è necessario per il nostro Paese e non certo voi, ingenui elettori. Giannini con quelle parole ritiene del tutto naturale che, qualora Salvini, Meloni e Berlusconi rischiassero (come sembra evidente) di vincere a mani basse le elezioni, basterebbe abolirle o eventualmente cancellarli dalle scene politiche. Se infatti avessero già vinto, basterebbe il solito avviso di garanzia assestato con il metodo impropriamente definito “Palamara” per accontentare le élite dell’ordine mondiale. È inutile far credere che quel tipo di strumento lo abbia inventato il vituperato ormai ex magistrato: i Palamara e gli avvisi di garanzia a orologeria esistevano già da decenni. Come si spiega che sul Corriere della Sera campeggi in prima pagina la faccia scavata del Governatore di Centrodestra della Lombardia, con i suoi problemi giudiziari e non vi sia traccia del faccione di quello di Centrosinistra della Puglia con le indagini a suo carico sui finanziamenti illeciti delle primarie Pd? In compenso svetta tra i titoloni del Corrierone il nuovo incarico del leader pentastellato Di Battista improvvisatosi (…anche in questo caso) barman estivo nel locale di un parente al Lido di Ortona. D’altronde non c’era alcuna necessità di scomodare il Bildenberg per capire che le elezioni sono del tutto decorative: basta prendere atto dell’attività politica da mixologist dell’ex onorevole Di Battista. Il Recovery found dopo un Frozen Margarita ben miscelato ha tutto un altro effetto…

In tema di passato rivedere la storia per darne una rilettura, senza pregiudizi ideologici (né di segno negativo, né di segno positivo), è revisionismo. Sostenere teorie antistoriche e antiscientifiche attraverso l’uso spregiudicato e ideologizzato dello scetticismo, fino a negare l’esistenza di un fenomeno, è negazionismo. Questa è in estrema sintesi l’interpretazione che Treccani dà dei termini revisionismo e negazionismo. La storia tuttavia non è la scienza e il metodo per avvalorare quest’ultima non è esattamente lo stesso per dimostrare fatti accaduti nel passato, a oggi ancora dibattuti.  In pieno revival anni ‘70 sta tornando di moda lo sloganismo. Basta appunto uno slogan o un termine, spesso inappropriato, per etichettare le opinioni sgradite. Dalla discesa costante della curva epidemica ormai ogni rilettura, in termini attuali, del fenomeno Covid 19 è liquidata dai sostenitori del lockdown perpetuo come negazionista. Per costoro l’epidemia virale e l’Olocausto sono di fatto sovrapponibili in quanto a sacralità di contenuti. Chi si permette di sostenere che il numero di contagi si sia ridotto, che la gestione della patologia sia ormai più domiciliare che ospedaliera, che, con il distanziamento e le misure di protezione con mascherina nei locali chiusi, sia possibile ricominciare a condurre una vita regolare, viene tacciato come A. Butz o D. Irving, noti negazionisti storici dell’Olocausto e dei crimini nazisti. Guai a criticare la proroga dello stato di emergenza del Governo Conte, guai a esprimere ottimismo per i numeri che attestano la riduzione della letalità e la stabilità della curva epidemica ai minimi storici dall’inizio dell’epidemia. Oggi chi si scaglia contro tali evidenze? Chi fino a qualche mese fa sosteneva che si dovessero abolire i vaccini perché tossici, inutili e fonte di oscuri intrallazzi finanziari. È in atto una miracolosa conversione governativa di ex negazionisti in affermazionisti dell’ultima ora. Basta sentirsi filo governativi per diventare lungimiranti illuminati scientifici. Se non altro, nel mondo scientifico (quello vero) il revisionismo non solo è connaturato al metodo, ma è la fonte primaria del miglioramento delle conoscenze. Se, dopo questo post, per insultarmi mi appioppassero del “revisionista” ne sarei fiero, soprattutto in funzione di chi non ritiene di revisionare mai nulla, magari per motivi di interesse ideologico, se non privato. Se revisionismo è rivedere i fenomeni per darne una lettura attualizzata, senza pregiudizi ideologici (né di segno negativo, né di segno positivo), allora mi sento un revisionista convinto. Lo stigma di “negazionista” lo lascio volentieri a chi si siede in Parlamento e sostiene che viviamo non su un globo terrestre ma su un enorme campo di calcio galleggiante nel cosmo, che tutti i nostri mali derivino dalle scie chimiche e che le donne non debbano fare mammografie ogni due anni perché chi le prescrive sovvenziona la General Electric. A costoro propongo una breve rilettura, magari utilizzando Wikipedia, del pensiero di Galileo Galilei: lui di negazionismo (subìto) ne sapeva qualcosa…