Oggi mi sento più nostalgico che mai! Ricordo quando, per poter aspirare di comparire in TV o in un film, si doveva essere in grado di fare delle cose, bene o meglio degli altri. Se poi si aveva talento e coraggio la strada era in discesa. Così accadeva nella narrativa, nella letteratura, nella saggistica, nel giornalismo, nel management e in ogni altra cosa dove fosse possibile affermarsi. Sarebbe ingenuo pensare che anche in quei tempi non esistevano le scorciatoie, ma se non c’era la sostanza ogni via preferenziale diventava prima o poi un vicolo cieco, secondo la legge del più bravo. Poche le occasioni: niente social, niente web, niente reti televisive satellitari moltiplicate in decine di migliaia di emittenti. Solo TV di Stato, Cinema e grande editoria. O si era all’altezza o era oblio eterno. Certo, il mondo non era in crisi, di questo genere attuale di crisi, ma oggi la frammentazione metastatica dei suddetti settori ha contribuito al quasi default dell’editoria, tutta. La regola principale in questi tempacci  è investire su personaggi e non su contenuti. Al pubblico piace chi dice delle cose, come le dice e quanto sia seriale il dirle. Ciò che viene detto è solo un banale contrappunto all’immagine di chi lo dice o lo scrive, o lo recita. L’Immagine, con la “I” maiuscola è il vero core business a cui attenersi. 

Vago su Instagram e ammiro i selfie, autenticamente autoscattati davvero o fatti da altri, di donne famose bellissime punto. Già, il punto è l’inizio e la fine della considerazione. Oltre il punto ci sono al massimo tre puntini sospensivi. Quante di esse, oltre all’aspetto stratosferico sono in grado di proporre cose, stendendo un velo in-pietoso sul talento? Sono tante e ognuna deve occupare uno delle migliaia di slot disponibili nell’intrattenimento gestito da editori di varia risma e quindi va benissimo così.

Oggi mi sono imbattuto nel profilo di un’attrice che se vi citassi il nome e il cognome alcuni di Voi correrebbero sullo smartphone per cercare di capire di chi si tratta. È una discreta attrice che oltre a comparire in alcuni film di respiro nazionale, in qualche apparizione televisiva e sul palco di alcuni lavori teatrali si è distinta per essere fotogenica. Begli occhioni chiari e malinconici, labbra carnose e ben rossettate, gran simpatia. Le parti che le hanno concesso erano spesso quelle di una svampita, un po’ maldestra che suscita sempre benevolenza da parte del pubblico. Orbene questa onesta professionista, d’improvviso è diventata una grande autrice di narrativa. Al primo lavoro nel 2017 vende 45.000 copie! A onor del vero Wikipedia è estremamente clemente con lei, considerato che chiunque può contribuire allo sviluppo della piattaforma enciclopedica e raccontare come meglio ritiene ciò che vuole, ma la questione non è il bel curriculum della nostra attrice, peraltro persona laureata e, sembrerebbe, di ottima cultura, ma il fatto che tra una puntata di Domenica In e una di Colorado, una partecipazione a un film di Fausto Brizzi e una parte da protagonista in uno spettacolo teatrale, sia divenuta d’improvviso Emily Dickinson. Non entro nel merito di ciò che scrive perché il tema, oggi come oggi, non è scrivere bene, benissimo, male, malissimo o non essere in grado di piazzare due o tre concetti e in croce (e magari entrare comunque tra i primi 10 del premio Strega), ma improvvisarsi produttori di best seller su scelta e decisione di un curatore d’immagine di una major dell’editoria, più che di un comitato editoriale attento a contenuti, stile, collocazione nel tempo e tutto ciò che una volta era indispensabile per diventare una grande autore. Nelle classifiche nazionali di vendita i talenti autentici sono sempre più rari e continuano a primeggiare i soliti autori con i quali si va sul sicuro tipo Camilleri, Carofiglio e via dicendo. Comprendo e condivido la preoccupazione imprenditoriale, ma l’editoria è come la Sanità: aziende sì, ma non di merci. Ho letto qualcosa della nuova star scrittrice/attrice/presentatrice e mi ha anche divertito e allora contrariamente alle mie abitudini ho scritto sul suo profilo di Instagram un commento, o meglio le ho posto una domanda, colpevolmente e biecamente stizzito per il suo successo, con ogni probabilità anche giustificato: “Ciao, come si fa ad avere successo editoriale? Ho scritto e pubblicato tre romanzi e non ho ancora capito se sono una chiavica come autore o se serve qualcos’altro.” La sua risposta, incredibilmente immediata, è stata: “Una magia di proporzioni. Come la fotogenia”.

Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive. Ray Bradbury Fahrenheit 451.

Odio profondamente le citazioni: per questo inizierò e finirò questo post proprio con due citazioni…

Mi sono messo in testa di parafrasare il concetto biologico dell’immunizzazione; mi somministro una piccolissima quantità di fattore immunizzante (citazioni) per produrre anticorpi contro l’allergia a queste ultime e smettere di mal sopportarne l’uso.

Sono reduce dal Salone Internazionale del libro qui a Torino. Ci sono i volumi che ho pubblicato, esposti in un paio di stand e vi ho fatto visita come da prassi editoriale. Via racconto le mie sensazioni su questo evento, o meglio, preferisco definirlo sagra. Si tratta oggi, come del resto lo è sempre stata, di una fiera dove gli editori si trasformano in bottegai stipati nelle loro bancarelle per vendere un certo numero di “pezzi” che potrebbero essere commercializzati a un tot al chilo su una pesa da bestiame. Il pubblico è una folla da fiera: immane, chiassosa, mangereccia, ipnotizzata dal brusio di fondo che vaga come zombie senza meta nei boulevard del Lingotto. Gli incontri con gli autori o con personaggi più o meno rilevanti sono un’interminabile catena di montaggio degna della vena archeo industriale della location. Presentatori e autori che mimano movenze televisive con un pubblico semi dormiente a pupparsi temi rigorosamente politically correct, grondanti di ovvietà. Ma la novità di quest’anno è l’esordio, anzi il revival anni ‘70, del politically reazionario. Un tempo i “reazionari” erano i professori conservatori, i datori di lavoro detti più appropriatamente per l’epoca padroni, i padri della famiglia tradizionale, carcerieri di figli rivoluzionari. Oggi, udite udite, i guardiani del pensiero unico sono quelli che impediscono la partecipazione a una fiera di un editore non gradito. Qualcuno per giustificarne l’estromissione ideologica si è nascosto dietro il dito del codice penale. Non è chiaro se la reazione allergica a quell’editore in particolare sia dovuta alla sua appartenenza a un gruppo di estremissima destra o per il contenuto del libro incriminato: un’intervista a Matteo Salvini. In entrambi i casi l’espulsione della casa editrice dall’Olimpo della libertà del Salone ha suscitato i seguenti effetti: l’editore da microscopico è diventato di respiro nazionale in quanto il libro è ora quasi un best seller. Salvini ha guadagnato consensi perché, si sa, le vittime di soprusi libertari, anche se considerate esse stesse liberticide, incrementano sempre consensi. Ultima, ma non ultima ricaduta, la polemica sul “dagli al fascista!” ha ringalluzzito l’ego personale di taluni facendo risplendere la propria vetrina mediatica. Intellettuali della gauche au caviar sdegnati, con il mancino proteso verso il sol dell’avvenire (…o del passato remoto), hanno disertato la kermesse oppure vi hanno partecipato “…in nome e difesa della libertà”, della serie: Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto, così, vicino a una finestra, di profilo, in controluce. Voi mi fate: “Michele vieni di là con noi, dai”, e io: “andate, andate, vi raggiungo dopo”.

Rammento per chi non ha dimestichezza con il Salone/Sagra del libro di Torino che sono presenti, e non da oggi, senza strepiti o espulsioni ideologiche, la casa editrice che pubblica un certo Renato Curcio Sensibili alle foglie, Rizzoli e Blurb che hanno rispettivamente  ripubblicato e pubblicato i volumi di Adriana Faranda. In compenso allo stand Feltrinelli, nella miglior tradizione da pane e salsiccia del Festival dell’Unità si canta a pugno chiuso bella ciao, fino ad arrivare a un editore, semplicemente non di sinistra e non certo nazifascista, costretto a lavorare presidiato dalla Digos per paura di azioni violente contro il suo stand.

https://www.nicolaporro.it/e-questi-fenomeni-cantano-bella-ciao/

E allora Ray Bradbury se fosse ancora vivo direbbe estrapolandolo da Fahrenheit 451: Se non vuoi un uomo infelice per motivi politici, non presentargli mai i due aspetti di un problema, o lo tormenterai; dagliene uno solo; meglio ancora, non proporgliene nessuno.

Ho da poco scoperto che su Whatsapp esiste la funzione “stato”. La mia prima impressione è stata abbastanza fredda. Ho pensato: “Perché modificare spesso la mia foto, magari con l’aggiunta di qualche commento in una chat che ha il solo scopo di diffondere comunicazioni brevi, o comunque di rapido consumo?”. Continuo a pensarla così, ma l’irrazionalità che condiziona molte delle mie scelte, mi ha suggerito che quella funzione poteva essere qualcosa di più di un ricambio della mia immagine sul profilo. Ho capito che, volendo, avrei potuto comunicare attraverso foto e parole il mio umore del momento o, in alternativa, non farlo. L’ultima mia immagine postata sullo stato di Whatsapp è stata una foto in bianco e nero di me e del mio Golden Retriever Mr. Green, sul divano, intenti a fare ciò che amiamo di più: dormire. Ho pensato di titolarla “Uomini e cani” in ricordo di John Steinbeck dal quale ho immoralmente storpiato il titolo della sua opera. Mentre ripensavo a Uomini e Topi mi è venuto in mente, come in un riflesso pavloviano, tutto il clamore mediatico dei fatti di Macerata. Un attento lettore del Nobel americano direbbe, parafrasando Di Pietro “Che ci azzecca!” e non avrebbe neanche tutti i torti. Lo so già senza bisogno alcuno di doverlo ammettere: sono contorto e spesso, per esprimere un concetto semplice e diretto, parto dal libro della Genesi in ebraico antico. Non me ne vanto affatto e, anzi, cerco disperatamente di essere più sintetico, ma con scarsi risultati. Comunque, tornando a Uomini e Topi, per chi non l’ha ancora letto, si tratta di un romanzo su due amici che giravano per le fattorie americane in cerca di lavori stagionali. Lennie, un individuo grande e grosso ma affetto da ritardo mentale e George un tipo invece piccolo di statura, minuto, ma molto intelligente e furbo. Di fatto il secondo si prendeva cura del primo, evidentemente non in grado di badare a sé stesso, non disdegnando di utilizzare la sua scaltrezza per sbarcare il lunario. Il problema principale di Lennie era la sua forza fisica incontrollabile. Pur essendo una persona sensibile e gentile, nel maneggiare le cose involontariamente le stritolava con la sua forza incontrollata, a partire dagli oggetti fino ai piccoli animali, nel tentativo di accarezzarli. I due approderanno in una fattoria il cui proprietario deciderà di assumerli instradando senza volerlo il romanzo verso il tragico epilogo. Lennie per errore ucciderà la nuora del padrone e George per sottrarlo alla furia linciante della comunità deciderà di ammazzarlo di persona. Lo schema narrativo quindi è la povera vittima di un sistema incapace di comprendere la natura del “diverso” immolato dall’amico, o presunto tale, alla pietà del lettore. Alla fine George ne uscirà come un eroe pur dopo aver creato o almeno sottovalutato le condizioni favorenti la tragedia. La riprova della correità di George nella tragica vicenda di Lennie risiede nel fatto che prima del tragico epilogo egli stesso aveva indicato a Lennie un nascondiglio dove riparare in caso di necessità, consapevole della sua pericolosità. Il lettore (e forse anche l’autore…) vedrà nel gesto estremo di George tutta l’umanità possibile, nonostante i presupposti della tragedia, di fatto favoriti o almeno preconizzati da George. Quindi l’eroe della morale correct voluta dall’autore in realtà entra ed esce da quella medesima morale come di solito accade nella realtà di tutti.

Dunque, eccoci alla cronaca di questi ultimi giorni consumatasi a Macerata: una giovane ragazza con problemi di dipendenze viene trovata a pezzi in alcune valige. Dai riscontri sembrerebbe essere stata uccisa e sarà poi la medicina legale a stabilire quanto dall’overdose e quanto dalla mano dell’uomo o degli uomini. Due persone vengono fermate e si tratta di cittadini nigeriani. Poco dopo, sempre a Macerata, un tizio, cittadino italiano, decide di fare il tiro a bersaglio per strada su alcuni stranieri di colore. Affermerà dopo la cattura di essere stato mosso da un sentimento di vendetta per la ragazza uccisa. Viene poi fermato un terzo cittadino nigeriano a Milano per gli stessi fatti. Dopo pochi giorni l’Italia “antifascista” si dà appuntamento a Macerata per manifestare contro “il razzismo” e “il fascismo” pensando forse di inscenare il romanzo di Steinbeck. Il cliché del pensiero unico e corretto impone un sistema definito “fascista” e “razzista” che se la prende con l’anello debole della società, il Lennie di turno e il caso vuole che esso sia nella realtà rappresentato dal colore della pelle, dall’etnia, o dalla provenienza geografica dei migranti. Quel sistema malato, secondo gli “antifascisti” e gli “antirazzisti” corrisponderebbe allo squilibrato che ha deciso di impallinare persone che passeggiavano sul marciapiedi (alias i componenti della fattoria inferociti per l’omicidio perpetuato da Lennie). Quindi chiunque si lamenti di una situazione insostenibile chiedendo soluzioni, per i manifestanti del pensiero unico sarebbe come il “vendicatore” psicotico di Macerata o come la torva inferocita alla ricerca di Lennie. Ai filosofi della morale giusta basta nascondersi dietro fascismi e razzismi per giustificare la propria impotenza di fronte a un fenomeno incontrollato e non certo sostenibile con l’accoglienza samaritana di Boldriniana memoria. Tutto questo, accade indipendentemente dalla tragedia della ragazza di Macerata, la cui famiglia peraltro pare sia stata totalmente dimenticata dai grandi organizzatori dell’evento/corteo contro i “razzismi”, forse perché troppo impegnati a intonare slogan a difesa dell’Italia democratica, accogliente, tollerante e soprattutto antifascista. Concludo con due domande. La prima è: “Chi a questo punto interpreterebbe il ruolo bifronte di George?” La seconda, molto Politically Correct è: “Ma i paladini della difesa dalla violenza sulle donne dov’erano?” A quest’ultima mi rispondo da me: “Esattamente nella stessa piazza dove avveniva la manifestazione “antifascista” e “antirazzista”.

Alla prima domanda rispondetevi da soli…

(ANSA) – NAPOLI, 8 MAR – ”Io mi schiero completamente dalla parte dei centri sociali che portano avanti un dissenso forte nei confronti di un uomo politico che qualche giorno fa, utilizzando un linguaggio di tipica impronta nazifascista, ha detto che andava nelle piazze e nei vicoli a prendere le persone extracomunitarie per cacciarle”. Lo ha affermato il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, commentando la manifestazione di alcuni centri sociali che hanno cercato di impedire l’accesso al quotidiano Il Mattino al leader della Lega Matteo Salvini. ”Salvini – ha detto de Magistris ai microfoni del programma radiofonico Tg Zero – deve portare rispetto per i centri sociali che ha chiamato zecche”.

http://www.ansa.it/campania/notizie/2017/03/08/de-magistris-sto-con-i-centri-sociali_b17882e1-7428-41ca-a8be-e97b06988186.html

Maurizio de Giovanni oggi su Facebook a proposito degli scontri a Napoli per l’arrivo di Salvini: «Delinquenti e vandali. Non Napoli, né i veri napoletani: delinquenti e vandali. La città vera, la città normale è parte lesa.»

Nel marzo 2016 in un’intervista sul Fatto Quotidiano lo scrittore dichiarò a proposito dei brogli a Napoli alle primarie del PD: “Il potere non ha bisogno di vergognarsi. Chi lo cerca non si cura di null’altro. Ai tempi di Achille Lauro siamo ritornati. E lì restiamo – spiegava ancora lo scrittore -. Almeno allora lo scambio era alla luce del sole. Almeno questo!”. Infine, alla domanda “chi voterà?”, rispose: “de Magistris. Credo, nonostante tutto, che sia la proposta più apprezzabile”.

Strani cortocircuiti per chi non conosce Napoli come i napoletani. Entrambi, de Magistris e de Giovanni, accomunati da un prefisso minuscolo di sospette origini nobiliari, e da una tranquilla vita borghese prima della fama acquisita per meriti diversi, sono due esempi da paradigma partenopeo. Entrambi di sinistra, uno decisamente più giacobino dell’altro, si cortocircuitano sostenendosi a vicenda in numerose dichiarazioni di affetto reciproco. Ma, direbbe un personaggio ormai sparito dai radar politici: “Questi due che ci azzeccano?“. Forse l’apologia di un giustizialismo tornato di moda li potrebbe accomunare, anche se uno scrive gialli e l’altro se n’è occupato per conto dello Stato come magistrato, con i risultati che abbiamo appreso da altri cortocircuiti nazional nazionali mediatico giudiziari.

Comunque, un sindaco di una grande città dichiara di schierarsi completamente dalla parte dei centri sociali. Questi ultimi devastano la sua città per impedire un comizio di un politico odiato con la medesima intensità con la quale odiano il libero scambio di opinioni e lo scrittore, che aveva dichiarato prima delle ultime elezioni la propria preferenza per de Magistris, gli corre in soccorso, sorvolando sulle incaute dichiarazioni del primo cittadino e dichiarando ciò che di più ovvio non esiste:

Delinquenti e vandali. Non Napoli, né i veri napoletani: delinquenti e vandali. La città vera, la città normale è parte lesa”.

Qual’è il tema, caro de Giovanni? Vuoi forse spiegare al mondo che sotto passamontagna e tute nere, a lanciare porfidini e molotov, non c’è chi si sveglia tutte le mattine e faticosamente inizia la propria giornata napoletana tra lavoro, scuola, università, pensione, figli, tasse, traffico e poi torna a casa in attesa di iniziarne un’altra uguale alla prima? Magari, cerchi affannosamente di affrontare il nostro atavico senso di inferiorità di noi napoletani, verso altri di altre latitudini, scusandoti in anticipo di un qualcosa per la quale è inutile scusarsi? Oppure il senso delle mani avanti, protese verso un alibi scontato come quello da te citato nel tuo post su fb, serve solo a deviare l’attenzione su quello scomodo cortocircuito ideologico tra “Giggino” e i black block di fuorigrotta?

Come diceva il commissario Lojacono al Questore che gli comunicava il trasferimento al commissariato di Pizzofalcone: “Anche l’inferno è meglio di qui…“, solo che a volte è meglio rifugiarsi in Purgatorio…

Aggiunta e aggiornamenti alle ore 10.00 del 12 marzo: caro Maurizio, il profilo Facebook del Corriere del Mezzogiorno dove scrivi, non ha ancora speso una parola sugli scontri di ieri…

Attendiamo con fiducia

Aggiunta e aggiornamenti alle ore 18.30 del 13 marzo: finalmente è comparso sul profilo Facebook del Corriere del Mezzogiorno un editoriale di P. Macry e le controdeduzioni del sindaco. Meglio tardi che mai…

Ieri, pigramente mi trascinavo su Facebook tra citazioni filosofiche, spot di auto in vendita e foto animaliste di cani maciullati, scivolando tra un post e l’altro sopra il cuscino sul quale stavo per prendere sonno. Poi la mia attenzione si è attardata su un commento del giornalista Gianni Riotta a proposito del disappunto espresso da Alessandro Baricco sull’assegnazione del premio Nobel a Bob Dylan e il torpore è sparito.

https://www.facebook.com/gianni.riotta.71/posts/579665442217739

In breve, Baricco eccepiva l’attribuzione del “premio dei premi” per la letteratura a un autore musicale che, a suo parere, avrebbe dovuto concorrere a un Grammy Award, più consono alla sua opera e Riotta, dal suo profilo Facebook, dopo aver rammentato il peso storico dei testi delle ballate nella letteratura durante i millenni, gli rispondeva provocatoriamente: “Caro Baricco, Bob Dylan c’entra davvero molto con la letteratura. Tu, piuttosto, sei proprio sicuro di entrarci qualcosa, anche solo un pochino, di striscio magari?“.

Stamattina, ascoltando Virgin Radio in auto mentre mi avviavo verso l’ospedale, ho appreso da Beppe Severgnini che il caso di Robert Zimmerman, alias Bob Dylan vincitore del Nobel per la letteratura, è esploso con dibattiti che hanno diviso i critici in pro e contro.

Una discussione che, almeno per me, dovrebbe avere lo stesso effetto del Lexotan sul sonno, paradossalmente mi ha riattivato l’attenzione, non tanto per i suddetti duellanti, Riotta vs. Baricco, che sinceramente poco hanno a che fare con J. Conrad, ma per l’argomento in sé: “Il Premio Nobel per la letteratura”.

Andiamo per gradi: un tizio una mattina si sveglia e scopre di essere morto perché legge il suo necrologio in un articolo poco edificante sul giornale dove egli viene definito mercante di morte. Il fatto è che naturalmente non è morto lui, ma suo fratello e il refuso giornalistico dipende dalla sua fama di inventore della dinamite e di commerciante di armi, con cui ha racimolato una fortuna. Decide allora, forse per motivi di sensi di colpa, di scrivere un testamento nel quale si istituisce un premio annuale, a suo nome (…e a sue spese), da assegnare a: “Coloro che nell’anno precedente abbiano contribuito al benessere dell’umanità“. Il resto è storia conosciuta.

Leggo un articolo di un certo Tim Parks, uno scrittore e accademico inglese che vive in Italia e mi si chiariscono le idee sul premio intitolato all’inventore della nitroglicerina.

http://www.ilpost.it/2015/10/20/tim-parks-libro/

In sostanza lui ci ricorda che i membri dell’Accademia svedese, l’organizzazione alla quale sul finire dell’Ottocento fu offerto l’incarico di assegnare il premio Nobel, sono diciotto e che devono essere tutti svedesi. Inoltre rammenta che non si possono dimettere (!!). Ne consegue che la visione dei giudici, (…incarcerati in questa maledizione) è sempre stata e sempre sarà quella di cittadini svedesi non certo giovanissimi. L’Accademia, fondata nel 1786, aveva il compito di promuovere la lingua svedese, ciononostante le fu assegnato alla fine del diciannovesimo secolo l’obiettivo di scegliere l’opera «di orientamento idealista» più rilevante del mondo in quell’anno.

Quasi un’assurdo in termini logici, ma certamente un’impresa la cui obiettività ha superato abbondantemente i confini della realtà.

Come faranno diciotto universitari svedesi, serenamente dimoranti nella loro terza età, a valutare le svariate centinaia di opere dei candidati al Nobel per la letteratura provenienti da tutto il mondo, scritte se non in decine di lingue, nella migliore delle ipotesi in inglese, tedesco, francese, spagnolo, russo, mandarino, giapponese, ecc.?

Peraltro quello linguistico è solo uno dei problemi. La cultura del singolo Paese di origine dell’autore e la storia personale del medesimo, dovrebbero essere inserite nei criteri di valutazione, il tutto moltiplicato per centinaia di volte, ad opera di diciotto vecchietti che si dovrebbero occupare della purezza della lingua svedese.

Per spezzare una lancia a favore di questi ultimi bisogna immaginare cosa faremmo noi stessi al loro posto e quali criteri di giudizio useremmo. Certo, l’estetica è il più ostico di tutti i criteri possibili, per motivi insiti alla propria e connaturata variabilità e allora su cosa ci baseremmo per assegnare il premio alla letteratura più importante di tutti? La politica, ovviamente quella corretta, quella dalla parte giusta, quella dei diritti comunque e per chiunque, della protesta contro i potenti, quella per l’uguaglianza, l’equità, la tolleranza universale e a tutti i costi. Ecco il perché dei Nobel ai dissidenti del blocco sovietico, agli scrittori sudamericani contro la dittatura, agli scrittori sudafricani contro l’apartheid, o al commediografo Dario Fo, buonanima.

Il dubbio di Tim Parks mi rimbomba nella testa: non è che a diciotto cittadini svedesi si dovrebbe riconoscere una certa credibilità quando si tratta di valutare opere letterarie svedesi piuttosto che nel giudicare l’infinita varietà di opere appartenenti a così tante tradizioni diverse? Soprattutto, perché dovremmo chiedergli una cosa simile?

In tal senso mi associo all’opinione di Tim Park sulla sostanziale futilità del Nobel e sulla nostra ingenuità nel prenderlo sul serio.

Lo scontro, tutto politically correct, tra due big come Riotta e Baricco, mentre guido e ascolto musica, ritorna a livelli soporiferi di normalità e un altro dubbio mi attanaglia: nel 2015, quando il premio Nobel per la letteratura (…e non il Premio Pulitzer) è stato assegnato alla bielorussa Svetlana Aleksievic, di mestiere giornalista e nel 1997 fu assegnato a Dario Fo, di mestiere commediografo, forse Riotta (giornalista) e Baricco (fondatore di scuole letterarie) erano entrambi distratti mentre ascoltavano Like a rolling stone?

Un anno fa in treno rimettevo in ordine la mia presentazione de Il teorema della memoria che di lì a qualche ora avrei tenuto a Numana. In una pausa, navigando sul web, mi sono imbattuto in un sito letterario curato dallo scrittore americano Chuck Palaniuck: “Lit reactor”.

C’era un articolo dal titolo ad effetto: “What the Fuck Are You Writing For?”.

Incuriosito l’ho letto, utilizzando la mia pessima e scolastica conoscenza dell’inglese.

L’autrice era una certa Cath Murphy una editor americana.

L’immagine dell’editor per chi scrive è spesso controversa, infatti ciò che ho letto non sembrava scritto da un editor.

Poneva due domande tanto avvilenti per semplicità quanto confondenti: “Perché si scrive?” e “Perché si legge?”

Secondo l’autrice dell’articolo le risposte più gettonate degli autori alla prima domanda sarebbero in sequenza:

«Scrivo per dare voce ai personaggi nella mia testa».

«Voglio vedere le facce dei miei genitori quando darò loro una copia del mio libro».

«Ho sognato di essere uno scrittore da quando mi ricordo».

«Scrivo perché i miei personaggi sembrano così reali per me che ne voglio raccontare le storie».

«Scrivo perché mi aiuta a far fronte ai miei demoni».

«Scrivo perché voglio condividere la mia esperienza con gli altri».

«Scrivo perché posso vivere esperienze che normalmente non ho».

«Scrivo perché mi rende felice».

«Scrivo perché devo, devo e basta».

«Scrivo così posso esprimermi».

“Chi fornisce queste risposte,” secondo Cath Murphy, “crede che questi siano tutti buoni motivi per scrivere.

Secondo lei si sbagliano tutti. Anzi, rincara la dose:

“Ognuna di queste è una str…a! Smettetela di mentire. Perché scrivete veramente? Questi non sono solo motivi stupidi per scrivere, queste sono anche bugie, così come nelle parole di Gregory House in uno dei suoi telefilm:

«Mentiamo su quanto alcol beviamo, quanto mangiamo, quanto lavoriamo. Mentiamo sui nostri successi e nostri fallimenti. Nelle nostre teste abbiamo una versione di noi stessi che è più bella, più forte, più acuta e più intelligente del prodotto originale. Ci si potrebbe ogni tanto guardare allo specchio e comprendere che il nostro sé immaginario e quello reale non corrispondono. Mentiamo tutti per mantenere la realtà di questo se’ illusorio e difendiamo strenuamente quel tratto immaginario che, nonostante tutte le prove che dimostrano il contrario, ci fa sentire di essere una bella persona».

In realtà noi scriviamo per questi motivi:

«Voglio che tutti ascoltino quello che ho da dire».

«Voglio che tutti sappiano quanto l’ho avuto duro».

«Voglio che la gente mi commiseri».

«Voglio che altre persone si rendano conto di quanto male mi hanno fatto o mi stanno facendo».

«Perché quando avrò pubblicato, tutti potranno vedere come sono intelligente».

«Perché quando ho pubblicato mi potrò crogiolare nell’adulazione degli altri».

«Perché quando ho pubblicato, potrò rendere invidiosi gli altri».

Potremmo pretendere di scrivere in modo da dar voce ai nostri personaggi o immergerci nella gioia delle parole condividendo i nostri mondi immaginari, ma quelle sono le nostre ragioni delle belle persone che immaginiamo di essere. In realtà, scriviamo perché passiamo il tempo richiedendo attenzione dagli altri. Scriviamo nella speranza di successo, perché crediamo di ottenere con quest’ultimo il potere che ci meritiamo.

E allora dopo il tutto chi se ne frega. È solo scrivere, chi si preoccupa del perché lo facciamo?

Pensate per un attimo cosa significano i libri per voi. Poi ponetevi un’altra domanda: “Perché ho letto?”.

A livello culturale, i libri civilizzano, educano, diffondono informazioni, incoraggiano l’empatia e sottolineano la nostra esperienza comune. Ma se i libri avessero solo una funzione culturale non li leggeremmo mai.

La lettura è un’esperienza piacevole per noi come individui.

Pensate a un uomo la cui donna sta morendo di cancro. Si siede per ore al suo capezzale. Ben presto la perderà, ma lui non vuole immaginare quel momento. Non vuole pensare al suo dolore o alla sua imminente solitudine. Quando lei si addormenta e lui non ha nulla da fare, quei pensieri sono difficili da evitare. Prende un libro e legge.

Pensate a una donna mentre sta andando al lavorare. Il suo lavoro è noioso, insoddisfacente e mal pagato. Il capo è un uomo squallido e prevaricante. Il matrimonio di quella donna è fallito e sta mantenendo i bambini da sola. È esausta, e quasi a pezzi. È spaventata. Sul treno o l’autobus, prende un libro e legge.

Pensate a un ragazzo a scuola. Quel tipo di ragazzo privo di contatti sociali. Ha dolori di stomaco ogni giorno della settimana e non viene mai considerato da nessuno. Quel tipo che dolorosamente si rende conto che non avrà mai l’intelligenza o la forza per allontanarsi dal gradino più basso della scala sociale. Durante la ricreazione, mentre tutti lo ignorano come se fossero in competizione per l’oro alle Olimpiadi dell’indifferenza, quel ragazzo solitario ha un amico al quale può ricorrere, uno che non lo deluderà. Quel ragazzo prende un libro e legge.

Leggiamo per allontanarci dall’orrore dell’esistenza quotidiana, dai fallimenti, dalla consapevolezza del divario tra chi vorremmo essere e chi siamo veramente.

Leggiamo per farci trasportare, confortare, intrattenere.

Un buon libro ci tiene per mano. Ci parla. Quando leggiamo confidiamo i nostri segreti alle pagine che teniamo tra le dita: “Ho paura del buio, voglio essere un eroe, voglio innamorarmi”.

Ripensate a tutti i motivi citati all’inizio, dichiarati dagli autori sul perché scrivono. Sono centrati sullo scrittore e non sul lettore e lo stesso vale per le ragioni vere nascoste e cioè quei desideri oscuri che non possiamo ammettere. Se leggiamo per ricevere il balsamo di cui abbiamo bisogno per le nostre anime non possiamo scrivere per gli stessi motivi. Quello che un libro ci regala come lettori ci aiuta a diventare persone migliori, più empatiche, più pazienti, ci aiuta a diventare più simili alla brava persona che tutti noi segretamente crediamo di essere.

Se scriviamo per motivi personalistici l’empatia evapora. La nostra prosa sarà avara e meschina. Ai nostri lettori non crescerà la passione quando leggeranno i nostri libri, in loro crescerà solo l’impazienza e la noia.

C’è solo un modo per risolvere questo problema ed è quello di scrivere come si legge. Identificare i motivi per cui si scrive davvero e poi demolirli uno per uno. Restringete il vostro ego del ca…o e dite a voi stessi che a nessuno interessa come il mondo si è comportato verso di voi.

Pensate invece alle persone che leggeranno il vostro lavoro. Che cosa gli manca, l’eccitazione, l’appagamento sessuale, hanno bisogno di un amico? Riempite il vostro libro con ciò di cui hanno bisogno – emozioni, amore, sesso, informazioni, lasciate che salvino il pianeta, viaggino nell’universo, cavalchino unicorni e trovino le scarpe perfette per ballare. Lasciateglielo fare tutto nello stesso libro se questo è ciò di cui hanno bisogno.

La prossima volta che vi accomoderete davanti alla tastiera, aprirete un vostro file e leggerete ciò che avrete scritto il giorno prima e avrete un sussulto, magari chiedendovi ancora chi ca..o ve lo fa fare. Allora pensate all’uomo seduto accanto al letto di sua moglie morente, alla madre single sul treno, al ragazzino solitario a scuola.

Lo state facendo per loro”.

Non credo ci sia altro da aggiungere.