La tolleranza arriverà ad un tale livello che alle persone intelligenti sarà vietato fare qualsiasi riflessione per non offendere gli imbecilli” attribuita sui social a Fëdor Dostoevskij, ma priva di alcuna prova su una sua reale paternità, non è un sinistro presagio del passato. Oggi, semmai, tra le “persone intelligenti”, ci sono anche quelle che, non avendo il tempo riflettere per il proprio impegno sociale ed ecologico, vietano a scrittori e autori del passato di tramandare la propria narrazione. 

In Canada è esploso il caso di una trentina di libri bruciati in una scuola dell’Ontario con l’accusa di veicolare stereotipi negativi sugli abitanti delle Prime Nazioni, gli autoctoni, su Inuit e meticci. Con la stessa motivazione oltre 4.700 volumi sono stati ritirati dagli scaffali delle biblioteche di altre 30 scuole, valutati come offensivi per le immagini che proponevano. https://www.agi.it/estero/news/2021-09-10/libri-bruciati-canada-13814902/

Tra questi figurano Tintin nelle Americhe, la Conquista dell’Ovest di Lucky Luke, Asterix e gli Indiani, due biografie dell’esploratore francese Jacques Cartier, tutti valutati come offensivi per la rappresentazione stereotipata degli indiani d’America contenuta nelle varie opere. “Seppelliamo le ceneri del razzismo, della discriminazione e degli stereotipi con la speranza di crescere in un Paese inclusivo, dove potremo tutti vivere nella prosperità e la sicurezza” ha dichiarato il portavoce del consiglio scolastico, argomentando il rogo e aggiungendo che si trattava di libri dal “contenuto superato e inappropriato”, giustificando così un gesto “di riconciliazione con le Prime Nazioni”.

Non so se appiccare incendi ai libri sia un gesto di riconciliazione oppure se ergersi a giudice di cosa sia superato o appropriato faccia vivere il mondo in prosperità e sicurezza, ma incenerire Asterix senza comprenderne il senso ironico o TinTin o qualunque altra fonte autoriale del passato, oltre a placare l’animo radical chic di qualche liberal anglosassone al caviale, non ridà certo dignità alle popolazioni native oppresse nella storia. La stragrande maggioranza degli uomini, chi più chi meno, sono stati oppressi e le narrazioni nei secoli hanno interpretato nei modi più svariati i fatti accaduti. Oggi, che piaccia o meno, siamo anche il prodotto di quelle narrazioni e fare un passo avanti incendiando il passato è solo ciò che riteneva utile il re degli Unni nella sua avanzata dustruttiva. Solo gli “intelligenti” di oggi, quelli pieni di certezze social, pensano di cassare la storia e il nostro linguaggio, abbattendo statue, ricoprendo di vernice targhe commemorative, bruciando la carta dei volumi, storpiando la grammatica per risarcire, più che singole persone con lo loro storia, generi biologici. Noi “imbecilli”, pieni di dubbi e senza riferimenti assoluti, se non l’abitudine di perdere tempo a cercare di capire e ad approfondire ciò che ci viene tramandato, tendiamo a conservare ciò che leggiamo, immaginando che anche le cose negative del passato sia meglio vederle per ciò che furono al loro tempo. Questo tempo di oggi è troppo complicato e come sostenuto da Federico Fellini nell’ultimo film di Sorrentino: «La realtà è scadente…»

Premetto che questo è un post scritto qualche settimana fa. Oggi non avrei la testa e la voglia per comporlo visto il mio lavoro in uno dei maggiori ospedali cittadini. 

Basta rivolgersi a un qualsiasi social o a uno dei tanti talk show dove l’infodemia impazza per rendersi conto dell’impressionante numero di polemisti il cui lavoro è tutto racchiuso in questo aggettivo. Un ossessivo loop di invettive contro ogni decisione di qualsiasi autorità costituita, non importa se Governo, Giunta regionale, Comune, Asl. In tempo di pace sarebbe il sale della democrazia, di questi tempi è uno stridente esercizio di informazione autoreferenziale. Non serve a ravvivare un dibattito che, durante un’emergenza sanitaria, non è funzionale, a meno che non fornisca alternative valide a chi ha l’onere di prendere decisioni. Se la casa sta bruciando e si è dentro le fiamme è inutile provocare zuffe su chi sarebbe stato più adeguato a evitare l’incendio ormai già scoppiato. L’unica cosa da fare è uscire fuori di corsa, supportando chi è in maggiore difficoltà. Se solo la metà dei polemisti in attività si trasformasse in “costruttusti”, magari fornendo nuove alternative a chi le ha esaurite tutte, forse riusciremmo a essere fuori dalla casa in fiamme, tutti sani e salvi. Ciò che è avvilente in una condizione di stress del Servizio Sanitario Nazionale, in particolare negli ospedali di tutto il Paese, è l’assoluta amnesia dei suddetti influencer nei confronti di medici, infermieri, Oss, e tutti quelli che a qualunque titolo sacrificano le proprie vite e il proprio equilibrio psicofisico a curare senza se e senza ma tutti quelli che ne hanno bisogno e sottolineo tutti! È vero, è la nostra missione, ma, oltre ai dibattiti polemici, esistiamo anche noi! Si scrive e si parla solo dei conflitti tra No Vax, Ni Vax, Si Vax, di Green pass, Governi inadeguati, di errori da parte di chiunque abbia l’onere di decidere, ma, tra questi professionisti della rissa chi aiuta coloro che curano tutti, senza distinzione di pensiero? Chi sottolinea l’abnegazione di chi lavora con turni di dodici ore e non vuole essere chiamato eroe, ma chiede solo di non essere dimenticato o, peggio, derubricato come uno che fa solo il suo dovere?

Ma chi fa libera informazione in rappresentanza di sé stesso che doveri avrebbe oltre a decidere chi ha danzato meglio a Ballando sotto le stelle o chi su Twitter, dopo aver incendiato le polveri, scrive ai suoi lettori: ” Siate British nei commenti: offendere è inutile e comunque sbagliato 🙏🏻”. (altro…)

Dalle parole di altri post pubblicati su questo blog si intuisce chiaramente cosa non mi piace di Roberto Saviano, ma questa volta a non piacermi è il sistema che egli stesso contribuisce ad alimentare come un semplice piccolo ingranaggio. Forse lui stesso lo ignora ma si può immaginare di essere un singolo pensatore, libero da vincoli e, in realtà, essere un’avvilente strumento di massificazione del pensiero. Nel sistema del politicamente giusto, dove apparentemente si sostiene uguaglianza e parità in tutto, ad esempio, il mondo giudiziario è buono o cattivo a secondo della convenienza. Nella fattispecie di Saviano si può parlare di convenienza ideologica, ma pur sempre di difesa di un interesse. Il caso di Domenico Lucano, detto Mimmo, è l’ennesimo paradigma. Roberto Saviano, che ha il privilegio di scrivere e firmare i propri pensieri firmati sul Corriere della sera, difende il cosiddetto modello Riace, ingegnato dall’ex Sindaco della cittadina siciliana, a causa del quale quest’ultimo è stato condannato in primo grado da un Tribunale. 

https://www.corriere.it/cronache/21_dicembre_14/saviano-difendo-modello-riace-mimmo-lucano-87f55760-5c3f-11ec-bffd-a5b591fe54d1.shtml

Premetto che per me e, spero, per il maggior numero possibile di persone, Domenico Lucano è innocente fino all’ultimo grado di giudizio. I reati a lui ascritti sono numerosi e gravi, ma in altre occasioni clamorose dove lo sfruttamento dell’accoglienza dei migranti è stato dimostrato da altri Tribunali del Paese (o anche rimasto presunto) il trattamento da parte dell’informazione e dei soliti intellettuali è stato dai pesi e dalle misure diverse. Saviano, nel suo articolo parla di un modello che sceglie tra bene e male, di un’alternativa ai casermoni, alle palestre, agli hotel affittati in cui disperati vengono stipati speculando sul cibo che poi risulta riso e acqua, di non pagamento dell’Irpef comunale e nemmeno dell’occupazione del suolo pubblico per le attività commerciali, di scuolabus gratis, di carta d’identità non tassata, non di esempio di accoglienza ma di modello di cittadinanza. Premesso che il contenuto di quanto egli sostiene è tanto suggestivo quanto insostenibile in uno stato sociale e di diritto, in una qualsiasi realtà che non alberghi nelle sue utopie, ma il punto è un altro. Se invece del politicamente corretto Domenico Lucano avessero condannato a 13 anni di reclusione in primo grado un rappresentate pubblico non di sinistra (o non allineato), per i medesimi reati, si sarebbe realizzato un linciaggio di tutta l’informazione senza se e senza ma. Quando la realtà processuale si utilizza per giudicare quella reale, quando un singolo ha il potere conferitogli dalla sua influenza di decidere chi è onesto, chi non lo è, chi è mafioso, n’dranghetista, camorrista e chi non lo è attraverso atti giudiziari e all’occorrenza opinioni personali, a mio parere si tratta semplicemente di convenienza, pur se ideologica. Il fatto è che, se ad agire per convenienza sono io che annovero un numero di lettori esilarante c’è poco da influenzare, ma se lo fa Saviano qualche milionata di persone penserà che la legalità si riduca a una questione di pensiero, magari dalle sfumature rossastre.

 

Fantozzi osò chiedere al mega direttore galattico con tanto di tuono sconquassatore: «…ma, mi scusi, ma, sire, non mi vorrà dire che lei è comunista…»

Fu ed è tutt’oggi un cult letterario e cinematografico quello del ragioniere più oppresso d’Italia. Paolo Villaggio tuttavia rese una delle metafore più efficaci in tema di oblio della persona nei sistemi sociali in un simbolo politico ben preciso. Lo stesso Villaggio, già iscritto al PCI, scese in campo nelle file di Democrazia Proletaria per le elezioni politiche del 1987 nel listone rosso che comprendeva formazioni sparse della sinistra radicale come il partito di unità proletaria per il comunismo, avanguardia operaia, movimento lavoratori per il socialismo, i gruppi comunisti rivoluzionari. Peccato che la narrazione del ragionier Ugo Fantozzi rappresenti il più coerente archetipo di società comunista postbellica del blocco sovietico. Era la sublimazione dello Stato kafkiano che stritola l’individuo riducendolo in un insignificante suddito, quello nel quale nessuno sa chi è davvero lo Stato, nessuno sa di chi è servo, perché è un sistema fatto per opprimere il singolo rendendolo solo parte di una massa informe di sottomessi a un potere invisibile, di cui si sospetta persino l’immaterialità. Il mondo di Fantozzi, più che quello dell’Italia del 1974, sembrava ambientato in una Praga, una Budapest, una Varsavia stritolate dallo statalismo comunista del blocco sovietico prima della caduta del muro. L’equivoco ideologico dell’indimenticabile autore di Fantozzi era al tempo stesso denunciare l’alienazione appiattita di una società schiacciata dall’omologazione e dal servilismo verso il potere piramidale dell’autorità statale e sventolare la bandiera (rossa) di chi quel potere l’ha ideato e reso reale nell’est europeo e in molti altri paesi del mondo. Tutti abbiamo immaginato che la causa di quell’oppressione fosse la gerarchia sociale che l’abbrutito ragioniere cercava di scalare invano, ma ci sbagliavamo. Nella bolgia dantesca dei personaggi fantozziani, da Filini, alla Signorina Silvani, al Geometra Calboni c’è tutta la tragedia umana della società unica dei paesi comunisti dove le due opportunità per sopravvivere all’omologazione del sistema erano e sono diventare schiavi di quest’ultimo, sulle pelle di altri servi, o isolarsi per perire da dissidenti al grido di: «La corazzata Potëmkin è una cagata pazzesca!»

No wrong no right

Im gonna tell you theres no black and no white

No blood no stain

All we need is one world wide vision

One flesh one bone

One true religion

One race one hope

One real decision

Niente di sbagliato, niente di giusto

Ti dirò che non c’è nero e non c’è bianco

Niente sangue, niente vergogna

Tutto ciò di cui abbiamo bisogno è una visione totale

Questo è ciò che cantava Freddy Mercury in One vision, ma inutilmente. Lui sì che aveva vissuto da giovane sconosciuto, prima del successo, lo stigma del “diverso” per provenienza, colore della pelle e orientamento sessuale, ma nonostante tutto ha capito che ciò che conta non è includere o escludere, ma capire la realtà nel suo insieme. Ed ecco fulgidi esempi di incomprensione e visione microscopica del reale:

Qui a Torino un noto Liceo classico inventa questa misura di “inclusione” di fatto escludendo nella comunicazione i generi. In breve, nei documenti ufficiali non utilizzerà più sostantivi e aggettivi connotati, ma l’asterisco, quindi non più “studente”, ma “student*”, non “iscritti”, ma “iscritt*”, non “ragazzi” ma “ragazz*.

https://www.lastampa.it/torino/2021/11/19/news/rivoluzione_al_cavour_d_ora_in_poi_nelle_comunicazioni_si_usera_l_asterisco_invece_che_femminile_e_maschile-464815/

Nella civilissima Norvegia il servizio postale nazionale, Posten, immagina un Babbo Natale gay in compagnia di un amante/marito.

https://www.ilgiornale.it/news/politica/se-anche-babbo-natale-deve-diventare-gay-1992098.html

Premesso che le lingue del mondo per poter svolgere il proprio ruolo sono conformate il più possibile alle esigenze reali e cercare di forzarle continuamente attribuendo ad esse colpe che non hanno è paradossale. Inoltre, a meno che dai sette, otto anni in poi non mi sia sbagliato nel non credere più  a Babbo Natale, Santa Claus, Père Noël, Weihnachtsmann che voglia dirsi, mi risulta che quest’ultimo sia un simbolo per tutti i bambini del mondo i quali non credo abbiano un grande interesse per la posizione gender del proprio beniamino.

Tornando a Freddy Mercury, Brian May il grande chitarrista dei Queen, si è espresso sulla questione. Gli organizzatori dei prestigiosi premi musicali, Brit Awards, hanno annunciato che dal 2022 faranno a meno delle categorie di genere nel consegnare i riconoscimenti ai migliori artisti. L’obiettivo, hanno spiegato, è rendere «lo show più inclusivo». May ha risposto che Freddy Mercury «Era un musicista, un amico, un fratello. Veniva da Zanzibar, non era inglese e nemmeno bianco, ma non importava a nessuno, non ne abbiamo neanche parlato. Non ci siamo mai chiesti se fosse il caso lavorare con lui, se avesse il giusto colore della pelle o la giusta tendenza sessuale. Non è mai successo e il fatto che oggi si debba pensare a tutto questo mi spaventa» aggiungendo che oggi i Queen non avrebbero potuto vincere un Brit Award perché non rispettosi degli attuali criteri di diversità: «Saremmo stati costretti ad avere nella band persone di colore diverso, sessualità diverse, una persona trans. Ma la vita non è così. Possiamo essere separati e diversi».

Ringraziamo sempre il politically correct perché con queste iniziative continua a dimostrare di promuovere ciò che intende combattere alla faccia di One flesh, one bone, One true religion, One race one hope, One real decision…

Ma quanto sono diventati comunisti i leader della destra italiana. Le battaglie che si ostinano a chiamare “di libertà” ricordano ambientazioni sessantottine che, se non ci sarà una rapida inversione, rischiano di trasformandosi in lugubri e violenti scenari settantasettini. Gli slogan delle piazze rosse di cinquant’anni fa tipo Contro i sensi vietati, le strade del possibile/Articolo 1: è proibito proibire. Articolo 2: l’articolo 1 è abolito./Ora e sempre resistenza, sarebbero adattissimi alle attuali manifestazioni dei week end nei centri delle grandi città apertamente difese dalle due forze principali del centrodestra. Non c’è una sola ragione valida, ideologica, politica o semplicemente elettorale per cavalcare libertà che che non hanno nulla a che fare con la Libertà con la “L” maiuscola. Anzi, l’elettorato tipicamente non di sinistra, dopo queste posizioni nichiliste, si è ritirato in buon ordine. Ma, oggi come allora, chiunque dissenta da quelle linee di “non pensiero” è considerato dai comunicatori pseudo liberali un dittatore sanitario. Non una proposta seria e motivata, da parte di quei leader, non una soluzione definitiva, che peraltro non sembra esistere, visto che ogni paese ne ha adottata una senza mai risolvere l’epidemia, definitivamente. Quando e se il Centrodestra vincerà le elezioni, mi piacerebbe sapere, cosa farà per limitare o addirittura azzerare i danni della pandemia.

La sfiducia per la scienza instillata da quei leader politici e, soprattutto, dai loro sostenitori dell’informazione sta alimentando confusione e paura. Chiamano medici e infermieri, che promuovono l’utilizzo dei vaccini, “ultrà sanitari”, paragonandoli ai condannati per il triste caso degli affidi illeciti di Bibbiano. Titolano sulle prime pagine “Taroccano i dati sui contagi dei bimbi” facendo il verso all’attore “no vax”, “no pass”, “no 5G” Enrico Montesano che scandiva slogan tipo “Giù le mani dai bambini!”. Tutto ciò che si decide viene spacciato per un complotto della politica, ma l’unico effetto è la paura instillata nella gente. La scienza non è infallibile, d’altronde nulla lo è. Se scelgo di non fidarmi più di un medico, di un ospedale, di un farmaco, perché mi dovrei fidare dell’inchiostro per i tatuaggi, dei componenti di saponi e shampoo, dei cibi serviti nei ristoranti o dell’effetto sulla nostra pelle dei tessuti dei vestiti che indossiamo tutti i giorni? Se smetteremo di fidarci di ogni cosa, alla fine, ci rimarrà la libertà di chiuderci in casa, e lasciarci morire, in compagnia solo della nostra paura. In alternativa, con un gesto, che non c’entra nulla con la Libertà, potrei evitare di morire di Sars Covid19, non occupare un letto di un ospedale se mi ammalo di qualcosa di acuto che potrei facilmente evitare, oppure non dovrei sottopormi a svariati test per fare cose che altrimenti sottoporrebbero altri al rischio di infezione. Ultima considerazione paradossale: oggi uno tra i più credibili osservatori di destra dello scenario mediatico è un marxista che dirige un quotidiano dal titolo che evoca in pieno lo spirito riformista, con la “R” maiuscola.

A ognuno la sua libertà o (L)ibertà …

Un ragazzo del Politecnico di Torino presenta una tesi di laurea interessantissima.

https://webthesis.biblio.polito.it/17864/1/tesi.pdf

Sintetizzo i passi più interessanti.

Il primo esempio di disinformazione risalirebbe al IV secolo a.C. ed è la lettera mai scritta dallo spartano Pausania, in cui affermava di voler tradire i greci per passare dalla parte del popolo persiano di Serse e per la quale venne accusato di alto tradimento, quindi murato vivo.

Più di recente, sul piano storico, è la manipolazione fatta da Stalin al testamento di Lenin per nascondere la sua avversione a pensarlo come successore. D’altronde l’Unione Sovietica, sin dalla nascita del KGB, ha sempre avuto un dipartimento che si occupava di disinformazione: il Dipartimento “D”, dove D sta per dezinformacija, nel quali si conducevano esperimenti per testare i potenziali effetti della disinformazione sulle dinamiche sociali, per creare una nuova forma di guerra non convenzionale. 

Le notizie false o falsate, secondo il sito di debunking BUTAC (bunk nel linguaggio informale sta per “fesseria” o “fandonia”, con l’aggiunta del prefisso de- indica l’azione di rimozione, per cui la parola debunking significa smentire, sbugiardare le notizie false.) è possibile classificarle in diversi modi, tra cui le cosiddette notizie con dati e fatti parziali. Si tratta di notizie che forniscono una visione incompleta dei fatti, sottolineando solo alcune informazioni e tralasciandone altre che potrebbero sminuire la visione proposta. Un esempio è quando si afferma che nei vaccini ci sono nanoparticelle meccaniche (vero), senza però dire che i quantitativi sono inferiori a quelli che normalmente ci sono in un bicchiere d’acqua. Omettere il termine di paragone, scomponendo le informazioni può distorcere completamente il significato della notizia.

Oggi il “giornalismo a tesi” e cioè la trattazione di un argomento caro a una fetta di pubblico, che però analizza solo le cose che confermano una determinata tesi sostenuta dal giornalista o dall’intera redazione, è diffusissimo. Difficile trovare un talk show o un programma di approfondimento che non usi quel metodo. Lo scopo è svalutare, non approfondire, ciò che invece confuta quella tesi. Si potrebbe dire che per i giornalisti l’obiettivo sia cambiato: non più raccontare la verità oggettiva dei fatti, ma catturare un determinato pubblico. Alcuni come Report affrontano temi tosti, che pochi altri hanno il coraggio di toccare, fa vedere numeri, documenti, intervista esperti e i telespettatori si fidano. Quanto più il tema è accessibile e vicino alle persone, tanto più queste cominciano a porsi domande e la fiducia aumenta. Report è un programma di montaggio, non ha la diretta, dunque la narrazione dipende tutta dal montaggio. Questo modello funziona finché non c’è un botta e risposta, fino a quando qualcuno non si mette a controbattere e a fare fact checking in tempo reale. In quel caso, l’appeal giornalistico però crolla. 

Se avete voglia leggete cosa scrive una studiosa https://www.mountsinai.org/profiles/ilaria-mogno sull’ultima puntata di Report sui vaccini e forse riabilitiamo il povero Pausania murato vivo a Sparta…

https://www.ilriformista.it/chi-e-ilaria-mogno-la-scienziata-che-ha-fatto-a-pezzi-linchiesta-di-report-sui-vaccini-solo-sensazionalismo-259034/

Usare due pesi un tempo significava utilizzare un campione metallico per vendere, in realtà più leggero, e un altro più pesante per comprare. La frode consisteva nell’indicare, ad esempio con 1 kg, un peso metallico in realtà di 700 grammi: così la merce in vendita risultava più pesante e il compratore pagava di più senza saperlo. D’altra parte se il mercante disonesto i prodotti li acquistava usava un campione che pur indicando 1 kg ne pesava 1,2 così da acquistare più merce a minor prezzo. Il mercante possedeva quindi due campioni che, sebbene indicassero 1 kg, avevano due pesi reali differenti. L’Accademia della crusca chiarisce le origini di “due pesi e due misure”. Tale concetto è addirittura biblico e si trova nel libro sapienziale dei Proverbi di Salomone dove c’è il seguente versetto:

Pv. 20, 10: pondus et pondus, mensura et mensura, utrumque abominabile apud Deum.

“Doppio peso e doppia misura,/ sono due cose che il Signore aborrisce”

Il moderno doppiopesismo è una perfetta applicazione del concetto di frode perpetuato da qualche migliaio di anni. In un programma TV su La7, Atlantide, Andrea Purgatori ha intervistato Paolo Mieli che, mentre sponsorizzava il suo ultimo volume, ha dichiarato che tra i morti fatti da Hitler e quelli causati da Stalin ci fu un sostanziale discrimine. In breve, Mieli ha sostenuto che ci fu una bella differenza essendo stati i primi vittime di un genocidio e i secondi ammazzati  per meri motivi politici. Non conosceremo mai la vera proporzione di quella “semplice” eliminazione in massa di dissidenti cominciata molto prima dell’avvento dei nazisti in Germania e proseguita decenni dopo la seconda guerra mondiale; nessuno si è mai preoccupato di calcolarlo veramente come giustamente fatto nei confronti dei criminali nazisti e dei loro complici, ma il distinguo espresso da Mieli tra i due stermini, proposto a La7, ha reso quello dei gulag storicamente più accettabile.

Per motivi decisamente più banali Saviano viene rinviato a giudizio a causa di una presunta diffamazione ai danni della Meloni, per aver apostrofato lei e Salvini come “bastardi”.  “Oggi sono stato rinviato a giudizio – querelato da Giorgia Meloni – per aver esercitato il diritto di critica, il dovere di chi liberamente pensa. #Meloni querela per intimidire, per ridurre al silenzio, ma io non mollo!” ha tuonato su Twitter. Nulla di strano se non il fatto che, chi si è caratterizzato come paladino della legalità a tutti i livelli, non accetti pacificamente la semplice applicazione della legge che prevede per un insulto in pubblico una querela da parte dell’insultato per il reato di diffamazione, con un potenziale rinvio a giudizio. Non credo e probabilmente non lo crede neanche Saviano che la Meloni con quell’azione legale abbia tentato di zittirlo. Semplicemente c’è una parte offesa contro una parte, potenziale autrice di un reato, che però ritiene l’applicazione dalla legge nel suo caso personale un affronto alla libertà di espressione. Questa è la legge, anche se a volte per taluni ha un peso e per altri un peso diverso. Così come per altri ancora, umanità sterminate da dittatori ugualmente criminali, pesano diversamente, anche nel gelo dei giudizi storici.

Ogni ingiustizia ci offende, quando non ci procura alcun profitto come sosteneva un certo saggista del settecento, Luc de Clapiers, marchese di Vauvenargues. In questi giorni, dopo il G20 e il Cop26 di offesi pare ce ne siano diverse centinaia di milioni. I meeting sul clima, che, per gli acronimi, ricordano detersivi sul banco di un supermercato, hanno fatto strage di indignati. “Esiste in Cina un’acciaieria che produce emissioni come l’intero Pakistan!”Poiché la Cina fa largo uso di combustibili fossili per la propria energia tale circostanza è più che credibile, per cui tutti a scandalizzarsi, comprese le grandi multinazionali terrestri i cui tycoon furoreggiano nell’informazione globale come salvatori dell’ecologia mondiale. Jeff Bezos, l’uomo Amazon, annuncia di stanziare ben un miliardo di dollari per riforestare un pezzo di Sahara, ma la stragrande maggioranza di merci vendute da Amazon dove vengono prodotte? Nelle isole ecologiche danesi, alimentate da energia eolica? No, in Cina e in India, i principali inquinatori del mondo. Allora sono loro i cattivi? Può darsi, ma una trentina di anni fa, quando l’economia occidentale è andata in crisi, a chi e dove si sono rivolte le stesse multinazionali per i costi proibitivi della produzione in Europa e negli USA? La Cina e l’India con i loro tre miliardi di abitanti e le proprie politiche di scarso per non dire nullo impegno ecologico sono state la grande soluzione per delocalizzare a basso costo la produzione mondiale di merci. D’altronde, chi ha problemi come il sovraffollamento e il sottosviluppo, ha altre priorità. Poi sono passati tre decenni e chi in quei paesi era destinato a morire di miseria, oggi, al posto dei propri piedi per spostarsi, non ha la bicicletta ma l’auto elettrica, al posto del cielo stellato come tetto dove vivere, ha un appartamento di proprietà con luce, acqua, gas, che in qualche modo dovrà essere alimentato. Quindi, grazie a quell’interesse per il mercato prima stimolato dall’Occidente e quindi sposato in pieno dai governi cinese e indiano, gran parte di quei tremila milioni di abitanti asiatici pretendono, giustamente, di sedersi davanti a una TV accesa sorseggiando un tè caldo appena uscito da un bollitore elettrico. Ma l’energia chi gliela fornisce? Greta Thunberg e la sua guerra contro i bla bla? Pensare di convincere quei due paesi a indurre la propria popolazione a consumare meno dopo millenni di povertà con un semplice Cop26 è come convincere  Kim Jong un ad abdicare al comunismo e a impegnarsi a favore dei diritti umani dei Coreani del Nord. Una risposta sarebbe interessante attenderla da chi ieri andava in Cina ad aprire attività commerciali, arricchendosi, ma oggi si lamenta delle responsabilità degli stessi cinesi sul cambiamento climatico. Magari  Bezos oltre a dichiarare pubblicamente versamenti in dollari per piantare alberi nel deserto potrebbe ad esempio iniziare a vendere meno prodotti di manifattura asiatica, che però genererebbe mancati introiti ad Amazon ben superiori al miliardo sbandierato per l’Africa, ma il marchese di Vauvenargues ci ha già spiegato che il profitto ripulisce animi offesi e sensibilità indignate.

A proposito, pare che in Danimarca, a causa di un prolungato periodo di bonaccia, si siano riscontrati gravi cali energetici per inerzia delle pale eoliche…

 

Sono un nostalgico, ma non uno che rimpiange il passato. Non amo tutto il passato, mi piace ricordarne solo alcuni frammenti. Io, seduto su un divano di finta pelle bordeaux davanti alla tv; una Grundig in bianco e nero che trasmette Carosello. Sembra un’ambientazione di un volume di Elena Ferrante, ma, prima di andare alle scuole medie, non avevo mai indossato un paio di calzoni lunghi. Con i miei odiati pantaloni fino al ginocchio, sorretti da sottili bretelle, fissavo lo schermo che lampeggiava nell’oscurità del soggiorno di casa. In quel momento non mi interessava nulla di quei dannati calzoncini di flanella ed esisteva solo “L’uomo in ammollo”. Molti di voi si chiederanno chi fosse, ma la risposta corretta non è facile da dare. Certo, sul piano anagrafico è semplice: era un certo Franco Cerri, chitarrista jazz che per aiutarsi a vivere aveva accettato di fare l’attore in una cosiddetta réclame, così si chiamavano nei 60/70 gli spot pubblicitari. Ma questo non ci rivela nulla di quel ricordo che ogni tanto mi riaffiora nella testa. Già, perché insieme all’incredibile storia di quell’uomo che pochi all’epoca, ma anche oggi, conoscevano, proprio quella réclame mi scatenava emozioni inattese per un ragazzino della mia età. Il tono della sua voce, accompagnato da un lieve sciabordio dell’acqua, mi entrava direttamente nella testa e dopo si dirigeva in basso verso il petto. Era un timbro che sembrava sussurrarmi, “non devi temere nulla da ciò che ti circonda. Vedi io sono qui, in ammollo, e sto benissimo lo stesso. Non temere nulla”. Erano pochi secondi ma li avrei prolungati per sempre. Quell’uomo gentile, immerso in una vasca di vetro, che raccontava semplicemente la normalità, mi rasserenava. Pochi giorni fa è morto a 95 anni e molti della mia generazione lo ricordano proprio per essere stato l’uomo in ammollo di Carosello. Altri, pseudo musicologi e intellò con la puzza sotto il naso oggi, a causa di quella pubblicità,  si indignano perché lui in realtà, è stato tra i più importanti musicisti jazz del Paese. Ha collaborato con gente tipo Django Reinhardt, Wes Montgomery, Billie Holiday, Chet Baker, solo per citarne alcuni e quel ricordo banalmente commerciale li scandalizza. Ma il Jazz non è nato per essere musica di nicchia di un manipolo di radical chic sdegnosi. È permeato talmente a fondo nella cultura popolare da essere negli anni 50/60 un brand commerciale, che entrava tramite radio e tv nelle case delle persone comuni, come lo stesso Franco Cerri. E invece jazz, televisione, radio e ascoltatori hanno poi iniziato a separarsi fino ad arrivare all’attuale distacco. Oggi quel piglio elitario di chi suona quella musica, con ogni probabilità è dovuto alla scarsa considerazione mediatica nei nostri tempi. Ma Franco Cerri rimane per me, a dispetto dell’elite sdegnosa di ascoltatori jazz, un grande chitarrista autodidatta che ha segnato la storia della musica, anche se in ammollo nella vasca con acqua e detersivo, mentre il mondo intorno a me si fermava anche se solo per qualche secondo.