La tolleranza arriverà ad un tale livello che alle persone intelligenti sarà vietato fare qualsiasi riflessione per non offendere gli imbecilli” attribuita sui social a Fëdor Dostoevskij, ma priva di alcuna prova su una sua reale paternità, non è un sinistro presagio del passato. Oggi, semmai, tra le “persone intelligenti”, ci sono anche quelle che, non avendo il tempo riflettere per il proprio impegno sociale ed ecologico, vietano a scrittori e autori del passato di tramandare la propria narrazione. 

In Canada è esploso il caso di una trentina di libri bruciati in una scuola dell’Ontario con l’accusa di veicolare stereotipi negativi sugli abitanti delle Prime Nazioni, gli autoctoni, su Inuit e meticci. Con la stessa motivazione oltre 4.700 volumi sono stati ritirati dagli scaffali delle biblioteche di altre 30 scuole, valutati come offensivi per le immagini che proponevano. https://www.agi.it/estero/news/2021-09-10/libri-bruciati-canada-13814902/

Tra questi figurano Tintin nelle Americhe, la Conquista dell’Ovest di Lucky Luke, Asterix e gli Indiani, due biografie dell’esploratore francese Jacques Cartier, tutti valutati come offensivi per la rappresentazione stereotipata degli indiani d’America contenuta nelle varie opere. “Seppelliamo le ceneri del razzismo, della discriminazione e degli stereotipi con la speranza di crescere in un Paese inclusivo, dove potremo tutti vivere nella prosperità e la sicurezza” ha dichiarato il portavoce del consiglio scolastico, argomentando il rogo e aggiungendo che si trattava di libri dal “contenuto superato e inappropriato”, giustificando così un gesto “di riconciliazione con le Prime Nazioni”.

Non so se appiccare incendi ai libri sia un gesto di riconciliazione oppure se ergersi a giudice di cosa sia superato o appropriato faccia vivere il mondo in prosperità e sicurezza, ma incenerire Asterix senza comprenderne il senso ironico o TinTin o qualunque altra fonte autoriale del passato, oltre a placare l’animo radical chic di qualche liberal anglosassone al caviale, non ridà certo dignità alle popolazioni native oppresse nella storia. La stragrande maggioranza degli uomini, chi più chi meno, sono stati oppressi e le narrazioni nei secoli hanno interpretato nei modi più svariati i fatti accaduti. Oggi, che piaccia o meno, siamo anche il prodotto di quelle narrazioni e fare un passo avanti incendiando il passato è solo ciò che riteneva utile il re degli Unni nella sua avanzata dustruttiva. Solo gli “intelligenti” di oggi, quelli pieni di certezze social, pensano di cassare la storia e il nostro linguaggio, abbattendo statue, ricoprendo di vernice targhe commemorative, bruciando la carta dei volumi, storpiando la grammatica per risarcire, più che singole persone con lo loro storia, generi biologici. Noi “imbecilli”, pieni di dubbi e senza riferimenti assoluti, se non l’abitudine di perdere tempo a cercare di capire e ad approfondire ciò che ci viene tramandato, tendiamo a conservare ciò che leggiamo, immaginando che anche le cose negative del passato sia meglio vederle per ciò che furono al loro tempo. Questo tempo di oggi è troppo complicato e come sostenuto da Federico Fellini nell’ultimo film di Sorrentino: «La realtà è scadente…»

Un ragazzo del Politecnico di Torino presenta una tesi di laurea interessantissima.

https://webthesis.biblio.polito.it/17864/1/tesi.pdf

Sintetizzo i passi più interessanti.

Il primo esempio di disinformazione risalirebbe al IV secolo a.C. ed è la lettera mai scritta dallo spartano Pausania, in cui affermava di voler tradire i greci per passare dalla parte del popolo persiano di Serse e per la quale venne accusato di alto tradimento, quindi murato vivo.

Più di recente, sul piano storico, è la manipolazione fatta da Stalin al testamento di Lenin per nascondere la sua avversione a pensarlo come successore. D’altronde l’Unione Sovietica, sin dalla nascita del KGB, ha sempre avuto un dipartimento che si occupava di disinformazione: il Dipartimento “D”, dove D sta per dezinformacija, nel quali si conducevano esperimenti per testare i potenziali effetti della disinformazione sulle dinamiche sociali, per creare una nuova forma di guerra non convenzionale. 

Le notizie false o falsate, secondo il sito di debunking BUTAC (bunk nel linguaggio informale sta per “fesseria” o “fandonia”, con l’aggiunta del prefisso de- indica l’azione di rimozione, per cui la parola debunking significa smentire, sbugiardare le notizie false.) è possibile classificarle in diversi modi, tra cui le cosiddette notizie con dati e fatti parziali. Si tratta di notizie che forniscono una visione incompleta dei fatti, sottolineando solo alcune informazioni e tralasciandone altre che potrebbero sminuire la visione proposta. Un esempio è quando si afferma che nei vaccini ci sono nanoparticelle meccaniche (vero), senza però dire che i quantitativi sono inferiori a quelli che normalmente ci sono in un bicchiere d’acqua. Omettere il termine di paragone, scomponendo le informazioni può distorcere completamente il significato della notizia.

Oggi il “giornalismo a tesi” e cioè la trattazione di un argomento caro a una fetta di pubblico, che però analizza solo le cose che confermano una determinata tesi sostenuta dal giornalista o dall’intera redazione, è diffusissimo. Difficile trovare un talk show o un programma di approfondimento che non usi quel metodo. Lo scopo è svalutare, non approfondire, ciò che invece confuta quella tesi. Si potrebbe dire che per i giornalisti l’obiettivo sia cambiato: non più raccontare la verità oggettiva dei fatti, ma catturare un determinato pubblico. Alcuni come Report affrontano temi tosti, che pochi altri hanno il coraggio di toccare, fa vedere numeri, documenti, intervista esperti e i telespettatori si fidano. Quanto più il tema è accessibile e vicino alle persone, tanto più queste cominciano a porsi domande e la fiducia aumenta. Report è un programma di montaggio, non ha la diretta, dunque la narrazione dipende tutta dal montaggio. Questo modello funziona finché non c’è un botta e risposta, fino a quando qualcuno non si mette a controbattere e a fare fact checking in tempo reale. In quel caso, l’appeal giornalistico però crolla. 

Se avete voglia leggete cosa scrive una studiosa https://www.mountsinai.org/profiles/ilaria-mogno sull’ultima puntata di Report sui vaccini e forse riabilitiamo il povero Pausania murato vivo a Sparta…

https://www.ilriformista.it/chi-e-ilaria-mogno-la-scienziata-che-ha-fatto-a-pezzi-linchiesta-di-report-sui-vaccini-solo-sensazionalismo-259034/

Ogni ingiustizia ci offende, quando non ci procura alcun profitto come sosteneva un certo saggista del settecento, Luc de Clapiers, marchese di Vauvenargues. In questi giorni, dopo il G20 e il Cop26 di offesi pare ce ne siano diverse centinaia di milioni. I meeting sul clima, che, per gli acronimi, ricordano detersivi sul banco di un supermercato, hanno fatto strage di indignati. “Esiste in Cina un’acciaieria che produce emissioni come l’intero Pakistan!”Poiché la Cina fa largo uso di combustibili fossili per la propria energia tale circostanza è più che credibile, per cui tutti a scandalizzarsi, comprese le grandi multinazionali terrestri i cui tycoon furoreggiano nell’informazione globale come salvatori dell’ecologia mondiale. Jeff Bezos, l’uomo Amazon, annuncia di stanziare ben un miliardo di dollari per riforestare un pezzo di Sahara, ma la stragrande maggioranza di merci vendute da Amazon dove vengono prodotte? Nelle isole ecologiche danesi, alimentate da energia eolica? No, in Cina e in India, i principali inquinatori del mondo. Allora sono loro i cattivi? Può darsi, ma una trentina di anni fa, quando l’economia occidentale è andata in crisi, a chi e dove si sono rivolte le stesse multinazionali per i costi proibitivi della produzione in Europa e negli USA? La Cina e l’India con i loro tre miliardi di abitanti e le proprie politiche di scarso per non dire nullo impegno ecologico sono state la grande soluzione per delocalizzare a basso costo la produzione mondiale di merci. D’altronde, chi ha problemi come il sovraffollamento e il sottosviluppo, ha altre priorità. Poi sono passati tre decenni e chi in quei paesi era destinato a morire di miseria, oggi, al posto dei propri piedi per spostarsi, non ha la bicicletta ma l’auto elettrica, al posto del cielo stellato come tetto dove vivere, ha un appartamento di proprietà con luce, acqua, gas, che in qualche modo dovrà essere alimentato. Quindi, grazie a quell’interesse per il mercato prima stimolato dall’Occidente e quindi sposato in pieno dai governi cinese e indiano, gran parte di quei tremila milioni di abitanti asiatici pretendono, giustamente, di sedersi davanti a una TV accesa sorseggiando un tè caldo appena uscito da un bollitore elettrico. Ma l’energia chi gliela fornisce? Greta Thunberg e la sua guerra contro i bla bla? Pensare di convincere quei due paesi a indurre la propria popolazione a consumare meno dopo millenni di povertà con un semplice Cop26 è come convincere  Kim Jong un ad abdicare al comunismo e a impegnarsi a favore dei diritti umani dei Coreani del Nord. Una risposta sarebbe interessante attenderla da chi ieri andava in Cina ad aprire attività commerciali, arricchendosi, ma oggi si lamenta delle responsabilità degli stessi cinesi sul cambiamento climatico. Magari  Bezos oltre a dichiarare pubblicamente versamenti in dollari per piantare alberi nel deserto potrebbe ad esempio iniziare a vendere meno prodotti di manifattura asiatica, che però genererebbe mancati introiti ad Amazon ben superiori al miliardo sbandierato per l’Africa, ma il marchese di Vauvenargues ci ha già spiegato che il profitto ripulisce animi offesi e sensibilità indignate.

A proposito, pare che in Danimarca, a causa di un prolungato periodo di bonaccia, si siano riscontrati gravi cali energetici per inerzia delle pale eoliche…

 

Sono un nostalgico, ma non uno che rimpiange il passato. Non amo tutto il passato, mi piace ricordarne solo alcuni frammenti. Io, seduto su un divano di finta pelle bordeaux davanti alla tv; una Grundig in bianco e nero che trasmette Carosello. Sembra un’ambientazione di un volume di Elena Ferrante, ma, prima di andare alle scuole medie, non avevo mai indossato un paio di calzoni lunghi. Con i miei odiati pantaloni fino al ginocchio, sorretti da sottili bretelle, fissavo lo schermo che lampeggiava nell’oscurità del soggiorno di casa. In quel momento non mi interessava nulla di quei dannati calzoncini di flanella ed esisteva solo “L’uomo in ammollo”. Molti di voi si chiederanno chi fosse, ma la risposta corretta non è facile da dare. Certo, sul piano anagrafico è semplice: era un certo Franco Cerri, chitarrista jazz che per aiutarsi a vivere aveva accettato di fare l’attore in una cosiddetta réclame, così si chiamavano nei 60/70 gli spot pubblicitari. Ma questo non ci rivela nulla di quel ricordo che ogni tanto mi riaffiora nella testa. Già, perché insieme all’incredibile storia di quell’uomo che pochi all’epoca, ma anche oggi, conoscevano, proprio quella réclame mi scatenava emozioni inattese per un ragazzino della mia età. Il tono della sua voce, accompagnato da un lieve sciabordio dell’acqua, mi entrava direttamente nella testa e dopo si dirigeva in basso verso il petto. Era un timbro che sembrava sussurrarmi, “non devi temere nulla da ciò che ti circonda. Vedi io sono qui, in ammollo, e sto benissimo lo stesso. Non temere nulla”. Erano pochi secondi ma li avrei prolungati per sempre. Quell’uomo gentile, immerso in una vasca di vetro, che raccontava semplicemente la normalità, mi rasserenava. Pochi giorni fa è morto a 95 anni e molti della mia generazione lo ricordano proprio per essere stato l’uomo in ammollo di Carosello. Altri, pseudo musicologi e intellò con la puzza sotto il naso oggi, a causa di quella pubblicità,  si indignano perché lui in realtà, è stato tra i più importanti musicisti jazz del Paese. Ha collaborato con gente tipo Django Reinhardt, Wes Montgomery, Billie Holiday, Chet Baker, solo per citarne alcuni e quel ricordo banalmente commerciale li scandalizza. Ma il Jazz non è nato per essere musica di nicchia di un manipolo di radical chic sdegnosi. È permeato talmente a fondo nella cultura popolare da essere negli anni 50/60 un brand commerciale, che entrava tramite radio e tv nelle case delle persone comuni, come lo stesso Franco Cerri. E invece jazz, televisione, radio e ascoltatori hanno poi iniziato a separarsi fino ad arrivare all’attuale distacco. Oggi quel piglio elitario di chi suona quella musica, con ogni probabilità è dovuto alla scarsa considerazione mediatica nei nostri tempi. Ma Franco Cerri rimane per me, a dispetto dell’elite sdegnosa di ascoltatori jazz, un grande chitarrista autodidatta che ha segnato la storia della musica, anche se in ammollo nella vasca con acqua e detersivo, mentre il mondo intorno a me si fermava anche se solo per qualche secondo.

È inutile, i Mangiafuoco di turno continuano e continueranno ad amministrare l’indignazione di tutti, oggi come ieri,  usando l’antifascismo non come un’idea, ma come una prescrizione collettiva. Come tutte le prescrizioni anch’essa è una norma fissata da un’autorità. L’antifascismo in Italia è elevato a religione civile, obbligo di leva e perno costituzionale, tra tonnellate di condanne, paginate infinite, manifestazioni antifasciste, divieti, lavaggi del cervello a scuola e in tv, quello delle bandiere rosse, dei cortei militanti col pugno chiuso e più recentemente dei movimenti antifà e dei nuovi partigiani a scoppio ritardato così come definito da Marcello Veneziani ed è di fatto, una prescrizione. I Mangiafuoco/media di turno riducono tutto a questo, ma oggi è diventato un gioco pericoloso perché così si sottovalutano le cause e i pericoli reali di quelle proteste. Come di consueto faccio il “benaltrista”. Se continuiamo a guardare il dito (fascista) tramite l’informazione, il problema più grande, racchiuso in una luna ben chiara e luminosa, non lo vedrà nessuno. Le origini di una protesta risiedono spesso ben lontane da un’ideologia. Si è partiti dai no vax, a cui si sono aggiunti i no pass. Due anime diverse anche se talvolta coincidenti in modo irrazionale. Sui primi è inutile discutere perché ogni tentativo di persuasione non li ha convinti sulla necessità privata e sociale di vaccinarsi e, vista l’assenza di scelte, chi pensa a terapie alternative al vaccino non vuol proprio capire che un conto è ridurre o evitare un’infezione seria, tutt’altro è curarla. Dei no pass, tolto quelli che ne fanno una questione ideologica, una parte chiede, talvolta anche legittimamente, come superare le complessità applicative esistenti. Infine, tolti i gruppi anarco insurrezionalisti, presenti in piazza insieme agli altri, ma quasi mai pervenuti, ci sono i neofascisti. Questi, pur se ampia minoranza, si infiltrano come la storia recente ci insegna (vedi la rivolta dei “forconi”) e approfittano della visibilità di una manifestazione per atti dimostrativi, violenti ed eclatanti. Nessuno, dotato di buon senso o di onestà di pensiero, interpreterebbe la devastazione della sede CGIL a Roma come un atto pensato dalla stragrande maggioranza dei dimostranti. Chi lo ha commesso ha solo approfittato della visibilità mediatica per accreditarsi come mente pensante di tutti quelli che manifestavano (…tra i quali era già complicato individuarne di pensanti). Questa rappresentazione di un neofascismo redivivo, ormai consueta nel nostro paese, riduce oggi le responsabilità reali di tutti quelli che, maggioranza di quei diecimila, indipendenti dall’ideologia fascista da stadio, comunque se ne fottono con violenza della libertà altrui in luogo della propria, di una pandemia che ha cambiato il mondo, di chi si sforza, magari sbagliando, di trovare soluzioni per evitare di ricascarci. Chi si infiltra in questa galassia disomogenea, pur se sono solo poche decine di persone, gode come un riccio in calore quando su giornali, tg e talk show si parla di pericolo fascista redivivo. È il modo migliore per far riemergere dal nulla e assegnare d’ufficio i “meriti” di una rivolta che si dovrebbero distribuire sull’intera galassia di sigle, pseudo movimenti, privati cittadini, visionari, complottisti paranoici, insomma tutti quelli che fanno davvero numero. Ma non importa. Hanno arrestato due tizi, leader di Forza Nuova, con alcuni loro scagnozzi e per giorni si parlerà di marcia su Roma e di squadrismo nero, dimenticandosi che in quella manifestazione c’era un enorme numero di persone pericolose tra cui gli stessi che durante la strage di ammalati di Covid inseguivano le ambulanze filmandole con il cellulare per dimostrare che i malati non esistevano. Solo che allora erano pochi e sparuti, oggi sono migliaia e tutti, o quasi, con lo stesso delirio non certo derivante da un revival del ventennio fascista. Quando le violenze scaturite per una richiesta di effettuazione del tampone per entrare nel Pronto soccorso dell’Umberto I a Roma inizieranno a replicarsi altrove cosa faremo, una bella ed efficace manifestazione antifascista? Quando no pass fanatici verranno allontanati dai luoghi di lavoro e ciò comporterà proteste, se non addirittura violenze, affronteremo il problema sciogliendo le organizzazioni neofasciste? Quando qualche medico, oggi minacciato e scortato, sarà fatto oggetto di violenze da parte di qualche no vax risolveremo tutto sfilando per strada con il pugno chiuso?

L’Associazione degli esuli della Venezia Giulia e Dalmazia ha stimato che in Italia esistono almeno undici strade dedicate al maresciallo Tito, comunista, massacratore degli esuli italiani e protagonista degli eccidi delle foibe. A Reggio Emilia,  a Parma, a Cornaredo, in Lombardia, a Nuoro, in tanti piccoli comuni italiani si omaggiano dittatori feroci, ma comunisti. Non mancano mai tributi a Mao Tse Tung, a Che Guevara, a Stalin, presente nella toponomastica di tante città, così come Lenin, gettonatissimo dai sindaci di sinistra e ricordato con una strada a Roma. Così come è facile imbattersi in  via Ho Chi Minh, in via Rivoluzione d’Ottobre, come fossero personaggi ed eventi da ricordare e idolatrare per aver dato un contributo positivo all’unanimità.  Cosa diremmo tutti se esistesse una via intitolata a Josef Mengele o ad Adolf Hitler, al netto di qualche idiota che ne propone l’istituzione. D’altronde qualcuno disse che l’estremismo è troppo facile. Hai la tua posizione e basta. Non devi neanche pensare. E quando vai lontano verso destra trovi gli stessi idioti che vedi a sinistra. Il problema è che il nostro è un paese per vecchi, (non persone, ma slogan). Tutti quelli che si fregiano di auto definirsi antifascisti e mai antitotalitari,  in realtà sono auto distratti da stereotipi che essi stessi alimentano.
A proposito di idolatria e strade, è morto a 73 anni Gino Strada, uno di cui ho apprezzato molto di ciò che ha fatto, ma nulla o quasi di ciò che ha detto. Probabilmente, per il tipo che era, questa celebrazione totemica non l’avrebbe apprezzata.

Condoglianze alla famiglia e un “fatevi furbi” ai santificatori post mortem.

 

In nome del popolo italiano”: un film visionario. Dino Risi regista e sceneggiatore insieme a Furio Scarpelli e Agenore Incrocci, nel 1971, apre uno spaccato sul futuro del nostro Paese. È la cronaca dei nostri giorni preconizzati cinquant’anni prima. La scena finale del film è la semplice sintesi di ciò che siamo adesso, di chi esercita il potere con l’inganno, la cialtroneria, e lo sberleffo arrogante, di chi lo fa travestito da Stato, ma non per questo meno prevaricante e infine, del popolo tutto. Risi, mirabilmente, racconta queste tre variabili, immaginandole scomposte. In fondo tutto è popolo. Certo, mai omogeneo, non certo unito se non nella gioia di una vittoria sportiva. Politici, grandi imprenditori, banchieri, magistrati non sono estranei a quel popolo italiano caciarone che il Pubblico ministero Ugo Tognazzi scruta schifato, mentre è combattuto se conservare o eliminare le prove che scagionerebbero dall’accusa di omicidio l’odiato imprenditore Vittorio Gassman. Tognazzi, nel disprezzare quella canea  rumorosa e festante che si riversa nelle strade, (guarda caso per la vittoria dell’Italia sull’Inghilterra), rivede in ognuna di quelle persone volgari il volto di Gassman, identificando il male assoluto da combattere, non in un indagato, ma nel popolo italiano. Per questo decide di distruggere le prove di innocenza a carico del sospettato e condanna, non un futuro imputato prima del processo, ma un intero paese che egli in realtà detesta profondamente. 

Malagò Presidente del CONI a proposito della vittoria di Jacobs ai 100 mt a Tokyo: “Aberrante che non ci sia ius soli sportivo

Dino Giarrusso (sceneggiatore): “I risultati sportivi dell’Italia possono dare gioia e senso di unità però i problemi del Paese non vengono risolti dagli atleti

Marco Travaglio il giorno prima delle vittorie di Jacobs e Tamberi: “Dovevamo stupire il mondo e invece siamo sorpresi per le cocenti sconfitte“.

Gad Lerner: “Marcell Jacobs un grande bresciano (alla faccia di chi so io)“.

Dopo le vittorie italiane agli Europei di calcio e alle Olimpiadi molti tra i notabili social più influenti del Paese hanno espresso quel sentimento simile all’aria schifata di Tognazzi. Tutti a distinguersi da quella massa rumorosa e qualunquista che gioisce in canottiera su un’Ape Piaggio sfrecciante tra la folla. Branchi di intellettuali che barattano l’intelletto (quando esistente) con le vetrine social, dopo essersi distinti da tutti a suon di alzate di ditino. Quanto amo invece quell’orgia di folla festante, quel qualunquismo rumoroso che si dimentica per un po’ dello schifo di tutti i giorni. L’urlo dei tifosi allo stadio per un gol con tiraggiro, le braccia alzate e la gioia pazza dei concittadini degli atleti medagliati. Preferisco l’urlo sguaiato del fruttivendolo, che corre impazzito sul terrazzo in mutande avvolto nel tricolore, allo snobismo da 1000, 10.000, 100,000 like cinguettanti di chi si illude di non di far parte di quel popolo rozzo e malandrino, disprezzandolo via web, ma senza il quale non riuscirebbe a mangiare, se non trovandosi un lavoro vero. Non esulto sguaiatamente a ogni vittoria della Nazionale  per risolvere i problemi del Paese, lo faccio perché mi fa star bene come un italiano qualunque.

Grazie Dino Risi.

Domenica di inizio agosto pigra, come tutte le domeniche di inizio agosto. Butto l’occhio su un bell’articolo di Eleonora Barbieri su il Giornale https://www.ilgiornale.it/news/rowling-lunica-donna-che-pu-essere-insultata-1966202.html e riesco d’un tratto ad attenuare la noia. In breve, «Spero che ti ritroverai una bomba nella cassetta della posta» è solo l’ultimo gentile tweet recapitato a J.K. Rowling, nota autrice di Harry Potter, per le sue opinioni che dissentono dall’ideologia gender, alla faccia del ddl Zan che vorrebbe punire le idee “…non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”.

 

Rispetto il diritto di ogni persona trans di vivere in un modo che sia autentico e a suo agio.  Marcerei con te se fossi discriminato sulla base del fatto di essere trans.  Allo stesso tempo, la mia vita è stata plasmata dall’essere donna.  Non credo sia odioso dirlo.

L’idea che le donne come me, che sono state empatiche con le persone trans per decenni, sentendosi affini perché vulnerabili allo stesso modo delle donne – cioè, alla violenza maschile – “odiano” le persone trans perché pensano che il sesso sia reale e  ha vissuto conseguenze – è una sciocchezza.”

Se il sesso non è reale, non c’è attrazione per lo stesso sesso.  Se il sesso non è reale, la realtà vissuta delle donne a livello globale viene cancellata.  Conosco e amo le persone trans, ma cancellare il concetto di sesso rimuove la capacità di molti di discutere in modo significativo delle proprie vite.  Non è odio dire la verità.

Questi sono esempi di opinioni della Rowling. Condivisibili o no, non sembrano residui di una sotto coltura omofobo-nazi-fascista, anzi, è meglio ricordare le nette posizioni femministe della scrittrice. La solita domanda è: il problema è la suburra che la insulta, la minaccia e le augura una morte atroce o chi sfrutta strumentalmente l’ideologia gender fottendosene della difesa della libertà di espressione?

Tema Olimpiadi. La Carta Olimpica, documento ufficiale del Comitato Olimpico Internazionale, codifica i principi fondamentali dei Giochi. La prima edizione è datata 1908 e l’ultima 2013. 

Nel primo capitolo si precisa che la prima missione del CIO (e quindi dei giochi) è la non discriminazione, l’uguaglianza di genere e lo sviluppo sostenibile. Orbene, a Tokyo si sono celebrati due incontri senza avversari. Tohar Butbul, 27enne, judoka, è stato evitato da altri due judoka, uno algerino, l’altro sudanese, solo perché israeliano e, probabilmente, perché ebreo. Un alto esempio di “non discriminazione” degno di una Murgia o di un Fedez qualsiasi. Ma indovinate chi ha dato un’esempio di sportività e integrazione? Al termine della sfida dei sedicesimi di finale dei +78 kg, la saudita Tahani Alqahtani, e Raz Hershko, israeliana, si sono abbracciate, poi la 23enne Hershko, detta “Hercules” e che aveva vinto per ippon, ha alzato il braccio destro dell’avversaria nel gesto che si usa per rendere omaggio al valore della rivale.

https://www.ilmessaggero.it/sport/olimpiadi/judo_abbraccio_atleta_saudita_israeliana_olimpiadi_tokyo_2020-6111272.html

Due donne hanno aggiustato ciò che due uomini pseudoaltleti , ideologicamente e culturalmente disorientati, hanno stupidamente messo in discussione! 

Ma quanto è stato lungimirante il compianto Philippe Daverio nel coniare il titolo del suo volume Elogio delle donne (per fortuna sono diverse dagli uomini)?

Geaetà chi parte sa da che cosa fugge ma non sa che cosa cerca…” disse Lello a Gaetano in Ricomincio da tre. Gaetano voleva andarsene da Napoli per iniziare da capo la sua vita, non proprio da zero, ma da almeno da tre visto che tre erano le cose riuscitegli fino a quel punto.

Le elezioni amministrative a Napoli sembrano incarnare lo stesso concetto espresso da Lello, ma almeno in questo caso non c’entra nulla la napoletanità, quella che ci rende davanti al mondo, a secondo dei punti di vista, unici e speciali. Prima ancora di individuare i candidati alla corsa a Sindaco già a livello nazionale si era deciso di praticare la strada del “…chi parte sa da che cosa fugge ma non sa che cosa cerca…”. Mario Draghi uomo estraneo alla politica, (perlomeno a livello di schieramenti partitici) dall’esterno unisce, in un patto di transizione riformista, tutte le fazioni o quasi. Lo fa, non in astratto in nome dell’Europa, ma al massimo delle risorse che dall’Europa verranno e delle riforme che, si spera, spezzino lo stallo politico degli ultimi trent’anni. Per cui, non una figura dell’antipolitica, non un tecnico falsamente apolitico, ma un organizzatore/programmatore al di fuori del clima rissoso che ha contribuito a illudere che tutto sarebbe cambiato, con il solo scopo di non cambiare nulla. Chi sta credendo in tutto questo sa benissimo da cosa ci si voglia allontanare, ma non può sapere cosa aspettarsi per il futuro. Se siamo arrivati a questo punto, a causa di un buco di idee durato tre decadi  per l’antiberlusconismo, siamo certi che dopo questo processo di disintossicazione dalla malmostosità politica quest’ultima tornerà un giorno sana e ripulita come l’abito di una suora? Già, perché gli uomini della provvidenza aiutano a uscire dal baratro, poi, una volta usciti, bisogna camminare sulle proprie gambe fatte di idee e non solo di capacità e prestigio.

A Napoli si è fatta la stessa scelta e a decidere non è certo stato, come per il Governo nazionale, il Presidente Mattarella. Sono state le stesse forze politiche che hanno deciso di auto sospendersi, rinunciando alla politica, non mettendosi in gioco direttamente. Indubbiamente il profilo di uomini della società civile dei due candidati, Gaetano Manfredi e Catello Maresca è elevato. Non politici, non anti politici, né tecnici, al massimo, formalmente, extra politici ed è quest’ultima strada quella che, sia a livello nazionale che locale, nessuno di noi può immaginare dove ci porterà, il che non è detto che sia un male. A proposito, qualcuno di voi ha mai saputo quali fossero le tre cose riuscite a Gaetano nella vita…?

Gli italiani cosa hanno fatto di così orrendo alla sinistra per meritarsi tutto questo rancore? Possibile che dopo un cataclisma mondiale, sulle macerie ancora fumanti di questa pandemia, ci sia qualcuno che per rilanciare il proprio partito parli solo di voto ai sedicenni, di ddl Zan, di ius soli e, udite udite, di inasprimento delle tasse? L’ex ministro Pd Provenzano ha detto: “Tassare l’1% più ricco non è prendere: è restituire alla società” Come  nella fitta vegetazione della foresta di Sherwood qualcuno, Robin (Letta) Hood, propone di assaltare i convogli dei ricchi per donare ai poveri. Peccato che i ricchi sarebbero gli eredi di altri ricchi morti che dovrebbero sborsare, non sotto la minaccia di arco e frecce, ma dopo una bastonata fiscale, ingenti tasse di successione a favore di diciottenni, almeno si spera meno abbienti. Le domande da porsi sarebbero troppe, ma ne sintetizzo solo alcune. Perché tassare forzosamente qualcuno solo perché eredita un patrimonio? Cosa ha fatto di male chi può definirsi abbiente? Essere facoltosi o almeno benestanti, secondo Robin (Letta), dovrebbe integrare un senso di colpa che per essere espiato necessiterebbe di un alleggerimento del proprio patrimonio? Ma il comunismo non era fallito in tutto il mondo? I temi trattati dalla sinistra di questo paese corrispondono alle necessità reali delle persone dopo la pandemia?
C’è un paese con l’economia in ginocchio e milioni di uomini e donne che hanno perso la propria attività a causa delle chiusure per il Covid e si cerca di foraggiare i diciottenni, non si sa con che scopo. Vabbè che le promesse di assistenzialismo sono la panacea di tutti i partiti in crisi di identità e di consensi, (vedi il M5S con il reddito di cittadinanza) ma foraggiare neo maggiorenni squattrinati, senza neanche essere stati in grado di assistere commerciati, artigiani, professionisti, piccoli imprenditori, ormai alla fame con il governo Pd/5 stelle è extraterrestre. Dalla lontana galassia dei salotti romani della sinistra di alto bordo sembra che le parole d’ordine siano: “Tassiamo i ricchi per dare cornetti alla crema ai poveri!” “W la necrofiscalità!” e soprattutto “Siate lunari compagni!”