Bravi! Tutti indignati e schierati per difendere “l’eroina” Carola. È tempo di collette, nella miglior tradizione anni ‘70 quando ci disperdevamo nelle strade per chiedere qualche moneta ai passanti per poi collettivizzare il gruzzolo e riutilizzarlo per qualche canna, birre o altro. La colletta organizzata a favore della nuova Guevara del mare, giusto per fronteggiare le spese legali, a tutt’oggi è arrivata a quasi trecentocinquantamila euro, non qualche spicciolo. Nel frattempo l’Italia arcobaleno esulta per l’atto di disubbidienza alle leggi di uno Stato sovrano, pur se governato da persone che ci piacciono poco, per non dire nulla. Le stesse leggi che gli stessi contributori della colletta difendevano a gran voce nei girotondi dell’indignazione di qualche anno fa, ma che se vengono violate per una causa ritenuta in linea con il pensiero unico, va bene così. Tutti, in nome dell’umanità verso i migranti ammassati sulla Sea Watch, ammassano denaro a favore non di questi ultimi ma di un simbolo delle ONG. Già, perché chi si affanna a mostrare empatia verso il carico umano della nave, non si rende conto che altri esseri umani che sono arrivati in Italia, non certo tramite organizzazioni non governative, ma con organizzazioni criminali sono sbarcati regolarmente senza problemi. Qualora avessero arrestato i delinquenti, che organizzano la tratta umana nessuno avrebbe eccepito nulla come è logico che sia. Allora, viste le proporzioni della raccolta di fondi per l’eroina tedesca, propongo una colletta per chi, nel nostro paese viola le leggi con scopi benefici a favore del vicino di casa nullatenente o pensionato  con la minima che non copre neanche il vitto fino a fine mese, malato, disabile, vecchio autore di reato dimenticato ed escluso da ogni reinserimento sociale, parente disperato di uno psichiatrico o psichiatrico egli stesso, travolto e distrutto dai debiti verso l’Agenzia delle entrate, licenziato e non riassunto perché troppo vecchio, obbligato alla povertà e al razionamento della compagnia dei suoi figli da una sentenza di un giudice civile dopo una separazione, alcolista che vorrebbe togliersi la scimmia dalle spalle ma lo Stato non è in grado di fare qualcosa per lui, obbligato da barbone a dormire per terra in un centro cittadino perché lo Stato non è in grado di dargli un tetto sulla testa, reso nullatenente da un terremoto dentro una baracca/container dopo dieci anni. Potrei continuare ancora per molte pagine, ma nessuno di quelli che hanno raggiunto la stratosferica cifra della colletta per il simbolo Carola ha mai messo un euro per quell’altra umanità con l’unica colpa di non provenire dall’Africa via mare convogliata da un’ONG.

Ho da poco scoperto che su Whatsapp esiste la funzione “stato”. La mia prima impressione è stata abbastanza fredda. Ho pensato: “Perché modificare spesso la mia foto, magari con l’aggiunta di qualche commento in una chat che ha il solo scopo di diffondere comunicazioni brevi, o comunque di rapido consumo?”. Continuo a pensarla così, ma l’irrazionalità che condiziona molte delle mie scelte, mi ha suggerito che quella funzione poteva essere qualcosa di più di un ricambio della mia immagine sul profilo. Ho capito che, volendo, avrei potuto comunicare attraverso foto e parole il mio umore del momento o, in alternativa, non farlo. L’ultima mia immagine postata sullo stato di Whatsapp è stata una foto in bianco e nero di me e del mio Golden Retriever Mr. Green, sul divano, intenti a fare ciò che amiamo di più: dormire. Ho pensato di titolarla “Uomini e cani” in ricordo di John Steinbeck dal quale ho immoralmente storpiato il titolo della sua opera. Mentre ripensavo a Uomini e Topi mi è venuto in mente, come in un riflesso pavloviano, tutto il clamore mediatico dei fatti di Macerata. Un attento lettore del Nobel americano direbbe, parafrasando Di Pietro “Che ci azzecca!” e non avrebbe neanche tutti i torti. Lo so già senza bisogno alcuno di doverlo ammettere: sono contorto e spesso, per esprimere un concetto semplice e diretto, parto dal libro della Genesi in ebraico antico. Non me ne vanto affatto e, anzi, cerco disperatamente di essere più sintetico, ma con scarsi risultati. Comunque, tornando a Uomini e Topi, per chi non l’ha ancora letto, si tratta di un romanzo su due amici che giravano per le fattorie americane in cerca di lavori stagionali. Lennie, un individuo grande e grosso ma affetto da ritardo mentale e George un tipo invece piccolo di statura, minuto, ma molto intelligente e furbo. Di fatto il secondo si prendeva cura del primo, evidentemente non in grado di badare a sé stesso, non disdegnando di utilizzare la sua scaltrezza per sbarcare il lunario. Il problema principale di Lennie era la sua forza fisica incontrollabile. Pur essendo una persona sensibile e gentile, nel maneggiare le cose involontariamente le stritolava con la sua forza incontrollata, a partire dagli oggetti fino ai piccoli animali, nel tentativo di accarezzarli. I due approderanno in una fattoria il cui proprietario deciderà di assumerli instradando senza volerlo il romanzo verso il tragico epilogo. Lennie per errore ucciderà la nuora del padrone e George per sottrarlo alla furia linciante della comunità deciderà di ammazzarlo di persona. Lo schema narrativo quindi è la povera vittima di un sistema incapace di comprendere la natura del “diverso” immolato dall’amico, o presunto tale, alla pietà del lettore. Alla fine George ne uscirà come un eroe pur dopo aver creato o almeno sottovalutato le condizioni favorenti la tragedia. La riprova della correità di George nella tragica vicenda di Lennie risiede nel fatto che prima del tragico epilogo egli stesso aveva indicato a Lennie un nascondiglio dove riparare in caso di necessità, consapevole della sua pericolosità. Il lettore (e forse anche l’autore…) vedrà nel gesto estremo di George tutta l’umanità possibile, nonostante i presupposti della tragedia, di fatto favoriti o almeno preconizzati da George. Quindi l’eroe della morale correct voluta dall’autore in realtà entra ed esce da quella medesima morale come di solito accade nella realtà di tutti.

Dunque, eccoci alla cronaca di questi ultimi giorni consumatasi a Macerata: una giovane ragazza con problemi di dipendenze viene trovata a pezzi in alcune valige. Dai riscontri sembrerebbe essere stata uccisa e sarà poi la medicina legale a stabilire quanto dall’overdose e quanto dalla mano dell’uomo o degli uomini. Due persone vengono fermate e si tratta di cittadini nigeriani. Poco dopo, sempre a Macerata, un tizio, cittadino italiano, decide di fare il tiro a bersaglio per strada su alcuni stranieri di colore. Affermerà dopo la cattura di essere stato mosso da un sentimento di vendetta per la ragazza uccisa. Viene poi fermato un terzo cittadino nigeriano a Milano per gli stessi fatti. Dopo pochi giorni l’Italia “antifascista” si dà appuntamento a Macerata per manifestare contro “il razzismo” e “il fascismo” pensando forse di inscenare il romanzo di Steinbeck. Il cliché del pensiero unico e corretto impone un sistema definito “fascista” e “razzista” che se la prende con l’anello debole della società, il Lennie di turno e il caso vuole che esso sia nella realtà rappresentato dal colore della pelle, dall’etnia, o dalla provenienza geografica dei migranti. Quel sistema malato, secondo gli “antifascisti” e gli “antirazzisti” corrisponderebbe allo squilibrato che ha deciso di impallinare persone che passeggiavano sul marciapiedi (alias i componenti della fattoria inferociti per l’omicidio perpetuato da Lennie). Quindi chiunque si lamenti di una situazione insostenibile chiedendo soluzioni, per i manifestanti del pensiero unico sarebbe come il “vendicatore” psicotico di Macerata o come la torva inferocita alla ricerca di Lennie. Ai filosofi della morale giusta basta nascondersi dietro fascismi e razzismi per giustificare la propria impotenza di fronte a un fenomeno incontrollato e non certo sostenibile con l’accoglienza samaritana di Boldriniana memoria. Tutto questo, accade indipendentemente dalla tragedia della ragazza di Macerata, la cui famiglia peraltro pare sia stata totalmente dimenticata dai grandi organizzatori dell’evento/corteo contro i “razzismi”, forse perché troppo impegnati a intonare slogan a difesa dell’Italia democratica, accogliente, tollerante e soprattutto antifascista. Concludo con due domande. La prima è: “Chi a questo punto interpreterebbe il ruolo bifronte di George?” La seconda, molto Politically Correct è: “Ma i paladini della difesa dalla violenza sulle donne dov’erano?” A quest’ultima mi rispondo da me: “Esattamente nella stessa piazza dove avveniva la manifestazione “antifascista” e “antirazzista”.

Alla prima domanda rispondetevi da soli…

Sul web più che navigare mi sembra di andare alla deriva e il mare su cui sto naufragando non è certo quello dell’indignazione. È un sentimento che ritengo privato, nella misura in cui non ho soluzioni concrete per poterlo gridare ai quattro venti. L’oceano su cui mi sto perdendo è quello della noia. È sconfinato e non ha per definizione riferimenti utili per sperare di approdare sulla terra ferma. Un amico ha espresso con una condivisione social il suo gradimento partigiano per la risposta a mezzo stampa a Oriana Fallaci di un apodittico Tiziano Terzani sul Corriere della sera dell’8 ottobre 2001 “Il sultano e San Francesco” nel quale replica all’ormai celebre articolo di quest’ultima sull’Islam: “La rabbia e l’orgoglio“.
Non me ne dolga il mio amico che ha condiviso con grande orgoglio le parole di Terzani. Lo stimo e spero che lui stimi me, ma su Terzani non sono assolutamente d’accordo con lui. Mi piacerebbe dire di non essere d’accordo con l’articolo di Terzani, ma non posso! Il motivo è che non si può essere o non essere d’accordo con una “non soluzione”. La chilometrica lettera/articolo passava da Gandhi a Kraus, da Krippendorff ad Einstein, da Shakespeare e a ritroso fino a Eschilo. Era una poderosa omelia dedicata alla necessità di non rispondere alla violenza con la violenza. Peraltro, l’autore chiariva, mettendo le mani avanti, di non aver risposte ai suoi dubbi
: Il tuo attacco, Oriana – anche a colpi di sputo – alle “cicale” ed agli intellettuali “del dubbio” va in quello stesso senso. Dubitare e’ una funzione essenziale del pensiero; il dubbio e’ il fondo della nostra cultura. Voler togliere il dubbio dalle nostre teste e’ come volere togliere l’aria ai nostri polmoni. Io non pretendo affatto d’aver risposte chiare e precise ai problemi del mondo (per questo non faccio il politico), ma penso sia utile che mi si lasci dubitare delle risposte altrui e mi si lasci porre delle oneste domande.” Quelli che lui chiamava dubbi in realtà erano giudizi perentori mascherati da incertezze e, almeno nelle intenzioni dell’autore, contundenti verso chiunque avesse nutrito un moto reattivo dopo l’aggressione dell’11 settembre, così come la natura umana insegna. Tutte le persone dotate di un minimo di ragionamento non disdegnano i dubbi ma, quando si trasformano in una pietra lanciata dopo aver ritirato la mano, i dubbi medesimi acquistano il retrogusto della provocazione. Certo, le provocazioni assumono sembianze sempre diverse a seconda di chi le adotta. Possono apparire becere, ignoranti, ottuse se a esprimerle sono le persone comuni prese dal disagio di un sistema che non tutela a sufficienza i propri cittadini prima di tutelare gli altri. Oppure possono apparire illuminate, colte, intelligenti se a diffonderle sono intellettuali al riparo da tutto questo, magari ben nascosti dietro lo schermo del proprio pc e delle proprie utopie. Splendide frasi quelle di un celebre autore come Terzani. La suggestione è il mestiere dello scrittore, ma un minimo passo oltre le proprie funzioni fisiologiche ogni autore potrebbe pur farlo, se non altro per spiegare agli obiettivi delle sue critiche quale potrebbe essere una soluzione più concreta del “volemose tutti tanto tanto bbene…”

Il solito Michele Serra nella sua ultima rubrica “L’amaca” continua ad appellare “la destra politica” (…non si capisce mai a chi si riferisca con precisione con quella definizione) “canea razzista” evocando scenari da caccia alla volpe nelle campagne britanniche in epoca vittoriana. Chi dissente dal suo pensiero solidale rientrerebbe nelle torve di cani ululanti all’inseguimento della selvaggina da dilaniare senza se e senza ma. Serra è un maestro di ironia e dialettica, ma gli sfugge, dal confortevole retro dei suoi articoli, che non c’è alcuna caccia, perché la selvaggina, cibo d’elite, in questo Paese è già stata consumata da noi dipendenti statali (…quelli sì a frotte), dai demagoghi come lui di un socialismo (ir)reale e da tutti coloro che si girano dall’altra parte per non voler affrontare l’olezzo dei problemi reali dei nostri giorni.

In un’intervista, su Repubblica http://www.repubblica.it/politica/2017/08/29/news/boldrini_stupro_rimini-174147483/ la Presidente della Camera alle domande su alcune reazioni dei suoi avversari politici al recente fatto di cronaca a Rimini ha dichiarato: “Sullo stupro di Rimini dibattito agghiacciante: stiamo toccando il fondo”. Questa volta mi sento totalmente d’accordo con la Presidente(ssa). E’ vero, il dibattito è quanto mai agghiacciante, ma credo che proprio, dall’alto della sua posizione istituzionale, debba cominciare lei a dare il buon esempio, oltre a indignarsi pubblicamente ogni qual volta arrivano provocazioni, anche da suoi colleghi parlamentari. Oltre a ritenere di dover abbattere l’edilizia del periodo fascista o modificare la carta intestata della Camera dei deputati in nome dei diritti delle donne e a esprimere a livello istituzionale e umano un ovvio ribrezzo per gli stupri, potrebbe ad esempio provare a esprimere proposte un po’ più tecniche sul controllo dei flussi migratori nel mediterraneo e sugli accordi internazionali a favore di interventi mirati direttamente nell’area del Nordafrica per affrontare il fenomeno in loco, al di là dei suoi discorsi fiume sull’accoglienza e la solidarietà.

La differenza tra la Presidente(ssa), il compianto Terzani e Michele Serra è che questi ultimi potevano e, rispettivamente, possono permettersi di lanciare petardi e poi nascondersi dietro la loro aura di intellettuali di professione. Lei, oltre a essere un politico, è anche un’alta, anzi altissima, Istituzione del Paese e pensare di cavarsela con una dichiarazione pubblica di disgusto per i provocatori che strumentalizzano la cronaca, in aggiunta a qualche frase estrapolata da Brecht, non basta a esaurire le incombenze del proprio ruolo prestigioso.

A proposito di provocazioni e strumentalizzazioni varie, ma se il gruppo di aggressori fosse stato composto da italiani, magari pure di buona famiglia Serra a chi avrebbe destinato l’appellativo di “canea”? Voglio immaginare che in quel caso, come in quello realmente accaduto, i sostenitori del “pensiero unico” e corretto avrebbero espresso solo una timida indignazione e non sarebbero scesi in piazza a manifestare in tutta Italia contro ogni sessismo, maschilismo, antifemminismo senza roboanti reazioni indignate delle Istituzioni, che per definizione dovrebbero rappresentare tutto il Paese…oppure no?

Da Somebody to love (di Darby Slick)

When the truth is found to be lies (Quando la verità si scopre esser falsa)

And all the joy within’ you dies (E tutta la gioia dentro di te muore)

Don’t you want somebody to love? (Non vorresti qualcuno da amare?)

Don’t you need somebody to love? (Non avresti bisogno di qualcuno di amare?)

Wouldn’t you love somebody to love? (Non ameresti amare qualcuno d’amare?)

You better find somebody to love (Sarebbe meglio tu trovassi qualcuno da amare)

Non vorresti qualcuno da amare?…” cantava Grace Slick dei Jefferson Airplane in “Surrealistic pillow” il loro secondo album. Gran bella domanda quella di Somebody to love. Una presentatrice TV tedesca, Anja Reschke, ha deciso di cavalcarla con piglio da valchiria radical chic in un video dove ha richiamato all’appello il popolo del pensare giusto, quello della pace formato arcobaleno sulle bandiere durante le manifestazioni contro tutti i razzismi. http://video.repubblica.it/mondo/la-presentatrice-contro-i-razzisti-da-social-network-e-ora-di-ribellarsi/208999/208111

In sostanza, “razzista” è un modo come un altro di definire chiunque non sia lì a immergersi nelle kermesse catartiche dei politically correct. “E’ ora di ribellarsi: quelli che fomentano l’odio su internet devono sapere che non sono tollerati” ha gridato la bionda tribuna dal suo editoriale. “Fino a poco tempo fa i razzisti commentavano usando pseudonimi. Ora non si vergognano più, anzi frasi come ‘Sporchi parassiti dovete annegare in fondo al mare’ ottengono valanghe di like” ha aggiunto, per poi affermare “…le campagne di odio su internet hanno innescato dinamiche che hanno portato un incremento delle violenze di estrema destra. Per questo, tutti quelli che pensano che i rifugiati non siano dei vermi da bruciare, devono farsi avanti e combattere per le proprie idee: opponetevi, parlate, svergognateli in pubblico”.

Il video, che naturalmente ha fatto il pieno di like, è stato lanciato da Repubblica e non poteva essere altrimenti in considerazione del monopolio del politicamente corretto esercitato dal quotidiano. La rappresentazione del male, mostrata attraverso i cosiddetti “haters” è l’ultima frontiera delle battaglie per la giustizia, la pace, l’eguaglianza e se qualcuno ha altri sostantivi di grande suggestione etica, ne aggiunga pure. Un tempo di quaranta o cinquant’anni fa tutto ciò che non era di sinistra, con grande strategia dei veri “haters” rossi  di allora, era inevitabilmente fascista e se si doveva definire il male assoluto bastava pronunciare quella parola per sintetizzarlo. Pertanto o eri di sinistra oppure eri il male assoluto. L’era dei social ha solo modificato il mezzo di comunicazione dei geometri del discredito. Già, perché screditare è sempre più facile che rispondere alle opinioni con altre opinioni. E allora il termine fascista diventa sinonimo di “haters” e poco importa se in questa categoria il multicolore mondo di sinistra, ci ficca oltre gli acefali che augurano agli immigrati di annegare, o ai napoletani di finire sotto un mare di lava, anche chi esprime opinioni più strutturate. Se non si è in linea con un buonismo, altrettanto acefalo e soprattutto più odiante che mai, il gioco è fatto. Se ci si permette di dissentire dalla presidentessa Boldrini, dall’oracolo Saviano, dall’ineffabile coppia Fazio/Litizzetto, dal Mentana furioso, dal super corretto Pisapia, dalle più chic che radical Gruber e Berlinguer o dal padre di tutti i buonismi universali Walter Veltroni, si precipita, come negli anni settanta, nel girone degli “haters” fascistoidi indipendentemente da vasto campionario di imbecilli rancorosi webnauti che usano linguaggi ed espressioni raccapriccianti nei confronti di chiunque e ripeto chiunque. Per cui, nonostante non condivida pressocchè nulla di ciò che dice Laura Boldrini, non posso che essere solidale con lei e la sua intenzione di denunciare chi la offende sul web. Ma attenzione, se non fate parte di quella suburra, votata all’oltraggio pulp permanente, ma siete semplicemente dissenzienti con la retorica ottusa e lamentosa del pensiero unico, rischiate comunque di essere, come dice la comiziante germanica Reschke: “svergognati in pubblico“. Alla faccia di quella parolina, democrazia, abusata e anch’essa stuprata da sempre, anche se di nascosto, proprio da quei benpensanti che vi denunceranno solo perchè si sentiranno offesi dal vostro pensiero e non dagli insulti che non avrete mai proferito. Il rischio di ritrovarsi davanti a un giudice solo per aver espresso opinioni è concreto: usare il codice penale, per misurare la sensibilità delle persone alle opinioni contrarie è come cercare di cesellare una lastra d’oro con un aratro.

Esattamente come e accade “…Quando la verità si scopre esser falsa/E tutta la gioia dentro di te muore/Non vorresti qualcuno da amare?

A proposito, tanti saluti agostani a tutti i benpensanti dalla nave Iuventa della Ong tedesca Jugend Rettet con il suo “Fuck Roma” a bordo…

Su Sky tg24 trasmettono un’intervista a uno studente centroamericano, emigrato con la famiglia in Italia. Il ragazzo ventenne racconta in breve la sua storia di straniero nel nostro Paese da tanto tempo e dice che si sente, per questo motivo, italiano. Prosegue l’intervista dicendo che sul suolo italico quasi un milione di persone versano nella sua condizione e che tra essi ci sono tanti bambini. Se la legge non verrà approvata, conclude, lui insieme agli altri, si appresteranno a vivere “una vita di privazione”.

L’argomento, seppur squisitamente politico, in sede legislativa non può essere trattato alla stregua di temi come il ritorno dei Savoia nel nostro Paese o le modifiche di genere al femminile dei titoli istituzionali. Qui, oltre alle opinioni, ci sono in ballo concreti rischi di sovraccarico di una situazione migratoria già drammatica. Un’interessante articolo de il Fatto quotidiano, non certo tra i miei giornali preferiti, in questo caso analizza con attenzione e realismo la situazione internazionale e le possibili conseguenze di una legge simile, in un momento storico come l’attuale. https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/06/17/ius-soli-in-italia-ecco-perche-sarebbe-una-follia/3665949/ . Le suggestive immagini del ragazzo dell’intervista di Sky danno la sensazione che la natura del tema sia: “Sei d’accordo a far cessare il rischio di una vita di privazioni a coloro che non otterranno la cittadinanza italiano solo per il fatto di calcare la suola della propria scarpa sul suolo nazionale?” La risposta alla domanda posta in questo modo naturalmente sarà ovvia. Ma il problema è così semplice? Cosa recita l’attuale normativa italiana e cosa prevede il disegno di legge?

Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-06-07/lo-ius-soli-tenta-l-ultimo-miglio-italia-come-francia-ma-guarda-modello-tedesco–151755.shtml?uuid=AErfjLaB&refresh_ce=1

L’attuale disciplina: cittadinanza per «diritto» dopo i 18 anni

Al di là di alcune fattispecie particolari come ad esempio il caso di genitori ignoti o apolidi attualmente il cittadino straniero nato in Italia ha diritto alla cittadinanza una volta diventato maggiorenne a condizione che vi abbia risieduto fino a quel momento «legalmente e ininterrottamente» e dichiari entro un anno dal compimento dei 18 anni, di volerla acquisire. Fin qui per quel che riguarda il “diritto”. La cittadinanza può essere invece acquisita per matrimonio (purché in possesso di requisiti resi più stringenti dalle norme sulla sicurezza emanante in questi anni) oppure per naturalizzazione cioè concessa (con Dpr, sentito il Consiglio di Stato), su domanda dell’interessato, a chi risiede in Italia da almeno 10 anni se cittadino extra Ue e quattro se europeo.

Le modifiche in Parlamento: ius soli “temperato” e ius culturae

Il Ddl incardinato in aula introduce uno ius soli temperato con il diritto alla cittadinanza per i figli degli immigrati nati in Italia purché uno dei due genitori sia in possesso di permesso di soggiorno permanente (se extracomunitari) o di permesso di lungo periodo (se comunitari) e dunque sia residente nel nostro paese legalmente e in via continuativa da almeno 5 anni. Ma non solo. Può acquisire la cittadinanza (necessaria la dichiarazione di volontà) il minore nato da genitori stranieri oppure arrivato in Italia prima dei dodici anni quando abbia frequentato nel nostro paese un percorso formativo per almeno cinque anni. Potrà anche chiederla chi non ancora maggiorenne sia entrato in Italia, vi risieda da almeno sei anni e abbia frequento un ciclo scolastico ( o un percorso di istruzione professionale) ottenendo un titolo di studio (o una qualifica).

Una domanda però mi assilla più delle inoppugnabili ragioni dell’articolo sopracitato de Il Fatto: Se uno Stato, nonostante gli sforzi di pochi e illuminati, non è stato in grado di sostenere appieno i diritti dei propri cittadini italiani dalla nascita, e si affretta a includerne altri, (peraltro senza un reale criterio di merito), come può pensare di essere credibile? Sarebbe come come dire: “La diga sul lago sta esplodendo e non so come fare. Vabbè, per ora non ci penso, nel frattempo aggiungo altra acqua al lago…”

Dunque, a cosa si deve questa accelerazione legislativa improvvisa?

L’ANSA riassume la cronaca e le dichiarazioni sul corteo di ieri 20 giugno 2017 a Milano, definito “Insieme senza muri“. Volti noti della politica, del sindacato e delle istituzioni hanno sfilato: (da Gino Strada a Roberto Vecchioni passando per il fondatore di Slow Food Carlin Petrini e la segretaria Cgil Susanna Camusso), politici (dal ministro Maurizio Martina a Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani, al segretario di SI Nicola Fratoianni) e tanta gente comune. Tutti dietro al presidente del Senato, Pietro Grasso, a Beppe Sala e a Emma Bonino, che hanno aperto il corteo” cita l’articolo web della nota agenzia giornalistica (http://www.ansa.it/lombardia/notizie/2017/05/20/oggi-insieme-senza-muri-a-milano_a7b04a2e-d062-4268-b9ce-fd09ffcf550f.html). Sono stati riportati sprazzi di dichiarazioni rilasciate da questi ultimi:

Il presidente del Senato Pietro Grasso che ieri aveva incontrato i feriti della stazione e oggi ha visitato la Questura. “Integrazione significa sicurezza” ha detto. “Chi è nato e studia in Italia è italiano”. ha poi aggiunto: “Oggi diciamo che non torniamo indietro. Non costruiremo con i mattoni dell’intolleranza nuovi muri e divisioni”.

Fratoianni (segretario di Sinistra Italiana) invita Salvini a “farsi curare”. Matteo Salvini, infatti, ha parlato di una “marcia per gli invasori”. aggiungendo poi che: “Siamo in piazza perché nessuno è illegale” facendo il verso ai centri sociali intervenuti.

Il sindaco di Milano Sala in riferimento ai due feriti delle forze dell’ordine alla stazione centrale ha dichiarato: “Sono convinto che se avessero chiesto ai militari feriti se era giusto fare la manifestazione di oggi loro avrebbero detto di sì. Il tema dell’immigrazione riguarderà le nostre vite per i prossimi decenni e io voglio essere un costruttore di ponti non di muri”.

L’assessore Majorino, che ha contribuito a organizzare l’evento, si è augurato che ora altri “prendano il testimone” e organizzino un’altra marcia.

“Credo che non si possa che esprimere grande soddisfazione per la bella riuscita dell’importante e positiva marcia di Milano “Insieme senza muri”” ha osservato Guerini (Pd) che ha però voluto anche sottolineare “l’attento impegno per garantire la sicurezza di ogni cittadino come sta facendo molto positivamente e con efficacia il governo attraverso il lavoro del ministro Minniti”.

Dalle colonne del suo profilo Facebook Enrico Mentana ammonisce: “Sui social tanto tanto livore per chi manifesta a Milano oggi. Si può non essere d’accordo in nulla con le ragioni di chi marcia, ma perché tutto questo veleno? Perché un odio così forte verso l’idea di accoglienza?” accusando poi, non si sa chi, con queste parole: “Non avete mai mosso un dito contro mafiosi e camorristi, contro gli evasori e i corrotti, sbraitate solo quando acciuffano un politico ladro, purché della parte opposta alla vostra, avete fatto il tifo per la banda di Romanzo Criminale e i Savastano di Gomorra, parcheggiate in seconda fila e ve ne fregate della differenziata, e però per voi la vergogna sono quei manifestanti di Milano.”

Questo è il quadro riportato dai principali mezzi di informazione sull’evento. Una splendida veduta panoramica sulla moralità a senso unico, raccontata con dovizia di particolari e senza risparmio di retorica. Una grande kermesse popolar populista in un epoca di populismi e post verità, (…anche se ultimamente la loro esistenza è stata negata dall’autore di tutti gli autori: Baricco).

Sarebbe sicuramente suggestivo commentare ogni affermazione dei Vip sopraggiunti copiosi all’occasione, tipo: “…chi è nato e studia in Italia è italiano.”. A proposito, mi sembra che sia già così. Certo, devono esserci le condizioni stabilite dalla normativa allo scopo di tutelare i cittadini già in possesso di cittadinanza. Infatti la cittadinanza può essere richiesta anche dagli stranieri che risiedono in Italia da almeno dieci anni e sono in possesso di determinati requisiti. In particolare il richiedente deve dimostrare di avere redditi sufficienti al sostentamento, di non avere precedenti penali, di non essere in possesso di motivi ostativi per la sicurezza della Repubblica.

Così come chi vuol essere“…costruttore di ponti e non di muri”. Gli ingegneri civili per costruire dei buoni ponti, perché essi siano sicuri, ritengono che debbano essere costruiti su buoni muri. E’ sempre molto suggestivo lanciare slogan. Tuttavia, chi è responsabile di un’Istituzione, più che dichiarare cosa  cosa sarebbe utile pensare, dovrebbe esercitare atti e azioni per risolvere problemi. Di azioni e decisioni, generalmente, in tali occasioni di esposizione popolare, non c’è mai traccia, ma questo non può essere sempre un alibi. Il problema delle migrazioni, come tutti ormai sanno, è spaventosamente complesso per ridurlo a una questione architettonica tra ponti e muri. L’unica dichiarazione d’intenti durante l’evento è stata quella di un assessore milanese che si è auspicato la replica della manifestazione da qualche altra parte…

Ciò che invece stride, come le unghie su una lavagna, sono le invettive di Mentana contro qualcuno di non ben definito, probabilmente chi non è d’accordo con lui. Qualcuno che, secondo il giornalista, non avrebbe mai mosso un dito contro mafiosi e camorristi, contro gli evasori e i corrotti, che sbraiterebbe solo quando acciuffano un politico ladro, purché della parte opposta alla sua. Qualcuno che farebbe il tifo per la banda di Romanzo Criminale e i Savastano di Gomorra, che parcheggerebbe in seconda fila fregandosene della differenziata. Quello denunciato da Mentana è l’archetipo negativo che i sostenitore della moralità come lui vogliono immaginare. Quel modello contro cui indignarsi da cui rifuggiva anche Marco Pannella, che a partire dal ’78, con la sua famosa frase, sostenne che fosse opportuno: “Scegliere tra le rose dei moralisti e le spine della moralità” e per moralisti non intendeva certo quelli a cui oggi fa l’occhialino Mentana. Lascia stupiti lo snobismo verso chi si pone problemi, magari impopolari e intellettualmente puzzolenti, come la sicurezza, la logistica dell’accoglienza, la capacità o meno di accogliere profughi e immigrati da dovunque vengano, le risorse da impiegare, e la tutela dei diritti di chi è cittadino Italiano al pari di quella di chi è immigrato. Stento a credere che chi si faccia queste domande debba necessariamente essere indifferente nei confronti della criminalità organizzata, un esaltato delle fiction di genere noir oppure un pirata della strada o un inquinatore dell’ambiente. Chissà quanti partecipanti alla manifestazione avranno gettato il giorno prima una bottiglia di plastica nella pattumiera dell’umido o abbandonato l’auto in seconda fila davanti alla scuola dei figli (…non certo Mentana che certamente, per poter affermare certe cose, risplenderà per esempio civile). 

Se invece di affannarsi a creare chimicamente buoni e cattivi con il solo scopo di semplificare cose più complesse, si ammettesse pubblicamente ciò che doveva essere fatto e non è stato dai governi di sinistra sul problema immigrazione, sarebbe già un buon punto di partenza.

Così come il tema della pubblicazione delle intercettazioni telefoniche. Il Presidente Napolitano afferma che sarebbe “Ipocrita chi si lamenta ora” e che “Bisognerebbe chiedersi perché la questione è sfuggita a qualsiasi soluzione normativa”. Ma lui è stato un ex Presidente della Repubblica, e quindi del CSM, ex Presidente della Camera, e parlamentare quasi dal dopoguerra in poi. Ha preso parte attivamente alla vita politica del Paese quando questo problema nasceva, cresceva a dismisura fino a divenire un vera e propria patologia nella vita civile del Paese.

Gli slogan sono un efficace modo di fare propaganda, ma decidere e agire è tutt’altra cosa.