L’Associazione degli esuli della Venezia Giulia e Dalmazia ha stimato che in Italia esistono almeno undici strade dedicate al maresciallo Tito, comunista, massacratore degli esuli italiani e protagonista degli eccidi delle foibe. A Reggio Emilia,  a Parma, a Cornaredo, in Lombardia, a Nuoro, in tanti piccoli comuni italiani si omaggiano dittatori feroci, ma comunisti. Non mancano mai tributi a Mao Tse Tung, a Che Guevara, a Stalin, presente nella toponomastica di tante città, così come Lenin, gettonatissimo dai sindaci di sinistra e ricordato con una strada a Roma. Così come è facile imbattersi in  via Ho Chi Minh, in via Rivoluzione d’Ottobre, come fossero personaggi ed eventi da ricordare e idolatrare per aver dato un contributo positivo all’unanimità.  Cosa diremmo tutti se esistesse una via intitolata a Josef Mengele o ad Adolf Hitler, al netto di qualche idiota che ne propone l’istituzione. D’altronde qualcuno disse che l’estremismo è troppo facile. Hai la tua posizione e basta. Non devi neanche pensare. E quando vai lontano verso destra trovi gli stessi idioti che vedi a sinistra. Il problema è che il nostro è un paese per vecchi, (non persone, ma slogan). Tutti quelli che si fregiano di auto definirsi antifascisti e mai antitotalitari,  in realtà sono auto distratti da stereotipi che essi stessi alimentano.
A proposito di idolatria e strade, è morto a 73 anni Gino Strada, uno di cui ho apprezzato molto di ciò che ha fatto, ma nulla o quasi di ciò che ha detto. Probabilmente, per il tipo che era, questa celebrazione totemica non l’avrebbe apprezzata.

Condoglianze alla famiglia e un “fatevi furbi” ai santificatori post mortem.

I Romani usavano l’espressione gratias agere ovvero “rendere grazie”. Quando si pronuncia “grazie” anche davanti a un piccolo gesto, magari solo dinanzi all’intenzione, vi si attribuisce un inestimabile valore che nobilita oggetto e soggetto, una gratitudine sentita che è propria di chi percepisce l’intima statura delle cose, l’altezza di quel valore riconosciuto.

Roberto Saviano, in occasione dell’arresto di Maria Licciardi, nota esponente di una famiglia camorristica di Secondigliano, quella che ha ispirato il personaggio di “Scianel” nella serie TV Gomorra, ha scritto un articolo sul Corriere della Sera. È una sorta di lunga biografia criminale della protagonista dell’arresto e fin qui nulla di singolare.

https://www.google.it/amp/s/www.corriere.it/cronache/21_agosto_08/maria-licciardi-violenze-droga-l-alleanza-chi-boss-che-ispiro-scianel-4aea85c8-f7ba-11eb-83a2-ddb3d15a828f_amp.html

Per Maria Licciardi la famiglia è la radice di ogni profitto, di ogni ricatto, di ogni guerra. Se non esistesse il concetto di famiglia non esisterebbero le organizzazioni criminali. La famiglia è innanzitutto organizzazione, è mutuo soccorso ma solo verso chi ha il «merito» di condividere lo stesso sangue. Il matrimonio è un patto economico tra gruppi. I figli sono protezione del patrimonio e eredità. Le amicizie sono momentanee e utili se arrecano vantaggio. Chi crede che questo sia solo un comportamento delle famiglie criminali non ha abbastanza studiato le famiglie del capitalismo contemporaneo, macchina di controllo e competizione, di accordo e feroce ricerca di profitto. La criminalità organizzata è soltanto capitalismo nudo, senza infingimenti, e il concetto di famiglia di Maria Licciardi non è il solito familismo amorale di Banfield quanto piuttosto la regola della concorrenza, della competizione, del colpire prima di essere colpiti, di trovare la strada per ricattare, comandare, arricchirsi. 

Orbene, la suggestione sillogistica tra i matrimoni camorristici che servono a consolidare patti economici tra famiglie criminali così come quelli tra famiglie capitalistiche, suona come capitalismo = criminalità organizzata. Non è questa la sede per commentare una simile equazione, ma prima del 2006, anno di uscita del suo fortunato best seller, chi era Roberto Saviano? La Casa editrice del volume era un’anonima tipografia dell’Havana,  finanziata direttamente dal Comandante Fidel e distribuita gratuitamente in tutto il mondo o era l’Editore più capitalista d’Italia. Già, perché il Gruppo Mondadori ha continuato poi a contrattulizzarlo, nonostante Saviano sostenesse che i capitalisti  come Mondadori fossero come il boss Gennaro Savastano. A proposito di Gennaro Savastano, ma Sky non è era ed è uno dei gruppi mediatici più capitalisti della terra? E il successo della serie Gomorra in tutto il mondo lo si deve a pericolose macchine di controllo e competizione, di accordo e feroce ricerca di profitto che perseguono la regola della concorrenza, della competizione, del colpire prima di essere colpiti, di trovare la strada per ricattare, comandare, arricchirsi? Molto probabilmente la risposta è affermativa, ma non importa, perché nessuno pretende che Saviano, come gli antichi romani, renda grazie agli artefici del suo successo, a cui lui non sembra rinunciare affatto, ma semplicemente gli si chiede di non prendere per i fondelli un intero mondo che vive, volendo o no, di un capitalismo che, seppur spietato, egli paragona alle dinamiche criminali di chi il profitto lo cerca ammazzando, sottomettendo, togliendo la libertà di essere individui, un po’ come in quei luoghi dove gente come Saviano il capitalismo lo ha abbattuto immaginando un’alternativa rivelatasi peggiore del capitalismo stesso.

 

In nome del popolo italiano”: un film visionario. Dino Risi regista e sceneggiatore insieme a Furio Scarpelli e Agenore Incrocci, nel 1971, apre uno spaccato sul futuro del nostro Paese. È la cronaca dei nostri giorni preconizzati cinquant’anni prima. La scena finale del film è la semplice sintesi di ciò che siamo adesso, di chi esercita il potere con l’inganno, la cialtroneria, e lo sberleffo arrogante, di chi lo fa travestito da Stato, ma non per questo meno prevaricante e infine, del popolo tutto. Risi, mirabilmente, racconta queste tre variabili, immaginandole scomposte. In fondo tutto è popolo. Certo, mai omogeneo, non certo unito se non nella gioia di una vittoria sportiva. Politici, grandi imprenditori, banchieri, magistrati non sono estranei a quel popolo italiano caciarone che il Pubblico ministero Ugo Tognazzi scruta schifato, mentre è combattuto se conservare o eliminare le prove che scagionerebbero dall’accusa di omicidio l’odiato imprenditore Vittorio Gassman. Tognazzi, nel disprezzare quella canea  rumorosa e festante che si riversa nelle strade, (guarda caso per la vittoria dell’Italia sull’Inghilterra), rivede in ognuna di quelle persone volgari il volto di Gassman, identificando il male assoluto da combattere, non in un indagato, ma nel popolo italiano. Per questo decide di distruggere le prove di innocenza a carico del sospettato e condanna, non un futuro imputato prima del processo, ma un intero paese che egli in realtà detesta profondamente. 

Malagò Presidente del CONI a proposito della vittoria di Jacobs ai 100 mt a Tokyo: “Aberrante che non ci sia ius soli sportivo

Dino Giarrusso (sceneggiatore): “I risultati sportivi dell’Italia possono dare gioia e senso di unità però i problemi del Paese non vengono risolti dagli atleti

Marco Travaglio il giorno prima delle vittorie di Jacobs e Tamberi: “Dovevamo stupire il mondo e invece siamo sorpresi per le cocenti sconfitte“.

Gad Lerner: “Marcell Jacobs un grande bresciano (alla faccia di chi so io)“.

Dopo le vittorie italiane agli Europei di calcio e alle Olimpiadi molti tra i notabili social più influenti del Paese hanno espresso quel sentimento simile all’aria schifata di Tognazzi. Tutti a distinguersi da quella massa rumorosa e qualunquista che gioisce in canottiera su un’Ape Piaggio sfrecciante tra la folla. Branchi di intellettuali che barattano l’intelletto (quando esistente) con le vetrine social, dopo essersi distinti da tutti a suon di alzate di ditino. Quanto amo invece quell’orgia di folla festante, quel qualunquismo rumoroso che si dimentica per un po’ dello schifo di tutti i giorni. L’urlo dei tifosi allo stadio per un gol con tiraggiro, le braccia alzate e la gioia pazza dei concittadini degli atleti medagliati. Preferisco l’urlo sguaiato del fruttivendolo, che corre impazzito sul terrazzo in mutande avvolto nel tricolore, allo snobismo da 1000, 10.000, 100,000 like cinguettanti di chi si illude di non di far parte di quel popolo rozzo e malandrino, disprezzandolo via web, ma senza il quale non riuscirebbe a mangiare, se non trovandosi un lavoro vero. Non esulto sguaiatamente a ogni vittoria della Nazionale  per risolvere i problemi del Paese, lo faccio perché mi fa star bene come un italiano qualunque.

Grazie Dino Risi.

Domenica di inizio agosto pigra, come tutte le domeniche di inizio agosto. Butto l’occhio su un bell’articolo di Eleonora Barbieri su il Giornale https://www.ilgiornale.it/news/rowling-lunica-donna-che-pu-essere-insultata-1966202.html e riesco d’un tratto ad attenuare la noia. In breve, «Spero che ti ritroverai una bomba nella cassetta della posta» è solo l’ultimo gentile tweet recapitato a J.K. Rowling, nota autrice di Harry Potter, per le sue opinioni che dissentono dall’ideologia gender, alla faccia del ddl Zan che vorrebbe punire le idee “…non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”.

 

Rispetto il diritto di ogni persona trans di vivere in un modo che sia autentico e a suo agio.  Marcerei con te se fossi discriminato sulla base del fatto di essere trans.  Allo stesso tempo, la mia vita è stata plasmata dall’essere donna.  Non credo sia odioso dirlo.

L’idea che le donne come me, che sono state empatiche con le persone trans per decenni, sentendosi affini perché vulnerabili allo stesso modo delle donne – cioè, alla violenza maschile – “odiano” le persone trans perché pensano che il sesso sia reale e  ha vissuto conseguenze – è una sciocchezza.”

Se il sesso non è reale, non c’è attrazione per lo stesso sesso.  Se il sesso non è reale, la realtà vissuta delle donne a livello globale viene cancellata.  Conosco e amo le persone trans, ma cancellare il concetto di sesso rimuove la capacità di molti di discutere in modo significativo delle proprie vite.  Non è odio dire la verità.

Questi sono esempi di opinioni della Rowling. Condivisibili o no, non sembrano residui di una sotto coltura omofobo-nazi-fascista, anzi, è meglio ricordare le nette posizioni femministe della scrittrice. La solita domanda è: il problema è la suburra che la insulta, la minaccia e le augura una morte atroce o chi sfrutta strumentalmente l’ideologia gender fottendosene della difesa della libertà di espressione?

Tema Olimpiadi. La Carta Olimpica, documento ufficiale del Comitato Olimpico Internazionale, codifica i principi fondamentali dei Giochi. La prima edizione è datata 1908 e l’ultima 2013. 

Nel primo capitolo si precisa che la prima missione del CIO (e quindi dei giochi) è la non discriminazione, l’uguaglianza di genere e lo sviluppo sostenibile. Orbene, a Tokyo si sono celebrati due incontri senza avversari. Tohar Butbul, 27enne, judoka, è stato evitato da altri due judoka, uno algerino, l’altro sudanese, solo perché israeliano e, probabilmente, perché ebreo. Un alto esempio di “non discriminazione” degno di una Murgia o di un Fedez qualsiasi. Ma indovinate chi ha dato un’esempio di sportività e integrazione? Al termine della sfida dei sedicesimi di finale dei +78 kg, la saudita Tahani Alqahtani, e Raz Hershko, israeliana, si sono abbracciate, poi la 23enne Hershko, detta “Hercules” e che aveva vinto per ippon, ha alzato il braccio destro dell’avversaria nel gesto che si usa per rendere omaggio al valore della rivale.

https://www.ilmessaggero.it/sport/olimpiadi/judo_abbraccio_atleta_saudita_israeliana_olimpiadi_tokyo_2020-6111272.html

Due donne hanno aggiustato ciò che due uomini pseudoaltleti , ideologicamente e culturalmente disorientati, hanno stupidamente messo in discussione! 

Ma quanto è stato lungimirante il compianto Philippe Daverio nel coniare il titolo del suo volume Elogio delle donne (per fortuna sono diverse dagli uomini)?

 

When there′s no future, how can there be sin?

Quando non c’è futuro, come può esserci peccato?

We’re the flowers in the dustbin

Siamo fiori nel cestino

We′re the poison in your human machine

Siamo il veleno nella tua macchina umana

We’re the future, your future

Siamo il futuro, il tuo futuro

cantava Johnny Rotten all’epoca dei Sex pistols, ma il futuro c’e, esiste, eccome. È un futuro sempre più cristallino, illuminato da bagliori di pensieri elevati e competenza. Quest’ultima, scarsa o nulla nel Governo Draghi, a partire dallo stesso Presidente del Consiglio, si eleverà vertiginosamente nei prossimi anni con i governi Fedez/Ferragni. I Ferragnez o i Fedagni che vogliano dirsi, indicheranno, da neo-premier eletti, la via del luminoso avvenire del nostro Paese circondandosi di collaboratori di alta professionalità e soprattutto di straordinaria competenza come Selvaggia Lucarelli, Chef Rubio e Alessandro Gassman. Con loro nell’Esecutivo Marco Travaglio avrà  la strada spianata per la poltrona presidenziale al Colle per un glorioso settennato, fatto di giustizia promossa a suon di tintinnanti condanne e gioiose gogne giornalistiche. L’informazione sarà sotto la garanzia di Rula Jabreal che offrirà un ampio margine di espressione, purché strettamente confinato nel politicamente corretto, decidendo di volta in volta cosa è politico e cosa è corretto. Il mondo della Difesa sarà governato dalla Murgia che abolirà per motivi etici l’uso delle divise militari. Le sostituirà con una più comoda kefiah, con il simbolo di Hamas, non potendo imporre loro un sari indiano con disegni kashmir, fino ad abolire anche i militari stessi, obbligandoli da civili a sfilare in tutina di tessuto lamè ai Gay/Lgtb Pride indetti ogni giorno pari, così, perché fa fine e non impegna. Nel frattempo la Boldrini sarà dichiarata patrimonio dell’Unesco e relegata come icona da adorare in una villa a Capalbio dove, tra due stuoli di camerieri filippini, tutti i radical chic d’Italia si recheranno in pellegrinaggio per adorarla dietro una parete di vetro. Il dono più di moda sarà la bottarga di Orbetello al prezzo politico di cinquanta euro l’etto e tutti i devoti la depositeranno ai suoi piedi. Lei in cambio assegnerà a tutti i pellegrini di genere maschile un nome femminile sostitutivo, tanto per non offendere le donne oppresse. Il Papa sarà abolito, così come il Vaticano, e sarà sostituito da Fabio Fazio che trasferirà gli studi di Rai3 nella ex residenza del Pontefice sopra Piazza San Pietro. Ogni domenica mattina si affaccerà dal balcone e con lo strascico tenuto in mano dalla Litizzetto si produrrà in una diretta di “Che tempo che fa”. Dopo aver letto le sacre scritture di Saviano benedirà i buoni, corretti e di sinistra, scomunicando tutti gli altri, non prevedendo per loro alcun ravvedimento operoso. Lo sport sarà governato da ex atleti fortemente impegnati nel sociale, nel senso che tramite i social con i loro post apriranno milioni di menti ristrette e acritiche. Marchisio sarà il riferimento di tutti gli sportivi e, come neo sindaco di Torino, istituirà l’inginocchiamento obbligatorio per cinque volte al dì, rivolto verso la statua di Jen Reid, la giovane donna inglese di Liverpool, alla quale si è ispirato lo scultore Marc Quinn per l’opera in onore del Black Lives Matter.

Poi alle 7.30 è suonata la sveglia e dopo aver riaperto gli occhi mi sono ritrovato incastrato tra il cuscino e le lenzuola che mi avvolgevano le gambe. Ho tirato un sospiro di sollievo nel realizzare che mi trovavo nel presente e che il futuro appena vissuto era solo un sogno bizzarro

o forse no…

 

Hooker: «Da quando in qua vai in chiesa la sera?» Alva: «Da quando organizzano la tombola. Se vinco bene, se no soffio i soldi a quelli che vincono e poi mi confesso

Così risponde Robert Redford alias Johnny Hooker, il truffatore ne la Stangata. Certo la messinscena ordita dalla coppia Newman/Redford nel film è di gran livello rispetto alle cose di casa nostra. La solidarietà mediata dalla stampa, a volte miracolosa nei casi in cui soccorre situazioni realmente gravi, spesso ricorda il tizio che va in chiesa per la tombola. Magari la vincita non è in denaro, ma in consensi venduti dagli editori alla politica per assoldare polli da far indignare e noi cittadini saremmo quei polli da spennare. La vicenda di Malika  ha privato un po’ tutti dalle nostre piume con destrezza. Per riassumere, Malika è una giovane che denuncia di essere stata cacciata di casa perché lesbica. Non ha risorse per sopravvivere e si diffonde, via media, una gara di solidarietà vista la condizione di povertà dichiarata dalla ragazza. Tutti i grandi statisti e pensatori del momento, tra cui Fedez, solidarizzano con Malika. Partono due diverse collette che accumulano in poco tempo 140.000 euro e 12.000 euro. Poi la sorpresona! La (ex) povera Malika per il suo sostentamento avrebbe acquistato con i soldi della gara di solidarietà una Mercedes e un bulldog da 2500 euro. Risultato: la ragazza viene sommersa di insulti social. Beh, certo, la giovane nuova icona della difesa dei diritti gay, intervistata persino da Vanity fair, non ha fatto una splendida figura, ma tutti quegli insulti li merita davvero solo lei? Chi ha pompato questa vicenda? La stessa Malika con un banale profilo social o l’intera “intellighenzia” giornalistica democratica e radical chic? Chi ha stigmatizzato la cacciata di casa della ragazza, accusando i suoi genitori, di barbaria civile? Chi ha utilizzato come simbolo della persecuzione gay/Lgtb la vicenda, accumulandola ad altre storie di violenza e sopraffazione? Peccato che la stampa illuminata dal raggio di sole color arcobaleno si sia in blocco dimenticata che il padre di Malika è un signore originario del Marocco e che gli islamici non vedono di buon grado la questione omosessualità, ma guai a dire queste cose se sei di sinistra. Se una famiglia di trogloditi  italiani, francesi, americani o comunque occidentali sbatte fuori di casa un figlio o una figlia omosessuali, tutti in piazza a protestare, ma se un musulmano magari proveniente da  Arabia Saudita, Iran, Nigeria, Mauritania, Pakistan, Somalia e Yemen, tutti stati dove l’omosessualità è punita con la pena di morte, defenestra figli non eterosessuali pazienza: l’importante è inginocchiarsi, vergognandosi di essere occidentali.

Oppure, come nel caso di “illustri” scrittrici de noartri come la Murgia, si può essere paladini contro l’omotransfobia per poi condividere le posizioni di un movimento terroristico come Hamas, notoriamente ultraislamiche e quindi omofobe.

La stangata allora quale sarebbe e chi l’avrebbe messa in atto? Vabbè, tanto poi basta confessarsi…

Pensavo fosse amore… invece era un calesse. Troisi, alias Tommaso nel film omonimo, disse: “Mamma mia… io guarda, io non è che so’ contrario al matrimonio eh, che non so’ venuto… Solo, non lo so, io credo che in particolare un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi tra di loro, troppo diversi. 

Chissà perché mi immaginavo populista e invece ho scoperto di essere un calesse. Pensavo che la tutela delle scelte/attitudini altrui non dipendessero dalla libertà di esprimersi degli altri. Quanto questa libertà sia lesiva, al netto dell’insulto diretto che peraltro è già punito, non immaginavo che potesse stabilirlo qualcuno con una toga in un tribunale come nel mondo di Orwell e invece mi sbagliavo. Ecco i fatti : un certo mons. Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati per la Segreteria di Stato della Santa Sede, avrebbe fatto recapitare una “nota verbale” all’ambasciata italiana in Vaticano sul ddl Zan. Secondo il Corriere della sera, in tale nota si denuncerebbe la violazione in alcuni contenuti dell’accordo di revisione del Concordato. Nel dettaglio, il ddl Zan comprimerebbe “la libertà garantita alla Chiesa cattolica dall’articolo 2, commi 1 e 3 dell’accordo di revisione del Concordato“. In particolare le pene previste dal ddl potrebbero riguardare anche chi assume posizioni nettamente discordanti sul concetto di “identità di genere” e sulle sue applicazioni, ad esempio, dal punto di vista educativo, diventando di fatto un bavaglio nei confronti della libertà di opinione. Ma ciò che sorprende è l’alzata di scudi della sinistra. Dopo anni di collateralismo con la Chiesa di Papa Francesco adesso i radical chic si lamentano dell’ingerenza vaticana. Laura Boldrini ha tuonato: “Ascoltiamo anche il Vaticano, ma il Parlamento è sovrano”. Strano, un tempo la Boldrini via Twitter scriveva: “Nel processo costruzione #Europa resistenze a cedere quote sovranità. Ma traguardo va raggiunto, o prevarranno disgregazione e populismo“ ma se c’è da fare propaganda guai a cedere la sovranità a un’osservazione basata su un Concordato revisionato nell’84 tra Stato italiano e Chiesa. Ma questo articolo 2 ai commi 2 e 3 del Concordato cosa dirà di così invasivo della sovranità nazionale, ora difesa a spada tratta dalla Boldrini? La Repubblica italiana riconosce alla Chiesa cattolica la piena libertà di svolgere la sua missione pastorale, educativa e caritativa, di evangelizzazione e di santificazione. In particolare – si legge al comma 1 – è assicurata alla Chiesa la libertà di organizzazione, di pubblico esercizio del culto, di esercizio del magistero e del ministero spirituale nonché della giurisdizione in materia ecclesiastica“. Inoltre, il comma 3 recita che “è garantita ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione“. Sostanzialmente, la Chiesa non vuol rischiare di essere sanzionata penalmente per il mero esercizio di espressioni o comportamenti riconducibili a convincimenti che non sono né di aggressione, né di violenza, né d’incitazione all’odio, anche se altri potrebbero su queste opinioni fondare le loro condotte violente e, considerato com’è scritto il ddl, la Chiesa ha ragione da vendere. Nella medesima condizione rischierebbe di trovarsi chiunque, laico o ecclesiastico, ritenesse di esprimere un pensiero e a tale pensiero venisse attribuita da un tribunale la condotta violenta di qualcun altro. Un po’ come se un uomo o una donna di sinistra si dichiarassero contro lo Stato di Israele e un giudice attribuisse a loro un episodio violento di antisemitismo o addirittura un attentato a cittadini israeliani perché un ddl non chiarisce a sufficienza tale assurda correlazione. A rincarare la dose è un certo Riccardo Magi deputato di +Europa che si è espresso così su Facebook: “Noi lo diciamo da decenni e ora lo ribadiamo: aboliamo il Concordato!“. Peccato che il parlamentare non sappia che per abolire il Concordato bisognerebbe modificare la Costituzione “più bella del mondo”. Nel 1948 i Patti lateranensi furono riconosciuti costituzionalmente nell’articolo 7. Qualsiasi modifica dei Patti può avvenire di mutuo accordo tra lo Stato e la Santa Sede e solo in tal caso la revisione degli accordi non richiederebbe un procedimento di revisione costituzionale. Peraltro, non può essere neanche proposto un referendum per l’abolizione o la modifica del Trattato, del Concordato o delle leggi collegate a essi perché non sono ammessi nel nostro ordinamento referendum riguardanti i trattati internazionali, ai sensi dell’art. 75 della Costituzione. Per cui cari pasdaran della sinistra a corrente alternata, con la Chiesa decidetevi: o siete amore o siete un calesse…

Una mia lettrice, tra le poche che posso permettermi, a proposito dell’ultimo mio post su Marchisio, mi ha prima definito, suppongo ironicamente, un intellettuale e poi un mago del “benaltrismo”. Mi sono offeso perché non sono né un intellettuale, né un mago e, proprio perché non sono un intellettuale, ho dovuto poi cercare sul dizionario web Treccani il significato di “benaltrismo” o “benoltrismo”. Riporto letteralmente:

(benoltrismo s. m. (iron.) Tendenza a sostenere la necessità di dover andare ben oltre le soluzioni che si delineano per risolvere un problema.  [Sergio] Cofferati accusa la sinistra di «benaltrismo e benoltrismo». Inesistente il secondo termine; inusuale (e non inserito nei vocabolari) il primo che è un neologismo delle scienze politiche per indicare l’espressione «ci vuole ben altro», ovvero dall’individuare origine o soluzione di un problema in qualcos’altro rispetto all’affermazione dell’interlocutore. (Mattino, 7 settembre 2007, p. 10, Primo piano).

Derivato dall’espressione ben oltre con l’aggiunta del suffisso -ismo.

Mi sono sentito lusingato! Sono un convinto benaltrista e mai più gradita è stata una definizione di me indicata da altri. Ad esempio, quando una Federazione nazionale calcistica come quella inglese impone ai suoi giocatori di inginocchiarsi per esprimere solidarietà al movimento ‘Black Lives Matter’ (“Le vite nere valgono”), io mi sento fortemente “benaltrista” perché penso che oltre alle vite nere, valgano le vite dei pellerossa, dei curdi, dei coreani del nord, delle minoranze etniche cinesi, dei cubani che le hanno perse nel tentativo di abbandonare l’isola, delle donne musulmane oppresse e trucidate da padri, zii, mariti, dei figli di nessuno bianchi, neri, gialli, ispanici che non saranno mai nessuno solo perché figli di nessuno, dei bambini di Scampia e di tutte le periferie del mondo. Cerco di capire la differenza tra un gesto, un gesto vuoto e un voler far vedere al mondo che esistiamo, dimostrandolo con una retorica genuflessione: 

La libertà non è star sopra un albero

Non è neanche avere un’opinione

La libertà non è uno spazio libero

Libertà è partecipazione

Gaber aveva torto marcio, perché la libertà è tutto ciò che lui nega, ma anche ciò che afferma. Il tema è essere liberi o sentirsi liberi? Se essere liberi lo decide qualcun altro, imponendo l’argomento del giorno, io mi sentirei prigioniero, partecipando a un pensiero unico, genuflettendomi per colpe che quel qualcuno pretende di impormi. E allora sono un benaltrista, ma libero di stare sopra un albero a respirare aria fresca quando ne ho voglia, libero di avere un opinione, libero di immaginarmi in uno spazio libero e libero di partecipare, oppure non farlo. Soprattutto libero di non dover giudicare chi è libero se si inginocchia o non lo è se non lo fa. Per questo come dice Treccani tendo a indagare al di là delle comode soluzioni che si delineano per risolvere un tema complesso e non certo per eluderlo: a quello ci pensa già chi è convinto di aver capito tutto inginocchiandosi. Mi piace il benaltrismo, ma anche la libertà di sentirmi libero di andare oltre una genuflessione di rappresentanza.

Bravo Fedez! Il ragazzo prodigio della musica italiana, marito della ragazza prodigio dei social, ha scoperto che il mondo, compreso quello della comunicazione, è fatto di sistemi. La RAI, compresa RAI 3 è uno di quelli. I malcapitati funzionari nella telefonata trappola del cantante sono semplicemente parte di una struttura superiore che, qualora non avessero adempiuto a quanto da loro detto telefonicamente, si sarebbe abbattuta sulle vite lavorative di questi ultimi. 

La mia non è né un’assoluzione né una condanna dei dirigenti RAI, è solo una constatazione disincantata. Prendersela con quei due è come lapidare chi attacca manifesti per il loro contenuto, dimenticandosi di chi li ha pagati per affiggerli. Fedez se la prende con la violazione della libertà di espressione e anche qui un “Bravo!” se lo merita, ma trovo insolito che la rete in questione, RAI 3, tradizionalmente espressione di una precisa parte politica, prima censuri Fedez telefonicamente e poi, di fatto, lo applauda in piazza, sul palco del primo maggio. Sarà l’aria fresca della Große Koalition Draghiana, sarà il venticello del cambiamento, ma tutto questo è decisamente irrituale. Peraltro, è inutile pretendere che Fedez non si scagli solo contro affermazioni miserabili, vere o presunte che siano, di politici leghisti. È in fondo il primo maggio e citare, a proposito di insulti e affermazioni sessiste ripugnanti, il professore dell’Università di Siena contro Giorgia Meloni, o la Guzzanti che disse, in una pubblica piazza: «Tu non puoi mettere alle Pari Opportunità una che sta là perché ti ha succhiato l’uc…lo!», oppure Lidia Ravera che nel 2004 sull’Unità fece le seguenti notazioni fisiognomiche su Condoleeza Rice, segretaria di Stato Usa: «Con quelle sue guancette da impunita è la lìder maxima delle donne-scimmia» o anche l’atleta russa Elena Isinbayeva, che per avere goffamente difeso le leggi anti-gay di Putin si beccò questo augurio da parte di un esponente del Pd sardo: «Per me possono anche prenderti e stuprarti in piazza», non sarebbe come hanno detto i due funzionari Rai “opportuno”.

https://www.ilgiornale.it/news/interni/renato-brunettaquegli-insulti-senso-unico-che-non-indignano-988823.html

Il primo maggio come noto non è la Festa dei lavoratori, o perlomeno di tutti i lavoratori: è il festival mondiale delle sinistre e guai a gettare ombre sul sol dell’avvenire, anzi, in tempi di pacificazione, semplicemente adombrare tutti quelli che siedono allo stesso tavolo di Palazzi Chigi. 

Anzi, a proposito della proposta di legge Zan, che chiede di aggiungere all’art. 604 bis e ter del Codice penale, che punisce chi “…propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione…” la frase “oppure fondati sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere”, proporrei allo stesso Zan di estendere la sua proposta con l’eccezione”…solo per chi non è di sinistra…”.

Felicissima sera

A tutte ‘sti signure ‘ncravattate

E a chesta cummitiva accussi allera

D’uommene scicche e femmene pittate

Chesta è ‘na festa ‘e ballo

Tutte cu ‘e fracchisciasse ‘sti signure

E’ i’ ca so’ sciso ‘a coppa sciaraballo

Senza cerca’ o permesso abballo i’ pure…

intonava Mario Merola in “Zappatore”. Merola, per chi non ha la mia età, era un grande rappresentante della canzone napoletana del passato, in era pre neomelodica. Le sue non erano solo canzoni, ma vere e proprie sceneggiature, anzi “Sceneggiate”. Questo zappatore è un contadino, padre di un figlio che per evadere dalla vita agricola e dal ruolo sociale di bracciante, dopo aver studiato con enormi sacrifici dei genitori, “emigra” a Napoli dalla campagna ed entra in qualche modo nell’alta società, disconoscendo però la sua origine e gli sforzi fatti dalla sua famiglia. Il padre davanti a tale circostanza e alla sopraggiunta grave malattia della madre del giovanotto ingrato, lo raggiunge a una festa chic con il carretto trainato da un mulo (‘o sciaraballo) per dargli la grave notizia e rimproverargli il suo voltafaccia . Entra e canta “‘O zappatore” da cui la strofa succitata.

Un tempo in questo paese esisteva la sinistra. Contava la sostanza e la sua missione principale era la difesa dei diritti dei lavoratori dal disagio sociale ed economico e dall’alienazione. Si viveva in un mondo più semplice perché il mercato del lavoro era più semplice. La massa critica dei lavoratori da tutelare era concentrata nell’industria e la platea a portata di mano (o di sindacato) era per lo più concentrata nelle fabbriche e ciò rendeva più agevole difendere i diritti collettivi. Quegli operai da difendere sembravano ‘o Zappatore di Mario Merola. Erano oppressi, ma tutelati da un mondo politico e sindacale tutto sommato coeso. Poi quel mercato è cambiato e gli eredi di quella sinistra non hanno saputo (o voluto) cogliere quel cambiamento. La crisi dell’industria e automaticamente del sindacato ha trasformato gli operai, archetipo delle masse oppresse, in piccoli commerciati, ristoratori artigiani o comunque partite iva senza o al massimo con pochi dipendenti, ma con la necessità di sopravvivere al fisco, alla criminalità e alle strettoie amministrative. E allora la sinistra si è trasformata nel figlio ingrato di quello zappatore ormai desueto perché non più rappresentativo del disagio di allora.  L’industria si è ridotta e con essa il mondo operaio. Tuttavia la sinistra, nata e cresciuta contro il disagio ha poi fatto finta di non riconoscere quello stesso disagio portato da altri lavoratori ai nostri giorni. I nipotini di oggi di quella sinistra di un tempo rifiutandosi di comprendere i veri disperati di oggi, dalle terrazze dei salotti radical preferisce occuparsi di ius soli, voto ai sedicenni e suggestioni color arcobaleno. Il disagio dei bisognosi contemporanei, quelli senza cassa integrazione e tutele sindacali, ma con l’IVA da pagare senza poter lavorare o stritolati da un regime fiscale che di equo ha solo il numero pari delle lettere del sostantivo, oggi a sinistra non viene minimamente considerato, anzi deriso. Una lunga schiera di “illuminati” con l’erre moscia, su social e nei talk show, ridicolizzano i nuovi sfruttati, non più da un padrone che li schiavizza in fabbrica, ma dallo Stato alle spalle di cui questi “barricadero” da tweet o da battuta ad effetto campano. Le Sabina Guzzanti, le Selvaggia Lucarelli, finanche i Michele Serra, i Nicola Zingaretti o pure ex ministri come Vincenzo Visco irridono in interviste, post e dichiarazioni di vario genere, la stessa sofferenza che un tempo la sinistra combatteva (…o illudeva tutti di farlo). I “lavoretti” citati da Zingaretti, quelli dei lavoratori senza contratto che protestano per le chiusure COVID o la Guzzanti che si sorprende dell’attenzione  verso i commercianti che a suo dire in buona parte “…possiede appartamenti, macchinone e a volte barche mentre la maggior parte degli artisti vive con lo stretto necessario.” sono il  paradigma di questa sinistra. Così come la (presunta) ironia della Lucarelli che afferma: “Quelli di CasaPound sono lì per spiegare ai ristoratori come non pagare le bollette per anni” o l’arroganza descritta da un cinico Michele Serra di chi oserebbe:  “…pretendere che TUTTO quello che è stato perduto a causa della pandemia ora piova dal cielo, è abbastanza protervo e parimenti sciocco: la sfiga esiste, per dirla in parole povere eppure ricche di significato. Esiste per tutti, esiste da sempre, così come non esiste il diritto alla fortuna, alla ricchezza, al reddito invariato nei secoli.” Infine la chicca dell’ex ministro Visco che in un intervista al Fatto Quotidiano dichiara che una società che a suo dire si sarebbe “imbastardita” dove “basta che in tv sbuchino una decina di commercianti, disperati, sfigatissimi che naturalmente schiumino rabbia“.

E allora non stupiamoci se la gente scesa in strada perché non lavora da un anno canta ai suoi ex difensori che non vogliono più riconoscerla: 

Chi so vuje mme guardate

So’ ‘o pate i’ songo ‘o pate

E nun mme po’ caccia’

So’ nu faticatore

E magno pane e pane

Si zappo ‘a terra chesto te fa onore

Addenocchiate e vaseme ‘sti mmane.