Treccani

Come riportato dalla Treccani online Il saltimbanco ha due diversi significati che potrebbero essere non esclusivi. Anzi, uno potrebbe coadiuvare l’altro. Un saltimbanco, ad esempio, esibendosi in pubblico con giochi di agilità, di forza e di destrezza, potrebbe farlo per raggiungere il successo personale, con assoluta mancanza di serietà e credibilità. Tutto ciò nell’anno 1100, ma anche, e soprattutto, nell’anno del Signore 2020. Oggi le corti dei feudatari o dei re sono più simili a studi televisivi e i talk show hanno sostituito le grandi sale dei castelli. Gli attuali acrobati attraverso la propria immagine si guadagnano da vivere esattamente come quelli medioevali, spesso sforzandosi di dare un’immagine forzatamente ideologica di sé. Ad esempio, se per vivere faccio il vignettista e per poter continuare a farlo devo mostrarmi in TV il più possibile, cosa posso offrire per farmi invitare continuamente e in ogni trasmissione? Una bella immagine vintage da comunista anni ‘70 con tanto di camicia maoista e spillette con stella a cinque punte! Tutte le volte che si genera un’occasione di spararla grossa non me la faccio scappare, indipendentemente dalla serietà del tema trattato: se rivendico il diritto a cazzata anche dai francesi in merito alla querelle della pizza italiana insultata dai transalpini con il Covid19, suscitando l’ovvia indignazione generale, mi sono guadagnato l’invito alla trasmissione successiva. Se, dopo questa performance, mi garantissero un invito perpetuo fino alla fine dei miei giorni, con l’unica condizione di presentarmi vestito da impavido balilla, probabilmente lo farei senza pensarci due volte, pur di continuare a vivere delle cazzate che rivendico e riverso pure nelle mie vignette. Il problema non è certo lo spirito giulivo del personaggio che si espone in televisione per interesse personale, ma la sua deriva. Un conto è il vignettista sovietico o il giornalista/scrittore/critico d’arte/politologo/vaticanista o semplicemente tuttologo, ma incazzoso, un conto è un terrorista già condannato che, invitato in una trasmissione televisiva, non certo per ammettere a fini giornalistici le proprie responsabilità su fatti di sangue, inveisce, insulta, gesticola rispondendo alle ovvie provocazioni di altri ospiti e poi rivendica la sua preferenza a sporcarsi le mani di quello stesso sangue, piuttosto che lavarsele con l’acqua, come Pilato. Dopo tutto questo, giustificandosi con il fatto che si trattava di una dotta citazione letteraria nel tentativo estremo di lavarsele lui le mani nell’acqua, dopo aver urinato fuori dal vaso. Il fatto è che, anche se non sua, quella frase l’ha pronunciata davanti a milioni di persone e un tipo come lui se ha detto ciò che ha detto non era certo per tenere un seminario culturale di letteratura.

Questa è la deriva di chi utilizza saltimbanchi o menestrelli senza precauzioni d’uso e senza assumersi le responsabilità del dei danni prodotti offendendo, più che divertendo, il pubblico.

La risata, il divertimento liberatorio sta proprio nello scoprire che il contrario sta in piedi meglio del luogo comune… anzi, è più vero… o almeno, più credibile. Dario Fo almeno su questo non aveva torto, purché la scoperta rimanga dentro il limite dell’oltraggio alla sofferenza di chi ha subito tragedie e non può divertirsi affatto.

Migliaia di persone a Piazza San Giovanni per la manifestazione delle Sardine! Sono contento per l’opportunità di capire finalmente cosa sono e cosa chiedono. Sono diversi giorni che vago inutilmente sul web per cercare una proposta politica del movimento, un manifesto programmatico, un’esplicitazione di un’idea, ma niente. L’unico dato di partenza era ed è ancora l’anti salvinismo pro Bonaccini alle prossime elezioni regionali in Emilia. Qualche giorno fa su La7 Mattia Santori, uno dei leader delle Sardine, anche se nega questa attribuzione, ha dichiarato che avrebbe svelato il programma politico del movimento proprio a Roma alla manifestazione di oggi. 

https://www.la7.it/otto-e-mezzo/video/sardine-mattia-santori-il-nostro-programma-aspettiamo-la-manifestazione-di-roma-05-12-2019-297037.

Ho atteso con ansia e, fiducioso, ho consultato finalmente il Corriere della sera che riportava il titolone: Cos’è e cosa chiede: la storia del movimento

Ma, nulla di fatto! Ampi reportage sulla biografia delle Sardine, (…circa 40 giorni di vita) e sui suoi ideatori, ma nulla sulla proposta politica. E allora mi viene da pensare. Cerco di capire e mi imbatto su una pagina web della Treccani sui movimenti e sugli studi fatti su di essi

http://www.treccani.it/enciclopedia/movimenti-politici-e-sociali_(Enciclopedia-delle-scienze-sociali)/

dalla quale noleggio a titolo gratuito alcune considerazioni: Gli schiavi ribelli che sfidarono l’Impero romano rischiavano la morte in caso di sconfitta; i dissidenti religiosi che promossero la Riforma affrontarono rischi analoghi; e gli studenti neri delle università americane del Sud, costretti a sedere a tavoli separati alla mensa, non si aspettavano certo grandi festeggiamenti dai bianchi che li aspettavano fuori, pronti ad aggredirli con bastoni e violenze verbali. Gli attivisti non rischiano la vita né sacrificano il proprio tempo per le attività di un movimento sociale, se non ritengono di avere un buon motivo per farlo…Il denominatore comune della maggior parte dei movimenti è  l’interesse…ciò che distingue un movimento da una semplice manifestazione di protesta è la capacità di sostenere l’azione collettiva contro gli antagonisti.

La Treccani cita  inoltre diverse tipologie di movimenti. Questo sembra il paradigma di quei movimenti cosiddetti espressivi: quelli il cui rapporto con le istituzioni è in fase emergente e improntato all’opposizione. Si tratta di movimenti instabili nella forma e spesso effimeri. Poiché le loro rivendicazioni il più delle volte sono circoscritte a un singolo tema o a una singola campagna, spesso i movimenti come tali scompaiono dopo che le tematiche attorno alle quali si sono organizzati diventano superate. Ancora più spesso, però, dopo la fase di emergenza iniziale, essi mutano il loro carattere passando a una forma più stabile di interazione con le autorità o con le élites. In sostanza stiamo assistendo a un movimento, nato da qualche giorno a Bologna in piena campagna elettorale con una manifestazione anti Salvini, che si dichiara non schierato partiticamente, ma appoggia in Emilia Romagna il candidato PD Bonaccini, ma che però non ha un suo programma politico. Se fossi stato oggi un ventenne e fossi voluto andare in piazza San Giovanni forse non mi sarei accontentato di sostenere un movimento del quale si sa solo da dove è partito, ma non sa dove voglia andare ed eventualmente come ci voglia arrivare. Peraltro lascia perplessi il fatto che l’unica certezza delle Sardine e cioè l’opposizione al populismo e al sovranismo, in particolare della Lega, sia diretto a chi sta oggi all’opposizione. Comunque rimango fiducioso di conoscere al più presto quali siano le idee del nuovo soggetto,  sempre che non sparisca prima, inghiottito da qualche forza politica di sinistra che al posto della formazione delle vecchie scuole di partito sta pensando di svezzare sul campo quattro giovani dal radioso futuro parlamentare.

L’allergia ai perché: Liliana Segre e l’uomo forte.

La statistica e le emozioni

La statistica registra o provoca emozioni? In questo caso entrambe le cose.

Il rapporto annuale CENSIS si è espresso!

http://www.censis.it/rapporto-annuale/il-furore-di-vivere-degli-italiani

Nello stesso sito web sono disponibili i risultati commentati in modo divulgativo senza tassi, varianze, deviazioni standard. Tra i vari dati è emerso il seguente: Il 48% degli italiani oggi dichiara che ci vorrebbe un «uomo forte al potere» che non debba preoccuparsi di Parlamento ed elezioni (e il dato sale al 56% tra le persone con redditi bassi, al 62% tra i soggetti meno istruiti, al 67% tra gli operai).

La corsa all’indignazione è scattata come un elastico teso e poi mollato di botto. Ogni anno la presentazione del rapporto suscita reazioni anche se i dati non sono tanto diversi dall’anno precedente, come ho già scritto in un post di circa dodici i mesi fa. I Tg quasi a reti unificate hanno trasmesso lo spezzone dove Liliana Segre, imbeccata sul suddetto dato statistico, ha dichiarato: “Chi vuole l’uomo forte al potere non l’ha provato, non sa di cosa parla” con grande soddisfazione degli indignati e indignanti di professione.

https://www.corriere.it/economia/consumi/cards/rapporto-censis-2019-italiani-stressati-diffidenti-affascinati-dall-uomo-forte/italiani-vittime-stress_principale.shtml

Se una donna di ottantanove anni che ha vissuto il fascismo e il nazismo da ebrea sulla propria pelle nel vero senso della parola, dichiara tutto questo non solo non è strano, ma non è neanche una notizia. L’ovvietà, anche su temi del passato che banali non potranno mai essere, è utilizzata giornalisticamente per evitare di affrontare altre questioni che quei dati dovrebbero suscitare nel nostro presente. La Senatrice a vita nella sua lapidarietà ha solo espresso, durante la sua visita al memoriale della Shoah, il suo senso di disagio tutto volto alla propria terrificante esperienza e a quella di milioni di altri esseri umani e quindi non può essere né valutata né commentata perché è come giudicare un grido di dolore. Se ne può solo prendere atto anche se un’altra cosa sarebbe fattibile, anzi doverosa e non certo da parte sua: porsi dei perché. Se oggi, non nel 1934, il 48% del campione intervistato si dichiara a favore di un uomo forte, senza in massima parte mai aver conosciuto il fascismo, ci saranno dei motivi? Qualcuno se li è posti? Se li doveva porre la Senatrice Segre o la classe politica e amministrativa che in questi anni, oltre a gridare al “rischio fascismo”, (…magari trasformando in reato il possesso dei souvenir di Mussolini), avrebbe dovuto interpretare il disagio degli italiani? Qualcuno si è preoccupato di analizzare i bisogni del Paese, magari partendo proprio dalle statistiche del CENSIS, invece di inveire contro lo “sporco fascista” nascosto dentro ognuno di noi? Non dimentichiamoci che quella parte nero notte acquattata nell’anima di ognuno, così come accaduto quasi cent’anni fa, emerge quando il disagio sociale economico e di valori è diffuso, forte e soprattutto sottovalutato. È di grande attualità l’indignazione per la sottostima del rischio fascismo, nazismo, razzismo, ma la sottovalutazione del disagio di una nazione non sembra interessare i politici, i giornalisti, gli amministratori pubblici e chiunque altro debba prendere decisioni per il Paese.

La vocina dei numeri

È più semplice stigmatizzare la punta dell’iceberg che affrontare ciò che è nascosto sotto il mare. Lo stesso rapporto CENSIS con altri dati fornisce informazioni sui bisogni espressi dagli italiani:

L’incertezza è lo stato d’animo con cui il 69% degli italiani guarda al futuro, mentre il 17% è pessimista e solo il 14% si dice ottimista.

Il 69% degli italiani è convinto che la mobilità sociale sia bloccata. Il 63% degli operai crede che in futuro resterà fermo nella condizione socio-economica attuale, perché è difficile salire nella scala sociale. 

Il 64% degli imprenditori e dei liberi professionisti teme invece la scivolata in basso.

il 74% degli italiani si è sentito molto stressato per questioni familiari, per il lavoro o senza un motivo preciso.

Il 75% degli italiani non si fida più degli altri, il 49% ha subito nel corso dell’anno una prepotenza in un luogo pubblico (insulti, spintoni).

Il 76% non ha fiducia nei partiti (e la percentuale sale all’81% tra gli operai e all’89% tra i disoccupati).

Intolleranza ai perché

A fronte di tutto questo sembra contare solo la mirabile suddivisione tra sinistra e destra di Corrado Augias in pensatori vs. idioti, citata nel mio post precedente,(complice Pierluigi Bersani), o la “risolutiva” legge Fiano contro l’apologia di fascismo, oppure l’alzata di scudi giornalistica contro un titolo del Corriere dello Sport ritenuto offensivo se non razzista. Si sta diffondendo una strana forma di intolleranza allergica ai perché delle cose. Se qualcuno osa chiedersi come mai avvengono alcuni fenomeni viene dimenticato o tacciato di autoritarismo. Forse è il caso di una terapia desensibilizzante contro l’intolleranza ai perché…

Distrazione di massa

Clima piovoso. Tutta Italia sguscia tra pozzanghere, porfidini viscidi e grondaie intasate dalle foglie. Il rumore costante della pioggia  stimola a rimanere sotto strati di plaid e piumoni pur di non affrontare le mattinate feriali sotto l’acqua. Il maltempo è l’ideale per distrarsi dalle cose reali che nel frattempo continuano ad avvenire, anche se occultate dalla nostra distrazione. Qualcuno lo sa molto bene. Ogni volta che le cose vanno male, per non dire malissimo, e al governo c’è la sinistra “de noartri”, parte una campagna di distrazione di massa. Come in una prevedibile perturbazione autunnale dagli arsenali si mobilitano emergenze razzismo, terrorismi nazisti e impellenze fondamentali come lo ius soli. La pioggia induce a rimanere chiusi in casa al calduccio e l’indignazione pilotata invoglia a non pensare alle cose realmente urgenti di un Paese vittima di sé stesso e, come direbbe Gianni Canova, della propria ignorantocrazia. Quest’ultima va intesa come potere che ignora e che si affanna a distrarre in ogni modo le persone purché ignorino. La questione del mercato del lavoro, a cui si aggancia il dramma dell’Ilva di Taranto, la totale disconnessione tra fiscalità e mondo reale, il sistema giustizia che è sempre più simile a un tritacarne, sono temi di cui evidentemente si ha paura di parlare o di farlo sulle prime pagine. Meglio distrarre le masse con il pesce azzurro. Banchi di sardine, guidati dalla stessa mano sinistra che mena il can per l’aia sull’indignazione di massa,  nuotano da una piazza all’altra con in testa un unico scopo: demonizzare Salvini. E quando, ammesso che ci riescano, il diavolo sarà ricacciato all’inferno a suon di pinnate, torneremo a parlare di come affrontare i problemi reali? Non credo. Penso che si andrà alla ricerca di qualche altro Salvini da disegnare a testa in giù, da dare in pasto a qualche migliaio di ragazzini mentre, vestiti da pescetti,  festosamente continueranno a illudersi di difendere una democrazia che tale non è mai stata. Nel frattempo gente col faccione giocondo di Zingaretti continuerà ad abbarbicarsi a un potere che nessuna maggioranza elettorale, al netto di quelle parlamentari tra le più avvilenti, gli ha concesso. È tenero pensare che quei ragazzi usino come slogan io non abbocco quando non c’è n’è alcun bisogno: sono pesci già nati e cresciuti in una vasca da allevamento e i proprietari sono gli stessi di sempre.

Napul’è: Napoli e gli stereotipi dell’accoglienza

A dispetto del titolo di questo post vorrei scrivere di ciò che Napoli non è. Non ho voglia di premesse difensive tipo: “la mia è solo un opinione, però…”, “io amo la mia città, però…” “non voglio generalizzare, però…”, eccetera. Certe considerazioni le pensavo già quando a Napoli ci vivevo e le continuo a pensare mentre sto scrivendo e, badate, io odio la coerenza! Nella sua immodificabile integrità è triste! Non mi interessa apparire tutto d’un pezzo, di quei pezzi che si spezzano pur di non piegarsi. Tuttavia, a costo di farmi disprezzare, devo ammettere che su alcune abitudini relazionali della mia città non ho ancora cambiato idea. Mi riferisco all’accoglienza di noi napoletani, quella decantata da Goethe e da tanti altri illustri estensori in letteratura, saggistica e giornalismo. Premetto che la gran parte dei miei conoscenti, fatto salvo i pochissimi con cui ho una relazione fraterna, mi considerano ormai uno “straniero”; certo, quasi trent’anni di vita a Torino contano qualcosa, anche se dentro mi sento sempre un ragazzo di Chiaia. Comunque a Napoli un grande stereotipo da luogocomunismo turistico è: “I napoletani sono tra le persone più accoglienti al mondo. Ti fanno sentire a casa!”. È vero, basta essere uno svedese in gita turistica e apprezzare gente vestita da pulcinella che vende calendari dell’avvento a San Gregorio armeno, o i posteggiatori col mandolino che socializzano con i clienti nei ristoranti di via Partenope. Dipende sempre da cosa ci si aspetta. Da quando ho ripreso a frequentare piuttosto assiduamente la città per motivi editoriali ho scoperto che le abitudini relazionali abbandonate vent’anni prima sono a tutt’oggi immutate. In occasione della presentazione de L’uomo che non esiste, presso l’ormai compianta Saletta rossa di Guida a Portalba, saranno venute almeno centocinquanta persone. Erano lì, più che per l’autore del libro, per ricordare Maurilio (il protagonista del volume) ed è stato più che naturale. Tutte quelle persone non le incontravo da anni. Mi sono prima emozionato e poi illuso che lo stereotipo dell’accoglienza di cui sopra non fosse solo una diceria. Da quel momento mi sono sentito come uno tornato a casa dopo una lunga assenza e accolto da decine di amici ritrovati. Sono andato avanti per dei mesi a credere che questa cosa fosse reale, ma l’esteriorità inganna, anche se ci si fa ingannare con piacere. Quelle persone erano (e sono) ancora tutte affabili, di quella affabilità che all’inizio sembra scaldarti l’anima, poi si rivela per ciò che è: un simulacro. Dopo essermi sentito racchiuso in un’accogliente placenta, mi sono spinto oltre, cercando di dare una continuità a quelle gioiose relazioni, ma, non appena ho deciso di farlo, una saracinesca si è chiusa tra me e gli altri. Non si è abbattuta con un gesto violento e rumoroso, ma distrattamente, con un fare lento e inesorabile, che ricorda lontanamente la dinamica dell’ipocrisia. Ho iniziato a comprendere che ciò che contava nelle mie visite napoletane non era la mia presenza, ma l’occasione sociale dove i vari circoli magici si incontrano per poi riallontanarsi frettolosamente. Se non si è parte di un club ristretto ci si deve accontentare dei sorrisi, delle esclamazioni di stupore e di circostanza tipo: “Ti trovo in formissima!!”. Il fatto è che tutto questo non avviene solo con me o con chi vive da tempo fuori dalla città, ma anche tra gruppetti di persone stanziali. Nella quotidianità ci si tratta con distacco o non ci si tratta per niente pur conoscendosi da una vita, se non nelle occasioni mondane dove tutti tornano a essere amici per una sera. Vado a Napoli quattro o cinque volte l’anno e quasi sempre si ripete la solita liturgia. Approdato in città  invio un  WhatsApp o telefono a qualcuno per un caffè, un aperitivo o una semplice chiacchierata e i riscontri sono quasi sempre di questo tipo:

Non posso lasciare mio figlio di quattordici anni da solo a casa. Si intristisce…”, “Oggi finisco tardi!” “Ma se è sabato!” “…Mi sono portato il lavoro a casa”,

“Stasera vado a fare pilates alle 19.00 e poi vado a dormire.” “A che ora ti corichi, alle 9.00?” “No, prima devo cucinare per mia figlia di 17 anni che fa il liceo classico e domani ha il compito in classe di disegno tecnico…”,

“Sono distrutta, ho lavorato tutto il giorno e poi devo andare da mia nonna a dar da mangiare alla tartaruga. Ha l’Alzheimer e quando la vede pensa che sia mia sorella…”

Dopo un po’, facendo ricorso alle mie abbondanti riserve di paranoia penso di essere così sgradevole da generare un fuggi fuggi generale ogni volta che approdo a Napoli . Poi razionalizzo e mi rendo conto che era così anche quando ci vivevo. Anche allora, se provavo a uscire fuori dal mio micro recinto di relazioni di gruppo, a meno di non essere come Maurilio, “L’uomo che non esiste”, venivo rimbalzato indietro. Lui sì che se ne fotteva di queste cose: i rapporti con gli altri non li coltivava, le creava! Ultimamente uno dei miei amici napoletani più fraterni, quando gli ho espresso queste considerazioni mi ha detto: «Michè…e dovevi venire tu da Torino per scoprire queste cose? È sempre stato così e così sarà sempre! Io pur vivendo a Napoli da cinquantacinque anni se desidero vedere qualche amico che non frequento spesso, ci vediamo singolarmente, quasi di nascosto degli altri, manco fossimo amanti…» 

Seppur vero che a Napoli la gente è curiosa, è altrettanto evidente che lo è fino a un certo punto. Oltre quel limite è inutile sperare in uno scambio reciproco e continuativo di oneste relazioni individuali e se addirittura sei diventato uno “straniero” non devi aspettarti più di un fuggevole caffè di cortesia in compagnia del conoscente di turno, con tanto, da parte sua, di smandolinata da posteggiatore, poesia e inchino finale, fino al prossimo viaggio…

L’insindacabile giudizio di chi si sente vittima

Grazie a Beppe Severgnini oggi sappiamo che se un epiteto è da considerarsi razzista, oppure no, lo decide il destinatario del presunto epiteto.

http://italians.corriere.it/2019/09/09/cose-razzismo-da-stadio-decidono-i-giocatori-2/?refresh_ce-cp

Se una violenza sessuale è tale lo stabilirebbe, secondo Severgnini, la vittima anche con una carezza non gradita, “Discorso chiuso.” così come scrive testualmente il famoso giornalista sul Corrierone. L’oggetto del contendere è la lettera (…ammesso che tale possa chiamarsi una simile accozzaglia di stupidaggini) diffusa dalla curva ultras interista dove menti contorte spiegano che i buuu diretti contro Lukaku da parte dei loro degni colleghi cagliaritani in realtà non sarebbero cori razzisti, ma incitamenti sportivamente intimidatori verso l’avversario. In tal senso è inutile commentare tale idiozia, ma mi incuriosiscono le conseguenze del modo di pensare di Severgnini. Lascerei da parte (…e a qualche bravo psicanalista) chi è veramente ossessionato da razze, etnie, provenienze geografiche e appartenenze varie e cercherei di capire dove potrebbe portare il ragionamento dell’enfant prodige del Corriere della sera. Se ogni destinatario di ciò che considera personalmente un epiteto razzista o una violenza di genere potesse soggettivamente agire di conseguenza, stabilendo cos’è razzismo o violenza sessuale, ognuno sarebbe arbitro inoppugnabile della sorte morale e finanche giuridica di chiunque altro, indipendentemente dalle sue responsabilità reali e senza alcun contraddittorio. È ovvio che una vittima ha tutto il diritto personale di considerare tale il suo presunto carnefice, ma se tale valutazione debba poi diventare automaticamente e in modo acritico quella etica di tutto l’universo mondo o addirittura quella reale di un codice penale, mediante il “giudizio universale abbreviato” proposto da Severgnini, non potrei mai essere d’accordo. Sono un nigeriano di etnia Igbo e un mio connazionale, Igbo come me, per strada mi chiama: “Yoruba!” (etnia contrapposta). Mi offendo mortalmente sentendomi discriminato. In base al mio disappunto e al potere che mi viene concesso da Severgnini lo denuncio per le offese a sfondo etnico nei miei confronti. È la mia sola sensibilità che decide cosa è molesto e cosa no? Se mando un bacio da lontano o accarezzo la mia fidanzata e lei ritiene quel gesto, fatto mille altre volte, in quel preciso istante una coercizione, può quest’ultima comodamente accusarmi di violenza sessuale, moralmente e anche fattivamente? In sostanza a chiunque verrebbe fornita una comoda legge del taglione secondo la quale si potrebbe, all’estremo, decidere, secondo il proprio intangibile umore, di accusare di razzismo o di violenza di genere chiunque altro. Mi sembra superfluo non includere in questo mio ragionamento chi imita scimmie sugli spalti in direzione di calciatori africani o aggredisce donne in giro o nelle mura di casa, ma questi modi moralmente retorici e falsamente progressisti di affrontare temi complessi sono avvilenti.

Chi decide cosa è razzista?

Nessuno può decidere per editto di stampa chi possa giudicare cosa sia razzista e cosa non lo sia, semplicemente perché è impossibile stabilirlo decidendo chi lo debba stabilire. La discriminazione, che sia razziale o di qualunque altra natura, può annidarsi ovunque. Tutti possiamo esserne vittime o carnefici consapevoli o, sempre più spesso, incoscienti, ma il tema vero non è chi decide cosa è razzista, ma l’esclusione o la discriminazione reale di alcuni da parte di altri, laddove questo non dovrebbe avvenire. Di uomini e donne discriminati ce ne sono miliardi ovunque, ma qualcuno continua a riferirsi sempre e solo ad alcuni di essi. Forse fa universalmente più chic…

Global warming o heads worming? Un caro amico fa notare su fb quanto sia deleterio utilizzare un tema scientifico per affermare opinioni o, peggio, ideologie. Nel concordare pienamente con lui, mi sento di osservare che il dibattito non si fa rovente solo in termini politici. Fatte salve conquiste inoppugnabili come l’immunizzazione attiva (vaccini) sulle quali è inutile e dannoso aizzare discussioni, la scienza ci ha abituato a controversie epocali. Si tratta di conflitti a base di studi scientifici di altissimo livello che comunque spesso contrastano. I protagonisti di queste diatribe non sono certo social haters, estremisti di varia risma, nostalgici di ideologie morte e sepolte, ma scienziati di fama mondiale. Il global warming, e il relativo contributo dell’uomo è uno di quei temi. Gli esperti si confrontano non sulla base dei dati, che condividono, ma sull’interpretazione di questi ultimi e soprattutto sui fattori di influenza delle variabili in gioco: naturali o antropogeniche (create dall’uomo). I consessi scientifici si riuniscono e creano ulteriori consessi a valenza anche, sociale e politica. L’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC)  è l’organismo delle Nazioni Unite per la valutazione delle scienze legate ai cambiamenti climatici. Di seguito è riportata la funzione di questo importante organismo mondiale:

L’IPCC fornisce valutazioni periodiche sulle basi scientifiche del cambiamento climatico, dei suoi impatti e dei rischi futuri e opzioni per l’adattamento e la mitigazione.

Creato nel 1988 dall’Organizzazione meteorologica mondiale (OMM) e dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), l’obiettivo dell’IPCC è fornire ai governi a tutti i livelli le informazioni scientifiche che possono utilizzare per sviluppare le politiche climatiche.  Le relazioni dell’IPCC sono anche un input chiave nei negoziati internazionali sui cambiamenti climatici.

L’IPCC è un’organizzazione di governi membri delle Nazioni Unite o dell’OMM.  L’IPCC ha attualmente 195 membri.  Migliaia di persone da tutto il mondo contribuiscono al lavoro dell’IPCC.  Per le relazioni di valutazione, gli scienziati dell’IPCC offrono volontariamente il loro tempo per valutare le migliaia di pubblicazioni scientifiche pubblicate ogni anno per fornire un riepilogo completo di ciò che è noto sui fattori che determinano i cambiamenti climatici, i loro impatti e rischi futuri e su come l’adattamento e la mitigazione possono ridurli.  rischi.

Una revisione aperta e trasparente da parte di esperti e governi di tutto il mondo è una parte essenziale del processo IPCC, per garantire una valutazione obiettiva e completa e per riflettere una gamma diversificata di punti di vista e competenze.  Attraverso le sue valutazioni, l’IPCC identifica la forza dell’accordo scientifico in diverse aree e indica dove sono necessarie ulteriori ricerche.  L’IPCC non conduce la propria ricerca. https://www.ipcc.ch/about/

Questo è l’organo mondiale più accreditato in tema di clima. Lo è, non solo sul piano scientifico, ma anche su quello geopolitico, sociale e demografico. Per cui, non producendo studi, li interpreta e li traduce in proposte di azioni politiche.

Tuttavia, l’esistenza di questa mega organizzazione non vuol dire che i problemi climatici siano stati chiariti definitivamente come in una sentenza passata in giudicato. La comunità scientifica, nonostante parta da dati osservazionali inconfutabili, è ancora in conflitto sull’interpretazione dei singoli modelli predittivi, utilizzati in centinaia di studi scientifici in tema di clima globale. Uno di questi  è che la Terra si è riscaldata di circa 0,9 °C dal periodo preindustriale, a partire cioè dal 1850. Su questo nessuno scienziato ha dubbi. Alcuni modelli, noti come “General Circulation Models”, adottati dall’IPCC, attribuiscono il riscaldamento quasi esclusivamente all’emissione dei gas serra atmosferici. Su tali modelli è stata formulata la teoria, cosiddetta, del “riscaldamento globale antropico”, Anthropogenic Global Warming Teory (AGWT), la quale imputa a emissioni in eccesso di CO2, dovute all’uso crescente di combustibili fossili, la responsabilità del riscaldamento. Alcuni scienziati si domandano se è veramente corretta questa attribuzione. Il problema fisico di questo contributo antropico (causato dall’uomo) è, secondo questi ultimi, ancora da determinare nella sua effettiva e reale consistenza. Essi sostengono che la relazione tra l’attività del Sole e la variabilità climatica sia stata, pur se presa in considerazione dall’IPCC, sottovalutata e inoltre, pur sostenendo che un aumento dei gas serra in atmosfera induca un riscaldamento, non ritengono che tale associazione sia semplice e automatica, perché, dicono questi ultimi, la sensibilità climatica a un aumento di CO2 ha margini di grande incertezza.

La mia opinione, ovviamente non scientifica, ma sul dibattito tra scienza e politica, concorda con il mio amico di cui sopra. Di questi temi è possibile, per i non addetti ai lavori, dibattere fino a un livello di comprensione utile a non sparare corbellerie, almeno dopo essersi informati. Il fatto che un’intervista a Carlo Rubbia, nella quale esprimeva opinioni su temi climatici ed energetici, sia stata pubblicata da un giornalista non certo incline al movimentismo Gretiano, ha suscitato la perplessità se non l’indignazione in alcuni, più propensi a osservare il dito che indica il cielo piuttosto che il resto. Tra di essi un altro mio vecchio amico, professore universitario, quindi conoscitore del metodo scientifico, che invece di commentare il pensiero espresso da Rubbia si è scagliato su fb contro il giornalista, reo di aver titolato il suo post: “La bufala dei cambiamenti climatici spiegata dal Nobel Carlo Rubbia”, definendolo un “non giornalista” pur avendo solo pubblicato l’intervento del premio Nobel e invitandomi a cambiare fonte in quanto “ridicola” a causa di quel titolo. Certo quel titolo tranchant non aiuta la comprensione di un’opinione soprattutto se scientifica, ma oltre quello magari c’era anche dell’altro da leggere, pratica quest’ultima che dovrebbe essere un’abitudine per un accademico e invece si è ridotta in un rapido giudizio politico/estetico di un titolo discutibile. Un giudizio, il suo, peraltro dello stesso tenore del titolo da lui contestato. Visto l’elevato background culturale del mio illuminato conoscente universitario sono convinto che sia stato il surriscaldamento del clima, oltre i 40 gradi in questi ultimi giorni, a indurgli un simile inciampo polemico/ideologico/metodologico.

Buona estate e rinfreschiamoci tutti la testa…

Bravi! Tutti indignati e schierati per difendere “l’eroina” Carola. È tempo di collette, nella miglior tradizione anni ‘70 quando ci disperdevamo nelle strade per chiedere qualche moneta ai passanti per poi collettivizzare il gruzzolo e riutilizzarlo per qualche canna, birre o altro. La colletta organizzata a favore della nuova Guevara del mare, giusto per fronteggiare le spese legali, a tutt’oggi è arrivata a quasi trecentocinquantamila euro, non qualche spicciolo. Nel frattempo l’Italia arcobaleno esulta per l’atto di disubbidienza alle leggi di uno Stato sovrano, pur se governato da persone che ci piacciono poco, per non dire nulla. Le stesse leggi che gli stessi contributori della colletta difendevano a gran voce nei girotondi dell’indignazione di qualche anno fa, ma che se vengono violate per una causa ritenuta in linea con il pensiero unico, va bene così. Tutti, in nome dell’umanità verso i migranti ammassati sulla Sea Watch, ammassano denaro a favore non di questi ultimi ma di un simbolo delle ONG. Già, perché chi si affanna a mostrare empatia verso il carico umano della nave, non si rende conto che altri esseri umani che sono arrivati in Italia, non certo tramite organizzazioni non governative, ma con organizzazioni criminali sono sbarcati regolarmente senza problemi. Qualora avessero arrestato i delinquenti, che organizzano la tratta umana nessuno avrebbe eccepito nulla come è logico che sia. Allora, viste le proporzioni della raccolta di fondi per l’eroina tedesca, propongo una colletta per chi, nel nostro paese viola le leggi con scopi benefici a favore del vicino di casa nullatenente o pensionato  con la minima che non copre neanche il vitto fino a fine mese, malato, disabile, vecchio autore di reato dimenticato ed escluso da ogni reinserimento sociale, parente disperato di uno psichiatrico o psichiatrico egli stesso, travolto e distrutto dai debiti verso l’Agenzia delle entrate, licenziato e non riassunto perché troppo vecchio, obbligato alla povertà e al razionamento della compagnia dei suoi figli da una sentenza di un giudice civile dopo una separazione, alcolista che vorrebbe togliersi la scimmia dalle spalle ma lo Stato non è in grado di fare qualcosa per lui, obbligato da barbone a dormire per terra in un centro cittadino perché lo Stato non è in grado di dargli un tetto sulla testa, reso nullatenente da un terremoto dentro una baracca/container dopo dieci anni. Potrei continuare ancora per molte pagine, ma nessuno di quelli che hanno raggiunto la stratosferica cifra della colletta per il simbolo Carola ha mai messo un euro per quell’altra umanità con l’unica colpa di non provenire dall’Africa via mare convogliata da un’ONG.

Oggi mi sento più nostalgico che mai! Ricordo quando, per poter aspirare di comparire in TV o in un film, si doveva essere in grado di fare delle cose, bene o meglio degli altri. Se poi si aveva talento e coraggio la strada era in discesa. Così accadeva nella narrativa, nella letteratura, nella saggistica, nel giornalismo, nel management e in ogni altra cosa dove fosse possibile affermarsi. Sarebbe ingenuo pensare che anche in quei tempi non esistevano le scorciatoie, ma se non c’era la sostanza ogni via preferenziale diventava prima o poi un vicolo cieco, secondo la legge del più bravo. Poche le occasioni: niente social, niente web, niente reti televisive satellitari moltiplicate in decine di migliaia di emittenti. Solo TV di Stato, Cinema e grande editoria. O si era all’altezza o era oblio eterno. Certo, il mondo non era in crisi, di questo genere attuale di crisi, ma oggi la frammentazione metastatica dei suddetti settori ha contribuito al quasi default dell’editoria, tutta. La regola principale in questi tempacci  è investire su personaggi e non su contenuti. Al pubblico piace chi dice delle cose, come le dice e quanto sia seriale il dirle. Ciò che viene detto è solo un banale contrappunto all’immagine di chi lo dice o lo scrive, o lo recita. L’Immagine, con la “I” maiuscola è il vero core business a cui attenersi. 

Vago su Instagram e ammiro i selfie, autenticamente autoscattati davvero o fatti da altri, di donne famose bellissime punto. Già, il punto è l’inizio e la fine della considerazione. Oltre il punto ci sono al massimo tre puntini sospensivi. Quante di esse, oltre all’aspetto stratosferico sono in grado di proporre cose, stendendo un velo in-pietoso sul talento? Sono tante e ognuna deve occupare uno delle migliaia di slot disponibili nell’intrattenimento gestito da editori di varia risma e quindi va benissimo così.

Oggi mi sono imbattuto nel profilo di un’attrice che se vi citassi il nome e il cognome alcuni di Voi correrebbero sullo smartphone per cercare di capire di chi si tratta. È una discreta attrice che oltre a comparire in alcuni film di respiro nazionale, in qualche apparizione televisiva e sul palco di alcuni lavori teatrali si è distinta per essere fotogenica. Begli occhioni chiari e malinconici, labbra carnose e ben rossettate, gran simpatia. Le parti che le hanno concesso erano spesso quelle di una svampita, un po’ maldestra che suscita sempre benevolenza da parte del pubblico. Orbene questa onesta professionista, d’improvviso è diventata una grande autrice di narrativa. Al primo lavoro nel 2017 vende 45.000 copie! A onor del vero Wikipedia è estremamente clemente con lei, considerato che chiunque può contribuire allo sviluppo della piattaforma enciclopedica e raccontare come meglio ritiene ciò che vuole, ma la questione non è il bel curriculum della nostra attrice, peraltro persona laureata e, sembrerebbe, di ottima cultura, ma il fatto che tra una puntata di Domenica In e una di Colorado, una partecipazione a un film di Fausto Brizzi e una parte da protagonista in uno spettacolo teatrale, sia divenuta d’improvviso Emily Dickinson. Non entro nel merito di ciò che scrive perché il tema, oggi come oggi, non è scrivere bene, benissimo, male, malissimo o non essere in grado di piazzare due o tre concetti e in croce (e magari entrare comunque tra i primi 10 del premio Strega), ma improvvisarsi produttori di best seller su scelta e decisione di un curatore d’immagine di una major dell’editoria, più che di un comitato editoriale attento a contenuti, stile, collocazione nel tempo e tutto ciò che una volta era indispensabile per diventare una grande autore. Nelle classifiche nazionali di vendita i talenti autentici sono sempre più rari e continuano a primeggiare i soliti autori con i quali si va sul sicuro tipo Camilleri, Carofiglio e via dicendo. Comprendo e condivido la preoccupazione imprenditoriale, ma l’editoria è come la Sanità: aziende sì, ma non di merci. Ho letto qualcosa della nuova star scrittrice/attrice/presentatrice e mi ha anche divertito e allora contrariamente alle mie abitudini ho scritto sul suo profilo di Instagram un commento, o meglio le ho posto una domanda, colpevolmente e biecamente stizzito per il suo successo, con ogni probabilità anche giustificato: “Ciao, come si fa ad avere successo editoriale? Ho scritto e pubblicato tre romanzi e non ho ancora capito se sono una chiavica come autore o se serve qualcos’altro.” La sua risposta, incredibilmente immediata, è stata: “Una magia di proporzioni. Come la fotogenia”.

Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive. Ray Bradbury Fahrenheit 451.

Odio profondamente le citazioni: per questo inizierò e finirò questo post proprio con due citazioni…

Mi sono messo in testa di parafrasare il concetto biologico dell’immunizzazione; mi somministro una piccolissima quantità di fattore immunizzante (citazioni) per produrre anticorpi contro l’allergia a queste ultime e smettere di mal sopportarne l’uso.

Sono reduce dal Salone Internazionale del libro qui a Torino. Ci sono i volumi che ho pubblicato, esposti in un paio di stand e vi ho fatto visita come da prassi editoriale. Via racconto le mie sensazioni su questo evento, o meglio, preferisco definirlo sagra. Si tratta oggi, come del resto lo è sempre stata, di una fiera dove gli editori si trasformano in bottegai stipati nelle loro bancarelle per vendere un certo numero di “pezzi” che potrebbero essere commercializzati a un tot al chilo su una pesa da bestiame. Il pubblico è una folla da fiera: immane, chiassosa, mangereccia, ipnotizzata dal brusio di fondo che vaga come zombie senza meta nei boulevard del Lingotto. Gli incontri con gli autori o con personaggi più o meno rilevanti sono un’interminabile catena di montaggio degna della vena archeo industriale della location. Presentatori e autori che mimano movenze televisive con un pubblico semi dormiente a pupparsi temi rigorosamente politically correct, grondanti di ovvietà. Ma la novità di quest’anno è l’esordio, anzi il revival anni ‘70, del politically reazionario. Un tempo i “reazionari” erano i professori conservatori, i datori di lavoro detti più appropriatamente per l’epoca padroni, i padri della famiglia tradizionale, carcerieri di figli rivoluzionari. Oggi, udite udite, i guardiani del pensiero unico sono quelli che impediscono la partecipazione a una fiera di un editore non gradito. Qualcuno per giustificarne l’estromissione ideologica si è nascosto dietro il dito del codice penale. Non è chiaro se la reazione allergica a quell’editore in particolare sia dovuta alla sua appartenenza a un gruppo di estremissima destra o per il contenuto del libro incriminato: un’intervista a Matteo Salvini. In entrambi i casi l’espulsione della casa editrice dall’Olimpo della libertà del Salone ha suscitato i seguenti effetti: l’editore da microscopico è diventato di respiro nazionale in quanto il libro è ora quasi un best seller. Salvini ha guadagnato consensi perché, si sa, le vittime di soprusi libertari, anche se considerate esse stesse liberticide, incrementano sempre consensi. Ultima, ma non ultima ricaduta, la polemica sul “dagli al fascista!” ha ringalluzzito l’ego personale di taluni facendo risplendere la propria vetrina mediatica. Intellettuali della gauche au caviar sdegnati, con il mancino proteso verso il sol dell’avvenire (…o del passato remoto), hanno disertato la kermesse oppure vi hanno partecipato “…in nome e difesa della libertà”, della serie: Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto, così, vicino a una finestra, di profilo, in controluce. Voi mi fate: “Michele vieni di là con noi, dai”, e io: “andate, andate, vi raggiungo dopo”.

Rammento per chi non ha dimestichezza con il Salone/Sagra del libro di Torino che sono presenti, e non da oggi, senza strepiti o espulsioni ideologiche, la casa editrice che pubblica un certo Renato Curcio Sensibili alle foglie, Rizzoli e Blurb che hanno rispettivamente  ripubblicato e pubblicato i volumi di Adriana Faranda. In compenso allo stand Feltrinelli, nella miglior tradizione da pane e salsiccia del Festival dell’Unità si canta a pugno chiuso bella ciao, fino ad arrivare a un editore, semplicemente non di sinistra e non certo nazifascista, costretto a lavorare presidiato dalla Digos per paura di azioni violente contro il suo stand.

https://www.nicolaporro.it/e-questi-fenomeni-cantano-bella-ciao/

E allora Ray Bradbury se fosse ancora vivo direbbe estrapolandolo da Fahrenheit 451: Se non vuoi un uomo infelice per motivi politici, non presentargli mai i due aspetti di un problema, o lo tormenterai; dagliene uno solo; meglio ancora, non proporgliene nessuno.