https://video.repubblica.it/politica/fiducia-a-conte-il-senatore-m5s-cioffi-e-la-metafora-del-glucosio-e-della-foglia-l-intervento-e-epico/374963/375576

Cellophane flowers of yellow and green

Towering over your head

Look for the girl with the sun in her eyes

And she’s gone

Lucy in the sky with diamonds

Lucy in the sky with diamonds…

Lennon e Mc Cartney se ne intendevano, ma ciò che il Senatore Andrea Cioffi, esemplare emergente dei pentastellati, (insieme all’ormai celebre Lello Ciampolillo), ha affermato ieri in aula, per motivare il suo sostegno all’Avvocato Conte, non è certo da sottovalutare.  Il video di cui sopra, che consiglio vivamente di guardare, è un formidabile esempio di espansione cosmica della coscienza. Da William Blake fino a Baudelaire a Rimbaud, passando da Lewis Carrol con Alice nel paese delle meraviglie e approdando a Timoty Leary, Ken Kesey, i Merry Pranksters, i Grateful dead, ecc. in un sol colpo con il Senatore Cioffi del M5S la storia della psichedelia è stata riscritta. Quest’ultimo è stato nientepopodimeno che sottosegretario al Ministero dello Sviluppo Economico, nel Governo Conte I di 5 Stelle e Lega. Trattasi peraltro di laureato in Ingegneria, non un figlio dei fiori qualunque. Il Senatore Ciampolillo invece, leggo sul web, alle elezioni amministrative del 2009 è stato il candidato del Movimento 5 Stelle per la carica di sindaco di Bari dove ha ottenuto solo 749 voti, pari allo 0,4% dei consensi, ma nel 2013 viene addirittura eletto senatore della XVII legislatura della Repubblica Italiana nella circoscrizione Puglia per il Movimento 5 Stelle, poi rieletto al Senato nel 2018 e infine espulso dal partito nel gennaio 2020. 

Il tema non è il riscontro mediatico di quei due parlamentari; d’altronde  la Comunicazione ha bisogno di queste cose ed essi sono ben felici di farne parte loro malgrado. Semmai il quesito è, oggi come oggi, nelle due Camere quanti Cioffi e Ciampolillo siedono, spesso “a loro insaputa”, sui banchi degli emicicli? Subito a seguire, quanti italiani, al netto di quelli vestiti da Mago di Oz che sfilano in corteo contro vaccini, scie chimiche o pro terrapiattismo, sono veramente consapevoli di promuovere a deputato o senatore i Cioffi i Ciampolillo, ma anche i Razzi e gli Scilipoti? Un minimo di senso di autoconservazione della specie in fondo ce l’abbiamo tutti o quasi, persino un gran numero di elettori dei Cinque stelle, che per pudore o vergogna oggi si nascondono dietro un silenzio colpevole, dopo le performance lisergiche dei loro eletti. È un’ovvietà che ciò non accada solo in quel partito politico, ma un movimento fondato da uno come Beppe Grillo, qualche sospetto avrebbe dovuto generarlo. E allora diamo ampio spazio, in nome della democrazia, anche ai comizi psicotropi sulle foglie (…chissà di quale pianta), sul glucosio e sul sole che splende, tanto da far apparire in aula i Renzi e i Conte come giganti della politica…perché tutto si modifichi in modo che nulla cambi.

“Morandi, complimenti per la folta chioma… Adesso mi parli di Giuseppe Prezzolini.” Così, nel luglio del ‘82 fui accolto al mio esame di maturità da un componente della Commissione esterna. Sapevo poco di Prezzolini e mi arrampicai sugli specchi. Superai l’esame e mi sentii molto furbo. Solo dopo tanto tempo scoprii che il grande giornalista se ne intendeva di furbi e anche di fessi.  Stimolato da un articolo di Marcello Veneziani mi sono ricordato di questo episodio. Prezzolini compose nel 1921 il Codice della vita italiana, una raccolta di memorabili aforismi e il primo capitolo si intitolava “Dei furbi e dei fessi”. In testa capeggiava il primo dei sedici aforismi che recita:  “I cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi.”

Mentre fervono le manovre di Palazzo di queste ultime ore mi viene in mente l’immagine di un formicaio visto dall’alto. Miriadi di imenotteri che si affannano in moto perpetuo, muovendosi con apparente disordine, tutti con uno scopo ben preciso, che per le formiche è la difesa della comunità, per i nostri parlamentari è la disperata salvaguardia dello scranno. Mi interessa, più che la vita del formicaio/Camera/Senato, l’osservatore, lo spettatore non pagante, insomma noi italiani e il sentimento di indignazione che ci contraddistingue da altri popoli. Matteo Renzi è ora il guastafeste, il, per Zingaretti, “politicamente inaffidabile”, “irresponsabile” per Di Maio. Un vero scandalo, se non fosse che un tempo Renzi era il Segretario del Pd e Zingaretti lo si conosceva come il fratello del commissario Montalbano. Poi, dopo aver dichiarato cose e aver fatto costantemente l’opposto, Renzi è caduto in disgrazia per autoignizione (…si è dato fuoco da sè) affermando che avrebbe lasciato la politica e per questo motivo lo sconosciuto Zingaretti è stato piazzato, da chi conta sul serio nel Pd, a riempire il buco. Poi Renzi, dopo aver detto che sarebbe uscito dalla politica, vi è ovviamente tornato con l’idea (o l’espediente) di Italia viva e come un Mastella/Buttiglione/Casini/Bertinotti qualsiasi ha salvato il ribaltone dei pentastellati con il Pd rilanciando il Conte bis. All’epoca fu servito e riverito da quest’ultimo per il soccorso di cui Renzi stesso si è sempre vantato come un grande statista e adesso mezzo Paese sostiene che il Matteo, dalla “C” toscana aspirata, sia un traditore. Definirlo così è come chiamare traditrice una dipendente di una casa di appuntamenti. Così come l’indignazione dei piddini e dei loro attuali amici pentastellati ricorda il raccapriccio teatrale di una sedicente vergine nella casa di cui sopra e allora vi invito a leggere gli altri aforismi di Prezzolini che seguono quello già sopra citato, a proposito di furbi e fessi, con particolare attenzione ai numeri 3, 5, 8 e 11:

2. Non c’è una definizione di fesso. Però: se uno paga il biglietto intero in ferrovia, non entra gratis a teatro; non ha un commendatore zio, amico della moglie e potente nella magistratura, nella Pubblica Istruzione ecc.; non è massone o gesuita; dichiara all’agente delle imposte il suo vero reddito; mantiene la parola data anche a costo di perderci, ecc. questi è un fesso.

3. I furbi non usano mai parole chiare. I fessi qualche volta.


4. Non bisogna confondere il furbo con l’intelligente. L’intelligente è spesso un fesso anche lui.

5. Il furbo è sempre in un posto che si è meritato non per le sue capacità, ma per la sua abilità a fingere di averle.

6. Colui che sa è un fesso. Colui che riesce senza sapere è un furbo.

7. Segni distintivi del furbo: pelliccia, automobile, teatro, restaurant, donne.

8. I fessi hanno dei principi. I furbi soltanto dei fini.

9. Dovere: è quella parola che si trova nelle orazioni solenni dei furbi quando vogliono che i fessi marcino per loro.

10. L’Italia va avanti perché ci sono i fessi. I fessi lavorano, pagano, crepano. Chi fa la figura di mandare avanti l’Italia sono i furbi che non fanno nulla, spendono e se la godono.

11. Il fesso, in generale, è stupido. Se non fosse stupido avrebbe cacciato via i furbi da parecchio tempo.

12. Il fesso, in generale, è incolto per stupidaggine. Se non fosse stupido, capirebbe il valore della cultura per cacciare i furbi.

13. Ci sono fessi intelligenti e colti, che vorrebbero mandar via i furbi. Ma non possono: 1) perché sono fessi; 2) perché gli altri fessi sono stupidi e incolti, e non li capiscono.

14. Per andare avanti ci sono due sistemi. Uno è buono, ma l’altro è migliore. Il primo è leccare i furbi. Ma riesce meglio il secondo che consiste nel far loro paura: 1) perché non c’è furbo che non abbia qualche marachella da nascondere; 2) perché non c’è furbo che non preferisca il quieto vivere alla lotta, e la associazione con altri briganti alla guerra contro questi.

15. Il fesso si interessa al problema della produzione della ricchezza. Il furbo soprattutto a quello della distribuzione.

16. L’Italiano ha un tale culto per la furbizia, che arriva persino all’ammirazione di chi se ne serve a suo danno. Il furbo è in alto in Italia non soltanto per la propria furbizia, ma per la reverenza che l’italiano in generale ha della furbizia stessa, alla quale principalmente fa appello per la riscossa e per la vendetta. Nella famiglia, nella scuola, nelle carriere, l’esempio e la dottrina corrente – che non si trova nei libri – insegnano i sistemi della furbizia. La vittima si lamenta della furbizia che l’ha colpita, ma in cuor suo si ripromette di imparare la lezione per un’altra occasione. La diffidenza degli umili che si riscontra in quasi tutta l’Italia, è appunto l’effetto di un secolare dominio dei furbi, contro i quali la corbelleria dei più si è andata corazzando di una corteccia di silenzio e di ottuso sospetto, non sufficiente, però, a porli al riparo delle sempre nuove scaltrezze di quelli.

Apprendo che è in cantiere un’importante provvedimento legislativo a tutela delle narici private. Il M5S vuol far diventare reato la «molestia olfattiva». I pentastellati hanno proposto una legge, chiamata «Diritto al respiro», per tutelare chi vive vicino a impianti che si occupano di trattamento dei rifiuti. 

https://www.corriere.it/politica/20_novembre_18/m5s-vuol-far-diventare-reato-molestia-olfattiva-13fdd90a-29b8-11eb-884f-3aae855c458a.shtml

In epoca pandemica l’olezzo non è certo cosa da poco. C’è quello moraleggiante che si propaga con i predicozzi televisivi del Premier, che ormai non sa più come mimetizzare la propria indecisione. C’è quello della bava rilasciata dalla lumachella della Vanagloria di Trilussa, propagato dal Presidente della Campania De Luca, che accusa i suoi detrattori di lasciare impronte nella Storia con la propria saliva, vantandosene, salvo non essere certo di cosa lascerà lui nella storia di Napoli e della Campania oltre al talento cabarettistico. C’è poi quello di Commissari di Governo che, senza neanche aver lasciato impronte di bava, si auto attribuiscono meriti e appioppano sistematicamente demeriti agli altri, laddove il medesimo Governo non è stato capace di realizzare quanto promesso o almeno quanto dichiarato. Nel frattempo l’incisiva azione legislativa dei pentastellati prosegue indefessa nella difesa dei diritti olfattivi. Certo, vivere a ridosso di una discarica non deve essere piacevole, così come in un paesello tagliato a metà da una strada statale trafficata da tir, in una grande piazza dove ogni giorno viene montato un mercato rionale o a pochi metri dai binari ferroviari di una linea trafficata da treni merci. Se si dovesse legiferare su ogni disagio di un piccolo numero di cittadini, non avremmo la necessità di uno Stato, ma di una riunione di condominio permanente e in effetti quest’ultima era ed è il modello di governo grillino. A questo punto mi sto chiedendo, non appena incomincerà la campagna vaccinale di massa contro il Coronavirus, dove si rintaneranno quelle svariate migliaia di cittadini rivoluzionari che sostenevano il M5S sfilando orgogliosi con i loro figli in braccio e dichiarando che piuttosto che vaccinarli li avrebbero esposti alle malattie esantematiche dei loro amichetti. Come ci illuminerà l’onorevole grillina Taverna dopo le sue famose dichiarazioni: “…oggi i centri vaccinali sono similabili (?) a quelli dove si fanno i marchi pe ‘e bestie”? Si affacceranno ancora festanti da un balcone, pugni in aria, dopo aver abolito la povertà con il reddito di cittadinanza, esultando per l’estinzione della pandemia per merito di un “pericoloso” vaccino (…a loro dire) “imposto” al mondo da “Big pharma”? Forse sì. Allora, a proposito di diritto al respiro, se a casa sentite una puzza, fuori sentite una puzza, in auto sentite una puzza forse non siete sensibili, siete la puzza…

“Il Garante dei detenuti è nominato direttamente dal Sindaco, con proprio atto, che lo sceglie fra persone d’indiscusso prestigio e di notoria fama nel campo delle scienze giuridiche, dei diritti umani, ovvero delle attività sociali negli Istituti di Prevenzione e Pena e nei Centri di Servizio Sociale…”

http://www.comune.livorno.it/comune/garanti-tutele-dei-cittadini/garante-dei-detenuti

Questo è ciò che campeggia sul sito del Comune di Livorno, il cui sindaco del Pd ha nominato per questo prestigioso ruolo un certo Marco Solimano. Chi è questo signore?  Consigliere comunale Pd dal 2004 al 2009 e presidente dell’Arci. Torna al ruolo di Garante delle persone private delle libertà personali visto che lo ha già ricoperto per sette anni fino al gennaio del 2018. Me che c’è di strano in tutto questo? Assolutamente nulla! Un politico del Pd con esperienza già fatta sul campo, a cui viene affidata una carica di alto profilo sociale e di tutela dei diritti umani. Chapeau! Certo, i diritti umani sono una cosa seria e complicata, ma a volte anche semplice da tutelare. Ad esempio, sarebbe stato decisamente più facile tutelare i diritti di quei 16 ammazzati e 39 feriti, in aggiunta a quelli delle loro famiglie,  prodotti tra gli anni ‘70 e ‘80 dall’organizzazione terroristica Prima linea. Organizzazione che ha contato nel tempo circa mille inquisiti dei quali un numero consistente di condannati in via definitiva per fatti di sangue gravissimi. La vita è strana e proprio uno di quei condannati a 16 anni di carcere, tutti scontati, è diventato proprio il neo garante dei diritti di cui sopra: Marco Solimano, arrestato all’epoca perché appartenente a Prima Linea. È lui, per il Comune di Livorno,  la persona d’indiscusso prestigio e di notoria fama nel campo delle scienze giuridiche, dei diritti umani, ovvero delle attività sociali negli Istituti di Prevenzione e Pena e nei Centri di Servizio Sociale. Sono contento per Solimano  e si può in generale esserlo se un ex detenuto, dopo aver scontato per intero la sua pena, torna riabilitato alla vita normale, anzi dedicandosi ai più deboli e questo lo sostengo con convinzione. Ma i requisiti dettati dallo stesso Comune di Livorno sarebbe il caso di modificarli a proposito del prestigio nel campo dei diritti umani. Quel prestigio per la sinistra di questo Paese, non è uguale per tutti. Immaginate cosa sarebbe accaduto se un qualunque partito di destra avesse fatto eleggere nelle sue liste comunali un ex appartenente ai NAR, riabilitato dopo aver scontato una pena detentiva per terrorismo nero e lo avesse poi fatto nominare garante dei diritti umani, ovvero delle attività sociali negli Istituti di Prevenzione e Pena. Si sarebbero scomodati i Saviano, le Murgia e i Fiano di turno. Padre Fabio Fazio avrebbe dedicato una puntata intera del suo programma democratico (…nel senso del Partito) all’insegna dell’indignazione televisiva, Carofiglio e il suo dubbio amletico sull’essere magistrato o politico avrebbe sproloquiato sulla differenza tra reato ed etica, Floris e la cotonata De Gregorio, con il loro á plombe democraticamente corretto, avrebbero accusato Salvini di rigurgito fascista e il vignettista antifa Vauro avrebbe inscenato una finta rissa con un energumeno rasato a zero con croce celtica tatuata sul gomito. Ma non è accaduto nulla di tutto ciò perché sono tutti distratti solo dai diritti di chi (…a loro insindacabile giudizio) si merita di tutelare i diritti altrui…

Referendum: Chi ha vinto? Un deciso “Boh”, mi verrebbe spontaneo, ma su chi ha perso davvero le idee mi sono più chiare, ma andiamo per ordine. Nel 2019 la legge di revisione costituzionale che includeva il taglio dei parlamentari  fu approvata in doppia lettura da entrambe le Camere a maggioranza assoluta. Dal momento che in seconda deliberazione la legge però non fu approvata a maggioranza qualificata dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, un quinto dei senatori ha potuto richiedere il referendum confermativo. In particolare, rammento che, nel luglio dello scorso anno non è stata raggiunta la maggioranza qualificata dei due terzi a causa del voto contrario anche dei senatori del Partito Democratico, allora opposizione del Governo Conte I. Quindi solo qualche mese fa fu proprio il PD ad essere formalmente contrario alla riforma di riduzione dei parlamentari, salvo poi cambiare idea qualche giorno prima del voto. Evidentemente i votanti del Partito di Zingaretti preferiscono, del tutto legittimamente, la “creatività” elettorale alle idee e ai programmi, ma andiamo oltre. Il giorno successivo agli scrutini del referendum costituzionale, come di consueto, tutti si sono auto proclamati vincitori; ma allora chi sarebbero davvero i soccombenti? I votanti a favore della riforma sono stati il 69,96%, mentre il rimanente 30% circa sembra, secondo i media mainstream, corrispondere a chi abita nei centri delle grandi città, dispone di redditi più alti e immobili più cari della media. La presa d’atto non ragionata dei suddetti dati sembra confermare e trarre conclusioni sbrigative su quanto sopra descritto, ma siamo certi che coloro che hanno messo la croce sul «No» siano semplicemente un’élite danarosa, fuori dalla realtà della ZTL dove abita, e affezionata a una vecchia immagine dei partiti e della politica? Il Corriere della sera ha esaminato, le aree delle città in cui il «No» ha vinto evidenziando, a conferma di quanto detto, che coincidono quasi perfettamente con i quartieri più eleganti.

https://www.corriere.it/elezioni/referendum-2020/notizie/chi-ha-votato-no-referendum-cddff6a6-fce4-11ea-b4fe-6ee7d601be57.shtml

A Torino il «Sì» alla riduzione del numero dei parlamentari ha vinto con il 60,7% e il «No» ha prevalso solo nelle circoscrizioni 1 e 2 con il 57,4%. Queste ultime sono infatti le Circoscrizioni del centro elegante che comprendono Corso Einaudi, Corso Trieste, Corso Galileo Ferraris dove un buon immobile può costare circa tremila euro al metro quadro e un appartamento in affitto di 60 metri quadri più di 500 euro al mese (dati dell’Agenzia delle Entrate). Se invece si guarda alla periferia Nord, nel quartiere ex operaio di Barca per esempio si trovano prezzi degli affitti poco meno che dimezzati rispetto al centro e un’affermazione del «Sì» al 72%.

Inutile dire che le correlazioni tra reddito, ricchezza e preferenze per il “No” si confermano anche a Milano, Roma e Napoli. Ma ecco il punto: stiamo dunque parlando di una semplice battaglia di  ricchi contro poveri, élite contro popolo, vecchio sistema contro antipolitica, con la vittoria dei secondi? Non proprio! Le presunte «élite» sparute che hanno votato “No”al taglio dei parlamentari non solo rappresentano più del 30% dell’elettorato, non proprio un gruppo ristretto, ma coincidono con molti elettori delusi dall’attuale offerta politica. Sto parlando, come segnalato dal Corrierone, soprattutto di laureati, professionisti o manager che negli ultimi due anni hanno arricchito il plotone degli indecisi o di coloro che non pensano di votare alle prossime elezioni perché insoddisfatti dai partiti che si presentano. Non amano le politiche esclusivamente redistributive senza alcuna attenzione alla crescita, i populismi o le imposizioni entrambi prive di progetti concreti e sono profondamente perplessi per i personalismi che impediscono alle forze riformiste di aggregarsi, pur avendo le stesse idee. 

Oggi un tale gruppo di delusi e/o indecisi vale ben oltre il 40% degli aventi diritto al voto in Italia (Fonte Ipsos). Non ama i politici più presenzialisti e, anche se probabilmente popola in buona parte i quartieri più eleganti delle città, ha spessissimo titoli di studio elevati. Se ha votato «No» non è certo per difendere le «poltrone» o il proprio patrimonio, ma per testimoniare un evidente dissenso dai messaggi avvilenti e confusionari che prevalgono in questi mesi e anni. Saranno élite, forse sì, ma molto ampie e decisamente preda della sensazione, culturalmente consapevole,  di vivere in esilio nel proprio stesso Paese, di cui certo oggi non ci si può vantare, né da esiliati che da esilianti.

Alcune domande trascendentali, che ci vengono in mente durante un periodo in cui dubitiamo di noi e della nostra identità, in cui siamo insicuri e incerti, sono: “Chi sono?”, “Cosa sto facendo della mia vita?”, “Dove sto andando?”, etc. L’adolescenza e l’età adulta, si caratterizzano entrambe per una cosa, l’instabilità emotiva. La prima è una fase complicata, segnata da un passaggio complesso tra due età, con crisi di identità nelle quelli ognuno di noi cerca il suo proprio io. Ribellarsi contro tutto e tutti, parlare male, farsi trascinare dalle compagnie. Insomma, cerchiamo chi siamo veramente. Quando si raggiunge la soglia dei quarant’anni c’è un ulteriore punto di inflessione. Siamo adulti, tentiamo di recuperare ciò che ormai è rimasto indietro e spesso ci ritroviamo ad affrontare un’altra crisi in cui non sappiamo il perché ci stiamo comportando come facciamo. In psicologia si può parlare di crisi di identità, in politica no! Ieri, su La7, è andato in onda l’ennesimo spettacolo del “tutti contro uno”: Floris, De Gregorio, Carofiglio vs. Salvini. Tralasciando i temi trattati (o i “non temi” a secondo dei punti di vista), oggetto delle domande poste al leader della Lega, ha trionfato l’equivoco d’identità dei primi tre, due giornalisti/scrittori/politici e un politico/ex(?) magistrato. 

Carofiglio alla domanda di Floris a Salvini su dove siano finiti i famosi 43 mln di euro della Lega oggetto di indagini giudiziarie afferma: «Non sono particolarmente appassionato alla questione specifica né tantomeno ai processi che riguardano personalmente l’onorevole Salvini, peraltro è sempre stata una mia regola di non parlare dei loro processi con gli indagati e con gli imputati perché sono le persone più inattendibili, ovviamente inattendibili. Se uno è indagato per un grave reato come per esempio il sequestro di persona e pensa di essersi comportato bene e magari lo pensa davvero non può entrare in discussione tecnica con qualcun altro…». Nelle prime battute Carofiglio politico afferma di non entrare nei processi ma, un istante dopo, si trasforma in Pm sostenendo di non parlare con indagati e imputati perché persone inattendibili poiché non potrebbero entrare in discussione tecnica con “qualcun altro”, che poi sarebbe egli stesso nella versione Pubblico ministro. Poco dopo però, con un balzo felino, rientra nel suo corpo di senatore del Pd e dice: «Rispetto il punto di vista di uno che è indagato o imputato, ma parliamo di metodo politico: mi sembra che il segretario della Lega abbia, rispetto a uno degli indagati, sulla vicenda dei soldi che circolano all’estero, detto che garantiva personalmente. Non mi interessa specificamente la posizione di questo signore (il commercialista indagato), ma l’affermazione “Garantisco personalmente”…». 

Sorvolando sull’avvilente paragone di Carofiglio, tra Salvini e un fratello di uno dei presunti partecipanti all’aggressione del povero Willy, non è chiaro nella frazione di poche battute cosa egli sia voluto essere: politico, magistrato ancora in servizio, ex Pm nostalgico o figura mitologica antropomorfa che ingloba tutte le altre fattispecie. Se fosse stato un adolescente difficile o un quarantenne tormentato, forse qualcuno l’avrebbe invitato a recarsi da un analista, ma in politica (soprattutto nel versante di sinistra) l’ambiguità è cosa normale se non addirittura auspicabile.

Concita De Gregorio, “pasionaria” di Repubblica, poco dopo ha esordito con un mini comizio nel quale risponde all’affermazione palesemente retorica di Salvini: «La scuola non riapre e gli artigiani e le partite IVA che domani devono pagare le tasse e non riaprono da quattro mesi.» ribattendo che: «…La scuola ha riaperto regolarmente stamattina e sono andati otto milioni di studenti, per cui l’affermazione che la scuola non riapre non mi sembra corrispondente alla realtà». Poi, spostandosi indietro la sua chioma fluente con finto distacco, si ricorda che riaprire la Scuola non è solo il gesto di dischiudere un portone di un edificio, ma far ripartire un istituzione, magari con la presenza anche degli insegnanti e si rifugia citando il Premier Conte che avrebbe scaricato la responsabilità della loro assenza su un “ricatto dei sindacati”. Ma la De Gregorio non aveva appena sostenuto di essere solo una cronista oppure si è tramutata improvvisamente, come in una metamorfosi kafkiana, in un avversario politico di Salvini? Anche lei, in una veste diversa, probabilmente, a braccetto di Floris, più moderato e non per questo meno ambiguo, da adolescenti o quarantenni svalvolati si sarebbero rivolti ai servizi di uno psicologo. Nella realtà irreale invece conducono talk show e vengono pagati da famosi editori per le loro multi identità. D’altronde qualcuno sosteneva che niente è più pericoloso di un’idea quando quest’ultima è l’unica che si ha. Dunque, a parte quell’unica e ossessiva idea di demonizzare Salvini, non riuscendo a pensare a qualcosa di più convincente, tanto vale trasformarsi in tante altre cose, come meglio conviene, in mancanza di idee migliori.

Le Srl, ovvero le società a responsabilità limitata, sono un’allettante strumento  per l’esercizio comune dell’attività d’impresa. L’unione fa la forza e, anche in questo caso, non c’è niente di più vero: quando più persone si mettono insieme e uniscono le proprie capacità per raggiungere un obiettivo comune, il traguardo diventa senza dubbio più facile da raggiungere. Ogni socio versa una quota e tutte diventano il patrimonio della società. Se poi quest’ultima va in perdita ogni socio perde solo la quota che ha messo a disposizione. Per questo la responsabilità di ogni componente della Srl è limitata. Ma se per società non si intendesse solo quella relativa a un connubio economico, ma quella allargata e generale che include tutti noi? È in atto la polemica sui “giovani untori”: ragazzi che, con il proprio comportamento irresponsabilmente anti sociale, non rispettando le misure di prevenzione e protezione anti Covid, sarebbero, secondo alcuni, la causa unica dell’impennata di nuove positività al virus. Peccato che una proporzione tra il 40 e il 60% delle nuove infezioni origina dai cosiddetti contagi di ritorno. Questi includono: turisti e pendolari italiani che rientrano dall’estero, ma anche stranieri che per turismo o lavoro approdano da noi e udite udite stranieri che approdano in Italia clandestinamente. Di quest’ultima categoria ovviamente è vietato parlare o se se ne parla guai ad ammettere che esista, alla faccia del negazionismo. Anzi, per evitare di affrontare la questione si è pensato di far ricorso all’irresponsabilità dei giovani che si assembrano e, privi di mascherine, sarebbero, secondo la versione dei media mainstream, l’unico temibile serbatoio di Covid nel Paese. Brutte persone i giovani, così egoisti e superficiali da mettere a repentaglio la società, di cui rappresentano una quota importante, con la loro irresponsabilità. Peccato che, come nelle Srl, la loro sia una responsabilità limitata al contesto e al momento politico. Definirli bravi, intelligenti e responsabili oppure mostri è questione di poco. Questi ragazzi, oggi così irresponsabili da non salvare né il mondo né i nonni, sono i medesimi che il ministro dell’istruzione invitò, nel nome delle regole, a scioperare contro la plastica e il riscaldamento globale. Al tempo erano così responsabili, corretti, sensibili, regolati. Schiere di giovani sardinati che responsabilmente marciavano “tutti contro uno”, l’orco Salvini, e allora piacevano tanto alle stesse testate giornalistiche che oggi li definiscono untori decerebrati. Che mondo meraviglioso è il nostro: se sei giovane, oggi sei un eroe, domani il peggior criminale. L’importante è essere funzionale a qualcosa o qualcuno. Che strano, è esattamente lo stesso destino di noi sanitari nell’era del Covid: ieri angeli salvatori della patria, oggi indagati, insultati e umiliati con una mancia, peraltro mai percepita per cavilli kafkiani, da un Governo, un sistema giudiziario e un mondo dell’informazione, tutti accomunati da uno spiccato senso dell’umorismo.

https://twitter.com/guidocrosetto/status/1288367682757308416?s=21

Clamorosa rivelazione del Direttore de “La Stampa” su la7! «Tra le leve che spingono questo Governo a nascere, lo dobbiamo riconoscere, c’è la tutela dell’esigenza di preservare un’ordine mondiale perchè, diciamolo chiaramente, un’ordine mondiale esiste, c’è. Sono le esecrate elìte, sono i tecnocrati, chiamiamoli come vogliamo, però tutto quello che rappresenta una minaccia all’ordine costituito viene guardato dalle cancellerie e dalle tecnostrutture con qualche preoccupazione: Salvini era una minaccia a questo ordine costituito. Non sto dicendo che necessariamente fosse una minaccia democratica. Lo era per l’Italia, un po’ meno per l’Europa, ma per l’Europa era una minaccia perché rimetteva in discussione tutta una serie di certezze, giuste o sbagliate che siano, che erano state acquisite nei decenni.»

In queste chiare parole Massimo Giannini, direttore de La Stampa dice sostanzialmente che 1) la democrazia è solo uno scherzo spiritoso, 2) la sovranità italiana è come un vestito di carnevale e soprattutto, 3) almeno sul piano del suffragio, come cittadini non contiamo un c…o. A rivelarlo non è l’addetto stampa di Pinochet o la “canea”, così definita da Michele Serra, fascioleghista antigovernativa, ma un giornalista proveniente da Repubblica, oggi Direttore di uno dei maggiori quotidiani italiani moderati. Con estrema serenità egli ha affermato cose che chi non è di sinistra e gode di qualche neurone sano per porsi dei perché (prima di dare libero sfogo alla lingua), pensa e sostiene da sempre. Il tema  però non è il virtuoso ravvedimento di Giannini che, probabilmente, fosse stato ancora un semplice dipendente di Repubblica, non si sarebbe mai ravveduto, ma il suo candido pragmatismo. Il tono delle sue parole è quello di chi sostanzialmente dice: Voi che avete fiducia nell’efficacia di un voto democratico davvero ci credete? Nessuno di voi sapeva che votare è pleonastico? Tanto sono “le Cancellerie”, “le tecnostrutture” e “l’ordine mondiale” a decidere cos’è e cosa non è necessario per il nostro Paese e non certo voi, ingenui elettori. Giannini con quelle parole ritiene del tutto naturale che, qualora Salvini, Meloni e Berlusconi rischiassero (come sembra evidente) di vincere a mani basse le elezioni, basterebbe abolirle o eventualmente cancellarli dalle scene politiche. Se infatti avessero già vinto, basterebbe il solito avviso di garanzia assestato con il metodo impropriamente definito “Palamara” per accontentare le élite dell’ordine mondiale. È inutile far credere che quel tipo di strumento lo abbia inventato il vituperato ormai ex magistrato: i Palamara e gli avvisi di garanzia a orologeria esistevano già da decenni. Come si spiega che sul Corriere della Sera campeggi in prima pagina la faccia scavata del Governatore di Centrodestra della Lombardia, con i suoi problemi giudiziari e non vi sia traccia del faccione di quello di Centrosinistra della Puglia con le indagini a suo carico sui finanziamenti illeciti delle primarie Pd? In compenso svetta tra i titoloni del Corrierone il nuovo incarico del leader pentastellato Di Battista improvvisatosi (…anche in questo caso) barman estivo nel locale di un parente al Lido di Ortona. D’altronde non c’era alcuna necessità di scomodare il Bildenberg per capire che le elezioni sono del tutto decorative: basta prendere atto dell’attività politica da mixologist dell’ex onorevole Di Battista. Il Recovery found dopo un Frozen Margarita ben miscelato ha tutto un altro effetto…

In tema di passato rivedere la storia per darne una rilettura, senza pregiudizi ideologici (né di segno negativo, né di segno positivo), è revisionismo. Sostenere teorie antistoriche e antiscientifiche attraverso l’uso spregiudicato e ideologizzato dello scetticismo, fino a negare l’esistenza di un fenomeno, è negazionismo. Questa è in estrema sintesi l’interpretazione che Treccani dà dei termini revisionismo e negazionismo. La storia tuttavia non è la scienza e il metodo per avvalorare quest’ultima non è esattamente lo stesso per dimostrare fatti accaduti nel passato, a oggi ancora dibattuti.  In pieno revival anni ‘70 sta tornando di moda lo sloganismo. Basta appunto uno slogan o un termine, spesso inappropriato, per etichettare le opinioni sgradite. Dalla discesa costante della curva epidemica ormai ogni rilettura, in termini attuali, del fenomeno Covid 19 è liquidata dai sostenitori del lockdown perpetuo come negazionista. Per costoro l’epidemia virale e l’Olocausto sono di fatto sovrapponibili in quanto a sacralità di contenuti. Chi si permette di sostenere che il numero di contagi si sia ridotto, che la gestione della patologia sia ormai più domiciliare che ospedaliera, che, con il distanziamento e le misure di protezione con mascherina nei locali chiusi, sia possibile ricominciare a condurre una vita regolare, viene tacciato come A. Butz o D. Irving, noti negazionisti storici dell’Olocausto e dei crimini nazisti. Guai a criticare la proroga dello stato di emergenza del Governo Conte, guai a esprimere ottimismo per i numeri che attestano la riduzione della letalità e la stabilità della curva epidemica ai minimi storici dall’inizio dell’epidemia. Oggi chi si scaglia contro tali evidenze? Chi fino a qualche mese fa sosteneva che si dovessero abolire i vaccini perché tossici, inutili e fonte di oscuri intrallazzi finanziari. È in atto una miracolosa conversione governativa di ex negazionisti in affermazionisti dell’ultima ora. Basta sentirsi filo governativi per diventare lungimiranti illuminati scientifici. Se non altro, nel mondo scientifico (quello vero) il revisionismo non solo è connaturato al metodo, ma è la fonte primaria del miglioramento delle conoscenze. Se, dopo questo post, per insultarmi mi appioppassero del “revisionista” ne sarei fiero, soprattutto in funzione di chi non ritiene di revisionare mai nulla, magari per motivi di interesse ideologico, se non privato. Se revisionismo è rivedere i fenomeni per darne una lettura attualizzata, senza pregiudizi ideologici (né di segno negativo, né di segno positivo), allora mi sento un revisionista convinto. Lo stigma di “negazionista” lo lascio volentieri a chi si siede in Parlamento e sostiene che viviamo non su un globo terrestre ma su un enorme campo di calcio galleggiante nel cosmo, che tutti i nostri mali derivino dalle scie chimiche e che le donne non debbano fare mammografie ogni due anni perché chi le prescrive sovvenziona la General Electric. A costoro propongo una breve rilettura, magari utilizzando Wikipedia, del pensiero di Galileo Galilei: lui di negazionismo (subìto) ne sapeva qualcosa…

 

Niente e’ cosi’ doloroso per gli esseri umani come un grande ed improvviso cambiamento. Se non posso ispirare amore, causero’ paura! Sono solo e infelice: Gli uomini non si assoceranno mai a me; soltanto una creatura deforme e orribile come me non si negherebbe a me.

Così disse la creatura del Professor Victor Frankenstein nel romanzo di M. Shelley. Solo che quella creatura, nonostante gli omicidi commessi, era tutto sommato vittima del suo creatore. Da qualche giorno c’è un disegno di legge “creato” dalla premiata ditta  Alessandro Zan, Ivan Scalfarotto e l’onnipresente in questi casi Laura Boldrini. La legge prevederebbe “la punibilità per atti discriminatori sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”; punisce “l’odio omotransfobico”, inclusa la misoginia e infine istituisce un’ennesima giornata nazionale dedicata a gay, trans, lesbiche. I “creatori” di questa proposta oltre a generare, come sostiene Marcello Veneziani in un suo articolo, una sperequazione giuridica/costituzionale (…la parte politica che i “creatori” del ddl rappresentano un tempo non impartiva lezioni di diritto costituzionale a tutti noi?) è a mio avviso l’ennesimo indottrinamento dall’acre gusto maoista. Riprendo volentieri l’articolo di Marcello Veneziani sul tema

http://www.marcelloveneziani.com/uncategorized/un-mostro-omotransgiuridico-in-parlamento/

e ribadisco l’assurdità di una tale proposta. Non è il mio mestiere e accetto volentieri spiegazioni da chi ne sa, ma se il fondamento della Legge è la propria universalità, ossia la validità nei confronti di ogni cittadino, come mai questo ddl stabilisce una tutela speciale per alcune minoranze o categorie? In un normale stato di diritto chiunque offenda mortifichi, minacci e aggredisca chiunque altro è passibile di condanna commisurata al reato compiuto. Se esprime opinioni critiche non direi, a meno che diffami, calunni, insulti ( … e a meno che non abiti in Cina o in Corea del Nord). Una diffamazione verso un gay, un trans, una donna, un nero, un islamico sarebbe quindi “più reato” della medesima diffamazione o violenza a un bambino, a un vecchio, a un genitore, a un cristiano, a un italiano, a una persona qualunque? Se, come rammenta Veneziani, la forza della legge è nella sua universalità, quest’ultima non dovrebbe prevedere categorie privilegiate o più tutelate rispetto ad altre. Invece, secondo il ddl “creato” dai parlamentari di cui sopra un reato contro un gay (o un trans) varrebbe di più rispetto a un reato contro un etero (o un cittadino maschio senza connotati particolari). Anzi, in alcuni casi diventerebbe reato solo se riguardasse un gay o un trans. Un’aberrazione “mostruosa” come la chiamerebbe la Shelley, che porterebbe inevitabilmente alla sottomissione del diritto alle proprie opinioni ad opera del solito giustizialismo del politically correct. L’ideologia ugualitaria che demolisce l’uguaglianza e l’equità.

Se facessi parte di quelle categorie “protette” dal ddl sarei offeso e umiliato nel ritrovarmi in un recinto tracciato dai miei pseudo protettori. Mi sentirei in una riserva indiana e mi riferisco alla grande maggioranza silenziosa di quelli che conducono la propria esistenza sessuale lontani da urla, strepiti e manifestazioni di piazza organizzate da altri, con interessi ben precisi, non certo ai potenti e pervasivi gruppi organizzati, le associazioni, i movimenti in tema di sessualità. La vera discriminazione non è sulla propria e personalissima diversità di genere, ma essere trattati in modo diverso da un provvedimento demagogicamente protettivo. Aggiungo che recentemente 150 intellettuali e artisti americani della portata di Salman Rushdie, JK Rowling, Wynton Marsalis, non certo reazionari, hanno pubblicato nella patria del politically correct, una lettera proprio contro il politically correct. 

https://harpers.org/a-letter-on-justice-and-open-debate/

Essi si sono ribellati contro il nuovo clima di caccia alle streghe dopo l’uccisione di George Floyd e contro l’intolleranza degli estremisti dell’anti-razzismo e dei demolitori di statue, di tutti coloro che guidano “epurazioni” nelle redazioni, censurano le opinioni diverse, imponendo un pensiero unico politically correct. Ma i Michele Serra, i Roberto Saviano, le Laura Boldrini della situazione non sembrano essere d’accordo su questo. Ora si può comprendere perché queste leggi e il fanatismo che le avvolge accrescono i consensi a Trump e ai  sovranisti globali.