In tema di passato rivedere la storia per darne una rilettura, senza pregiudizi ideologici (né di segno negativo, né di segno positivo), è revisionismo. Sostenere teorie antistoriche e antiscientifiche attraverso l’uso spregiudicato e ideologizzato dello scetticismo, fino a negare l’esistenza di un fenomeno, è negazionismo. Questa è in estrema sintesi l’interpretazione che Treccani dà dei termini revisionismo e negazionismo. La storia tuttavia non è la scienza e il metodo per avvalorare quest’ultima non è esattamente lo stesso per dimostrare fatti accaduti nel passato, a oggi ancora dibattuti.  In pieno revival anni ‘70 sta tornando di moda lo sloganismo. Basta appunto uno slogan o un termine, spesso inappropriato, per etichettare le opinioni sgradite. Dalla discesa costante della curva epidemica ormai ogni rilettura, in termini attuali, del fenomeno Covid 19 è liquidata dai sostenitori del lockdown perpetuo come negazionista. Per costoro l’epidemia virale e l’Olocausto sono di fatto sovrapponibili in quanto a sacralità di contenuti. Chi si permette di sostenere che il numero di contagi si sia ridotto, che la gestione della patologia sia ormai più domiciliare che ospedaliera, che, con il distanziamento e le misure di protezione con mascherina nei locali chiusi, sia possibile ricominciare a condurre una vita regolare, viene tacciato come A. Butz o D. Irving, noti negazionisti storici dell’Olocausto e dei crimini nazisti. Guai a criticare la proroga dello stato di emergenza del Governo Conte, guai a esprimere ottimismo per i numeri che attestano la riduzione della letalità e la stabilità della curva epidemica ai minimi storici dall’inizio dell’epidemia. Oggi chi si scaglia contro tali evidenze? Chi fino a qualche mese fa sosteneva che si dovessero abolire i vaccini perché tossici, inutili e fonte di oscuri intrallazzi finanziari. È in atto una miracolosa conversione governativa di ex negazionisti in affermazionisti dell’ultima ora. Basta sentirsi filo governativi per diventare lungimiranti illuminati scientifici. Se non altro, nel mondo scientifico (quello vero) il revisionismo non solo è connaturato al metodo, ma è la fonte primaria del miglioramento delle conoscenze. Se, dopo questo post, per insultarmi mi appioppassero del “revisionista” ne sarei fiero, soprattutto in funzione di chi non ritiene di revisionare mai nulla, magari per motivi di interesse ideologico, se non privato. Se revisionismo è rivedere i fenomeni per darne una lettura attualizzata, senza pregiudizi ideologici (né di segno negativo, né di segno positivo), allora mi sento un revisionista convinto. Lo stigma di “negazionista” lo lascio volentieri a chi si siede in Parlamento e sostiene che viviamo non su un globo terrestre ma su un enorme campo di calcio galleggiante nel cosmo, che tutti i nostri mali derivino dalle scie chimiche e che le donne non debbano fare mammografie ogni due anni perché chi le prescrive sovvenziona la General Electric. A costoro propongo una breve rilettura, magari utilizzando Wikipedia, del pensiero di Galileo Galilei: lui di negazionismo (subìto) ne sapeva qualcosa…

Jimi Hendrix cantava nel suo brano Are you experienced? del quasi omonimo primo LP : “But first, are you experienced? Uh-have you ever been experienced-uh Ma prima di tutto, sai di che parlo? Hai mai sperimentato qualcosa di simile?” Certo, l’oggetto delle sue esperienze magari sarà stato un tantino psichedelico, ma quelle domande dal 1967 a oggi riecheggiano insieme alla sua chitarra come un temporale in lontananza. Il famigerato passaggio dell’epidemia tra fase 1 e fase 2 sta portando con sé una serie di ossessive parole chiave: task forces, epidemiologi, esperti, ecc.. Questi ultimi sono diventati l’ago della bilancia delle nostre vite e ciò, in una condizione straordinaria, sembrerebbe del tutto normale. A parte l’imprecisato numero di saggi che compongono un esercito di task forces in continuo incremento, lascia attoniti l’enorme quantità di pareri, opinioni, sentenze e lezioni che, a gentile richiesta dei media, vengono scaricate giornalmente in TV e sul web. Straordinari ragionamenti sulle stime ponderate dell’epidemia attraverso modelli matematici teorici da Nobel, da cui gli illuminati propongono ogni possibile ipotesi di realtà reale per la ripresa dopo il lockdown. Si tratta quasi sempre di stimati accademici che dirigono Dipartimenti universitari, gente con centinaia di pubblicazioni alle spalle, congressi mondiali e onori nella comunità scientifica. Tutti grandissimi esperti, ma di che cosa? Un qualunque Capo di governo in occasione di guerre, quelle vere, fatte di soldati, armi e strategia, chi nominerebbe nello Stato maggiore del proprio esercito? Chi all’Accademia militare è uscito a pieni voti e senza aver mai sparato un colpo e che di mestiere fa il docente di livello internazionale, oppure un semplice sergente che però qualche altra guerra vera se l’è già fatta? Mi chiedo, nel bel mezzo di questa emergenza, quanti di coloro che stazionano fissi in televisione o occupano ruoli nelle task forces, ormai replicanti alla velocità del suono, abbiano veramente fatto esperienze sul campo? Chi di essi sarà mai stato in estremo oriente, magari solo a pulire la vetreria di un laboratorio cinese durante le passate epidemie di SARS, aviaria, suina, H1N1, o in un villaggio della Guinea durante l’epidemia di Ebola del 2014. Insomma, quanti tra quei titolatissimi professori ordinari hanno vissuto una vera epidemia là dove è già accaduta: credo in pochi. Tuttavia le loro opinioni, anche se spesso estorte dai giornalisti, riempiono il mondo dell’informazione e soprattutto i Dpcm che fioccano come le task forces. Opinioni sempre più spesso contraddittorie tra un’esperto e l’altro, ma anche se pronunciate dalla medesima persona in tempi diversi. Qualcuno ribatterà che viviamo in un mondo globale dove la cultura gira veloce come un fascio di luce e che basta connettersi alla rete per apprendere ciò che noi umani del passato dovevamo studiare sui libri fatti di carta. Quindi basterebbe collegarsi a qualche motore di ricerca di articoli scientifici per apprendere ciò che serve ad arginare una pandemia? Possibile, ma se così fosse oggi un virus come tanti altri, diffuso con le goccioline emesse dagli starnuti e dalla tosse delle persone, non avrebbe causato una tale situazione che il mondo, a parte in Cina e in Africa centrale, non vedeva da un secolo. Se la cultura del web oggi possa sostituire l’esperienza diretta della realtà lo sappiamo già e il Covid 19 è la risposta ai quesiti posti nel ‘67 dal chitarrista più grande di sempre: Are you experienced?

Global warming o heads worming? Un caro amico fa notare su fb quanto sia deleterio utilizzare un tema scientifico per affermare opinioni o, peggio, ideologie. Nel concordare pienamente con lui, mi sento di osservare che il dibattito non si fa rovente solo in termini politici. Fatte salve conquiste inoppugnabili come l’immunizzazione attiva (vaccini) sulle quali è inutile e dannoso aizzare discussioni, la scienza ci ha abituato a controversie epocali. Si tratta di conflitti a base di studi scientifici di altissimo livello che comunque spesso contrastano. I protagonisti di queste diatribe non sono certo social haters, estremisti di varia risma, nostalgici di ideologie morte e sepolte, ma scienziati di fama mondiale. Il global warming, e il relativo contributo dell’uomo è uno di quei temi. Gli esperti si confrontano non sulla base dei dati, che condividono, ma sull’interpretazione di questi ultimi e soprattutto sui fattori di influenza delle variabili in gioco: naturali o antropogeniche (create dall’uomo). I consessi scientifici si riuniscono e creano ulteriori consessi a valenza anche, sociale e politica. L’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC)  è l’organismo delle Nazioni Unite per la valutazione delle scienze legate ai cambiamenti climatici. Di seguito è riportata la funzione di questo importante organismo mondiale:

L’IPCC fornisce valutazioni periodiche sulle basi scientifiche del cambiamento climatico, dei suoi impatti e dei rischi futuri e opzioni per l’adattamento e la mitigazione.

Creato nel 1988 dall’Organizzazione meteorologica mondiale (OMM) e dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), l’obiettivo dell’IPCC è fornire ai governi a tutti i livelli le informazioni scientifiche che possono utilizzare per sviluppare le politiche climatiche.  Le relazioni dell’IPCC sono anche un input chiave nei negoziati internazionali sui cambiamenti climatici.

L’IPCC è un’organizzazione di governi membri delle Nazioni Unite o dell’OMM.  L’IPCC ha attualmente 195 membri.  Migliaia di persone da tutto il mondo contribuiscono al lavoro dell’IPCC.  Per le relazioni di valutazione, gli scienziati dell’IPCC offrono volontariamente il loro tempo per valutare le migliaia di pubblicazioni scientifiche pubblicate ogni anno per fornire un riepilogo completo di ciò che è noto sui fattori che determinano i cambiamenti climatici, i loro impatti e rischi futuri e su come l’adattamento e la mitigazione possono ridurli.  rischi.

Una revisione aperta e trasparente da parte di esperti e governi di tutto il mondo è una parte essenziale del processo IPCC, per garantire una valutazione obiettiva e completa e per riflettere una gamma diversificata di punti di vista e competenze.  Attraverso le sue valutazioni, l’IPCC identifica la forza dell’accordo scientifico in diverse aree e indica dove sono necessarie ulteriori ricerche.  L’IPCC non conduce la propria ricerca. https://www.ipcc.ch/about/

Questo è l’organo mondiale più accreditato in tema di clima. Lo è, non solo sul piano scientifico, ma anche su quello geopolitico, sociale e demografico. Per cui, non producendo studi, li interpreta e li traduce in proposte di azioni politiche.

Tuttavia, l’esistenza di questa mega organizzazione non vuol dire che i problemi climatici siano stati chiariti definitivamente come in una sentenza passata in giudicato. La comunità scientifica, nonostante parta da dati osservazionali inconfutabili, è ancora in conflitto sull’interpretazione dei singoli modelli predittivi, utilizzati in centinaia di studi scientifici in tema di clima globale. Uno di questi  è che la Terra si è riscaldata di circa 0,9 °C dal periodo preindustriale, a partire cioè dal 1850. Su questo nessuno scienziato ha dubbi. Alcuni modelli, noti come “General Circulation Models”, adottati dall’IPCC, attribuiscono il riscaldamento quasi esclusivamente all’emissione dei gas serra atmosferici. Su tali modelli è stata formulata la teoria, cosiddetta, del “riscaldamento globale antropico”, Anthropogenic Global Warming Teory (AGWT), la quale imputa a emissioni in eccesso di CO2, dovute all’uso crescente di combustibili fossili, la responsabilità del riscaldamento. Alcuni scienziati si domandano se è veramente corretta questa attribuzione. Il problema fisico di questo contributo antropico (causato dall’uomo) è, secondo questi ultimi, ancora da determinare nella sua effettiva e reale consistenza. Essi sostengono che la relazione tra l’attività del Sole e la variabilità climatica sia stata, pur se presa in considerazione dall’IPCC, sottovalutata e inoltre, pur sostenendo che un aumento dei gas serra in atmosfera induca un riscaldamento, non ritengono che tale associazione sia semplice e automatica, perché, dicono questi ultimi, la sensibilità climatica a un aumento di CO2 ha margini di grande incertezza.

La mia opinione, ovviamente non scientifica, ma sul dibattito tra scienza e politica, concorda con il mio amico di cui sopra. Di questi temi è possibile, per i non addetti ai lavori, dibattere fino a un livello di comprensione utile a non sparare corbellerie, almeno dopo essersi informati. Il fatto che un’intervista a Carlo Rubbia, nella quale esprimeva opinioni su temi climatici ed energetici, sia stata pubblicata da un giornalista non certo incline al movimentismo Gretiano, ha suscitato la perplessità se non l’indignazione in alcuni, più propensi a osservare il dito che indica il cielo piuttosto che il resto. Tra di essi un altro mio vecchio amico, professore universitario, quindi conoscitore del metodo scientifico, che invece di commentare il pensiero espresso da Rubbia si è scagliato su fb contro il giornalista, reo di aver titolato il suo post: “La bufala dei cambiamenti climatici spiegata dal Nobel Carlo Rubbia”, definendolo un “non giornalista” pur avendo solo pubblicato l’intervento del premio Nobel e invitandomi a cambiare fonte in quanto “ridicola” a causa di quel titolo. Certo quel titolo tranchant non aiuta la comprensione di un’opinione soprattutto se scientifica, ma oltre quello magari c’era anche dell’altro da leggere, pratica quest’ultima che dovrebbe essere un’abitudine per un accademico e invece si è ridotta in un rapido giudizio politico/estetico di un titolo discutibile. Un giudizio, il suo, peraltro dello stesso tenore del titolo da lui contestato. Visto l’elevato background culturale del mio illuminato conoscente universitario sono convinto che sia stato il surriscaldamento del clima, oltre i 40 gradi in questi ultimi giorni, a indurgli un simile inciampo polemico/ideologico/metodologico.

Buona estate e rinfreschiamoci tutti la testa…

Santo santo Wikipedia. Informa il mondo su chi siamo e da dove veniamo.

Osservo il video dell’intervista su “La7” alla Ministra Barbara Lezzi, che non avevo ancora avuto il piacere di aver mai visto e provo a informarmi sulla mega enciclopedia Web su chi sia.

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Barbara_Lezzi:

Diplomata nel 1991 presso l’istituto tecnico Deledda per periti aziendali e corrispondenti in lingue estere di Lecce, viene assunta l’anno dopo presso un’azienda del settore commercio con la qualifica di impiegata.

“Nel 2013 viene eletta senatrice della XVII legislatura della Repubblica Italiana nella circoscrizione Puglia, nelle liste del Movimento 5 Stelle, divenendo vicepresidente della commissione permanente bilancio e programmazione economica, e membro della commissione permanente per le politiche europee. Viene rieletta nella XVIII legislatura, in cui le viene conferito l’incarico di ministro per il Sud nel governo Conte.”

Dunque un politico eclettico: svolge attività in aziende del settore commercio, poi diventa senatrice e si occupa di bilancio dello Stato, programmazione economica e politiche europee. Le viene conferito l’incarico di Ministra per il sud.

Durante un’intervista su “La7” le vengono poste domande sul tema della divulgazione scientifica. Ha fatto scalpore il suo riferimento al trecentosettantesimo grado. Non si sa se anche qui ha mostrato grande eclettismo nel voler riformare la trigonometria, o un difetto di pronuncia le ha fatto scivolare la doppia “s” di “sessanta” in una doppia “t”. Ciò che ho percepito come preoccupante, non è il lapsus “angolare” della ministra, ma altro. Questa è la trascrizione completa del passaggio su “La7”:

Intervistatore: «…che volete fare con la divulgazione scientifica?

Ministro Lezzi: «Stiamo approfondendo la discussione in merito per non controllare nel senso di gestire, ma cercare anche di dare tutte le versioni possibili in merito a un determinato argomento e non soltanto un’informazione»

Intervistatore: «Ma la ricerca scientifica non è sottoposta a opinioni»

Ministro Lezzi: «Appunto, però è chiaro che ci sono diversi filoni intorno a un determinato argomento che se poi convergono tanto di riguadagnato, ma a nostro avviso è bene informare a trecentosettanta gradi il cittadino e soprattutto il servizio pubblico lo deve fare, magari dando anche alla comunità scientifica la possibilità di smentire nel merito, eventualmente, quelle che sono delle false informazioni che possono anche entrare nell’opinione pubblica senza essere gestite…»

https://youtu.be/qwAmiIjOgtY

Il Ministro sta parlando come politico visto che tra le competenze di una Ministra per il sud non credo sia compresa la diffusione dell’informazione scientifica e in pratica ci dice che bisogna fornire tutte le versioni in merito a un tema scientifico e non solo una. Non è chiaro cosa intenda per versioni, né a cosa si riferisca quando dice soltanto un’informazione, riferendosi forse a ciò che fino ad oggi ci ha insegnato il metodo scientifico. Forse intendeva per versioni le “prove scientifiche”? O, forse, intendeva le esternazioni di chi attraverso i social afferma qualcosa senza poter dimostrare ciò che afferma? Forse intendeva riferirsi a chi ha tuonato: «Io quand’ero piccola, che c’avevo poco a poco un cugino che c’aveva una malattia esantematica facevamo la processione a casa di mi cugino, perché così la zia se sgrugnava tutti e sette i nipoti, così tutti e sette i nipoti c’avevano la patologia e se l’erano levata dalle palle. »

Non lo sapremo mai. Quello che però sappiamo è che ci si sta avviando, alla trasformazione del Ministero del Sud” nel “Ministero della verità”. Già, quello dell’immaginario Stato di Oceania in 1984 di Orwell, sulla cui entrata principale, tra le tre frasi, campeggiava: “L’IGNORANZA È FORZA”.

Confesso che da un po’ di tempo mi sembra di essere Winston nel dialogo del libro:

“Sei lento a imparare, Winston” disse O’Brien, con dolcezza.

“Ma come posso fare a meno…” borbottò Winston “come posso fare a meno di vedere quel che ho dinanzi agli occhi? Due e due fanno quattro.”

“Qualche volta, Winston. Qualche volta fanno cinque. Qualche volta fanno tre. Qualche volta fanno quattro e cinque e tre nello stesso tempo. Devi sforzarti di più. Non è facile recuperare il senno.”