Che c’entra Buzzati? Forse niente o forse molto. Chi sono i Tartari che non arrivano? 

Alcuni decessi, a tutt’oggi non correlabili ad alcuna somministrazione di vaccini, hanno generato, mediati dalla comunicazione, un serio voltafaccia da parte di molti alla ricezione delle dosi programmate. Gli stessi che, condizionati dalle notizie di cronaca, rifiutano la somministrazione per timore che il vaccino sia pericoloso, senza uno straccio di prova o evidenza, si precipitano in massa a giocare a una lotteria pur sapendo delle insignificanti probabilità di successo. Il quotidiano Sole 24 ore  propone un interessante articolo sul tema.

https://www.ilsole24ore.com/art/raro-ma-probabile-perche-ci-piacciono-lotterie-e-abbiamo-paura-vaccini-AD35Z3PB

Qual’è la differenza tra due comportamenti così distanti in apparenza? Le aziende del gioco d’azzardo conoscono bene i meccanismi cognitivi delle persone e sanno che gli esseri umani hanno una fortissima tendenza a sovrastimare la probabilità di eventi estremamente rari come vincere alla lotteria o morire a causa di un vaccino (ammesso che si dimostri che le morti in questione siano correlate alla somministrazione di un dato vaccino) . A sfruttare il primo esempio ci pensa l’industria miliardaria dell’azzardo, mentre, sul secondo, si scatenano da tempo complottisti e bufalari di professione. La tendenza a sovrastimare un accadimento di fatti poco probabili si accompagna simmetricamente alla tendenza a sottostimare la probabilità di eventi molto più frequenti, come avere un incidente in auto mentre andiamo a farci inoculare il vaccino, piuttosto di una reazione avversa grave dopo l’iniezione. Ma tutto questo è prevedibile? Ebbene sì, lo è! Ci si può tranquillamente aspettare che le persone siano attratte da una lotteria e che contemporaneamente si insospettiscano per rarissimi casi di reazioni avverse provocate dai vaccini, tra le quali, ripeto, non si sa nulla di concreto in merito alle morti di cui sopra. Ci si può attendere tali comportamenti anche perché, sono spesso, per non dire sempre, indotti da fenomeni comunicativi. Alla base di questa tendenza alla sovrastima c’è il fatto che alcuni scenari che usiamo per valutare la probabilità di un certo accadimento vengono costruiti più facilmente di altri. Quando abbiamo a che fare con immagini emotivamente coinvolgenti sarà molto più facile costruirci uno scenario preciso di quando, invece, stiamo valutando una situazione nuova, astratta e poco coinvolgente sul piano emotivo. Una vincita alla lotteria e una morte sospetta hanno entrambe tutte le caratteristiche necessarie per tatuare l’evento nella nostra memoria e quando penseremo alla probabilità associata ai due eventi, saremo indotti a stimare valori eccessivi. Non per niente le notizie di vincite, grandi e piccole, sono sempre molto ben pubblicizzate dagli uffici stampa di chi con l’azzardo ci guadagna, perché il loro ricordo le fa apparire più probabili. Di contro quando dobbiamo stimare la probabilità di un certo evento, non sempre le eventuali alternative vengono definite con altrettanta precisione. Se dobbiamo valutare con quale probabilità pioverà domani, non sempre pensiamo alla probabilità con la quale non pioverà e ci sarà vento, nubi leggere, calma piatta o cielo terso. Ci concentriamo su ciò che vogliamo valutare, mentre tutto il resto che potrebbe accadere, magari con una probabilità molto maggiore, rimane nascosta in noi. Solo che chi, per legittimi motivi di profitto, lo sa, lo mette a frutto, mentre chi dovrebbe sovrintendere alla comunicazione pubblica non sembra affatto averne contezza. Il tenente Drogo di Buzzati attende i Tartari quasi tutta la sua vita e quando ormai egli sta morendo comprende che la paura o al contrario l’attesa coraggiosa del loro arrivo è ciò che più temeva, più dell’improbabile accadimento reale.

E allora, anche se con grande fatica e stanchezza per ciò che tutti stiamo vivendo, dico: sforziamoci tutti a superare la paura e facciamo l’unica cosa che conta per la nostra serenità.  Vacciniamoci, punto e basta!

Il politico ha avuto una grave crisi morale, ma adesso sta meglio e svolge regolarmente le sue funzioni.” L’ho letto da qualche parte.

Stamattina mia figlia ha sguainato il suo cellulare e minacciosamente mi fatto sedere per guardare e commentare insieme a me un video su YouTube. Era la manifestazione a Roma di negazionisti, complottisti, no mask, no 5G e/o comunque antituttisti di svariata forma. 

Alle domande dell’intervistatore partivano incredibili risposte tipo: “Il COVID non esiste!”, “Fortunatamente sono riuscita a evitare il tampone a mia figlia a scuola, perché le avrebbero sfondato la membrana…” “Dica un po’, lei ha mai visto e conosciuto qualcuno che sia morto di COVID?” eccetera eccetera. Tale è lo standard delle dichiarazioni rilasciate da quelle persone. Alla termine del video, mia figlia, tutta indignata, ha detto: “Ma è possibile che esistano persone così?”. Sarebbe stato suggestivo spiegarle che il mondo ruota più che sulle persone sulle loro opinioni, ma ho preferito liquidare la cosa con un: “Ordiniamo una vaschetta di gelato?”. A volte ritirarsi è una tattica utile, ma subito dopo mi è balenato in testa un pensiero ossessivo. Negli anni precedenti il 2018, il M5S ha riempito le piazze con i suoi “Vaffa”; c’era di tutto in quei comizi sconclusionati, ma dalla potente suggestione. Tra quelle persone urlanti non dimentichiamo i terrapiattisti, gli anti scie chimiche, i sirenisti, gli ordinemondialisti, e soprattutto gli antivaccinisti. Questi ultimi, sostenuti da politici che allora apparivano come sgangherati arruffapopolo, poi divenuti tra le massime cariche dello Stato, sono stati tra i principali motori di quel 32% di consensi che ha portato i pentastellati nelle ultime elezioni politiche a governare (…con tutto il rispetto per l’accezione “governare”). È plausibile che tra quella truppa di umanità fuori dal mondo, scesa recentemente in piazza a Roma contro l’esistenza del COVID 19, siano numerosi, per non dire la maggior parte, ad aver partecipato ai Vaffa di Grillo prima e al successo elettorale del Movimento poi. Oggi, con i loro ex beniamini al Governo, quella gente ha continuato a fare quello che sa fare meglio: negare la realtà perché spesso è spiacevole, per non dire orrenda. Se non incolpassero il mondo intero di qualcosa sarebbero tutti costretti a confrontarsi con il proprio vuoto pneumatico da riempire con qualcosa. Il M5S oggi  fa finta di essersi dimenticato di loro e loro si sono scordati di averli votati e sostenuti in passato, con le stesse misure già riservate agli avversari di allora: i mega Vaffa al mondo reale…

“Il Garante dei detenuti è nominato direttamente dal Sindaco, con proprio atto, che lo sceglie fra persone d’indiscusso prestigio e di notoria fama nel campo delle scienze giuridiche, dei diritti umani, ovvero delle attività sociali negli Istituti di Prevenzione e Pena e nei Centri di Servizio Sociale…”

http://www.comune.livorno.it/comune/garanti-tutele-dei-cittadini/garante-dei-detenuti

Questo è ciò che campeggia sul sito del Comune di Livorno, il cui sindaco del Pd ha nominato per questo prestigioso ruolo un certo Marco Solimano. Chi è questo signore?  Consigliere comunale Pd dal 2004 al 2009 e presidente dell’Arci. Torna al ruolo di Garante delle persone private delle libertà personali visto che lo ha già ricoperto per sette anni fino al gennaio del 2018. Me che c’è di strano in tutto questo? Assolutamente nulla! Un politico del Pd con esperienza già fatta sul campo, a cui viene affidata una carica di alto profilo sociale e di tutela dei diritti umani. Chapeau! Certo, i diritti umani sono una cosa seria e complicata, ma a volte anche semplice da tutelare. Ad esempio, sarebbe stato decisamente più facile tutelare i diritti di quei 16 ammazzati e 39 feriti, in aggiunta a quelli delle loro famiglie,  prodotti tra gli anni ‘70 e ‘80 dall’organizzazione terroristica Prima linea. Organizzazione che ha contato nel tempo circa mille inquisiti dei quali un numero consistente di condannati in via definitiva per fatti di sangue gravissimi. La vita è strana e proprio uno di quei condannati a 16 anni di carcere, tutti scontati, è diventato proprio il neo garante dei diritti di cui sopra: Marco Solimano, arrestato all’epoca perché appartenente a Prima Linea. È lui, per il Comune di Livorno,  la persona d’indiscusso prestigio e di notoria fama nel campo delle scienze giuridiche, dei diritti umani, ovvero delle attività sociali negli Istituti di Prevenzione e Pena e nei Centri di Servizio Sociale. Sono contento per Solimano  e si può in generale esserlo se un ex detenuto, dopo aver scontato per intero la sua pena, torna riabilitato alla vita normale, anzi dedicandosi ai più deboli e questo lo sostengo con convinzione. Ma i requisiti dettati dallo stesso Comune di Livorno sarebbe il caso di modificarli a proposito del prestigio nel campo dei diritti umani. Quel prestigio per la sinistra di questo Paese, non è uguale per tutti. Immaginate cosa sarebbe accaduto se un qualunque partito di destra avesse fatto eleggere nelle sue liste comunali un ex appartenente ai NAR, riabilitato dopo aver scontato una pena detentiva per terrorismo nero e lo avesse poi fatto nominare garante dei diritti umani, ovvero delle attività sociali negli Istituti di Prevenzione e Pena. Si sarebbero scomodati i Saviano, le Murgia e i Fiano di turno. Padre Fabio Fazio avrebbe dedicato una puntata intera del suo programma democratico (…nel senso del Partito) all’insegna dell’indignazione televisiva, Carofiglio e il suo dubbio amletico sull’essere magistrato o politico avrebbe sproloquiato sulla differenza tra reato ed etica, Floris e la cotonata De Gregorio, con il loro á plombe democraticamente corretto, avrebbero accusato Salvini di rigurgito fascista e il vignettista antifa Vauro avrebbe inscenato una finta rissa con un energumeno rasato a zero con croce celtica tatuata sul gomito. Ma non è accaduto nulla di tutto ciò perché sono tutti distratti solo dai diritti di chi (…a loro insindacabile giudizio) si merita di tutelare i diritti altrui…

Referendum: Chi ha vinto? Un deciso “Boh”, mi verrebbe spontaneo, ma su chi ha perso davvero le idee mi sono più chiare, ma andiamo per ordine. Nel 2019 la legge di revisione costituzionale che includeva il taglio dei parlamentari  fu approvata in doppia lettura da entrambe le Camere a maggioranza assoluta. Dal momento che in seconda deliberazione la legge però non fu approvata a maggioranza qualificata dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, un quinto dei senatori ha potuto richiedere il referendum confermativo. In particolare, rammento che, nel luglio dello scorso anno non è stata raggiunta la maggioranza qualificata dei due terzi a causa del voto contrario anche dei senatori del Partito Democratico, allora opposizione del Governo Conte I. Quindi solo qualche mese fa fu proprio il PD ad essere formalmente contrario alla riforma di riduzione dei parlamentari, salvo poi cambiare idea qualche giorno prima del voto. Evidentemente i votanti del Partito di Zingaretti preferiscono, del tutto legittimamente, la “creatività” elettorale alle idee e ai programmi, ma andiamo oltre. Il giorno successivo agli scrutini del referendum costituzionale, come di consueto, tutti si sono auto proclamati vincitori; ma allora chi sarebbero davvero i soccombenti? I votanti a favore della riforma sono stati il 69,96%, mentre il rimanente 30% circa sembra, secondo i media mainstream, corrispondere a chi abita nei centri delle grandi città, dispone di redditi più alti e immobili più cari della media. La presa d’atto non ragionata dei suddetti dati sembra confermare e trarre conclusioni sbrigative su quanto sopra descritto, ma siamo certi che coloro che hanno messo la croce sul «No» siano semplicemente un’élite danarosa, fuori dalla realtà della ZTL dove abita, e affezionata a una vecchia immagine dei partiti e della politica? Il Corriere della sera ha esaminato, le aree delle città in cui il «No» ha vinto evidenziando, a conferma di quanto detto, che coincidono quasi perfettamente con i quartieri più eleganti.

https://www.corriere.it/elezioni/referendum-2020/notizie/chi-ha-votato-no-referendum-cddff6a6-fce4-11ea-b4fe-6ee7d601be57.shtml

A Torino il «Sì» alla riduzione del numero dei parlamentari ha vinto con il 60,7% e il «No» ha prevalso solo nelle circoscrizioni 1 e 2 con il 57,4%. Queste ultime sono infatti le Circoscrizioni del centro elegante che comprendono Corso Einaudi, Corso Trieste, Corso Galileo Ferraris dove un buon immobile può costare circa tremila euro al metro quadro e un appartamento in affitto di 60 metri quadri più di 500 euro al mese (dati dell’Agenzia delle Entrate). Se invece si guarda alla periferia Nord, nel quartiere ex operaio di Barca per esempio si trovano prezzi degli affitti poco meno che dimezzati rispetto al centro e un’affermazione del «Sì» al 72%.

Inutile dire che le correlazioni tra reddito, ricchezza e preferenze per il “No” si confermano anche a Milano, Roma e Napoli. Ma ecco il punto: stiamo dunque parlando di una semplice battaglia di  ricchi contro poveri, élite contro popolo, vecchio sistema contro antipolitica, con la vittoria dei secondi? Non proprio! Le presunte «élite» sparute che hanno votato “No”al taglio dei parlamentari non solo rappresentano più del 30% dell’elettorato, non proprio un gruppo ristretto, ma coincidono con molti elettori delusi dall’attuale offerta politica. Sto parlando, come segnalato dal Corrierone, soprattutto di laureati, professionisti o manager che negli ultimi due anni hanno arricchito il plotone degli indecisi o di coloro che non pensano di votare alle prossime elezioni perché insoddisfatti dai partiti che si presentano. Non amano le politiche esclusivamente redistributive senza alcuna attenzione alla crescita, i populismi o le imposizioni entrambi prive di progetti concreti e sono profondamente perplessi per i personalismi che impediscono alle forze riformiste di aggregarsi, pur avendo le stesse idee. 

Oggi un tale gruppo di delusi e/o indecisi vale ben oltre il 40% degli aventi diritto al voto in Italia (Fonte Ipsos). Non ama i politici più presenzialisti e, anche se probabilmente popola in buona parte i quartieri più eleganti delle città, ha spessissimo titoli di studio elevati. Se ha votato «No» non è certo per difendere le «poltrone» o il proprio patrimonio, ma per testimoniare un evidente dissenso dai messaggi avvilenti e confusionari che prevalgono in questi mesi e anni. Saranno élite, forse sì, ma molto ampie e decisamente preda della sensazione, culturalmente consapevole,  di vivere in esilio nel proprio stesso Paese, di cui certo oggi non ci si può vantare, né da esiliati che da esilianti.

https://vimeo.com/234482460

Sarà capitato anche a voi 

di avere una musica in testa, 

sentire una specie di orchestra 

suonare suonare suonare suonare, zum zum zum zum zum zum zum zum zum, 

la canzone che mi passa per la testa, 

non so bene cosa sia 

dove e quando l’ho sentita, 

di sicuro so soltanto che fa 

zum zum zum zum zum zum zum zum zum, Ecc. Ecc.

Ci vuole una certa età per ricordarsi questo motivetto. Era come un mantra ed io, seppur bambinetto, la ricordo come fosse stata cantata ieri per la prima volta. Quel zum zum zum zum zum zum zum zum zum è come un richiamo irresistibile, una voce che attira chi l’ascolta lontano dalla realtà, come il flauto magico del pifferaio di Hamelin. Lui se ne intendeva di suoni ipnotici e dopo aver derattizzato la cittadina danese, scontento per non essere stato retribuito, ha ben pensato di de-cittadinizzare Hamelin, riservando ai suoi ingrati abitanti la stessa fine delle zòccole affogate. In questi giorni i pifferai dei media del PPC (Partito Politicamente Corretto) hanno, tanto per cambiare, corretto bene il tiro sulle notizie in prima pagina. Ormai il caso nazionale è “i furbetti dei seicento euro del bonus Covid”. Tutta Italia si indigna, guidata da flautisti esperti come Travaglio, Scanzi, Gomez, Serra e compagnia cantando, anzi suonando. Solo gli ipoudenti o gli affetti da sordità totale, ignorano i pistolotti moralisti suonati da quella larghissima schiera di flautisti dell’indignazione facile e unidirezionale. Immuni dalle note musicali distraenti del giornalismo à la page, si sono resi conto che mentre il Paese inorridisce per quattro o cinque Parlamentari, scoperti nell’esercizio della propria meschineria, la Giustizia, intesa come sistema, è ormai un deserto di macerie. Zitto, zitto il Guardasigilli, (forse durante la vicenda Palamara e tutte le altre non emerse, non stava guardando i sigilli, ma fissava qualcos’altro), ha approvato un testo di riforma del CSM che andrà in Parlamento, efficace come uno spruzzo di Autan contro il Covid 19.

https://www.ilsole24ore.com/art/sorteggio-quote-rosa-e-stop-porte-girevoli-pista-delega-che-riforma-csm-ADlbuRi?refresh_ce=1

Tutto ciò nel silenzio totale dei media più gettonati del Paese. Tutti a commentare i seicento euro richiesti da cinque pidocchiosi (…e certamente molti di più) piuttosto che rabbrividire per ciò che si rischia varcando l’aula sbagliata di un Tribunale. Inquieta l’inerzia che lo Stato adotta quando c’è da entrare in un Sistema di potere come quello, ma evidentemente non abbastanza per interessare l’informazione e i cittadini. Certo, chi non ha mai vissuto in prima persona esperienze giudiziarie finite male o bene ma dopo anni di distruzione morale, psicologica e fisica, normalmente sbraita giudizi prendendosela con l’integrità divina di tutti i magistrati solo per il fatto di chiamarsi così. Poi, quando qualche benpensante progressista con l’erre moscia, finisce nel tritacarne, domina il silenzio di tomba esistenziale. Chi però non sta zitto e non segue le sinfonie narcotizzanti dei pifferai mediatici è considerato canea rabbiosa. Per favore se c’è qualcuno che ha problemi di udito e non riesce a seguire zum zum zum zum zum zum zum zum zum la canzone che vi passa per la testa, per favore batta un colpo!

grazie

Siamo certi che l’iconoclastia militante abbia a che fare con il passato? Demolire a martellate il volto di una statua raffigurante un grande personaggio d’altri tempi, illudendosi di giudicarne la storia, è perlomeno ridicolo. 

Chi era László Tóth? Era un tizio che il 21 maggio 1972 entrò nella Basilica di San Pietro e d’un tratto con un martello da geologo colpì la Pietà di Michelangelo. Dapprima prese a martellate il capo della Madonna e poi, più volte, il volto e le braccia, lasciando però integra la figura del Cristo gridando: “Cristo è risorto! Io sono il Cristo!“. Venne ovviamente fermato e portato via, alla svelta per sottrarlo alla folla che intendeva linciarlo. Interrogato, disse: «Che ci sta a fare questa statua qui? Cristo sono io e sono vivo, sono il Cristo reincarnato, distruggete tutti i suoi simulacri». Non fu incriminato, ma internato in manicomio per due anni.

Bene, questo tizio evidentemente non voleva, nella sua visione distorta della realtà, distruggere un passato fatto di religione e arte, ma affermare un presente nel quale l’unica raffigurazione che contava era la sua, pur se delirante. Oggi, un manipolo di László Tóth, auto definitesi “Sentinelli”, a guardia di una morale, che definirei alterata e soprattutto alternata, ha deciso che la statua in bronzo di Indro Montanelli, collocata negli omonimi giardini a Milano, debba essere rimossa. Il motivo sarebbe il matrimonio tra Montanelli e un’adolescente africana al tempo della guerra in Etiopia, durante la quale il grande giornalista era ufficiale di Cavalleria. Soliti doppiopesismi morali o c’è dell’altro?

https://milano.repubblica.it/cronaca/2020/06/11/news/statua_montanelli_sentinelli_milano-258873542/?refresh_ce

Per assonanza questi Sentinelli avrebbero dovuto preoccuparsi come minimo, da bravi guardiani della morale, di demolire pure la statua a Ostia che commemora Pier Paolo Pasolini, visti i suoi trascorsi giudiziari. Lo scrittore, poeta, regista, ecc. era stato accusato  nel ‘49 di aver pagato tre minori per rapporti sessuali. Fu poi processato per atti osceni in luogo pubblico e corruzione di minore (uno dei ragazzi era sotto i sedici anni). Venne poi stralciata l’accusa di corruzione di minori per mancanza di denuncia e il dibattimento si concentrò sul fatto che gli eventi non si svolsero in un luogo pubblico ma in un campo nascosto da siepe e da un boschetto d’acacie. La sentenza arrivò nel gennaio del 1950: Pier Paolo Pasolini, e i due ragazzi sopra i sedici anni vennero giudicati colpevoli di atti osceni in luogo pubblico e condannati a tre mesi di reclusione ciascuno e al pagamento delle spese processuali. 

A nessuno è venuto in mente di prendere a picconate il monumento che ricorda la sua statura letteraria, poetica e artistica di Pasolini, ma per questi eroi dell’etica al chilo, il simulacro di Montanelli può essere serenamente sciolto in una fornace. Emma Webb, una convinta antirazzista militante, non certo il capo della Supremazia ariana, ha dichiarato che: “L’abbattimento delle statue ha storicamente poco a che fare con la cultura” ricordando come, durante la rivoluzione francese, i parigini distrussero ventotto statue di re biblici dalla facciata ovest della Cattedrale di Notre Dame convinti che si trattasse dei re di Francia. 

https://www.agi.it/estero/news/2020-06-11/iconoclastia-antirazzista-pericolosa-inutile-8873036/

La mia opinione è che questa tendenza di demolire statue e monumenti non sia motivata da una forma di fobia del passato, ma per la paura di scoprire quanto si è insignificanti di fronte a cose impossibili da raggiungere. Chi non accetta di essere semplicemente qualcuno, non accetta l’immagine che certifica il proprio fallimento nel non poter raggiungere quei grandi personaggi raffigurati in una statua, e quindi prima li infangano e poi distruggono la loro rappresentazione artistica.
È iconoclastia o ridicolocrazia?

La memoria per definizione è corta. La storia non ha quasi mai insegnato nulla a chi l’ha studiata con distrazione, accontentandosi di attingere al “sentire comune” tramite le fonti di sistema. L’esercizio critico rimane uno dei pochi strumenti ancora a nostra disposizione se non per trasformare la realtà almeno per comprenderla.

25 aprile del ‘45: il CLN dell’Alta Italia proclama l’insurrezione generale nelle zone del nord ancora in mano a ciò che rimaneva dell’esercito tedesco in fuga e di pezzi del regime fascista, ormai entrambi pressoché annientati dalle macerie della guerra. Basti pensare che, solo cinque giorni dopo, una Berlino già rasa al suolo dai sovietici fu occupata dall’armata rossa e Hitler ingerì la sua dose di cianuro. La storia non da e non toglie meriti. È fredda cronaca in un mare di giudizi. Il 25 aprile fu liberazione, ma da cosa? Da un uomo che qualche giorno dopo penzolava seminudo su un pennone di un benzinaio a Piazzale Loreto? Fu liberazione da uno Stato figlio di un’ideologia totalitaria, appoggiato e sostenuto nel ventennio precedente dalla pressoché totalità degli italiani e abbattuto solo dalla guerra e non da una rivoluzione sociale? O forse, fu liberazione da un conflitto che devastò il nostro Paese, conflitto voluto da quell’ideologia sostenuta da tutti e in cui nessuno vinse davvero? La retorica delle commemorazioni è sempre funzionale a trasmettere l’idea di una storia nazionale, attraverso un fantomatico “bene comune” che già l’idea di patria dovrebbe suggerire. L’uso del sangue di chi è caduto lottando per la resistenza è l’elemento che oggi il luogo comune impone per ammonire tutti alla celebrazione di un’unità di intenti tipica delle retoriche stataliste. Ma la storia? Celebriamo l’illusione di una liberazione dall’ideologia fascista e al tempo stesso celebriamo, camuffata da festa delle Forze armate, in 4 novembre, data della vittoria nella Grande guerra. Quella tragica guerra e non certo la retorica della vittoria fu alla base di quel regime totalitario di cui celebriamo, in barba alle cronache storiche, la caduta il 25 aprile. Già, perché a nessuno verrebbe in mente di celebrare il 4 maggio la liberazione da un conflitto causato da criminali scelte interventiste dei governi antecedenti la Grande guerra. Criminale fu solo il Duce nella decisione di entrare in guerra, o anche il Governo Salandra che, nel 1914 dopo la giravolta contro la triplice alleanza con Austria e Germania, si alleò con inglesi e francesi dichiarando guerra ai due ex alleati? Quella scelta causò 650.000 morti e 500.000 tra mutilati, invalidi o gravemente feriti e 40.000 reduci con gravissime patologie psichiatriche causate da anni di trincea. Proprio questi numeri e la loro conseguente tragedia nazionale furono il fertilizzante del futuro regime fascista, ma sfido chiunque a ricordarsi chi fosse quel tal Salandra, capo del Governo nel 1914, e a celebrare un’altra liberazione, ma da una guerra di sterminio da lui dichiarata molto decenni prima del 25 aprile del ‘45. Il paradosso dei paradossi è che il 4 novembre si festeggino proprio le Forze armate, quelle che hanno pagato il prezzo più alto di tragiche scelte politiche e diplomatiche di cui oggi non si parla perché troppo occupati a chiacchierare di fascismo e non di altri fascismi di altri colori e più subdoli, di cui siamo vittime discrete, fino all’inconsapevolezza.

Treccani

Come riportato dalla Treccani online Il saltimbanco ha due diversi significati che potrebbero essere non esclusivi. Anzi, uno potrebbe coadiuvare l’altro. Un saltimbanco, ad esempio, esibendosi in pubblico con giochi di agilità, di forza e di destrezza, potrebbe farlo per raggiungere il successo personale, con assoluta mancanza di serietà e credibilità. Tutto ciò nell’anno 1100, ma anche, e soprattutto, nell’anno del Signore 2020. Oggi le corti dei feudatari o dei re sono più simili a studi televisivi e i talk show hanno sostituito le grandi sale dei castelli. Gli attuali acrobati attraverso la propria immagine si guadagnano da vivere esattamente come quelli medioevali, spesso sforzandosi di dare un’immagine forzatamente ideologica di sé. Ad esempio, se per vivere faccio il vignettista e per poter continuare a farlo devo mostrarmi in TV il più possibile, cosa posso offrire per farmi invitare continuamente e in ogni trasmissione? Una bella immagine vintage da comunista anni ‘70 con tanto di camicia maoista e spillette con stella a cinque punte! Tutte le volte che si genera un’occasione di spararla grossa non me la faccio scappare, indipendentemente dalla serietà del tema trattato: se rivendico il diritto a cazzata anche dai francesi in merito alla querelle della pizza italiana insultata dai transalpini con il Covid19, suscitando l’ovvia indignazione generale, mi sono guadagnato l’invito alla trasmissione successiva. Se, dopo questa performance, mi garantissero un invito perpetuo fino alla fine dei miei giorni, con l’unica condizione di presentarmi vestito da impavido balilla, probabilmente lo farei senza pensarci due volte, pur di continuare a vivere delle cazzate che rivendico e riverso pure nelle mie vignette. Il problema non è certo lo spirito giulivo del personaggio che si espone in televisione per interesse personale, ma la sua deriva. Un conto è il vignettista sovietico o il giornalista/scrittore/critico d’arte/politologo/vaticanista o semplicemente tuttologo, ma incazzoso, un conto è un terrorista già condannato che, invitato in una trasmissione televisiva, non certo per ammettere a fini giornalistici le proprie responsabilità su fatti di sangue, inveisce, insulta, gesticola rispondendo alle ovvie provocazioni di altri ospiti e poi rivendica la sua preferenza a sporcarsi le mani di quello stesso sangue, piuttosto che lavarsele con l’acqua, come Pilato. Dopo tutto questo, giustificandosi con il fatto che si trattava di una dotta citazione letteraria nel tentativo estremo di lavarsele lui le mani nell’acqua, dopo aver urinato fuori dal vaso. Il fatto è che, anche se non sua, quella frase l’ha pronunciata davanti a milioni di persone e un tipo come lui se ha detto ciò che ha detto non era certo per tenere un seminario culturale di letteratura.

Questa è la deriva di chi utilizza saltimbanchi o menestrelli senza precauzioni d’uso e senza assumersi le responsabilità del dei danni prodotti offendendo, più che divertendo, il pubblico.

La risata, il divertimento liberatorio sta proprio nello scoprire che il contrario sta in piedi meglio del luogo comune… anzi, è più vero… o almeno, più credibile. Dario Fo almeno su questo non aveva torto, purché la scoperta rimanga dentro il limite dell’oltraggio alla sofferenza di chi ha subito tragedie e non può divertirsi affatto.

Migliaia di persone a Piazza San Giovanni per la manifestazione delle Sardine! Sono contento per l’opportunità di capire finalmente cosa sono e cosa chiedono. Sono diversi giorni che vago inutilmente sul web per cercare una proposta politica del movimento, un manifesto programmatico, un’esplicitazione di un’idea, ma niente. L’unico dato di partenza era ed è ancora l’anti salvinismo pro Bonaccini alle prossime elezioni regionali in Emilia. Qualche giorno fa su La7 Mattia Santori, uno dei leader delle Sardine, anche se nega questa attribuzione, ha dichiarato che avrebbe svelato il programma politico del movimento proprio a Roma alla manifestazione di oggi. 

https://www.la7.it/otto-e-mezzo/video/sardine-mattia-santori-il-nostro-programma-aspettiamo-la-manifestazione-di-roma-05-12-2019-297037.

Ho atteso con ansia e, fiducioso, ho consultato finalmente il Corriere della sera che riportava il titolone: Cos’è e cosa chiede: la storia del movimento

Ma, nulla di fatto! Ampi reportage sulla biografia delle Sardine, (…circa 40 giorni di vita) e sui suoi ideatori, ma nulla sulla proposta politica. E allora mi viene da pensare. Cerco di capire e mi imbatto su una pagina web della Treccani sui movimenti e sugli studi fatti su di essi

http://www.treccani.it/enciclopedia/movimenti-politici-e-sociali_(Enciclopedia-delle-scienze-sociali)/

dalla quale noleggio a titolo gratuito alcune considerazioni: Gli schiavi ribelli che sfidarono l’Impero romano rischiavano la morte in caso di sconfitta; i dissidenti religiosi che promossero la Riforma affrontarono rischi analoghi; e gli studenti neri delle università americane del Sud, costretti a sedere a tavoli separati alla mensa, non si aspettavano certo grandi festeggiamenti dai bianchi che li aspettavano fuori, pronti ad aggredirli con bastoni e violenze verbali. Gli attivisti non rischiano la vita né sacrificano il proprio tempo per le attività di un movimento sociale, se non ritengono di avere un buon motivo per farlo…Il denominatore comune della maggior parte dei movimenti è  l’interesse…ciò che distingue un movimento da una semplice manifestazione di protesta è la capacità di sostenere l’azione collettiva contro gli antagonisti.

La Treccani cita  inoltre diverse tipologie di movimenti. Questo sembra il paradigma di quei movimenti cosiddetti espressivi: quelli il cui rapporto con le istituzioni è in fase emergente e improntato all’opposizione. Si tratta di movimenti instabili nella forma e spesso effimeri. Poiché le loro rivendicazioni il più delle volte sono circoscritte a un singolo tema o a una singola campagna, spesso i movimenti come tali scompaiono dopo che le tematiche attorno alle quali si sono organizzati diventano superate. Ancora più spesso, però, dopo la fase di emergenza iniziale, essi mutano il loro carattere passando a una forma più stabile di interazione con le autorità o con le élites. In sostanza stiamo assistendo a un movimento, nato da qualche giorno a Bologna in piena campagna elettorale con una manifestazione anti Salvini, che si dichiara non schierato partiticamente, ma appoggia in Emilia Romagna il candidato PD Bonaccini, ma che però non ha un suo programma politico. Se fossi stato oggi un ventenne e fossi voluto andare in piazza San Giovanni forse non mi sarei accontentato di sostenere un movimento del quale si sa solo da dove è partito, ma non sa dove voglia andare ed eventualmente come ci voglia arrivare. Peraltro lascia perplessi il fatto che l’unica certezza delle Sardine e cioè l’opposizione al populismo e al sovranismo, in particolare della Lega, sia diretto a chi sta oggi all’opposizione. Comunque rimango fiducioso di conoscere al più presto quali siano le idee del nuovo soggetto,  sempre che non sparisca prima, inghiottito da qualche forza politica di sinistra che al posto della formazione delle vecchie scuole di partito sta pensando di svezzare sul campo quattro giovani dal radioso futuro parlamentare.

L’allergia ai perché: Liliana Segre e l’uomo forte.

La statistica e le emozioni

La statistica registra o provoca emozioni? In questo caso entrambe le cose.

Il rapporto annuale CENSIS si è espresso!

http://www.censis.it/rapporto-annuale/il-furore-di-vivere-degli-italiani

Nello stesso sito web sono disponibili i risultati commentati in modo divulgativo senza tassi, varianze, deviazioni standard. Tra i vari dati è emerso il seguente: Il 48% degli italiani oggi dichiara che ci vorrebbe un «uomo forte al potere» che non debba preoccuparsi di Parlamento ed elezioni (e il dato sale al 56% tra le persone con redditi bassi, al 62% tra i soggetti meno istruiti, al 67% tra gli operai).

La corsa all’indignazione è scattata come un elastico teso e poi mollato di botto. Ogni anno la presentazione del rapporto suscita reazioni anche se i dati non sono tanto diversi dall’anno precedente, come ho già scritto in un post di circa dodici i mesi fa. I Tg quasi a reti unificate hanno trasmesso lo spezzone dove Liliana Segre, imbeccata sul suddetto dato statistico, ha dichiarato: “Chi vuole l’uomo forte al potere non l’ha provato, non sa di cosa parla” con grande soddisfazione degli indignati e indignanti di professione.

https://www.corriere.it/economia/consumi/cards/rapporto-censis-2019-italiani-stressati-diffidenti-affascinati-dall-uomo-forte/italiani-vittime-stress_principale.shtml

Se una donna di ottantanove anni che ha vissuto il fascismo e il nazismo da ebrea sulla propria pelle nel vero senso della parola, dichiara tutto questo non solo non è strano, ma non è neanche una notizia. L’ovvietà, anche su temi del passato che banali non potranno mai essere, è utilizzata giornalisticamente per evitare di affrontare altre questioni che quei dati dovrebbero suscitare nel nostro presente. La Senatrice a vita nella sua lapidarietà ha solo espresso, durante la sua visita al memoriale della Shoah, il suo senso di disagio tutto volto alla propria terrificante esperienza e a quella di milioni di altri esseri umani e quindi non può essere né valutata né commentata perché è come giudicare un grido di dolore. Se ne può solo prendere atto anche se un’altra cosa sarebbe fattibile, anzi doverosa e non certo da parte sua: porsi dei perché. Se oggi, non nel 1934, il 48% del campione intervistato si dichiara a favore di un uomo forte, senza in massima parte mai aver conosciuto il fascismo, ci saranno dei motivi? Qualcuno se li è posti? Se li doveva porre la Senatrice Segre o la classe politica e amministrativa che in questi anni, oltre a gridare al “rischio fascismo”, (…magari trasformando in reato il possesso dei souvenir di Mussolini), avrebbe dovuto interpretare il disagio degli italiani? Qualcuno si è preoccupato di analizzare i bisogni del Paese, magari partendo proprio dalle statistiche del CENSIS, invece di inveire contro lo “sporco fascista” nascosto dentro ognuno di noi? Non dimentichiamoci che quella parte nero notte acquattata nell’anima di ognuno, così come accaduto quasi cent’anni fa, emerge quando il disagio sociale economico e di valori è diffuso, forte e soprattutto sottovalutato. È di grande attualità l’indignazione per la sottostima del rischio fascismo, nazismo, razzismo, ma la sottovalutazione del disagio di una nazione non sembra interessare i politici, i giornalisti, gli amministratori pubblici e chiunque altro debba prendere decisioni per il Paese.

La vocina dei numeri

È più semplice stigmatizzare la punta dell’iceberg che affrontare ciò che è nascosto sotto il mare. Lo stesso rapporto CENSIS con altri dati fornisce informazioni sui bisogni espressi dagli italiani:

L’incertezza è lo stato d’animo con cui il 69% degli italiani guarda al futuro, mentre il 17% è pessimista e solo il 14% si dice ottimista.

Il 69% degli italiani è convinto che la mobilità sociale sia bloccata. Il 63% degli operai crede che in futuro resterà fermo nella condizione socio-economica attuale, perché è difficile salire nella scala sociale. 

Il 64% degli imprenditori e dei liberi professionisti teme invece la scivolata in basso.

il 74% degli italiani si è sentito molto stressato per questioni familiari, per il lavoro o senza un motivo preciso.

Il 75% degli italiani non si fida più degli altri, il 49% ha subito nel corso dell’anno una prepotenza in un luogo pubblico (insulti, spintoni).

Il 76% non ha fiducia nei partiti (e la percentuale sale all’81% tra gli operai e all’89% tra i disoccupati).

Intolleranza ai perché

A fronte di tutto questo sembra contare solo la mirabile suddivisione tra sinistra e destra di Corrado Augias in pensatori vs. idioti, citata nel mio post precedente,(complice Pierluigi Bersani), o la “risolutiva” legge Fiano contro l’apologia di fascismo, oppure l’alzata di scudi giornalistica contro un titolo del Corriere dello Sport ritenuto offensivo se non razzista. Si sta diffondendo una strana forma di intolleranza allergica ai perché delle cose. Se qualcuno osa chiedersi come mai avvengono alcuni fenomeni viene dimenticato o tacciato di autoritarismo. Forse è il caso di una terapia desensibilizzante contro l’intolleranza ai perché…