Professo’, permettete un pensiero poetico per l’occasione?

‘A libertà, ‘a libertà, pur ‘o pappavallo l’adda pruvà!…ma comme fa???”

dal film “Così parlò Bellavista”

o pappavallo (…pappagallo per i non napoletanisti) come può provarla questa libertà se non lo liberano? Siamo proprio sicuri che tutto dipenda dal volatile e non dalla tipologia di laccio che lo tiene assicurato al trespolo? Certo, nessuna restrizione può essere gradita da chicchessia e al pappagallo si dovrebbe dare la facoltà di decidere se svolazzare in piena libertà verso le incertezze dell’ignoto o rimanere legato, magari con vitto, alloggio e cure garantite. Mi chiedo però perché siamo tenuti a istruire i nostri figli con l’obbligo scolastico e non liberi di lasciarli analfabeti? Perché siamo obbligati a registrare il possesso di un automobile o, più semplicemente, a immunizzare i nostri bambini con un vaccino contro la difterite, il tetano e la pertosse? Presumo perché alcuni obblighi, che in qualche modo limitano la nostra libertà, siano da sempre mirati ad agevolare la comune convivenza. Certo, preferirei scegliere per conto mio ogni cosa, se si potesse vivere felicemente in un mondo senza istruzione, liberi di tamponare i pedoni con un auto, senza essere riconosciuti o facendo liberamente ammalare i nostri figli rendendoli a loro volta un veicolo di malattia diffusiva. Il fatto è che il mondo esiste ed è fatto da qualche miliardo di persone che, piaccia o no, vivono a contatto tra loro. Per alcuni, anzi troppi, si può tranquillamente derogare alla convivenza con regole autoprodotte, che poi costoro scambiano per ‘a libertà.

Su un piano diverso è il convincimento collettivo che qualcuno o qualcosa di losco stia avvenendo alle nostre spalle. Se per ipotesi quel convincimento fosse confermato dalla realtà e quest’ultima ci portasse però tutti alla risoluzione di una tragica pandemia, ognuno di noi diventerebbe di buon grado complottista. Se però, come ampiamente dimostrato da sempre, i vaccini riducono drammaticamente il numero di infetti, le complicanze della malattia e la mortalità, più che di complottismo sarebbe meglio parlare di paranoia collettiva e quest’ultima non è ‘a libertà del poeta di “Così parlò Bellavista”, ma un grave disturbo che, come per ‘o pappavallo, sarebbe meglio non provare, ma curare…

 

Abbassare il limite di velocità? Che stupidaggine! Certo, salverebbe delle vite, ma un sacco di gente arriverebbe in ritardo!” come diceva Homer Simpson in una delle sue puntate migliori. Lui non se ne intendeva di statistica e approssimava la realtà per eccesso, ma un suo omonimo Edward Hugh Simpson, matematico, pubblicò nel 1951 una dimostrazione di un paradosso scoperto da un altro suo collega, tal George Udny Yule, quarantotto anni prima. Tale paradosso in statistica dimostra che se non sai leggere bene i dati (e la faccenda non è mai così semplice), trai conclusioni sbagliate. I due, inconsapevolmente, hanno preconizzato ciò che sta accadendo adesso nel nostro Paese. In breve, i media pubblicano dati sul Covid, magari commentandoli, qualcuno li legge e li prende così come sono per verità assoluta. Tra quei dati commentatori e politici attingono spunti per i relativi talk show e le proprie campagne elettorali più o meno permanenti. Infine, in diversi si riversano nelle piazze convinti di uno o più complotti che minano la libertà individuale, proprio a partire da quei dati amplificati e male interpretati. Sostanzialmente, la lettura sbagliata dei numeri corrisponde al paradosso di Edward Hugh Simpson, mentre la catena di reazioni paranoiche potrebbe definirsi come il paradosso di Homer Simpson. Vi risparmio la descrizione del primo di paradosso perché il web gronda di dimostrazioni statistiche con tabelle a doppia entrata e formule varie. Mi limito solo a dire che se in Israele 515 pazienti vengono ricoverati per Covid grave e, di questi, 301 (il 58,4%) sono completamente vaccinati, ciò non significa che i vaccini non siano efficaci. Infatti, quelle percentuali sono confuse dall’età dei vaccinati e dall’alto tasso di vaccinazione di quel paese. Ciò che trovo interessante è che sia media che politici giochino su quei dati ignorandone per ignoranza o interesse i paradossi statistici e alimentando il complottismo, risultato di una paranoia collettiva che alimenta la tendenza di una popolazione a scaricare all’esterno sospetti e dubbi interiori puntualmente proiettati sugli altri individui. Peccato che i danni legati ai non vaccinati saranno ancora tangibili per lungo tempo se i più oltranzisti continueranno a ragionare come Homer Simpson quando diceva: “Non dirlo mai più! i rischi stupidi sono il motivo per cui vale la pena di vivere la vita!”.

Bisogna amare la libertà, ma senza tradire mai la verità”. Lo diceva Beethoven, non un pericoloso dittatore rammenta Marco Zucchetti su “Il Giornale”. 

https://www.ilgiornale.it/news/cronache/rifiutare-siero-diritto-appestarci-no-1962003.html

In questi giorni mi sento a disagio. Non è la diversità di opinioni a imbarazzarmi; semmai quella mi stimola ad averne anche di nuove. È in atto purtroppo un transfert ideologico. In psicoanalisi, è una trasposizione in cui l’individuo sposta schemi di sentimenti, emozioni e pensieri da una relazione passata ad un’altra attuale ed è un processo largamente inconscio. In politica, sta avvenendo qualcosa di simile. Mi spiace ma gli amici del Centrodestra, con i quali spesso condivido le mie opinioni liberali, stanno subendo il processo di cui sopra. Mi esprimerò in punti per chiarire meglio la mia posizione:

Punto primo: le opinioni sono tali finché calate nella realtà si dimostrano attuabili, poi diventano realtà. Argomenti come la tutela della salute e, in particolare, il rischio di infettarsi e infettare, provocando poi malattia talvolta grave, possono essere oggetto di opinioni di largo consumo? Se non può esserlo il calcolo matematico in materia di scienza delle costruzioni per la stabilità delle campate di un ponte, come potrebbe esserlo una valutazione sul costo beneficio di un’immunizzazione attiva o il legame molecolare tra la proteina spike e il recettore cellulare biocorrelato. Capisco che alcuni illustri colleghi medici e ricercatori non hanno fatto molto per aiutare a tracciare la differenza netta tra opinioni e approccio scientifico, spettacolarizzando se stessi e la scienza. Quest’ultima non fornisce certezze per definizione, ma probabilità di accadimento di eventi ed esse sono talvolta di difficilissima interpretazione. Tuttavia, i nostri tele scienziati pontificano dimenticandosene sempre, fornendo al pubblico pseudocertezze di segno opposto e favorendo un dibattito politico permanente su cose che nessuno, se non gli addetti ai lavori, possono comprendere e dimostrare.

Punto secondo: tornando alla politica, come può il Centrodestra sostenere una battaglia su questi temi? Soprattutto, dopo aver giustamente stigmatizzato da sempre le ideologie vuote e pericolose di una sinistra ormai in crisi totale di idee, come può sostenere un arroccamento a difesa della libertà su questioni che c’entrano poco o niente con tale principio. Già questo era stato un cavallo (pazzo) di battaglia del M5S ormai in disfacimento. Per chiarire meglio citerò, a proposito del contenimento delle malattie infettive, due argomenti. Il primo: l’obbligo vaccinale per i bambini. In Italia l’obbligo di vaccinare contro il vaiolo tutti i nuovi nati è iniziato nel 1888, sospeso nel 1977 e abolito nel 1981. Nel frattempo erano diventate obbligatorie le vaccinazioni contro la difterite (1939), la poliomielite (1966), il tetano (1968) e l’epatite B (1991). Bene, come mai nessuno dei progenitori dell’attuale Centrodestra nella storia non si è mai opposto a tale obbligo? Semplice, perché quei  provvedimenti hanno eradicato quelle malattie e salvato milioni di vite. Il secondo argomento è l’obbligo di isolamento in caso di malattie infettive e diffusive, ad esempio come la tubercolosi, la cui violazione comporta provvedimenti di segnalazione all’autorità giudiziaria. Se ho la tb polmonare attiva e mi allontano liberamente da una stanza di isolamento di un ospedale, magari salendo su un tram affollato, è evidente a tutti che il restringimento della mia libertà ha un senso, o no? Nessuno però si è mai scandalizzato per questo. 

Punto terzo: forse sarebbe utile chiarirsi su cosa sia la libertà, o meglio, su cosa non lo sia. Perfino Bakunin, come ricordato nell’articolo di Marco Zucchetti, immaginava la società anarchica basata sull’autogoverno, la sintesi, l’aiuto reciproco e l’armonia, non sul menefreghismo totale e la prepotenza di chi vive senza rispetto del bene comune, in questo caso la salute. Se ritengo utile eradicare pericolose malattie con un obbligo vaccinale da bambini, posso farlo anche, se non con un ulteriore obbligo, con misure che incentivino a vaccinarsi. Per arrivare a sostenere tutto ciò, non credo di dovermi sentire uno stalinista, deportatore di intere popolazioni nei gulag siberiani, a causa delle posizioni oltranziste di commentatori politici che peraltro stimo e seguo. 

Per cui ascoltiamoci serenamente Beethoven che magari ci viene un po’ più di voglia di realtà.

Che c’entra Buzzati? Forse niente o forse molto. Chi sono i Tartari che non arrivano? 

Alcuni decessi, a tutt’oggi non correlabili ad alcuna somministrazione di vaccini, hanno generato, mediati dalla comunicazione, un serio voltafaccia da parte di molti alla ricezione delle dosi programmate. Gli stessi che, condizionati dalle notizie di cronaca, rifiutano la somministrazione per timore che il vaccino sia pericoloso, senza uno straccio di prova o evidenza, si precipitano in massa a giocare a una lotteria pur sapendo delle insignificanti probabilità di successo. Il quotidiano Sole 24 ore  propone un interessante articolo sul tema.

https://www.ilsole24ore.com/art/raro-ma-probabile-perche-ci-piacciono-lotterie-e-abbiamo-paura-vaccini-AD35Z3PB

Qual’è la differenza tra due comportamenti così distanti in apparenza? Le aziende del gioco d’azzardo conoscono bene i meccanismi cognitivi delle persone e sanno che gli esseri umani hanno una fortissima tendenza a sovrastimare la probabilità di eventi estremamente rari come vincere alla lotteria o morire a causa di un vaccino (ammesso che si dimostri che le morti in questione siano correlate alla somministrazione di un dato vaccino) . A sfruttare il primo esempio ci pensa l’industria miliardaria dell’azzardo, mentre, sul secondo, si scatenano da tempo complottisti e bufalari di professione. La tendenza a sovrastimare un accadimento di fatti poco probabili si accompagna simmetricamente alla tendenza a sottostimare la probabilità di eventi molto più frequenti, come avere un incidente in auto mentre andiamo a farci inoculare il vaccino, piuttosto di una reazione avversa grave dopo l’iniezione. Ma tutto questo è prevedibile? Ebbene sì, lo è! Ci si può tranquillamente aspettare che le persone siano attratte da una lotteria e che contemporaneamente si insospettiscano per rarissimi casi di reazioni avverse provocate dai vaccini, tra le quali, ripeto, non si sa nulla di concreto in merito alle morti di cui sopra. Ci si può attendere tali comportamenti anche perché, sono spesso, per non dire sempre, indotti da fenomeni comunicativi. Alla base di questa tendenza alla sovrastima c’è il fatto che alcuni scenari che usiamo per valutare la probabilità di un certo accadimento vengono costruiti più facilmente di altri. Quando abbiamo a che fare con immagini emotivamente coinvolgenti sarà molto più facile costruirci uno scenario preciso di quando, invece, stiamo valutando una situazione nuova, astratta e poco coinvolgente sul piano emotivo. Una vincita alla lotteria e una morte sospetta hanno entrambe tutte le caratteristiche necessarie per tatuare l’evento nella nostra memoria e quando penseremo alla probabilità associata ai due eventi, saremo indotti a stimare valori eccessivi. Non per niente le notizie di vincite, grandi e piccole, sono sempre molto ben pubblicizzate dagli uffici stampa di chi con l’azzardo ci guadagna, perché il loro ricordo le fa apparire più probabili. Di contro quando dobbiamo stimare la probabilità di un certo evento, non sempre le eventuali alternative vengono definite con altrettanta precisione. Se dobbiamo valutare con quale probabilità pioverà domani, non sempre pensiamo alla probabilità con la quale non pioverà e ci sarà vento, nubi leggere, calma piatta o cielo terso. Ci concentriamo su ciò che vogliamo valutare, mentre tutto il resto che potrebbe accadere, magari con una probabilità molto maggiore, rimane nascosta in noi. Solo che chi, per legittimi motivi di profitto, lo sa, lo mette a frutto, mentre chi dovrebbe sovrintendere alla comunicazione pubblica non sembra affatto averne contezza. Il tenente Drogo di Buzzati attende i Tartari quasi tutta la sua vita e quando ormai egli sta morendo comprende che la paura o al contrario l’attesa coraggiosa del loro arrivo è ciò che più temeva, più dell’improbabile accadimento reale.

E allora, anche se con grande fatica e stanchezza per ciò che tutti stiamo vivendo, dico: sforziamoci tutti a superare la paura e facciamo l’unica cosa che conta per la nostra serenità.  Vacciniamoci, punto e basta!

Il politico ha avuto una grave crisi morale, ma adesso sta meglio e svolge regolarmente le sue funzioni.” L’ho letto da qualche parte.

Stamattina mia figlia ha sguainato il suo cellulare e minacciosamente mi fatto sedere per guardare e commentare insieme a me un video su YouTube. Era la manifestazione a Roma di negazionisti, complottisti, no mask, no 5G e/o comunque antituttisti di svariata forma. 

Alle domande dell’intervistatore partivano incredibili risposte tipo: “Il COVID non esiste!”, “Fortunatamente sono riuscita a evitare il tampone a mia figlia a scuola, perché le avrebbero sfondato la membrana…” “Dica un po’, lei ha mai visto e conosciuto qualcuno che sia morto di COVID?” eccetera eccetera. Tale è lo standard delle dichiarazioni rilasciate da quelle persone. Alla termine del video, mia figlia, tutta indignata, ha detto: “Ma è possibile che esistano persone così?”. Sarebbe stato suggestivo spiegarle che il mondo ruota più che sulle persone sulle loro opinioni, ma ho preferito liquidare la cosa con un: “Ordiniamo una vaschetta di gelato?”. A volte ritirarsi è una tattica utile, ma subito dopo mi è balenato in testa un pensiero ossessivo. Negli anni precedenti il 2018, il M5S ha riempito le piazze con i suoi “Vaffa”; c’era di tutto in quei comizi sconclusionati, ma dalla potente suggestione. Tra quelle persone urlanti non dimentichiamo i terrapiattisti, gli anti scie chimiche, i sirenisti, gli ordinemondialisti, e soprattutto gli antivaccinisti. Questi ultimi, sostenuti da politici che allora apparivano come sgangherati arruffapopolo, poi divenuti tra le massime cariche dello Stato, sono stati tra i principali motori di quel 32% di consensi che ha portato i pentastellati nelle ultime elezioni politiche a governare (…con tutto il rispetto per l’accezione “governare”). È plausibile che tra quella truppa di umanità fuori dal mondo, scesa recentemente in piazza a Roma contro l’esistenza del COVID 19, siano numerosi, per non dire la maggior parte, ad aver partecipato ai Vaffa di Grillo prima e al successo elettorale del Movimento poi. Oggi, con i loro ex beniamini al Governo, quella gente ha continuato a fare quello che sa fare meglio: negare la realtà perché spesso è spiacevole, per non dire orrenda. Se non incolpassero il mondo intero di qualcosa sarebbero tutti costretti a confrontarsi con il proprio vuoto pneumatico da riempire con qualcosa. Il M5S oggi  fa finta di essersi dimenticato di loro e loro si sono scordati di averli votati e sostenuti in passato, con le stesse misure già riservate agli avversari di allora: i mega Vaffa al mondo reale…

 

Il mito greco di Dedalo e Icaro è l’esempio di chi sperimenta i suoi limiti, di chi volontariamente li supera infrangendo un ordine universale fatto di regole non necessariamente funzione e a garanzia dell’uomo e per questo viene punito. Le mura del labirinto sono la metafora della regola vuota imposta e della costrizione fine a sé stessa o superata dalle circostanze; il volo rappresenta l’espressione del pensiero critico che si manifesta in Icaro come desiderio di conoscenza  e come tentativo di superare l’imposizione autoritaria e ottusa della norma che non va in direzione degli interessi dell’uomo.

La norma assume in alcuni un valore assoluto, universale e, nonostante il tempo cambi le cose e le circostanze, queste ultime sono per costoro solo orpelli piagnucolosi di fronte alla Regola, con la “R” maiuscola. Essa, invece di rendere migliore la vita di una collettività e di essere al suo servizio, sarebbe per alcuni un’emanazione divina e immutabile di chi l’ha scritta, alle cui dipendenze dovrebbero sottostare tutti, mai autorizzati a ridiscuterla pur se inutile o addirittura dannosa.

Noi stiamo alle regole!” ha tuonato in TV il Presidente della Juventus, nella vicenda della partita non giocata contro il Napoli, a mia opinione sottintendendo che altri non amino starci per niente a quelle regole. Non so se gli altri non gradiscano le regole come invece le gradisce la Juventus, ma i principali mass media calcistici del Paese non fanno altro che sostenere, come fossero i dodici comandamenti, semplici accordi scritti tra mondo del calcio e Stato, diventati d’un tratto fonte suprema del diritto. Certo, se si disquisisse di altezza regolamentare dei fili d’erba nei campi di calcio, sarebbe difficile contestare la cogenza di un protocollo d’intesa tra un’associazione di club calcistici di serie A e un paio di ministeri. Ma le fonti normative sovrastanti su materie più serie sono tutt’altra faccenda, anche perché Leggi, Decreti ministeriali, Disposizioni delle Giunte Regionali e ogni altro provvedimento sovraordinato, difficilmente legifererebbero su temi come il numero di sostituzioni in un match di serie A. Invece la stampa calcistica, super titolata, (e non solo quella) si ostina ottusamente a mettere sullo stesso piano la misura regolamentare del prato con normative, circolari e competenze che attengono alla gestione della salute e della sanità in questo Paese. Certo, a Calciolandia tutto è relativo e, con il pretesto che il football italiano sarebbe la terza o quarta azienda del Paese, ogni cosa sembrerebbe concessa, ma il virus, come già detto da qualcuno, ahimè è democratico e la lotta contro di esso non può certo essere gestita con un protocollo ad hoc, considerato inamovibile e costruito da qualche funzionario della Lega calcio, in accordo con un Ministero della Salute/CTS, che, per motivi costituzionali, non gestiscono direttamente le ASL regionali, preposte alla sanità reale del paese. Tutto questo però al meraviglioso mondo del calcio interessa poco. Un mondo che, nonostante si gonfi il petto per la propria centralità finanziaria, ci ha messo quarant’anni per attuare il Var e non è neanche in grado di far accettare le proprie regole interne in tema di fallo di mano e fuorigioco. Un mondo da sempre lacerato da guerre intestine che stenta anche a nominare i propri rappresentanti nazionali. E noi dovremmo pensare che i calciatori siano comunità diverse e separate da altre a rischio contagio e che quel pianeta a parte possa o debba tutelare la salute dei suoi abitanti e di conseguenza quella del resto dell’universo? Qualcuno di molto sagace oggi (…e per l’ennesima volta direbbe): “Ma mi faccia il piacere…

Le Srl, ovvero le società a responsabilità limitata, sono un’allettante strumento  per l’esercizio comune dell’attività d’impresa. L’unione fa la forza e, anche in questo caso, non c’è niente di più vero: quando più persone si mettono insieme e uniscono le proprie capacità per raggiungere un obiettivo comune, il traguardo diventa senza dubbio più facile da raggiungere. Ogni socio versa una quota e tutte diventano il patrimonio della società. Se poi quest’ultima va in perdita ogni socio perde solo la quota che ha messo a disposizione. Per questo la responsabilità di ogni componente della Srl è limitata. Ma se per società non si intendesse solo quella relativa a un connubio economico, ma quella allargata e generale che include tutti noi? È in atto la polemica sui “giovani untori”: ragazzi che, con il proprio comportamento irresponsabilmente anti sociale, non rispettando le misure di prevenzione e protezione anti Covid, sarebbero, secondo alcuni, la causa unica dell’impennata di nuove positività al virus. Peccato che una proporzione tra il 40 e il 60% delle nuove infezioni origina dai cosiddetti contagi di ritorno. Questi includono: turisti e pendolari italiani che rientrano dall’estero, ma anche stranieri che per turismo o lavoro approdano da noi e udite udite stranieri che approdano in Italia clandestinamente. Di quest’ultima categoria ovviamente è vietato parlare o se se ne parla guai ad ammettere che esista, alla faccia del negazionismo. Anzi, per evitare di affrontare la questione si è pensato di far ricorso all’irresponsabilità dei giovani che si assembrano e, privi di mascherine, sarebbero, secondo la versione dei media mainstream, l’unico temibile serbatoio di Covid nel Paese. Brutte persone i giovani, così egoisti e superficiali da mettere a repentaglio la società, di cui rappresentano una quota importante, con la loro irresponsabilità. Peccato che, come nelle Srl, la loro sia una responsabilità limitata al contesto e al momento politico. Definirli bravi, intelligenti e responsabili oppure mostri è questione di poco. Questi ragazzi, oggi così irresponsabili da non salvare né il mondo né i nonni, sono i medesimi che il ministro dell’istruzione invitò, nel nome delle regole, a scioperare contro la plastica e il riscaldamento globale. Al tempo erano così responsabili, corretti, sensibili, regolati. Schiere di giovani sardinati che responsabilmente marciavano “tutti contro uno”, l’orco Salvini, e allora piacevano tanto alle stesse testate giornalistiche che oggi li definiscono untori decerebrati. Che mondo meraviglioso è il nostro: se sei giovane, oggi sei un eroe, domani il peggior criminale. L’importante è essere funzionale a qualcosa o qualcuno. Che strano, è esattamente lo stesso destino di noi sanitari nell’era del Covid: ieri angeli salvatori della patria, oggi indagati, insultati e umiliati con una mancia, peraltro mai percepita per cavilli kafkiani, da un Governo, un sistema giudiziario e un mondo dell’informazione, tutti accomunati da uno spiccato senso dell’umorismo.

In tema di passato rivedere la storia per darne una rilettura, senza pregiudizi ideologici (né di segno negativo, né di segno positivo), è revisionismo. Sostenere teorie antistoriche e antiscientifiche attraverso l’uso spregiudicato e ideologizzato dello scetticismo, fino a negare l’esistenza di un fenomeno, è negazionismo. Questa è in estrema sintesi l’interpretazione che Treccani dà dei termini revisionismo e negazionismo. La storia tuttavia non è la scienza e il metodo per avvalorare quest’ultima non è esattamente lo stesso per dimostrare fatti accaduti nel passato, a oggi ancora dibattuti.  In pieno revival anni ‘70 sta tornando di moda lo sloganismo. Basta appunto uno slogan o un termine, spesso inappropriato, per etichettare le opinioni sgradite. Dalla discesa costante della curva epidemica ormai ogni rilettura, in termini attuali, del fenomeno Covid 19 è liquidata dai sostenitori del lockdown perpetuo come negazionista. Per costoro l’epidemia virale e l’Olocausto sono di fatto sovrapponibili in quanto a sacralità di contenuti. Chi si permette di sostenere che il numero di contagi si sia ridotto, che la gestione della patologia sia ormai più domiciliare che ospedaliera, che, con il distanziamento e le misure di protezione con mascherina nei locali chiusi, sia possibile ricominciare a condurre una vita regolare, viene tacciato come A. Butz o D. Irving, noti negazionisti storici dell’Olocausto e dei crimini nazisti. Guai a criticare la proroga dello stato di emergenza del Governo Conte, guai a esprimere ottimismo per i numeri che attestano la riduzione della letalità e la stabilità della curva epidemica ai minimi storici dall’inizio dell’epidemia. Oggi chi si scaglia contro tali evidenze? Chi fino a qualche mese fa sosteneva che si dovessero abolire i vaccini perché tossici, inutili e fonte di oscuri intrallazzi finanziari. È in atto una miracolosa conversione governativa di ex negazionisti in affermazionisti dell’ultima ora. Basta sentirsi filo governativi per diventare lungimiranti illuminati scientifici. Se non altro, nel mondo scientifico (quello vero) il revisionismo non solo è connaturato al metodo, ma è la fonte primaria del miglioramento delle conoscenze. Se, dopo questo post, per insultarmi mi appioppassero del “revisionista” ne sarei fiero, soprattutto in funzione di chi non ritiene di revisionare mai nulla, magari per motivi di interesse ideologico, se non privato. Se revisionismo è rivedere i fenomeni per darne una lettura attualizzata, senza pregiudizi ideologici (né di segno negativo, né di segno positivo), allora mi sento un revisionista convinto. Lo stigma di “negazionista” lo lascio volentieri a chi si siede in Parlamento e sostiene che viviamo non su un globo terrestre ma su un enorme campo di calcio galleggiante nel cosmo, che tutti i nostri mali derivino dalle scie chimiche e che le donne non debbano fare mammografie ogni due anni perché chi le prescrive sovvenziona la General Electric. A costoro propongo una breve rilettura, magari utilizzando Wikipedia, del pensiero di Galileo Galilei: lui di negazionismo (subìto) ne sapeva qualcosa…

Le luci della ribalta, il fascino del mondo dello spettacolo, il demone televisivo: cosa c’è dietro l’overdose di presenzialismo TV di medici, ricercatori e accademici? L’attrazione per la notorietà deve essere qualcosa che ognuno è convinto di conoscere, ma probabilmente è come il risucchio di un buco nero nel cosmo per la luce: irresistibile. Con sarcasmo, liquidiamo chi finisce all’onore delle cronache con un laconico: «Si è montato la testa», salvo scoprire che i prossimi ad andare in orbita con il cervello saremo noi stessi all’occorrenza. Trovo solo avvilente, da appartenente alla classe medica, che, dopo sentenze pronunciate sulla Malattia SARS e sul virus Covid 19, totalmente disattese da fatti e da altri “dotti” verdetti televisivi di pari intensità e propagazione, ci siano ancora colleghi che accettino di parlare al pubblico pur sapendo che verranno smentiti il giorno seguente. Tutti si affannano a pontificare su ciò che nessuno in occidente ha mai vissuto da cent’anni. Come si può essere attendibili se non disponiamo di un atteso? L’atteso è qualcosa che, pur se già accaduto, è successo anni luce dai nostri. Nel 1920 ammalarsi e morire aveva un peso diverso: accadeva e basta. O qualcuno ti assassinava o era “morte naturale”. Già, “naturale” si diceva quando arrivava il proprio momento. Non c’è nulla di giusto o sbagliato in tutto questo: così si viveva e forse non si immaginava che potesse esserci un mondo migliore per farlo. “Morte naturale” era un accadimento. Dopo una guerra mondiale, con decine di milioni di caduti, morire di “spagnola” era considerato “naturale”. Si poteva solo abbozzare un simulacro di prevenzione epidemica, ma se te la beccavi e ci rimanevi secco era considerato “naturale”. I nostri tempi hanno ridotto tutto a un determinismo spietato. Il concetto di “naturale” è ormai estinto. Tutto ciò che accade ha un profilo colposo e, se possibile dimostrarlo, anche doloso. Se un pezzo di asteroide centra una scuola, vanno a processo in sequenza: il sindaco, il direttore della Protezione civile, il Preside, gli insegnanti, e pure i bidelli, per qualche reato omissivo, rei di non aver dato l’allarme dopo aver sentito il fischio del meteorite che piombava sull’edificio. Tutto questo ci fa sentire più sicuri? Non lo so, ma ammalarsi oggi è sempre e comunque colpa di qualcun’altro, ammesso che il delinquente non abbia addirittura diffuso l’epidemia di proposito. Qualcuno deve per forza fornire tutte le spiegazioni possibili e soprattutto impossibili su fenomeni dei quali pochissimi hanno l’esperienza più che la conoscenza teorica. Si spiega così la logorrea mediatica di clinici e scienziati sull’epidemia? Non so rispondere neanche a questo, ma ormai è chiaro che i miei colleghi alzano i toni in TV sempre di più, cercando evidentemente di superare maestri di spettacolo inarrivabili, come ad esempio l’ex ministro Toninelli che, geloso di un grande comico del passato, tal Mac Ronay, si è prodotto in una esilarante scena di mimo a proposito dell’accordo tra Governo e famiglia Benetton sulle concessioni autostradali

https://youtu.be/hcBYMuD5_Rs

https://youtu.be/iWRc5Pw4MYA

Lui, Toninelli, ha superato il maestro a proposito di determinismo colposo. Ma revocare le concessioni e liquidare la quota di partecipazione dei Benetton, pagandola a suon di miliardi (i nostri) è la stessa cosa? La risposta è nel suo ridicolo sketch da emulo del comico francese e soprattutto del suo datore di lavoro genovese, anch’egli ex comico, oggi declassato ad attore drammatico.

Vi prego, cari colleghi medici; comparite pure in TV, ma fatelo meglio di costoro.

Grazie

Brutta bestia il pelo del lupo; di peggio c’è solo il vizio. Che il pregiudizio sia tra i vizi più di moda ci sono pochi dubbi. Pregiudizi religiosi, ideologici, sportivi, alimentari, razziali, di genere, dilagano come anche i pregiudizi sui falsi pregiudizi. Quanti si sono sentiti appellare prevenuti, o peggio, fascisti, razzisti, classisti, solo per aver espresso qualcosa di non allineato con la sacra correttezza del pensiero unico di sinistra. Non che a destra non si viva di pregiudizi. Intere forze politiche hanno mutato il corso della propria storia cavalcandone un bel po’ per conto di un elettorato incazzato. La reazione stizzita al disagio espresso, anche in malo modo, da quell’elettorato da parte dei “Salonkommunist“, (comunisti da salotto, figli della buona borghesia tedesca degli anni ‘70) si è sempre affrancata dai motivi reali di chi vota a destra, definendo quella rabbia come canea, suburra, sordida ignoranza. Un po’ come se l’intellighenzia di sinistra fatta più di militanti che pensatori, evidentemente grati al potente apparato della  gauche italenne, rispondesse alle domande degli italiani, frustrati dalla mancanza di risposte, come fece Maria Teresa d’Austria: “Se non hanno più pane, che mangino brioche!”

Gira un articolo tratto da Il Manifesto, sul cosiddetto “business del siero” nella Regione Lombardia.

https://ilmanifesto.it/il-business-del-siero-e-il-carico-sul-sistema-pubblico/?utm_medium=Social&utm_source=Facebook#Echobox=1589638502

In breve, l’amministrazione Regionale lombarda consente ai laboratori privati di effettuare esami sierologici a pagamento per rilevare Immunoglobuline a seguito di contatto con il Coronavirus. Se il pagante risultasse positivo per uno dei due tipi di anticorpi, IgM e IgG, dovrebbe poi effettuare un tampone. Secondo il quotidiano comunista la Lombardia patirebbe la scelta fatta dalla Regione all’inizio della crisi di non investire sui tamponi e l’assistenza territoriale e quindi non avendo acquistato per tempo a gennaio e a febbraio i reagenti per i tamponi, a differenza di quanto fatto ad esempio dal Veneto, è già al limite della capacità giornaliera di analisi dei tamponi dunque abbandonando quei cittadini che la Regione ha deciso di lasciare al fai da te non testandoli con un piano pubblico uguale per tutti. Siamo tutti profeti prodigiosi quando le cose sono già avvenute: basta inscenare la realtà che più ci piace e appiopparla al passato prossimo. La Regione Veneto non ha mai investito più di quanto previsto nella propria programmazione sulla Sanità Territoriale nei mesi di gennaio e a febbraio. Si è solo mossa in anticipo mettendo a punto una metodica di analisi dei tamponi con un metodo realizzato in casa, senza sistema chiuso e senza dover fare riferimento a fornitori. I risultati sono stati validati con l’Istituto Spallanzani di Roma.

https://www.startmag.it/innovazione/tamponi-e-reagenti-come-e-perche-il-veneto-ha-sconfessato-le-linee-guida-oms-e-governo/

Quindi hanno scelto di farne di più in quei focolai chiusi dove era esplosa subito l’epidemia. Tutto qui. Non c’entra nulla la policy sanitaria o gli investimenti diretti agli ospedali e non al territorio. Quindi, chi si scandalizza per la solita storia del “privato” vs il “pubblico” farebbe bene a verificare i fatti prima di indignarsi per un pregiudizio sanitario e magari suggerire ai lettori che, prima di mangiare brioches, sarebbe meglio capire come riprendere a sfornare il pane comune e anche in fretta…