Alcune domande trascendentali, che ci vengono in mente durante un periodo in cui dubitiamo di noi e della nostra identità, in cui siamo insicuri e incerti, sono: “Chi sono?”, “Cosa sto facendo della mia vita?”, “Dove sto andando?”, etc. L’adolescenza e l’età adulta, si caratterizzano entrambe per una cosa, l’instabilità emotiva. La prima è una fase complicata, segnata da un passaggio complesso tra due età, con crisi di identità nelle quelli ognuno di noi cerca il suo proprio io. Ribellarsi contro tutto e tutti, parlare male, farsi trascinare dalle compagnie. Insomma, cerchiamo chi siamo veramente. Quando si raggiunge la soglia dei quarant’anni c’è un ulteriore punto di inflessione. Siamo adulti, tentiamo di recuperare ciò che ormai è rimasto indietro e spesso ci ritroviamo ad affrontare un’altra crisi in cui non sappiamo il perché ci stiamo comportando come facciamo. In psicologia si può parlare di crisi di identità, in politica no! Ieri, su La7, è andato in onda l’ennesimo spettacolo del “tutti contro uno”: Floris, De Gregorio, Carofiglio vs. Salvini. Tralasciando i temi trattati (o i “non temi” a secondo dei punti di vista), oggetto delle domande poste al leader della Lega, ha trionfato l’equivoco d’identità dei primi tre, due giornalisti/scrittori/politici e un politico/ex(?) magistrato. 

Carofiglio alla domanda di Floris a Salvini su dove siano finiti i famosi 43 mln di euro della Lega oggetto di indagini giudiziarie afferma: «Non sono particolarmente appassionato alla questione specifica né tantomeno ai processi che riguardano personalmente l’onorevole Salvini, peraltro è sempre stata una mia regola di non parlare dei loro processi con gli indagati e con gli imputati perché sono le persone più inattendibili, ovviamente inattendibili. Se uno è indagato per un grave reato come per esempio il sequestro di persona e pensa di essersi comportato bene e magari lo pensa davvero non può entrare in discussione tecnica con qualcun altro…». Nelle prime battute Carofiglio politico afferma di non entrare nei processi ma, un istante dopo, si trasforma in Pm sostenendo di non parlare con indagati e imputati perché persone inattendibili poiché non potrebbero entrare in discussione tecnica con “qualcun altro”, che poi sarebbe egli stesso nella versione Pubblico ministro. Poco dopo però, con un balzo felino, rientra nel suo corpo di senatore del Pd e dice: «Rispetto il punto di vista di uno che è indagato o imputato, ma parliamo di metodo politico: mi sembra che il segretario della Lega abbia, rispetto a uno degli indagati, sulla vicenda dei soldi che circolano all’estero, detto che garantiva personalmente. Non mi interessa specificamente la posizione di questo signore (il commercialista indagato), ma l’affermazione “Garantisco personalmente”…». 

Sorvolando sull’avvilente paragone di Carofiglio, tra Salvini e un fratello di uno dei presunti partecipanti all’aggressione del povero Willy, non è chiaro nella frazione di poche battute cosa egli sia voluto essere: politico, magistrato ancora in servizio, ex Pm nostalgico o figura mitologica antropomorfa che ingloba tutte le altre fattispecie. Se fosse stato un adolescente difficile o un quarantenne tormentato, forse qualcuno l’avrebbe invitato a recarsi da un analista, ma in politica (soprattutto nel versante di sinistra) l’ambiguità è cosa normale se non addirittura auspicabile.

Concita De Gregorio, “pasionaria” di Repubblica, poco dopo ha esordito con un mini comizio nel quale risponde all’affermazione palesemente retorica di Salvini: «La scuola non riapre e gli artigiani e le partite IVA che domani devono pagare le tasse e non riaprono da quattro mesi.» ribattendo che: «…La scuola ha riaperto regolarmente stamattina e sono andati otto milioni di studenti, per cui l’affermazione che la scuola non riapre non mi sembra corrispondente alla realtà». Poi, spostandosi indietro la sua chioma fluente con finto distacco, si ricorda che riaprire la Scuola non è solo il gesto di dischiudere un portone di un edificio, ma far ripartire un istituzione, magari con la presenza anche degli insegnanti e si rifugia citando il Premier Conte che avrebbe scaricato la responsabilità della loro assenza su un “ricatto dei sindacati”. Ma la De Gregorio non aveva appena sostenuto di essere solo una cronista oppure si è tramutata improvvisamente, come in una metamorfosi kafkiana, in un avversario politico di Salvini? Anche lei, in una veste diversa, probabilmente, a braccetto di Floris, più moderato e non per questo meno ambiguo, da adolescenti o quarantenni svalvolati si sarebbero rivolti ai servizi di uno psicologo. Nella realtà irreale invece conducono talk show e vengono pagati da famosi editori per le loro multi identità. D’altronde qualcuno sosteneva che niente è più pericoloso di un’idea quando quest’ultima è l’unica che si ha. Dunque, a parte quell’unica e ossessiva idea di demonizzare Salvini, non riuscendo a pensare a qualcosa di più convincente, tanto vale trasformarsi in tante altre cose, come meglio conviene, in mancanza di idee migliori.

Le Srl, ovvero le società a responsabilità limitata, sono un’allettante strumento  per l’esercizio comune dell’attività d’impresa. L’unione fa la forza e, anche in questo caso, non c’è niente di più vero: quando più persone si mettono insieme e uniscono le proprie capacità per raggiungere un obiettivo comune, il traguardo diventa senza dubbio più facile da raggiungere. Ogni socio versa una quota e tutte diventano il patrimonio della società. Se poi quest’ultima va in perdita ogni socio perde solo la quota che ha messo a disposizione. Per questo la responsabilità di ogni componente della Srl è limitata. Ma se per società non si intendesse solo quella relativa a un connubio economico, ma quella allargata e generale che include tutti noi? È in atto la polemica sui “giovani untori”: ragazzi che, con il proprio comportamento irresponsabilmente anti sociale, non rispettando le misure di prevenzione e protezione anti Covid, sarebbero, secondo alcuni, la causa unica dell’impennata di nuove positività al virus. Peccato che una proporzione tra il 40 e il 60% delle nuove infezioni origina dai cosiddetti contagi di ritorno. Questi includono: turisti e pendolari italiani che rientrano dall’estero, ma anche stranieri che per turismo o lavoro approdano da noi e udite udite stranieri che approdano in Italia clandestinamente. Di quest’ultima categoria ovviamente è vietato parlare o se se ne parla guai ad ammettere che esista, alla faccia del negazionismo. Anzi, per evitare di affrontare la questione si è pensato di far ricorso all’irresponsabilità dei giovani che si assembrano e, privi di mascherine, sarebbero, secondo la versione dei media mainstream, l’unico temibile serbatoio di Covid nel Paese. Brutte persone i giovani, così egoisti e superficiali da mettere a repentaglio la società, di cui rappresentano una quota importante, con la loro irresponsabilità. Peccato che, come nelle Srl, la loro sia una responsabilità limitata al contesto e al momento politico. Definirli bravi, intelligenti e responsabili oppure mostri è questione di poco. Questi ragazzi, oggi così irresponsabili da non salvare né il mondo né i nonni, sono i medesimi che il ministro dell’istruzione invitò, nel nome delle regole, a scioperare contro la plastica e il riscaldamento globale. Al tempo erano così responsabili, corretti, sensibili, regolati. Schiere di giovani sardinati che responsabilmente marciavano “tutti contro uno”, l’orco Salvini, e allora piacevano tanto alle stesse testate giornalistiche che oggi li definiscono untori decerebrati. Che mondo meraviglioso è il nostro: se sei giovane, oggi sei un eroe, domani il peggior criminale. L’importante è essere funzionale a qualcosa o qualcuno. Che strano, è esattamente lo stesso destino di noi sanitari nell’era del Covid: ieri angeli salvatori della patria, oggi indagati, insultati e umiliati con una mancia, peraltro mai percepita per cavilli kafkiani, da un Governo, un sistema giudiziario e un mondo dell’informazione, tutti accomunati da uno spiccato senso dell’umorismo.

https://twitter.com/guidocrosetto/status/1288367682757308416?s=21

Clamorosa rivelazione del Direttore de “La Stampa” su la7! «Tra le leve che spingono questo Governo a nascere, lo dobbiamo riconoscere, c’è la tutela dell’esigenza di preservare un’ordine mondiale perchè, diciamolo chiaramente, un’ordine mondiale esiste, c’è. Sono le esecrate elìte, sono i tecnocrati, chiamiamoli come vogliamo, però tutto quello che rappresenta una minaccia all’ordine costituito viene guardato dalle cancellerie e dalle tecnostrutture con qualche preoccupazione: Salvini era una minaccia a questo ordine costituito. Non sto dicendo che necessariamente fosse una minaccia democratica. Lo era per l’Italia, un po’ meno per l’Europa, ma per l’Europa era una minaccia perché rimetteva in discussione tutta una serie di certezze, giuste o sbagliate che siano, che erano state acquisite nei decenni.»

In queste chiare parole Massimo Giannini, direttore de La Stampa dice sostanzialmente che 1) la democrazia è solo uno scherzo spiritoso, 2) la sovranità italiana è come un vestito di carnevale e soprattutto, 3) almeno sul piano del suffragio, come cittadini non contiamo un c…o. A rivelarlo non è l’addetto stampa di Pinochet o la “canea”, così definita da Michele Serra, fascioleghista antigovernativa, ma un giornalista proveniente da Repubblica, oggi Direttore di uno dei maggiori quotidiani italiani moderati. Con estrema serenità egli ha affermato cose che chi non è di sinistra e gode di qualche neurone sano per porsi dei perché (prima di dare libero sfogo alla lingua), pensa e sostiene da sempre. Il tema  però non è il virtuoso ravvedimento di Giannini che, probabilmente, fosse stato ancora un semplice dipendente di Repubblica, non si sarebbe mai ravveduto, ma il suo candido pragmatismo. Il tono delle sue parole è quello di chi sostanzialmente dice: Voi che avete fiducia nell’efficacia di un voto democratico davvero ci credete? Nessuno di voi sapeva che votare è pleonastico? Tanto sono “le Cancellerie”, “le tecnostrutture” e “l’ordine mondiale” a decidere cos’è e cosa non è necessario per il nostro Paese e non certo voi, ingenui elettori. Giannini con quelle parole ritiene del tutto naturale che, qualora Salvini, Meloni e Berlusconi rischiassero (come sembra evidente) di vincere a mani basse le elezioni, basterebbe abolirle o eventualmente cancellarli dalle scene politiche. Se infatti avessero già vinto, basterebbe il solito avviso di garanzia assestato con il metodo impropriamente definito “Palamara” per accontentare le élite dell’ordine mondiale. È inutile far credere che quel tipo di strumento lo abbia inventato il vituperato ormai ex magistrato: i Palamara e gli avvisi di garanzia a orologeria esistevano già da decenni. Come si spiega che sul Corriere della Sera campeggi in prima pagina la faccia scavata del Governatore di Centrodestra della Lombardia, con i suoi problemi giudiziari e non vi sia traccia del faccione di quello di Centrosinistra della Puglia con le indagini a suo carico sui finanziamenti illeciti delle primarie Pd? In compenso svetta tra i titoloni del Corrierone il nuovo incarico del leader pentastellato Di Battista improvvisatosi (…anche in questo caso) barman estivo nel locale di un parente al Lido di Ortona. D’altronde non c’era alcuna necessità di scomodare il Bildenberg per capire che le elezioni sono del tutto decorative: basta prendere atto dell’attività politica da mixologist dell’ex onorevole Di Battista. Il Recovery found dopo un Frozen Margarita ben miscelato ha tutto un altro effetto…

In tema di passato rivedere la storia per darne una rilettura, senza pregiudizi ideologici (né di segno negativo, né di segno positivo), è revisionismo. Sostenere teorie antistoriche e antiscientifiche attraverso l’uso spregiudicato e ideologizzato dello scetticismo, fino a negare l’esistenza di un fenomeno, è negazionismo. Questa è in estrema sintesi l’interpretazione che Treccani dà dei termini revisionismo e negazionismo. La storia tuttavia non è la scienza e il metodo per avvalorare quest’ultima non è esattamente lo stesso per dimostrare fatti accaduti nel passato, a oggi ancora dibattuti.  In pieno revival anni ‘70 sta tornando di moda lo sloganismo. Basta appunto uno slogan o un termine, spesso inappropriato, per etichettare le opinioni sgradite. Dalla discesa costante della curva epidemica ormai ogni rilettura, in termini attuali, del fenomeno Covid 19 è liquidata dai sostenitori del lockdown perpetuo come negazionista. Per costoro l’epidemia virale e l’Olocausto sono di fatto sovrapponibili in quanto a sacralità di contenuti. Chi si permette di sostenere che il numero di contagi si sia ridotto, che la gestione della patologia sia ormai più domiciliare che ospedaliera, che, con il distanziamento e le misure di protezione con mascherina nei locali chiusi, sia possibile ricominciare a condurre una vita regolare, viene tacciato come A. Butz o D. Irving, noti negazionisti storici dell’Olocausto e dei crimini nazisti. Guai a criticare la proroga dello stato di emergenza del Governo Conte, guai a esprimere ottimismo per i numeri che attestano la riduzione della letalità e la stabilità della curva epidemica ai minimi storici dall’inizio dell’epidemia. Oggi chi si scaglia contro tali evidenze? Chi fino a qualche mese fa sosteneva che si dovessero abolire i vaccini perché tossici, inutili e fonte di oscuri intrallazzi finanziari. È in atto una miracolosa conversione governativa di ex negazionisti in affermazionisti dell’ultima ora. Basta sentirsi filo governativi per diventare lungimiranti illuminati scientifici. Se non altro, nel mondo scientifico (quello vero) il revisionismo non solo è connaturato al metodo, ma è la fonte primaria del miglioramento delle conoscenze. Se, dopo questo post, per insultarmi mi appioppassero del “revisionista” ne sarei fiero, soprattutto in funzione di chi non ritiene di revisionare mai nulla, magari per motivi di interesse ideologico, se non privato. Se revisionismo è rivedere i fenomeni per darne una lettura attualizzata, senza pregiudizi ideologici (né di segno negativo, né di segno positivo), allora mi sento un revisionista convinto. Lo stigma di “negazionista” lo lascio volentieri a chi si siede in Parlamento e sostiene che viviamo non su un globo terrestre ma su un enorme campo di calcio galleggiante nel cosmo, che tutti i nostri mali derivino dalle scie chimiche e che le donne non debbano fare mammografie ogni due anni perché chi le prescrive sovvenziona la General Electric. A costoro propongo una breve rilettura, magari utilizzando Wikipedia, del pensiero di Galileo Galilei: lui di negazionismo (subìto) ne sapeva qualcosa…

 

Niente e’ cosi’ doloroso per gli esseri umani come un grande ed improvviso cambiamento. Se non posso ispirare amore, causero’ paura! Sono solo e infelice: Gli uomini non si assoceranno mai a me; soltanto una creatura deforme e orribile come me non si negherebbe a me.

Così disse la creatura del Professor Victor Frankenstein nel romanzo di M. Shelley. Solo che quella creatura, nonostante gli omicidi commessi, era tutto sommato vittima del suo creatore. Da qualche giorno c’è un disegno di legge “creato” dalla premiata ditta  Alessandro Zan, Ivan Scalfarotto e l’onnipresente in questi casi Laura Boldrini. La legge prevederebbe “la punibilità per atti discriminatori sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”; punisce “l’odio omotransfobico”, inclusa la misoginia e infine istituisce un’ennesima giornata nazionale dedicata a gay, trans, lesbiche. I “creatori” di questa proposta oltre a generare, come sostiene Marcello Veneziani in un suo articolo, una sperequazione giuridica/costituzionale (…la parte politica che i “creatori” del ddl rappresentano un tempo non impartiva lezioni di diritto costituzionale a tutti noi?) è a mio avviso l’ennesimo indottrinamento dall’acre gusto maoista. Riprendo volentieri l’articolo di Marcello Veneziani sul tema

http://www.marcelloveneziani.com/uncategorized/un-mostro-omotransgiuridico-in-parlamento/

e ribadisco l’assurdità di una tale proposta. Non è il mio mestiere e accetto volentieri spiegazioni da chi ne sa, ma se il fondamento della Legge è la propria universalità, ossia la validità nei confronti di ogni cittadino, come mai questo ddl stabilisce una tutela speciale per alcune minoranze o categorie? In un normale stato di diritto chiunque offenda mortifichi, minacci e aggredisca chiunque altro è passibile di condanna commisurata al reato compiuto. Se esprime opinioni critiche non direi, a meno che diffami, calunni, insulti ( … e a meno che non abiti in Cina o in Corea del Nord). Una diffamazione verso un gay, un trans, una donna, un nero, un islamico sarebbe quindi “più reato” della medesima diffamazione o violenza a un bambino, a un vecchio, a un genitore, a un cristiano, a un italiano, a una persona qualunque? Se, come rammenta Veneziani, la forza della legge è nella sua universalità, quest’ultima non dovrebbe prevedere categorie privilegiate o più tutelate rispetto ad altre. Invece, secondo il ddl “creato” dai parlamentari di cui sopra un reato contro un gay (o un trans) varrebbe di più rispetto a un reato contro un etero (o un cittadino maschio senza connotati particolari). Anzi, in alcuni casi diventerebbe reato solo se riguardasse un gay o un trans. Un’aberrazione “mostruosa” come la chiamerebbe la Shelley, che porterebbe inevitabilmente alla sottomissione del diritto alle proprie opinioni ad opera del solito giustizialismo del politically correct. L’ideologia ugualitaria che demolisce l’uguaglianza e l’equità.

Se facessi parte di quelle categorie “protette” dal ddl sarei offeso e umiliato nel ritrovarmi in un recinto tracciato dai miei pseudo protettori. Mi sentirei in una riserva indiana e mi riferisco alla grande maggioranza silenziosa di quelli che conducono la propria esistenza sessuale lontani da urla, strepiti e manifestazioni di piazza organizzate da altri, con interessi ben precisi, non certo ai potenti e pervasivi gruppi organizzati, le associazioni, i movimenti in tema di sessualità. La vera discriminazione non è sulla propria e personalissima diversità di genere, ma essere trattati in modo diverso da un provvedimento demagogicamente protettivo. Aggiungo che recentemente 150 intellettuali e artisti americani della portata di Salman Rushdie, JK Rowling, Wynton Marsalis, non certo reazionari, hanno pubblicato nella patria del politically correct, una lettera proprio contro il politically correct. 

https://harpers.org/a-letter-on-justice-and-open-debate/

Essi si sono ribellati contro il nuovo clima di caccia alle streghe dopo l’uccisione di George Floyd e contro l’intolleranza degli estremisti dell’anti-razzismo e dei demolitori di statue, di tutti coloro che guidano “epurazioni” nelle redazioni, censurano le opinioni diverse, imponendo un pensiero unico politically correct. Ma i Michele Serra, i Roberto Saviano, le Laura Boldrini della situazione non sembrano essere d’accordo su questo. Ora si può comprendere perché queste leggi e il fanatismo che le avvolge accrescono i consensi a Trump e ai  sovranisti globali.

Le luci della ribalta, il fascino del mondo dello spettacolo, il demone televisivo: cosa c’è dietro l’overdose di presenzialismo TV di medici, ricercatori e accademici? L’attrazione per la notorietà deve essere qualcosa che ognuno è convinto di conoscere, ma probabilmente è come il risucchio di un buco nero nel cosmo per la luce: irresistibile. Con sarcasmo, liquidiamo chi finisce all’onore delle cronache con un laconico: «Si è montato la testa», salvo scoprire che i prossimi ad andare in orbita con il cervello saremo noi stessi all’occorrenza. Trovo solo avvilente, da appartenente alla classe medica, che, dopo sentenze pronunciate sulla Malattia SARS e sul virus Covid 19, totalmente disattese da fatti e da altri “dotti” verdetti televisivi di pari intensità e propagazione, ci siano ancora colleghi che accettino di parlare al pubblico pur sapendo che verranno smentiti il giorno seguente. Tutti si affannano a pontificare su ciò che nessuno in occidente ha mai vissuto da cent’anni. Come si può essere attendibili se non disponiamo di un atteso? L’atteso è qualcosa che, pur se già accaduto, è successo anni luce dai nostri. Nel 1920 ammalarsi e morire aveva un peso diverso: accadeva e basta. O qualcuno ti assassinava o era “morte naturale”. Già, “naturale” si diceva quando arrivava il proprio momento. Non c’è nulla di giusto o sbagliato in tutto questo: così si viveva e forse non si immaginava che potesse esserci un mondo migliore per farlo. “Morte naturale” era un accadimento. Dopo una guerra mondiale, con decine di milioni di caduti, morire di “spagnola” era considerato “naturale”. Si poteva solo abbozzare un simulacro di prevenzione epidemica, ma se te la beccavi e ci rimanevi secco era considerato “naturale”. I nostri tempi hanno ridotto tutto a un determinismo spietato. Il concetto di “naturale” è ormai estinto. Tutto ciò che accade ha un profilo colposo e, se possibile dimostrarlo, anche doloso. Se un pezzo di asteroide centra una scuola, vanno a processo in sequenza: il sindaco, il direttore della Protezione civile, il Preside, gli insegnanti, e pure i bidelli, per qualche reato omissivo, rei di non aver dato l’allarme dopo aver sentito il fischio del meteorite che piombava sull’edificio. Tutto questo ci fa sentire più sicuri? Non lo so, ma ammalarsi oggi è sempre e comunque colpa di qualcun’altro, ammesso che il delinquente non abbia addirittura diffuso l’epidemia di proposito. Qualcuno deve per forza fornire tutte le spiegazioni possibili e soprattutto impossibili su fenomeni dei quali pochissimi hanno l’esperienza più che la conoscenza teorica. Si spiega così la logorrea mediatica di clinici e scienziati sull’epidemia? Non so rispondere neanche a questo, ma ormai è chiaro che i miei colleghi alzano i toni in TV sempre di più, cercando evidentemente di superare maestri di spettacolo inarrivabili, come ad esempio l’ex ministro Toninelli che, geloso di un grande comico del passato, tal Mac Ronay, si è prodotto in una esilarante scena di mimo a proposito dell’accordo tra Governo e famiglia Benetton sulle concessioni autostradali

https://youtu.be/hcBYMuD5_Rs

https://youtu.be/iWRc5Pw4MYA

Lui, Toninelli, ha superato il maestro a proposito di determinismo colposo. Ma revocare le concessioni e liquidare la quota di partecipazione dei Benetton, pagandola a suon di miliardi (i nostri) è la stessa cosa? La risposta è nel suo ridicolo sketch da emulo del comico francese e soprattutto del suo datore di lavoro genovese, anch’egli ex comico, oggi declassato ad attore drammatico.

Vi prego, cari colleghi medici; comparite pure in TV, ma fatelo meglio di costoro.

Grazie

Aristotele, a proposito di accezione filosofica di paradigma, lo indicava come l’argomento basato su un caso noto, a cui si ricorre per illustrare uno meno noto o del tutto ignoto. Tutto ha un paradigma di riferimento: il clima, i verbi, la fenomenologia scientifica e anche quella politica. Il paradigma del Governo Conte non è egli stesso, ma il suo Ministro delle infrastrutture, la Piddina Paola De Micheli. Non perderei del tempo a sintetizzare una sua biografia, ma partirei dal 2017: da Sottosegretario al Ministero dell’Economia viene nominata Commissario per la ricostruzione del Centro Italia dall’allora Governo Renzi. In quell’occasione si distingue per una lettera a sua firma che sollecita  i 160 Sindaci di altrettanti Comuni del “cratere” del sisma abruzzese a pagare le tasse accendendo mutui bancari. Inutile rammentare l’indignazione per una simile trovata. 

https://www.cronachemaceratesi.it/2017/11/01/de-micheli-scrive-ai-sindaci-ce-da-riprendere-a-pagare-i-tributi/1028086/

Oggi, in qualità di Ministro delle Infrastrutture, la De Micheli afferma che: «Non potevamo non intervenire in una situazione che è il risultato di controlli svolti in passato dal concessionario, e che oggi sono anche oggetto di indagine da parte della magistratura ligure». 

https://www.ilsecoloxix.it/italia/2020/07/04/news/caos-autostrade-de-micheli-non-potevamo-rinviare-i-controlli-per-la-liguria-vogliamo-sicurezza-1.39044216

In sostanza, la De Micheli tramite il suo Ministero con il pretesto della sicurezza, sempre efficacissimo quando si deve far digerire a qualcuno qualcosa di improbabile, di fatto, in piena stagione turistica e in un sol colpo, blocca le tre direttrici autostradali che collegano tutto il nord Italia al mar Ligure. Per sua affermazione, pungolato  dalla magistratura, il Ministero stesso si accorge tutto d’un tratto di quasi cinquant’anni di mal manutenzione della nostra rete autostradale, il che apparirebbe anche un fatto virtuoso e decide improvvisamente di far verificare tutte le gallerie delle autostrade in questione. Il problema è che lo fa tutto d’un botto, senza alcuna programmazione e durante il periodo più trafficato dell’anno. Risultato scontato: paralisi del turismo in Liguria. Potrebbe sembrare la recidiva di un’amministratrice affezionata ai propri errori. Anzi, visto il suo piglio nell’additare altri come responsabili delle sue scelte, non fa altro che rappresentare il paradigma stesso del Governo di cui fa parte. La colpa è sempre degli altri ed è questo il loro modo di traccheggiare. Il guaio del Governo Conte, direbbe un grande allenatore di volley come Julio Velasco, è la cultura degli alibi. È quel vizio che ti fa trovare sempre una scusa per i tuoi errori. È colpa del terreno. È colpa di quello che ti ruba i voti a destra con il populismo becero, di cui Conte stesso è un degno rappresentante anche se di colore pentastellato. È colpa del grande dittatore Salvini. È colpa degli italiani che sono patologicamente imbecilli.

E se incredibilmente la colpa fosse tutta di questo improbabile esecutivo galleggiante? Una cultura e una classe dirigente incapaci di dialogare con una parte rilevante del Paese. Una medesima classe dirigente affetta da una sorta di presunzione antropologica che porta al niente cronico. Fate caso alle dichiarazioni di Conte: non ha mai fatto una proposta chiara. Non ha mai lasciato il segno. Perché? Per pigrizia, per mancanza di idee e fantasia? Non solo. In questo Governo c’è la convinzione che, in caso di elezioni politiche, non si possa che non votare per un ennesimo replay di sé stesso. Devono governare perché sono i migliori, perché sono gli unici legittimati a farlo, perché gli altri sono il male, perché la democrazia ha un senso solo se vincono loro, perché sono i giusti, perché sono moralmente superiori, perché Dio lo vuole. Questo atteggiamento, questa presunzione non piace a gran parte degli italiani ed essi ogni volta che hanno l’occasione puniscono l’arroganza di chi pretende di farsi votare (ma anche chi non ha bisogno dei voti per governare, come Conte e come Renzi, a suo tempo) senza mettersi in gioco. Per questo non si va mai a votare.

A proposito delle dichiarazione del Ministro De Micheli, come da citazione di Salvator Rosa: “O taci o dì qualcosa migliore del silenzio”.

«No,» disse il sacerdote, «ma temo che finirà male. Sei ritenuto colpevole. Forse il tuo processo non andrà neppure oltre un tribunale di grado inferiore. Almeno per il momento, la tua colpevolezza si dà per dimostrata.» «Ma io non sono colpevole,» disse K., «è un errore. E poi, in generale, come può un uomo essere colpevole? E qui siamo pure tutti uomini, gli uni quanto gli altri.» «È giusto» disse il sacerdote, «ma è proprio così che parlano i colpevoli.»

Così Primo Levi tradusse Kafka nel 1983 per la Einaudi ne Il processo. Nel ‘83 Silvio Berlusconi faceva l’immobiliarista come tanti altri e, proprio come molti di essi all’epoca, per la natura di quel lavoro, sarà stato un tipo spregiudicato. Poi entrò in politica, quella che conta, e da qui in poi sappiamo come è andata. Oggi per coloro, tantissimi, che hanno creduto nelle ragioni della sentenza di condanna contro quell’uomo, è, o dovrebbe essere, un giorno di riflessione. Non importa come ci si schieri politicamente, ma davanti alle dichiarazioni audio registrate di uno di quei giudici che hanno emesso la sentenza contro di lui la riflessione dovrebbe essere almeno consigliata, se non obbligatoria per tutti. Là, in quelle aule di giustizia, per un motivo o per un altro, ci finiscono in tanti, anche molti che un tempo si scagliavano contro le sue parole che denunciavano un uso strumentale dei processi e non solo dei suoi. Ricordo quei girotondi di indignati che, come bambini ingenui e giocondi, saltellavano nelle piazze italiane. Poi qualcuno, per qualunque motivo, si è ritrovato ad avere a che fare con la giustizia. Per chiunque che non si troverà mai in quelle condizioni  sarà sempre comodo indignarsi giudicando qualcun altro, magari ben aizzato da giornali e giornalisti, funzionali a quel sistema. Oggi su Berlusconi e Palamara è emerso tutto alla luce del sole: rapporti tra magistrati, stampa, politici, imprenditori. Non un “mondo di mezzo” ma un “mondo di sopra”. Sopra chiunque, Istituzioni e cittadini comuni. Sopra chi segue le regole, ma non può mai sentirsi tranquillo solo per quel motivo. Non basta osservare leggi e norme di convivenza: si vive e si agisce sempre nel terrore sacro di essere coinvolti in qualche bega giudiziaria. Della giustizia si ha paura, non fiducia. Se si incappa in prossimità di quel “mondo”, anche e soprattutto incidentalmente, si può pacificamente essere considerati come serial killer. Proprio come disse K.: «come può un uomo essere colpevole? E qui siamo pure tutti uomini, gli uni quanto gli altri.» «È giusto» disse il sacerdote, «ma è proprio così che parlano i colpevoli.» Solo che, se non ti chiami Berlusconi, e ti becchi incidentalmente qualche condanna, non lo saprà mai nessuno…

L’acrobata è un mestiere difficile. Richiede equilibrio, ma anche sprezzo del pericolo. Se una delle due doti manca rischia di farsi male o di sembrare ridicolo. Nel 2014 una cara amica mi ha donato un libro: La regola dell’equilibrio di Gianrico Carofiglio. Mi è piaciuto molto. Un protagonista solido e intrigante e una storia convincente. Non rivelo, per chi fosse interessato a leggerlo, nulla di preciso, ma dico solo che se fosse stato scritto nel 2020, la storia sarebbe scontata viste le attuali cronache sul mondo della magistratura . Ma qualcosa, a partire dal titolo, non quadra. Per far capire a tutti chi è l’autore del volume, si tratta di un ex magistrato, prima Pretore, poi semplice pm, e infine Sostituto Procuratore alla Dda. Come accade di frequente, viene poi eletto senatore. Dal 2002 è anche autore di narrativa con numerosi romanzi di successo. Ma tutto questo non ha nulla di interessante. Più avvincente è la sua attività di opinionista via TV e attraverso i social. I suoi toni, seppur pacati nel lessico sono, per contenuti, al fulmicotone in tema di parzialità, (…politica si intende). Riporto una serie di tweet del noto autore:

21 dicembre 2019 “Se uno è ministro dell’interno e utilizza aerei ed elicotteri della polizia e dei vigili del fuoco per viaggi personali o comunque estranei ai compiti ministeriali (comizi, feste di partito, abbuffate di vario genere) secondo voi commette un illecito? Chiedo così, in teoria” A proposito di voli di Stato di Salvini. Uno strano silenzio social lo ha colto a proposito di quelli di Renzi di qualche anno prima.

21 aprile 2020: “Per un minimo di prospettiva (e senza sottovalutare l’emergenza in corso) segnalo che l’influenza asiatica del 1957 ha provocato più di 2 milioni di morti; l’influenza di Honk Hong del 1968 fra 1 e 2 milioni. I nostri genitori e noi ne siamo usciti, il mondo è andato avanti.”

12 maggio 2020: “Ho imparato tanto tempo fa a non fare la lotta con i maiali. Ti sporchi dalla testa ai piedi e, soprattutto, ai maiali piace (George Bernard Shaw).” a proposito di una dichiarazione offensiva, di un senatore del centro destra, verso Silvia Romano. 

3 giugno 2020: “Nel decidere a chi dare il proprio voto – quando sarà – uno dei criteri è la valutazione del senso di responsabilità dei leader. A questo proposito la destra ha fornito un indicatore piuttosto attendibile con la manifestazione di ieri. Non servono i commenti, bastano le immagini.” A proposito della manifestazione del Centro destra del 2 giugno, accusata di fornire cattivi esempi igienici.

A tal proposito, il nostro agguerrito scrittore il 26 febbraio twittava: “Contro l’isteria collettiva comunico che oggi: 1) ho viaggiato in aereo con persone serene e senza mascherine; 2) sono andato in metropolitana e tutti erano tranquilli; 3) ho preso parte a una tranquilla e affollata presentazione di un libro. Ci tenevo a farvelo sapere

Tuttavia, nella trasmissione TV Otto e mezzo sembra però aver cambiato idea in tema di distanziamento sociale: «Siamo di fronte a una politica complessivamente squilibrata e con un’opposizione che mostra la responsabilità che abbiamo visto qualche giorno fa in piazza con un manipolo di gente sudata, accalcata, senza mascherine», poi ha proseguito affermando:  «Al di là del merito e del rischio di contagio che può essere maggiore o minore in quella situazione, il problema è il messaggio che si lancia al Paese da parte di leader di forze nelle quali io non mi riconosco. Mi piacerebbe una destra di un Paese democratico, avanzato che mostrasse civiltà, responsabilità, decoro e questo manca».

In pratica per Carofiglio se in piazza scende chi fa parte di forze nelle quali egli dice di non riconoscersi, si tratta di gente sudata, accalcata, senza mascherine. Se però il 25 aprile le strade di Bologna si riempiono di persone stipate come a Woodstock e prive di mascherine, ma con in mano le liturgiche bandiere rosse, per Carofiglio non si tratta di mancanza di civiltà, responsabilità, decoro. Dall’alto della sua visione delle opinioni altrui decide come dovrebbe essere chi non la pensa come lui; basta che sia all’altezza delle sua “statura morale”. È singolare che chi si appella a regole ed equilibri per intitolare i suoi volumi sia invece così parziale nei confronti della realtà. Qualcuno, più spiritoso di lui, lo ha definito: “…l’intellettuale illuminato a giorno, profeticamente impostato e molto saccente.

L’uomo invidia l’animale, che subito dimentica [..] l’animale vive in modo non storico, poiché si risolve nel presente [..] l’uomo invece resiste sotto il grande e sempre più grande carico del passato: questo lo schiaccia a terra e lo piega da parte. Per ogni agire ci vuole oblìo: come per la vita di ogni essere organico ci vuole non solo luce, ma anche oscurità. La serenità, la buona coscienza, la lieta azione la fiducia nel futuro dipendono [..] dal fatto che si sappia tanto bene dimenticare al tempo giusto, quanto ricordare al tempo giusto.

Così si esprimeva F. Nietzsche, nelle “Considerazioni inattuali”. La dimenticanza è come una sentinella del nostro spirito; non avremmo pace, serenità, felicità, se non riuscissimo a dimenticare nulla. In realtà, non avremmo alcun presente, continuando a rivivere il passato e a rendere, di conseguenza, il nostro presente una sua ripetizione.

Perché copio e incollo dotti spezzoni di giganti della filosofia, letti distrattamente sul web? Tutta colpa del senso di oblio vissuto dopo aver letto una notizia su un social: “Le chat dei magistrati su Salvini: «Ha ragione, però va attaccato» La questione migranti accende i pm: «Ministro indagato per non aver permesso l’ingresso a soggetti invasori. Siamo indifendibili».

https://twitter.com/laveritaweb/status/1263333754443108354?s=21

Non mi riferisco all’oblio provato nell’apprendere di essere parte di un Paese nel quale magistrati combattono guerre corporative contro politici e politici combattono guerre politiche usando come arma i magistrati. Mi riferisco invece all’oblio totale di questa notizia sui principali quotidiani nazionali del Paese. In compenso, sul Corriere della Sera web in prima pagina tra le notizie sul Covid campeggiava: “Torna in campagna dopo due mesi: l’asino lo riconosce e gli fa le feste

https://www.corriere.it. Su Rebubblica web, sempre in prima, nella rubrica “Tecnologia”: “Quei pochi pixel che hanno fatto la storia 40 anni fa. Buon compleanno Pac-Manhttps://www.repubblica.it. Su La Stampa: “Zingaretti rilancia il partito pesante, ma le Feste dell’Unità saranno leggere”. Sostanzialmente, Salvini fa più notizia se, chiuso in casa sua e registrato di nascosto, emette un rutto piuttosto che da leader della più numerosa forza politica del Paese, e da senatore della Repubblica, quando diventa bersaglio di gravissimi attacchi da parte dei vertici di un potere giudiziario che dovrebbe tenersi istituzionalmente alla larga dalla politica attiva. Non oso immaginare cosa sarebbe accaduto se al suo posto ci fosse stato uno Zingaretti, un Di Maio o un Renzi. A proposito di oblio, quest’ultimo, se non ricordo male, è stato un esempio di garantismo, quando nelle mire dei magistrati c’era sé stesso con amici e parenti. Strano il mondo e strani tutti noi: invidiamo l’animale che subito dimentica, ma, volendo, sappiamo tutti dimenticare a comando.