Abbassare il limite di velocità? Che stupidaggine! Certo, salverebbe delle vite, ma un sacco di gente arriverebbe in ritardo!” come diceva Homer Simpson in una delle sue puntate migliori. Lui non se ne intendeva di statistica e approssimava la realtà per eccesso, ma un suo omonimo Edward Hugh Simpson, matematico, pubblicò nel 1951 una dimostrazione di un paradosso scoperto da un altro suo collega, tal George Udny Yule, quarantotto anni prima. Tale paradosso in statistica dimostra che se non sai leggere bene i dati (e la faccenda non è mai così semplice), trai conclusioni sbagliate. I due, inconsapevolmente, hanno preconizzato ciò che sta accadendo adesso nel nostro Paese. In breve, i media pubblicano dati sul Covid, magari commentandoli, qualcuno li legge e li prende così come sono per verità assoluta. Tra quei dati commentatori e politici attingono spunti per i relativi talk show e le proprie campagne elettorali più o meno permanenti. Infine, in diversi si riversano nelle piazze convinti di uno o più complotti che minano la libertà individuale, proprio a partire da quei dati amplificati e male interpretati. Sostanzialmente, la lettura sbagliata dei numeri corrisponde al paradosso di Edward Hugh Simpson, mentre la catena di reazioni paranoiche potrebbe definirsi come il paradosso di Homer Simpson. Vi risparmio la descrizione del primo di paradosso perché il web gronda di dimostrazioni statistiche con tabelle a doppia entrata e formule varie. Mi limito solo a dire che se in Israele 515 pazienti vengono ricoverati per Covid grave e, di questi, 301 (il 58,4%) sono completamente vaccinati, ciò non significa che i vaccini non siano efficaci. Infatti, quelle percentuali sono confuse dall’età dei vaccinati e dall’alto tasso di vaccinazione di quel paese. Ciò che trovo interessante è che sia media che politici giochino su quei dati ignorandone per ignoranza o interesse i paradossi statistici e alimentando il complottismo, risultato di una paranoia collettiva che alimenta la tendenza di una popolazione a scaricare all’esterno sospetti e dubbi interiori puntualmente proiettati sugli altri individui. Peccato che i danni legati ai non vaccinati saranno ancora tangibili per lungo tempo se i più oltranzisti continueranno a ragionare come Homer Simpson quando diceva: “Non dirlo mai più! i rischi stupidi sono il motivo per cui vale la pena di vivere la vita!”.

I Romani usavano l’espressione gratias agere ovvero “rendere grazie”. Quando si pronuncia “grazie” anche davanti a un piccolo gesto, magari solo dinanzi all’intenzione, vi si attribuisce un inestimabile valore che nobilita oggetto e soggetto, una gratitudine sentita che è propria di chi percepisce l’intima statura delle cose, l’altezza di quel valore riconosciuto.

Roberto Saviano, in occasione dell’arresto di Maria Licciardi, nota esponente di una famiglia camorristica di Secondigliano, quella che ha ispirato il personaggio di “Scianel” nella serie TV Gomorra, ha scritto un articolo sul Corriere della Sera. È una sorta di lunga biografia criminale della protagonista dell’arresto e fin qui nulla di singolare.

https://www.google.it/amp/s/www.corriere.it/cronache/21_agosto_08/maria-licciardi-violenze-droga-l-alleanza-chi-boss-che-ispiro-scianel-4aea85c8-f7ba-11eb-83a2-ddb3d15a828f_amp.html

Per Maria Licciardi la famiglia è la radice di ogni profitto, di ogni ricatto, di ogni guerra. Se non esistesse il concetto di famiglia non esisterebbero le organizzazioni criminali. La famiglia è innanzitutto organizzazione, è mutuo soccorso ma solo verso chi ha il «merito» di condividere lo stesso sangue. Il matrimonio è un patto economico tra gruppi. I figli sono protezione del patrimonio e eredità. Le amicizie sono momentanee e utili se arrecano vantaggio. Chi crede che questo sia solo un comportamento delle famiglie criminali non ha abbastanza studiato le famiglie del capitalismo contemporaneo, macchina di controllo e competizione, di accordo e feroce ricerca di profitto. La criminalità organizzata è soltanto capitalismo nudo, senza infingimenti, e il concetto di famiglia di Maria Licciardi non è il solito familismo amorale di Banfield quanto piuttosto la regola della concorrenza, della competizione, del colpire prima di essere colpiti, di trovare la strada per ricattare, comandare, arricchirsi. 

Orbene, la suggestione sillogistica tra i matrimoni camorristici che servono a consolidare patti economici tra famiglie criminali così come quelli tra famiglie capitalistiche, suona come capitalismo = criminalità organizzata. Non è questa la sede per commentare una simile equazione, ma prima del 2006, anno di uscita del suo fortunato best seller, chi era Roberto Saviano? La Casa editrice del volume era un’anonima tipografia dell’Havana,  finanziata direttamente dal Comandante Fidel e distribuita gratuitamente in tutto il mondo o era l’Editore più capitalista d’Italia. Già, perché il Gruppo Mondadori ha continuato poi a contrattulizzarlo, nonostante Saviano sostenesse che i capitalisti  come Mondadori fossero come il boss Gennaro Savastano. A proposito di Gennaro Savastano, ma Sky non è era ed è uno dei gruppi mediatici più capitalisti della terra? E il successo della serie Gomorra in tutto il mondo lo si deve a pericolose macchine di controllo e competizione, di accordo e feroce ricerca di profitto che perseguono la regola della concorrenza, della competizione, del colpire prima di essere colpiti, di trovare la strada per ricattare, comandare, arricchirsi? Molto probabilmente la risposta è affermativa, ma non importa, perché nessuno pretende che Saviano, come gli antichi romani, renda grazie agli artefici del suo successo, a cui lui non sembra rinunciare affatto, ma semplicemente gli si chiede di non prendere per i fondelli un intero mondo che vive, volendo o no, di un capitalismo che, seppur spietato, egli paragona alle dinamiche criminali di chi il profitto lo cerca ammazzando, sottomettendo, togliendo la libertà di essere individui, un po’ come in quei luoghi dove gente come Saviano il capitalismo lo ha abbattuto immaginando un’alternativa rivelatasi peggiore del capitalismo stesso.

 

Noia, questa noia mortale

Fumerò qualche sigaro cubano

In ricordo di vecchi tempi e dell’Avana vera

Noia, questa noia mortale

Non c’è niente di più noioso

Di un nostalgico di sinistra come me

Limpida e trasparente acqua

C’era una volta un’isola grande

C’era un comandante

Storie di barche e pescatori

La penna di un grande scrittore

Noia, questa noia mortale

Se ci fosse Ernesto

Lui sì che saprebbe cosa fare

Ma non c’è un altro Che

Noia, questa noia mortale

Ho lasciato il mio nome

In una casa di cultura nel 1983

Limpida e trasparente acqua

C’era una volta un’isola grande

C’era un comandante

La grande musica nel cuore

Che parla di rivoluzione

Limpida e trasparente acqua

C’era una volta un’isola grande

C’era un comandante

La grande musica nel cuore

Che parla di rivoluzione

Limpida e trasparente acqua

C’era una volta un’isola grande

C’era un comandante

La grande musica nel cuore

Che parla di rivoluzione

Limpida e trasparente acqua

C’era una volta un’isola grande

C’era un comandante

La grande musica nel cuore

Che parla di rivoluzione

Limpida e trasparente acqua

C’era una volta un’isola grande

C’era un comandante

La grande musica nel cuore

Che parla di rivoluzione

Che parla di rivoluzione

Aquì sierra maestra

Sierra maestra

(Isola grande Pino Daniele)

C’era una volta e c’è ancora un’isola grande, come la definisce il brano di Pino Daniele. La sua elegìa di Cuba è, con una strepitosa base musicale, cristallina come l’acqua. Allora come oggi Cuba per noi latini europei era una rappresentazione onirica, l’ossimoro di un’utopia reale. Già nel passato si ignorava o ci si rifiutava di ammettere ciò che Cuba fosse realmente. Da Fulgencio Batista a Fidel Alejandro Castro Ruz, da una crudele e sanguinaria dittatura a un’altra e la crudeltà in una dittatura ha molti modi di esprimersi. Tuttavia, ancora oggi, in Europa si preferisce ignorare ciò che accade realmente laggiù. Tutti, soprattutto in Italia, adottano l’atteggiamento descritto da Pino nel suo brano. Noia, questa noia mortale/Fumerò qualche sigaro cubano/In ricordo di vecchi tempi e dell’Avana vera/Noia, questa noia mortale/Non c’è niente di più noioso/Di un nostalgico di sinistra come me. Lui, forse inconsapevolmente, ha delineato il profilo della sinistra dei giorni nostri. La noia estasica per i vecchi tempi, l’Havana “vera”, quella dei sigari, della musica rivoluzionaria, delle case di cultura, delle immagine “sacre” di Ernesto. Già, perché inquinare il mito con le sistematiche violazioni dei diritti umani, monitorate non certo da qualche sparuta associazione fascio-reazionaria, ma da  Amnesty International e Human Rights Watch sarebbe un peccato. Turbare la diffusione di un mega gadget ideologico ad uso e consumo di ex barricadieri di oggi, stesi al sole su velieri d’epoca mentre parlano di rivoluzione a largo di Capalbio o Pantelleria, sarebbe come soffocare una delle ultime occasioni di propaganda attrattiva rimasta alla sinistra di questo paese. C’era un comandante/La grande musica nel cuore/Che parla di rivoluzione. Il fatto è che nessuno, o quasi, oggi parla della rivoluzione reale in atto nell’isola grande, contro il regime comunista.

https://www.ilsole24ore.com/art/cuba-tornano-30-anni-proteste-contro-regime-AEpEbWW

https://www.ilgiorno.it/esteri/cuba-governo-proteste-dazi-medicine-1.6592838

Più di cinquemila le persone arrestate durante i tre giorni di proteste contro il governo, tra cui 120 attivisti e giornalisti da un rapporto diffuso dal sito 14ymedio che cita fonti della società civile. I brutali metodi usati dalle forze della sicurezza nei confronti dei manifestanti, come si vede anche dai filmati diffusi da Human Rights Watch, contrastano con la malinconica noia mortale del nostalgico di sinistra di Pino Daniele. I migliaia di cubani scesi per le strade per protestare contro la repressione del governo e i problemi economici del Paese fanno a pugni con l’immagine iconica del Comandante cantato in Isola grande. Ma se, per alcuni,  la rivoluzione è comunque e sempre rivoluzione, come mai, per gli stessi, esistono solo rivoluzioni degne di nota e di mito e tutto il resto è noia?
Ah no, quello era un’altro cantante…

 

Hooker: «Da quando in qua vai in chiesa la sera?» Alva: «Da quando organizzano la tombola. Se vinco bene, se no soffio i soldi a quelli che vincono e poi mi confesso

Così risponde Robert Redford alias Johnny Hooker, il truffatore ne la Stangata. Certo la messinscena ordita dalla coppia Newman/Redford nel film è di gran livello rispetto alle cose di casa nostra. La solidarietà mediata dalla stampa, a volte miracolosa nei casi in cui soccorre situazioni realmente gravi, spesso ricorda il tizio che va in chiesa per la tombola. Magari la vincita non è in denaro, ma in consensi venduti dagli editori alla politica per assoldare polli da far indignare e noi cittadini saremmo quei polli da spennare. La vicenda di Malika  ha privato un po’ tutti dalle nostre piume con destrezza. Per riassumere, Malika è una giovane che denuncia di essere stata cacciata di casa perché lesbica. Non ha risorse per sopravvivere e si diffonde, via media, una gara di solidarietà vista la condizione di povertà dichiarata dalla ragazza. Tutti i grandi statisti e pensatori del momento, tra cui Fedez, solidarizzano con Malika. Partono due diverse collette che accumulano in poco tempo 140.000 euro e 12.000 euro. Poi la sorpresona! La (ex) povera Malika per il suo sostentamento avrebbe acquistato con i soldi della gara di solidarietà una Mercedes e un bulldog da 2500 euro. Risultato: la ragazza viene sommersa di insulti social. Beh, certo, la giovane nuova icona della difesa dei diritti gay, intervistata persino da Vanity fair, non ha fatto una splendida figura, ma tutti quegli insulti li merita davvero solo lei? Chi ha pompato questa vicenda? La stessa Malika con un banale profilo social o l’intera “intellighenzia” giornalistica democratica e radical chic? Chi ha stigmatizzato la cacciata di casa della ragazza, accusando i suoi genitori, di barbaria civile? Chi ha utilizzato come simbolo della persecuzione gay/Lgtb la vicenda, accumulandola ad altre storie di violenza e sopraffazione? Peccato che la stampa illuminata dal raggio di sole color arcobaleno si sia in blocco dimenticata che il padre di Malika è un signore originario del Marocco e che gli islamici non vedono di buon grado la questione omosessualità, ma guai a dire queste cose se sei di sinistra. Se una famiglia di trogloditi  italiani, francesi, americani o comunque occidentali sbatte fuori di casa un figlio o una figlia omosessuali, tutti in piazza a protestare, ma se un musulmano magari proveniente da  Arabia Saudita, Iran, Nigeria, Mauritania, Pakistan, Somalia e Yemen, tutti stati dove l’omosessualità è punita con la pena di morte, defenestra figli non eterosessuali pazienza: l’importante è inginocchiarsi, vergognandosi di essere occidentali.

Oppure, come nel caso di “illustri” scrittrici de noartri come la Murgia, si può essere paladini contro l’omotransfobia per poi condividere le posizioni di un movimento terroristico come Hamas, notoriamente ultraislamiche e quindi omofobe.

La stangata allora quale sarebbe e chi l’avrebbe messa in atto? Vabbè, tanto poi basta confessarsi…

È iniziata in grande stile la campagna elettorale. Con effetti devastanti sugli avversari la Lega di Salvini ha sfoderato il primo successo pre elettorale con uno spot televisivo travolgente. Bisogna complimentarsi con gli ideatori per gli effetti impressionanti sull’elettorato e, direi, decisivi sulle future elezioni amministrative. Un sentito e sincero plauso ai nuovi sponsor della Lega Lili Gruber e Massimo Giannini direttore della Stampa. Su la7, nella trasmissione Otto e mezzo, sono riusciti in un sol colpo a indignare gli elettori del Pd, o almeno quelli non benestanti, non salottieri, che magari fanno fatica ad arrivare a fine mese e che si aspettano da un partito che porta nel nome l’aggettivo “democratico” il rispetto per le idee di tutti e la capacità di ascoltare i bisogni delle persone. Mentre Salvini rispondeva a continue domande da gossip serale tipo: “Lei si è vaccinato? E quando si è prenotato? Ma sua figlia di 9 anni si vaccinerà? Invece suo figlio di diciotto ha deciso o no di farsi vaccinare?” i due interlocutori, armati di un’aria permanente di superiorità divertita e saccente, lo dileggiavano in barba a chi avrebbe avuto piacere di sapere cosa aspettarsi in caso di vittoria del Centrodestra alle prossime elezioni. Gruber e Giannini insieme a Parenzo, Concita De Gregorio e a numerose altre facce televisive rappresentano il paradigma del distacco aristocratico tra la sinistra e le persone comuni. Cavalcano tale distanza tacciando di populismo con disprezzo e riprovazione non solo chi approfitta del disagio di un’intera base per fini elettorali, ma chiunque esprima necessità che stimolino risposte concrete a problemi concreti. Un tempo se non eri di sinistra eri fascista, oggi sei fascista, razzista e soprattutto populista. Saper ascoltare gli altri evidentemente per loro è cosa volgare e non merita attenzione. Mi viene in mente Alberto Sordi ne “Il Conte Max” in treno sulla carrozza ristorante attorniato da un nugolo di nobili che sproloquiano di illustri parentele, rami familiari, cognomi altisonanti. Lui, umile giornalaio, rimane devastato, ancorché isolato, da quel circolo ristretto nel quale, fino a quel momento, aspirava a entrare, spacciandosi per il Conte Max Orsini Varaldo. Penso che un uomo o una donna comune, di sinistra e magari di buon senso davanti alle divagazioni sfottenti della Gruber nei confronti di un ospite, non a lei allineato, siano rimasti disorientati per il settarismo e l’incapacità di parlare di cose che interessano i comuni mortali. Forse era meglio l’ideologia faziosa e ottusa di una sinistra, ormai ridotta a fossile, convinta qualche millennio fa di fare l’interesse degli ultimi. Almeno chi ci credeva era ammalato di utopia, ma oggi la contessa Gruber, il duca Giannini, la marchesa De Gregorio, con tutti i loro relativi rami nobiliari, rappresentano in pieno lo spirito araldico della gauche di oggi. Comunque, un altro paio di trasmissioni così, magari con i principi Letta, Prodi e Bersani che promuovono una tassazione sull’uso delle consonanti o sulle camicie hawaiane e il Centrodestra unito probabilmente supererà il 50% dei consensi senza neanche sforzarsi. Suggerirei per le suddette casate nobiliari il motto:  Ab alto in altum (dall’alto verso l’alto).

But the film is a saddening bore

‘Cause I wrote it ten times or more

It’s about to be writ again

As I ask you to focus on…

Life from mars David Bowie

Bowie cantava: «…il film è di una noia mortale/Perché l’ho già scritto dieci volte, o forse più/Sta per essere scritto di nuovo/mentre ti chiedo di concentrarti su…». Lui sì che se ne intendeva di pianeti lontani e relativi abitanti.

C’è stata un epoca nella quale a contare c’erano i Montanelli, i Biagi, i Bocca, le Fallaci. Personaggi monumentali, tutti nati e cresciuti sul pianeta terra. Poi lo stile terrestre è caduto in disgrazia ed è stato soppiantato dagli alieni. Un esercito di extraterrestri su astronavi alimentate da Twitter, Facebook e ogni altro social, ha invaso il pianeta terra e ha sostituito i vecchi monumenti dell’informazione. A cavallo del web sono apparsi le Lucarelli, le Murgia, gli Scanzi che, travestiti da influencer, si sono confusi tra i terrestri, come il marziano David Bowie, alias Thomas Jerome Newton, nel film tratto dal romanzo L’uomo che cadde sulla Terra o, per rispetto di quest’ultimo, sarebbe meglio utilizzare come termine di paragone i bizzarri alieni dei sequel comici di Man in Black. Gli extraterrestri dei nostri tempi sono esseri in apparenza umani e fanno fortuna su questo pianeta sostituendo opinioni sostenute da solide basi culturali, grandi talenti narrativi da giornalista e scrittore, elevate stature culturali con il gossip a oltranza. Mai un opinione su temi di rilievo, non un’analisi sull’attualità, solo giudizi su persone, su ciò che dicono, ciò che fanno e come si vestono, tralasciando rigorosamente tutto il resto. Le loro imprese paragiornalistiche spopolano sul web, sulle TV, finanche sui quotidiani. Sono artefici di una minuziosa opera di ricerca del malcapitato di turno da sputtanare. Non importa chi siano i loro obiettivi quotidiani, l’essenziale è ricoprire di m. qualcuno in modo seriale. D’altronde l’alfabetizzazione del pubblico si è fermata alle immagini sulle schermate di Fb ed è meno agevole leggere e comprendere un vecchio (…ma ancora attuale) fondo del Corriere della Sera di trent’anni fa di Oriana Fallaci, che soffermarsi sui post di Selvaggia Lucarelli che se la prende con Fedez o Belen mentre pontifica sulle categorie vaccinali. È parimenti più suggestivo preoccuparsi dell’immaginario sensibile di Michela Murgia, spaventata dalla divisa del Generale Figliuolo che le ricorda a suo dire quella di un dittatore con buona pace di tutti i militari che stanno vaccinando la popolazione insieme ai civili sul territorio per cercare di immunizzare il Paese, forniture vaccinali permettendo.
Se a interpretare un’epoca ci si deve basare su chi la interpreta, forse è il caso di prendere seriamente l’ipotesi di essere invasi da alieni/influencer o meglio di essere in realtà su un altro pianeta.

Da Marte è tutto, linea alla terra…

Chissà perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi.“ ha detto ultimamente Mario Draghi, con un’insolita autoironia per un Presidente del Consiglio, in un discorso pubblico, dopo aver pronunciato “smart working” e “babysitting”. Certo, sarebbe bello parlare e scrivere più in italiano, ma il mondo con le sue connessioni anglofone da tempo non lo permette.

Mi salta sempre più spesso all’occhio l’accezione “cancel culture” e mentre esploro il Corriere della Sera mi imbatto nella rubrica di Massimo Gramellini Il Caffè. 

https://www.corriere.it/caffe-gramellini/21_aprile_01/quel-razzista-mozart-66d2f760-9253-11eb-b997-507c83c4e681.shtml

Premetto che stimo Gramellini, pur non condividendo quasi nulla del suo modo di pensare. Molto tempo fa io, Mr. nessuno, inviai una lettera al quotidiano la Stampa in risposta a un suo articolo sui napoletani, che ritenni per me non accettabile. Scrissi una semplice email a un indirizzo generico della testata, convinto di non ricevere mai riscontro, ma lui rispose con una mail personale, quasi scusandosi per i toni del suo articolo. Lo apprezzai molto. Tuttavia, come nelle migliori relazioni, seppur di superficie, la schiettezza è essenziale.

Tornando ai giorni nostri, Gramellini scrive, sul Corrierone di oggi, un articolo sull’intenzione dell’Università di Oxford di abolire Mozart dai propri programmi di educazione musicale. Motivo: i grandi compositori del passato, «in quanto capisaldi della musica bianca, potrebbero creare disagio agli studenti neri». La questione è che il giornalista, pur con la sua proverbiale ironia, si indigna per tale assurdità con lo stupore di chi ha scoperto per la prima volta quelli che egli stesso definisce “i fanatici di ogni epoca”. Strano, considerando che la cultura della cancellazione è l’estremizzazione di un modo di pensare soprattutto del mondo di sinistra con i suoi veti ideologici alla storia, alle singole persone non allineate al pensiero “giusto”. Seppur vero che l’ondata iconoclasta è operata da fanatici  che attaccano monumenti di personalità del passato (Cesare Augusto, Marco Aurelio, Cristoforo Colombo, Picasso ecc.), con scene di delirio e isterismo collettivo, ciò non sarebbe possibile senza una classe accademica, giornalistica o comunque intellettuale, prima ancora che politica, pronta, non solo ad assecondare, ma anche a spacciare giustificazioni concettuali per inquadrare un’ottusa e banale opera distruttrice come un sofisticato effetto collaterale di giustizia sociale. Mi stupisco dello stupore di Gramellini quanto lo sarei nel vedere un bambino sulla spiaggia che prima lancia una pietra e poi ritira la mano. Non so se dopo aver lanciato il sasso dell’indignazione Gramellini ritirerà la mano di fronte ai suoi amici di sinistra, ma liquidare l’idea dei docenti inglesi di Oxford come conseguenza di una bevuta di birra collettiva è un ingenuo tentativo di stendere un velo, molto trasparente, sulle responsabilità reali di una classe pseudo intellettuale e di politicanti (…contrazione di politici farneticanti) radical chic. Cancel culture è un inglesismo, ma molto calzante che però intenderei più come cancellation of culture, solo perché la cultura in generale mette in crisi ogni dogma o inquadramento ideologico. Per questo motivo non è mai gradita nella dialettica del politicamente corretto.

Che c’entra Buzzati? Forse niente o forse molto. Chi sono i Tartari che non arrivano? 

Alcuni decessi, a tutt’oggi non correlabili ad alcuna somministrazione di vaccini, hanno generato, mediati dalla comunicazione, un serio voltafaccia da parte di molti alla ricezione delle dosi programmate. Gli stessi che, condizionati dalle notizie di cronaca, rifiutano la somministrazione per timore che il vaccino sia pericoloso, senza uno straccio di prova o evidenza, si precipitano in massa a giocare a una lotteria pur sapendo delle insignificanti probabilità di successo. Il quotidiano Sole 24 ore  propone un interessante articolo sul tema.

https://www.ilsole24ore.com/art/raro-ma-probabile-perche-ci-piacciono-lotterie-e-abbiamo-paura-vaccini-AD35Z3PB

Qual’è la differenza tra due comportamenti così distanti in apparenza? Le aziende del gioco d’azzardo conoscono bene i meccanismi cognitivi delle persone e sanno che gli esseri umani hanno una fortissima tendenza a sovrastimare la probabilità di eventi estremamente rari come vincere alla lotteria o morire a causa di un vaccino (ammesso che si dimostri che le morti in questione siano correlate alla somministrazione di un dato vaccino) . A sfruttare il primo esempio ci pensa l’industria miliardaria dell’azzardo, mentre, sul secondo, si scatenano da tempo complottisti e bufalari di professione. La tendenza a sovrastimare un accadimento di fatti poco probabili si accompagna simmetricamente alla tendenza a sottostimare la probabilità di eventi molto più frequenti, come avere un incidente in auto mentre andiamo a farci inoculare il vaccino, piuttosto di una reazione avversa grave dopo l’iniezione. Ma tutto questo è prevedibile? Ebbene sì, lo è! Ci si può tranquillamente aspettare che le persone siano attratte da una lotteria e che contemporaneamente si insospettiscano per rarissimi casi di reazioni avverse provocate dai vaccini, tra le quali, ripeto, non si sa nulla di concreto in merito alle morti di cui sopra. Ci si può attendere tali comportamenti anche perché, sono spesso, per non dire sempre, indotti da fenomeni comunicativi. Alla base di questa tendenza alla sovrastima c’è il fatto che alcuni scenari che usiamo per valutare la probabilità di un certo accadimento vengono costruiti più facilmente di altri. Quando abbiamo a che fare con immagini emotivamente coinvolgenti sarà molto più facile costruirci uno scenario preciso di quando, invece, stiamo valutando una situazione nuova, astratta e poco coinvolgente sul piano emotivo. Una vincita alla lotteria e una morte sospetta hanno entrambe tutte le caratteristiche necessarie per tatuare l’evento nella nostra memoria e quando penseremo alla probabilità associata ai due eventi, saremo indotti a stimare valori eccessivi. Non per niente le notizie di vincite, grandi e piccole, sono sempre molto ben pubblicizzate dagli uffici stampa di chi con l’azzardo ci guadagna, perché il loro ricordo le fa apparire più probabili. Di contro quando dobbiamo stimare la probabilità di un certo evento, non sempre le eventuali alternative vengono definite con altrettanta precisione. Se dobbiamo valutare con quale probabilità pioverà domani, non sempre pensiamo alla probabilità con la quale non pioverà e ci sarà vento, nubi leggere, calma piatta o cielo terso. Ci concentriamo su ciò che vogliamo valutare, mentre tutto il resto che potrebbe accadere, magari con una probabilità molto maggiore, rimane nascosta in noi. Solo che chi, per legittimi motivi di profitto, lo sa, lo mette a frutto, mentre chi dovrebbe sovrintendere alla comunicazione pubblica non sembra affatto averne contezza. Il tenente Drogo di Buzzati attende i Tartari quasi tutta la sua vita e quando ormai egli sta morendo comprende che la paura o al contrario l’attesa coraggiosa del loro arrivo è ciò che più temeva, più dell’improbabile accadimento reale.

E allora, anche se con grande fatica e stanchezza per ciò che tutti stiamo vivendo, dico: sforziamoci tutti a superare la paura e facciamo l’unica cosa che conta per la nostra serenità.  Vacciniamoci, punto e basta!

C’era una volta una montagna che stava per partorire. Le contrazioni erano sempre più intense e la terra tutt’intorno tremava. Gli abitanti dei villaggi vicini pensavano che qualcosa di enorme stesse per accadere e si riunirono a pregare, fin quando una scossa violentissima alzò un’enorme nuvola di fumo. Tutti si inginocchiarono e, quando la nube sparì, ecco che dalle rocce fumanti spuntò un topolino.

Parturient montes, nascetur ridiculus mus scrisse Orazio a proposito della favola di Esopo. Nel caso di specie, una fila di ventitré piccoli roditori sono apparsi dopo che tutto il Paese si aspettava, a mezzo stampa, chissà quale svolta. Tutti a incensare un uomo che, seppur prestigioso, ha eseguito né più né meno ciò che il Presidente della Repubblica gli ha detto di fare: tenere insieme i cocci della politica pur di non andare a votare. Il fatto è che la politica oggi è quella roba là. È pleonastico indignarsi per la riesumazione di Brunetta o per la conferma del “ragazzo della Curva B” Di Maio: questi sono quelli a cui gli elettori hanno dato fiducia attraverso un voto che in Italia non sembra più essere fondamentale. Come Gennaro Gattuso che, dopo il 3 a 1, subito contro l’Atalanta, ha dichiarato che un’altra squadra ne avrebbe presi 5 o 6, forse dobbiamo pure ringraziare Draghi per non aver rispolverato il tenero Toninelli controfigura del “Giacomo” della Settimana enigmistica. Forse in un atto di coraggiosa emulazione della politica tedesca il neo Presidente del Consiglio ha pensato a una Grosse Koalition de noartri. Solo che quelli là sono germanici e in nome di una stabilità, pur se ai danni degli altri partner europei, possono pure decidere di far governare la Merkel insieme a tutti i partiti tedeschi fino al 2099. Noi non siamo la grande Germania, al massimo siamo un Granducato di Toscana, un Regno delle due Sicilie o uno Stato Pontificio, tutti disuniti appassionatamente e felici di esserlo senza andare mai a fondo, ma galleggiando in eterno. Per cui lasciamo pure che Di Maio metta a frutto il suo corso di inglese nel quale non dovrà più preoccuparsi dei congiuntivi visto che sono considerati in Gran Bretagna desueti. Speriamo solo che quei topolini nati dalla montagna Draghi, tutti in fila ordinatamente, questa volta investano i fondi europei in qualcosa di più produttivo di una lotteria degli scontrini o in un’invasione di monopattini.

Michele Serra
Non amo Michele Serra, l’ho scritto più volte e non mi dilungherò sui perché, ma di fronte a questo suo post, non posso che togliermi il cappello. Qui non è questione di ideologia, partigianeria o obiettività; nelle sue parole c’è quella sensibilità che ognuno nasconde, forse per un’immotivata forma di pudore, sotto diversi centimetri da noi stessi. È del tutto inutile spiegare certe evidenze e insistere a farlo sarebbe pure dannoso. La capacità delle donne di sovrastare il dolore è cosa risaputa, ma la dote di trasformarlo davanti alla morte in poesia è qualcosa che solo la rozza distrazione maschile non riesce a percepire. È del tutto inutile esorcizzare la paura più grande per definizione con ogni mezzo razionale, semplicemente perché il problema non è la razionalità. Nella descrizione dei saluti delle vedove ai loro amati, descritti da Serra, c’è la sintesi di come solo una donna, con il suo essere tale, sappia affrontare l’ombra della propria angoscia con il bagliore della vita, della natura e del senso di esistere, alla faccia delle tenebre dentro e fuori ognuno di noi. Saper accompagnare chi si ama fino alla fine, ma anche dopo, non è cosa maschile. Noi siamo meno portati alla sobrietà e alla sintesi poetica di fronte al trapasso di chi vogliamo bene. Semplicemente soffriamo, sempre avvitati su noi stessi. Possiamo star male in silenzio o piangendo, ma comunque lo facciamo urlando, forse nell’ennesimo tentativo di attirare l’attenzione su di noi e sulla nostra incapacità di venirne a capo. La dimestichezza, descritta da Serra, delle donne con la morte non è solo resistenza, ma talento nel vedere un “oltre” che annulla il vuoto di chi se n’è andato e lo trasforma in materia fatta di luce, luoghi, oggetti. Cose reali che annullano d’improvviso il niente e lo trasformano in presenza, attraverso ciò che si può vedere, toccare e amare ancora. Non ho mai apprezzato la dialettica sui generi, ma su questo argomento è inutile discutere: chapeau a Serra e a tutte le donne… in quanto donne!