Referendum: Chi ha vinto? Un deciso “Boh”, mi verrebbe spontaneo, ma su chi ha perso davvero le idee mi sono più chiare, ma andiamo per ordine. Nel 2019 la legge di revisione costituzionale che includeva il taglio dei parlamentari  fu approvata in doppia lettura da entrambe le Camere a maggioranza assoluta. Dal momento che in seconda deliberazione la legge però non fu approvata a maggioranza qualificata dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, un quinto dei senatori ha potuto richiedere il referendum confermativo. In particolare, rammento che, nel luglio dello scorso anno non è stata raggiunta la maggioranza qualificata dei due terzi a causa del voto contrario anche dei senatori del Partito Democratico, allora opposizione del Governo Conte I. Quindi solo qualche mese fa fu proprio il PD ad essere formalmente contrario alla riforma di riduzione dei parlamentari, salvo poi cambiare idea qualche giorno prima del voto. Evidentemente i votanti del Partito di Zingaretti preferiscono, del tutto legittimamente, la “creatività” elettorale alle idee e ai programmi, ma andiamo oltre. Il giorno successivo agli scrutini del referendum costituzionale, come di consueto, tutti si sono auto proclamati vincitori; ma allora chi sarebbero davvero i soccombenti? I votanti a favore della riforma sono stati il 69,96%, mentre il rimanente 30% circa sembra, secondo i media mainstream, corrispondere a chi abita nei centri delle grandi città, dispone di redditi più alti e immobili più cari della media. La presa d’atto non ragionata dei suddetti dati sembra confermare e trarre conclusioni sbrigative su quanto sopra descritto, ma siamo certi che coloro che hanno messo la croce sul «No» siano semplicemente un’élite danarosa, fuori dalla realtà della ZTL dove abita, e affezionata a una vecchia immagine dei partiti e della politica? Il Corriere della sera ha esaminato, le aree delle città in cui il «No» ha vinto evidenziando, a conferma di quanto detto, che coincidono quasi perfettamente con i quartieri più eleganti.

https://www.corriere.it/elezioni/referendum-2020/notizie/chi-ha-votato-no-referendum-cddff6a6-fce4-11ea-b4fe-6ee7d601be57.shtml

A Torino il «Sì» alla riduzione del numero dei parlamentari ha vinto con il 60,7% e il «No» ha prevalso solo nelle circoscrizioni 1 e 2 con il 57,4%. Queste ultime sono infatti le Circoscrizioni del centro elegante che comprendono Corso Einaudi, Corso Trieste, Corso Galileo Ferraris dove un buon immobile può costare circa tremila euro al metro quadro e un appartamento in affitto di 60 metri quadri più di 500 euro al mese (dati dell’Agenzia delle Entrate). Se invece si guarda alla periferia Nord, nel quartiere ex operaio di Barca per esempio si trovano prezzi degli affitti poco meno che dimezzati rispetto al centro e un’affermazione del «Sì» al 72%.

Inutile dire che le correlazioni tra reddito, ricchezza e preferenze per il “No” si confermano anche a Milano, Roma e Napoli. Ma ecco il punto: stiamo dunque parlando di una semplice battaglia di  ricchi contro poveri, élite contro popolo, vecchio sistema contro antipolitica, con la vittoria dei secondi? Non proprio! Le presunte «élite» sparute che hanno votato “No”al taglio dei parlamentari non solo rappresentano più del 30% dell’elettorato, non proprio un gruppo ristretto, ma coincidono con molti elettori delusi dall’attuale offerta politica. Sto parlando, come segnalato dal Corrierone, soprattutto di laureati, professionisti o manager che negli ultimi due anni hanno arricchito il plotone degli indecisi o di coloro che non pensano di votare alle prossime elezioni perché insoddisfatti dai partiti che si presentano. Non amano le politiche esclusivamente redistributive senza alcuna attenzione alla crescita, i populismi o le imposizioni entrambi prive di progetti concreti e sono profondamente perplessi per i personalismi che impediscono alle forze riformiste di aggregarsi, pur avendo le stesse idee. 

Oggi un tale gruppo di delusi e/o indecisi vale ben oltre il 40% degli aventi diritto al voto in Italia (Fonte Ipsos). Non ama i politici più presenzialisti e, anche se probabilmente popola in buona parte i quartieri più eleganti delle città, ha spessissimo titoli di studio elevati. Se ha votato «No» non è certo per difendere le «poltrone» o il proprio patrimonio, ma per testimoniare un evidente dissenso dai messaggi avvilenti e confusionari che prevalgono in questi mesi e anni. Saranno élite, forse sì, ma molto ampie e decisamente preda della sensazione, culturalmente consapevole,  di vivere in esilio nel proprio stesso Paese, di cui certo oggi non ci si può vantare, né da esiliati che da esilianti.

https://vimeo.com/234482460

Sarà capitato anche a voi 

di avere una musica in testa, 

sentire una specie di orchestra 

suonare suonare suonare suonare, zum zum zum zum zum zum zum zum zum, 

la canzone che mi passa per la testa, 

non so bene cosa sia 

dove e quando l’ho sentita, 

di sicuro so soltanto che fa 

zum zum zum zum zum zum zum zum zum, Ecc. Ecc.

Ci vuole una certa età per ricordarsi questo motivetto. Era come un mantra ed io, seppur bambinetto, la ricordo come fosse stata cantata ieri per la prima volta. Quel zum zum zum zum zum zum zum zum zum è come un richiamo irresistibile, una voce che attira chi l’ascolta lontano dalla realtà, come il flauto magico del pifferaio di Hamelin. Lui se ne intendeva di suoni ipnotici e dopo aver derattizzato la cittadina danese, scontento per non essere stato retribuito, ha ben pensato di de-cittadinizzare Hamelin, riservando ai suoi ingrati abitanti la stessa fine delle zòccole affogate. In questi giorni i pifferai dei media del PPC (Partito Politicamente Corretto) hanno, tanto per cambiare, corretto bene il tiro sulle notizie in prima pagina. Ormai il caso nazionale è “i furbetti dei seicento euro del bonus Covid”. Tutta Italia si indigna, guidata da flautisti esperti come Travaglio, Scanzi, Gomez, Serra e compagnia cantando, anzi suonando. Solo gli ipoudenti o gli affetti da sordità totale, ignorano i pistolotti moralisti suonati da quella larghissima schiera di flautisti dell’indignazione facile e unidirezionale. Immuni dalle note musicali distraenti del giornalismo à la page, si sono resi conto che mentre il Paese inorridisce per quattro o cinque Parlamentari, scoperti nell’esercizio della propria meschineria, la Giustizia, intesa come sistema, è ormai un deserto di macerie. Zitto, zitto il Guardasigilli, (forse durante la vicenda Palamara e tutte le altre non emerse, non stava guardando i sigilli, ma fissava qualcos’altro), ha approvato un testo di riforma del CSM che andrà in Parlamento, efficace come uno spruzzo di Autan contro il Covid 19.

https://www.ilsole24ore.com/art/sorteggio-quote-rosa-e-stop-porte-girevoli-pista-delega-che-riforma-csm-ADlbuRi?refresh_ce=1

Tutto ciò nel silenzio totale dei media più gettonati del Paese. Tutti a commentare i seicento euro richiesti da cinque pidocchiosi (…e certamente molti di più) piuttosto che rabbrividire per ciò che si rischia varcando l’aula sbagliata di un Tribunale. Inquieta l’inerzia che lo Stato adotta quando c’è da entrare in un Sistema di potere come quello, ma evidentemente non abbastanza per interessare l’informazione e i cittadini. Certo, chi non ha mai vissuto in prima persona esperienze giudiziarie finite male o bene ma dopo anni di distruzione morale, psicologica e fisica, normalmente sbraita giudizi prendendosela con l’integrità divina di tutti i magistrati solo per il fatto di chiamarsi così. Poi, quando qualche benpensante progressista con l’erre moscia, finisce nel tritacarne, domina il silenzio di tomba esistenziale. Chi però non sta zitto e non segue le sinfonie narcotizzanti dei pifferai mediatici è considerato canea rabbiosa. Per favore se c’è qualcuno che ha problemi di udito e non riesce a seguire zum zum zum zum zum zum zum zum zum la canzone che vi passa per la testa, per favore batta un colpo!

grazie

Siamo certi che l’iconoclastia militante abbia a che fare con il passato? Demolire a martellate il volto di una statua raffigurante un grande personaggio d’altri tempi, illudendosi di giudicarne la storia, è perlomeno ridicolo. 

Chi era László Tóth? Era un tizio che il 21 maggio 1972 entrò nella Basilica di San Pietro e d’un tratto con un martello da geologo colpì la Pietà di Michelangelo. Dapprima prese a martellate il capo della Madonna e poi, più volte, il volto e le braccia, lasciando però integra la figura del Cristo gridando: “Cristo è risorto! Io sono il Cristo!“. Venne ovviamente fermato e portato via, alla svelta per sottrarlo alla folla che intendeva linciarlo. Interrogato, disse: «Che ci sta a fare questa statua qui? Cristo sono io e sono vivo, sono il Cristo reincarnato, distruggete tutti i suoi simulacri». Non fu incriminato, ma internato in manicomio per due anni.

Bene, questo tizio evidentemente non voleva, nella sua visione distorta della realtà, distruggere un passato fatto di religione e arte, ma affermare un presente nel quale l’unica raffigurazione che contava era la sua, pur se delirante. Oggi, un manipolo di László Tóth, auto definitesi “Sentinelli”, a guardia di una morale, che definirei alterata e soprattutto alternata, ha deciso che la statua in bronzo di Indro Montanelli, collocata negli omonimi giardini a Milano, debba essere rimossa. Il motivo sarebbe il matrimonio tra Montanelli e un’adolescente africana al tempo della guerra in Etiopia, durante la quale il grande giornalista era ufficiale di Cavalleria. Soliti doppiopesismi morali o c’è dell’altro?

https://milano.repubblica.it/cronaca/2020/06/11/news/statua_montanelli_sentinelli_milano-258873542/?refresh_ce

Per assonanza questi Sentinelli avrebbero dovuto preoccuparsi come minimo, da bravi guardiani della morale, di demolire pure la statua a Ostia che commemora Pier Paolo Pasolini, visti i suoi trascorsi giudiziari. Lo scrittore, poeta, regista, ecc. era stato accusato  nel ‘49 di aver pagato tre minori per rapporti sessuali. Fu poi processato per atti osceni in luogo pubblico e corruzione di minore (uno dei ragazzi era sotto i sedici anni). Venne poi stralciata l’accusa di corruzione di minori per mancanza di denuncia e il dibattimento si concentrò sul fatto che gli eventi non si svolsero in un luogo pubblico ma in un campo nascosto da siepe e da un boschetto d’acacie. La sentenza arrivò nel gennaio del 1950: Pier Paolo Pasolini, e i due ragazzi sopra i sedici anni vennero giudicati colpevoli di atti osceni in luogo pubblico e condannati a tre mesi di reclusione ciascuno e al pagamento delle spese processuali. 

A nessuno è venuto in mente di prendere a picconate il monumento che ricorda la sua statura letteraria, poetica e artistica di Pasolini, ma per questi eroi dell’etica al chilo, il simulacro di Montanelli può essere serenamente sciolto in una fornace. Emma Webb, una convinta antirazzista militante, non certo il capo della Supremazia ariana, ha dichiarato che: “L’abbattimento delle statue ha storicamente poco a che fare con la cultura” ricordando come, durante la rivoluzione francese, i parigini distrussero ventotto statue di re biblici dalla facciata ovest della Cattedrale di Notre Dame convinti che si trattasse dei re di Francia. 

https://www.agi.it/estero/news/2020-06-11/iconoclastia-antirazzista-pericolosa-inutile-8873036/

La mia opinione è che questa tendenza di demolire statue e monumenti non sia motivata da una forma di fobia del passato, ma per la paura di scoprire quanto si è insignificanti di fronte a cose impossibili da raggiungere. Chi non accetta di essere semplicemente qualcuno, non accetta l’immagine che certifica il proprio fallimento nel non poter raggiungere quei grandi personaggi raffigurati in una statua, e quindi prima li infangano e poi distruggono la loro rappresentazione artistica.
È iconoclastia o ridicolocrazia?

La memoria per definizione è corta. La storia non ha quasi mai insegnato nulla a chi l’ha studiata con distrazione, accontentandosi di attingere al “sentire comune” tramite le fonti di sistema. L’esercizio critico rimane uno dei pochi strumenti ancora a nostra disposizione se non per trasformare la realtà almeno per comprenderla.

25 aprile del ‘45: il CLN dell’Alta Italia proclama l’insurrezione generale nelle zone del nord ancora in mano a ciò che rimaneva dell’esercito tedesco in fuga e di pezzi del regime fascista, ormai entrambi pressoché annientati dalle macerie della guerra. Basti pensare che, solo cinque giorni dopo, una Berlino già rasa al suolo dai sovietici fu occupata dall’armata rossa e Hitler ingerì la sua dose di cianuro. La storia non da e non toglie meriti. È fredda cronaca in un mare di giudizi. Il 25 aprile fu liberazione, ma da cosa? Da un uomo che qualche giorno dopo penzolava seminudo su un pennone di un benzinaio a Piazzale Loreto? Fu liberazione da uno Stato figlio di un’ideologia totalitaria, appoggiato e sostenuto nel ventennio precedente dalla pressoché totalità degli italiani e abbattuto solo dalla guerra e non da una rivoluzione sociale? O forse, fu liberazione da un conflitto che devastò il nostro Paese, conflitto voluto da quell’ideologia sostenuta da tutti e in cui nessuno vinse davvero? La retorica delle commemorazioni è sempre funzionale a trasmettere l’idea di una storia nazionale, attraverso un fantomatico “bene comune” che già l’idea di patria dovrebbe suggerire. L’uso del sangue di chi è caduto lottando per la resistenza è l’elemento che oggi il luogo comune impone per ammonire tutti alla celebrazione di un’unità di intenti tipica delle retoriche stataliste. Ma la storia? Celebriamo l’illusione di una liberazione dall’ideologia fascista e al tempo stesso celebriamo, camuffata da festa delle Forze armate, in 4 novembre, data della vittoria nella Grande guerra. Quella tragica guerra e non certo la retorica della vittoria fu alla base di quel regime totalitario di cui celebriamo, in barba alle cronache storiche, la caduta il 25 aprile. Già, perché a nessuno verrebbe in mente di celebrare il 4 maggio la liberazione da un conflitto causato da criminali scelte interventiste dei governi antecedenti la Grande guerra. Criminale fu solo il Duce nella decisione di entrare in guerra, o anche il Governo Salandra che, nel 1914 dopo la giravolta contro la triplice alleanza con Austria e Germania, si alleò con inglesi e francesi dichiarando guerra ai due ex alleati? Quella scelta causò 650.000 morti e 500.000 tra mutilati, invalidi o gravemente feriti e 40.000 reduci con gravissime patologie psichiatriche causate da anni di trincea. Proprio questi numeri e la loro conseguente tragedia nazionale furono il fertilizzante del futuro regime fascista, ma sfido chiunque a ricordarsi chi fosse quel tal Salandra, capo del Governo nel 1914, e a celebrare un’altra liberazione, ma da una guerra di sterminio da lui dichiarata molto decenni prima del 25 aprile del ‘45. Il paradosso dei paradossi è che il 4 novembre si festeggino proprio le Forze armate, quelle che hanno pagato il prezzo più alto di tragiche scelte politiche e diplomatiche di cui oggi non si parla perché troppo occupati a chiacchierare di fascismo e non di altri fascismi di altri colori e più subdoli, di cui siamo vittime discrete, fino all’inconsapevolezza.

Treccani

Come riportato dalla Treccani online Il saltimbanco ha due diversi significati che potrebbero essere non esclusivi. Anzi, uno potrebbe coadiuvare l’altro. Un saltimbanco, ad esempio, esibendosi in pubblico con giochi di agilità, di forza e di destrezza, potrebbe farlo per raggiungere il successo personale, con assoluta mancanza di serietà e credibilità. Tutto ciò nell’anno 1100, ma anche, e soprattutto, nell’anno del Signore 2020. Oggi le corti dei feudatari o dei re sono più simili a studi televisivi e i talk show hanno sostituito le grandi sale dei castelli. Gli attuali acrobati attraverso la propria immagine si guadagnano da vivere esattamente come quelli medioevali, spesso sforzandosi di dare un’immagine forzatamente ideologica di sé. Ad esempio, se per vivere faccio il vignettista e per poter continuare a farlo devo mostrarmi in TV il più possibile, cosa posso offrire per farmi invitare continuamente e in ogni trasmissione? Una bella immagine vintage da comunista anni ‘70 con tanto di camicia maoista e spillette con stella a cinque punte! Tutte le volte che si genera un’occasione di spararla grossa non me la faccio scappare, indipendentemente dalla serietà del tema trattato: se rivendico il diritto a cazzata anche dai francesi in merito alla querelle della pizza italiana insultata dai transalpini con il Covid19, suscitando l’ovvia indignazione generale, mi sono guadagnato l’invito alla trasmissione successiva. Se, dopo questa performance, mi garantissero un invito perpetuo fino alla fine dei miei giorni, con l’unica condizione di presentarmi vestito da impavido balilla, probabilmente lo farei senza pensarci due volte, pur di continuare a vivere delle cazzate che rivendico e riverso pure nelle mie vignette. Il problema non è certo lo spirito giulivo del personaggio che si espone in televisione per interesse personale, ma la sua deriva. Un conto è il vignettista sovietico o il giornalista/scrittore/critico d’arte/politologo/vaticanista o semplicemente tuttologo, ma incazzoso, un conto è un terrorista già condannato che, invitato in una trasmissione televisiva, non certo per ammettere a fini giornalistici le proprie responsabilità su fatti di sangue, inveisce, insulta, gesticola rispondendo alle ovvie provocazioni di altri ospiti e poi rivendica la sua preferenza a sporcarsi le mani di quello stesso sangue, piuttosto che lavarsele con l’acqua, come Pilato. Dopo tutto questo, giustificandosi con il fatto che si trattava di una dotta citazione letteraria nel tentativo estremo di lavarsele lui le mani nell’acqua, dopo aver urinato fuori dal vaso. Il fatto è che, anche se non sua, quella frase l’ha pronunciata davanti a milioni di persone e un tipo come lui se ha detto ciò che ha detto non era certo per tenere un seminario culturale di letteratura.

Questa è la deriva di chi utilizza saltimbanchi o menestrelli senza precauzioni d’uso e senza assumersi le responsabilità del dei danni prodotti offendendo, più che divertendo, il pubblico.

La risata, il divertimento liberatorio sta proprio nello scoprire che il contrario sta in piedi meglio del luogo comune… anzi, è più vero… o almeno, più credibile. Dario Fo almeno su questo non aveva torto, purché la scoperta rimanga dentro il limite dell’oltraggio alla sofferenza di chi ha subito tragedie e non può divertirsi affatto.

Migliaia di persone a Piazza San Giovanni per la manifestazione delle Sardine! Sono contento per l’opportunità di capire finalmente cosa sono e cosa chiedono. Sono diversi giorni che vago inutilmente sul web per cercare una proposta politica del movimento, un manifesto programmatico, un’esplicitazione di un’idea, ma niente. L’unico dato di partenza era ed è ancora l’anti salvinismo pro Bonaccini alle prossime elezioni regionali in Emilia. Qualche giorno fa su La7 Mattia Santori, uno dei leader delle Sardine, anche se nega questa attribuzione, ha dichiarato che avrebbe svelato il programma politico del movimento proprio a Roma alla manifestazione di oggi. 

https://www.la7.it/otto-e-mezzo/video/sardine-mattia-santori-il-nostro-programma-aspettiamo-la-manifestazione-di-roma-05-12-2019-297037.

Ho atteso con ansia e, fiducioso, ho consultato finalmente il Corriere della sera che riportava il titolone: Cos’è e cosa chiede: la storia del movimento

Ma, nulla di fatto! Ampi reportage sulla biografia delle Sardine, (…circa 40 giorni di vita) e sui suoi ideatori, ma nulla sulla proposta politica. E allora mi viene da pensare. Cerco di capire e mi imbatto su una pagina web della Treccani sui movimenti e sugli studi fatti su di essi

http://www.treccani.it/enciclopedia/movimenti-politici-e-sociali_(Enciclopedia-delle-scienze-sociali)/

dalla quale noleggio a titolo gratuito alcune considerazioni: Gli schiavi ribelli che sfidarono l’Impero romano rischiavano la morte in caso di sconfitta; i dissidenti religiosi che promossero la Riforma affrontarono rischi analoghi; e gli studenti neri delle università americane del Sud, costretti a sedere a tavoli separati alla mensa, non si aspettavano certo grandi festeggiamenti dai bianchi che li aspettavano fuori, pronti ad aggredirli con bastoni e violenze verbali. Gli attivisti non rischiano la vita né sacrificano il proprio tempo per le attività di un movimento sociale, se non ritengono di avere un buon motivo per farlo…Il denominatore comune della maggior parte dei movimenti è  l’interesse…ciò che distingue un movimento da una semplice manifestazione di protesta è la capacità di sostenere l’azione collettiva contro gli antagonisti.

La Treccani cita  inoltre diverse tipologie di movimenti. Questo sembra il paradigma di quei movimenti cosiddetti espressivi: quelli il cui rapporto con le istituzioni è in fase emergente e improntato all’opposizione. Si tratta di movimenti instabili nella forma e spesso effimeri. Poiché le loro rivendicazioni il più delle volte sono circoscritte a un singolo tema o a una singola campagna, spesso i movimenti come tali scompaiono dopo che le tematiche attorno alle quali si sono organizzati diventano superate. Ancora più spesso, però, dopo la fase di emergenza iniziale, essi mutano il loro carattere passando a una forma più stabile di interazione con le autorità o con le élites. In sostanza stiamo assistendo a un movimento, nato da qualche giorno a Bologna in piena campagna elettorale con una manifestazione anti Salvini, che si dichiara non schierato partiticamente, ma appoggia in Emilia Romagna il candidato PD Bonaccini, ma che però non ha un suo programma politico. Se fossi stato oggi un ventenne e fossi voluto andare in piazza San Giovanni forse non mi sarei accontentato di sostenere un movimento del quale si sa solo da dove è partito, ma non sa dove voglia andare ed eventualmente come ci voglia arrivare. Peraltro lascia perplessi il fatto che l’unica certezza delle Sardine e cioè l’opposizione al populismo e al sovranismo, in particolare della Lega, sia diretto a chi sta oggi all’opposizione. Comunque rimango fiducioso di conoscere al più presto quali siano le idee del nuovo soggetto,  sempre che non sparisca prima, inghiottito da qualche forza politica di sinistra che al posto della formazione delle vecchie scuole di partito sta pensando di svezzare sul campo quattro giovani dal radioso futuro parlamentare.

L’allergia ai perché: Liliana Segre e l’uomo forte.

La statistica e le emozioni

La statistica registra o provoca emozioni? In questo caso entrambe le cose.

Il rapporto annuale CENSIS si è espresso!

http://www.censis.it/rapporto-annuale/il-furore-di-vivere-degli-italiani

Nello stesso sito web sono disponibili i risultati commentati in modo divulgativo senza tassi, varianze, deviazioni standard. Tra i vari dati è emerso il seguente: Il 48% degli italiani oggi dichiara che ci vorrebbe un «uomo forte al potere» che non debba preoccuparsi di Parlamento ed elezioni (e il dato sale al 56% tra le persone con redditi bassi, al 62% tra i soggetti meno istruiti, al 67% tra gli operai).

La corsa all’indignazione è scattata come un elastico teso e poi mollato di botto. Ogni anno la presentazione del rapporto suscita reazioni anche se i dati non sono tanto diversi dall’anno precedente, come ho già scritto in un post di circa dodici i mesi fa. I Tg quasi a reti unificate hanno trasmesso lo spezzone dove Liliana Segre, imbeccata sul suddetto dato statistico, ha dichiarato: “Chi vuole l’uomo forte al potere non l’ha provato, non sa di cosa parla” con grande soddisfazione degli indignati e indignanti di professione.

https://www.corriere.it/economia/consumi/cards/rapporto-censis-2019-italiani-stressati-diffidenti-affascinati-dall-uomo-forte/italiani-vittime-stress_principale.shtml

Se una donna di ottantanove anni che ha vissuto il fascismo e il nazismo da ebrea sulla propria pelle nel vero senso della parola, dichiara tutto questo non solo non è strano, ma non è neanche una notizia. L’ovvietà, anche su temi del passato che banali non potranno mai essere, è utilizzata giornalisticamente per evitare di affrontare altre questioni che quei dati dovrebbero suscitare nel nostro presente. La Senatrice a vita nella sua lapidarietà ha solo espresso, durante la sua visita al memoriale della Shoah, il suo senso di disagio tutto volto alla propria terrificante esperienza e a quella di milioni di altri esseri umani e quindi non può essere né valutata né commentata perché è come giudicare un grido di dolore. Se ne può solo prendere atto anche se un’altra cosa sarebbe fattibile, anzi doverosa e non certo da parte sua: porsi dei perché. Se oggi, non nel 1934, il 48% del campione intervistato si dichiara a favore di un uomo forte, senza in massima parte mai aver conosciuto il fascismo, ci saranno dei motivi? Qualcuno se li è posti? Se li doveva porre la Senatrice Segre o la classe politica e amministrativa che in questi anni, oltre a gridare al “rischio fascismo”, (…magari trasformando in reato il possesso dei souvenir di Mussolini), avrebbe dovuto interpretare il disagio degli italiani? Qualcuno si è preoccupato di analizzare i bisogni del Paese, magari partendo proprio dalle statistiche del CENSIS, invece di inveire contro lo “sporco fascista” nascosto dentro ognuno di noi? Non dimentichiamoci che quella parte nero notte acquattata nell’anima di ognuno, così come accaduto quasi cent’anni fa, emerge quando il disagio sociale economico e di valori è diffuso, forte e soprattutto sottovalutato. È di grande attualità l’indignazione per la sottostima del rischio fascismo, nazismo, razzismo, ma la sottovalutazione del disagio di una nazione non sembra interessare i politici, i giornalisti, gli amministratori pubblici e chiunque altro debba prendere decisioni per il Paese.

La vocina dei numeri

È più semplice stigmatizzare la punta dell’iceberg che affrontare ciò che è nascosto sotto il mare. Lo stesso rapporto CENSIS con altri dati fornisce informazioni sui bisogni espressi dagli italiani:

L’incertezza è lo stato d’animo con cui il 69% degli italiani guarda al futuro, mentre il 17% è pessimista e solo il 14% si dice ottimista.

Il 69% degli italiani è convinto che la mobilità sociale sia bloccata. Il 63% degli operai crede che in futuro resterà fermo nella condizione socio-economica attuale, perché è difficile salire nella scala sociale. 

Il 64% degli imprenditori e dei liberi professionisti teme invece la scivolata in basso.

il 74% degli italiani si è sentito molto stressato per questioni familiari, per il lavoro o senza un motivo preciso.

Il 75% degli italiani non si fida più degli altri, il 49% ha subito nel corso dell’anno una prepotenza in un luogo pubblico (insulti, spintoni).

Il 76% non ha fiducia nei partiti (e la percentuale sale all’81% tra gli operai e all’89% tra i disoccupati).

Intolleranza ai perché

A fronte di tutto questo sembra contare solo la mirabile suddivisione tra sinistra e destra di Corrado Augias in pensatori vs. idioti, citata nel mio post precedente,(complice Pierluigi Bersani), o la “risolutiva” legge Fiano contro l’apologia di fascismo, oppure l’alzata di scudi giornalistica contro un titolo del Corriere dello Sport ritenuto offensivo se non razzista. Si sta diffondendo una strana forma di intolleranza allergica ai perché delle cose. Se qualcuno osa chiedersi come mai avvengono alcuni fenomeni viene dimenticato o tacciato di autoritarismo. Forse è il caso di una terapia desensibilizzante contro l’intolleranza ai perché…

Distrazione di massa

Clima piovoso. Tutta Italia sguscia tra pozzanghere, porfidini viscidi e grondaie intasate dalle foglie. Il rumore costante della pioggia  stimola a rimanere sotto strati di plaid e piumoni pur di non affrontare le mattinate feriali sotto l’acqua. Il maltempo è l’ideale per distrarsi dalle cose reali che nel frattempo continuano ad avvenire, anche se occultate dalla nostra distrazione. Qualcuno lo sa molto bene. Ogni volta che le cose vanno male, per non dire malissimo, e al governo c’è la sinistra “de noartri”, parte una campagna di distrazione di massa. Come in una prevedibile perturbazione autunnale dagli arsenali si mobilitano emergenze razzismo, terrorismi nazisti e impellenze fondamentali come lo ius soli. La pioggia induce a rimanere chiusi in casa al calduccio e l’indignazione pilotata invoglia a non pensare alle cose realmente urgenti di un Paese vittima di sé stesso e, come direbbe Gianni Canova, della propria ignorantocrazia. Quest’ultima va intesa come potere che ignora e che si affanna a distrarre in ogni modo le persone purché ignorino. La questione del mercato del lavoro, a cui si aggancia il dramma dell’Ilva di Taranto, la totale disconnessione tra fiscalità e mondo reale, il sistema giustizia che è sempre più simile a un tritacarne, sono temi di cui evidentemente si ha paura di parlare o di farlo sulle prime pagine. Meglio distrarre le masse con il pesce azzurro. Banchi di sardine, guidati dalla stessa mano sinistra che mena il can per l’aia sull’indignazione di massa,  nuotano da una piazza all’altra con in testa un unico scopo: demonizzare Salvini. E quando, ammesso che ci riescano, il diavolo sarà ricacciato all’inferno a suon di pinnate, torneremo a parlare di come affrontare i problemi reali? Non credo. Penso che si andrà alla ricerca di qualche altro Salvini da disegnare a testa in giù, da dare in pasto a qualche migliaio di ragazzini mentre, vestiti da pescetti,  festosamente continueranno a illudersi di difendere una democrazia che tale non è mai stata. Nel frattempo gente col faccione giocondo di Zingaretti continuerà ad abbarbicarsi a un potere che nessuna maggioranza elettorale, al netto di quelle parlamentari tra le più avvilenti, gli ha concesso. È tenero pensare che quei ragazzi usino come slogan io non abbocco quando non c’è n’è alcun bisogno: sono pesci già nati e cresciuti in una vasca da allevamento e i proprietari sono gli stessi di sempre.

Napul’è: Napoli e gli stereotipi dell’accoglienza

A dispetto del titolo di questo post vorrei scrivere di ciò che Napoli non è. Non ho voglia di premesse difensive tipo: “la mia è solo un opinione, però…”, “io amo la mia città, però…” “non voglio generalizzare, però…”, eccetera. Certe considerazioni le pensavo già quando a Napoli ci vivevo e le continuo a pensare mentre sto scrivendo e, badate, io odio la coerenza! Nella sua immodificabile integrità è triste! Non mi interessa apparire tutto d’un pezzo, di quei pezzi che si spezzano pur di non piegarsi. Tuttavia, a costo di farmi disprezzare, devo ammettere che su alcune abitudini relazionali della mia città non ho ancora cambiato idea. Mi riferisco all’accoglienza di noi napoletani, quella decantata da Goethe e da tanti altri illustri estensori in letteratura, saggistica e giornalismo. Premetto che la gran parte dei miei conoscenti, fatto salvo i pochissimi con cui ho una relazione fraterna, mi considerano ormai uno “straniero”; certo, quasi trent’anni di vita a Torino contano qualcosa, anche se dentro mi sento sempre un ragazzo di Chiaia. Comunque a Napoli un grande stereotipo da luogocomunismo turistico è: “I napoletani sono tra le persone più accoglienti al mondo. Ti fanno sentire a casa!”. È vero, basta essere uno svedese in gita turistica e apprezzare gente vestita da pulcinella che vende calendari dell’avvento a San Gregorio armeno, o i posteggiatori col mandolino che socializzano con i clienti nei ristoranti di via Partenope. Dipende sempre da cosa ci si aspetta. Da quando ho ripreso a frequentare piuttosto assiduamente la città per motivi editoriali ho scoperto che le abitudini relazionali abbandonate vent’anni prima sono a tutt’oggi immutate. In occasione della presentazione de L’uomo che non esiste, presso l’ormai compianta Saletta rossa di Guida a Portalba, saranno venute almeno centocinquanta persone. Erano lì, più che per l’autore del libro, per ricordare Maurilio (il protagonista del volume) ed è stato più che naturale. Tutte quelle persone non le incontravo da anni. Mi sono prima emozionato e poi illuso che lo stereotipo dell’accoglienza di cui sopra non fosse solo una diceria. Da quel momento mi sono sentito come uno tornato a casa dopo una lunga assenza e accolto da decine di amici ritrovati. Sono andato avanti per dei mesi a credere che questa cosa fosse reale, ma l’esteriorità inganna, anche se ci si fa ingannare con piacere. Quelle persone erano (e sono) ancora tutte affabili, di quella affabilità che all’inizio sembra scaldarti l’anima, poi si rivela per ciò che è: un simulacro. Dopo essermi sentito racchiuso in un’accogliente placenta, mi sono spinto oltre, cercando di dare una continuità a quelle gioiose relazioni, ma, non appena ho deciso di farlo, una saracinesca si è chiusa tra me e gli altri. Non si è abbattuta con un gesto violento e rumoroso, ma distrattamente, con un fare lento e inesorabile, che ricorda lontanamente la dinamica dell’ipocrisia. Ho iniziato a comprendere che ciò che contava nelle mie visite napoletane non era la mia presenza, ma l’occasione sociale dove i vari circoli magici si incontrano per poi riallontanarsi frettolosamente. Se non si è parte di un club ristretto ci si deve accontentare dei sorrisi, delle esclamazioni di stupore e di circostanza tipo: “Ti trovo in formissima!!”. Il fatto è che tutto questo non avviene solo con me o con chi vive da tempo fuori dalla città, ma anche tra gruppetti di persone stanziali. Nella quotidianità ci si tratta con distacco o non ci si tratta per niente pur conoscendosi da una vita, se non nelle occasioni mondane dove tutti tornano a essere amici per una sera. Vado a Napoli quattro o cinque volte l’anno e quasi sempre si ripete la solita liturgia. Approdato in città  invio un  WhatsApp o telefono a qualcuno per un caffè, un aperitivo o una semplice chiacchierata e i riscontri sono quasi sempre di questo tipo:

Non posso lasciare mio figlio di quattordici anni da solo a casa. Si intristisce…”, “Oggi finisco tardi!” “Ma se è sabato!” “…Mi sono portato il lavoro a casa”,

“Stasera vado a fare pilates alle 19.00 e poi vado a dormire.” “A che ora ti corichi, alle 9.00?” “No, prima devo cucinare per mia figlia di 17 anni che fa il liceo classico e domani ha il compito in classe di disegno tecnico…”,

“Sono distrutta, ho lavorato tutto il giorno e poi devo andare da mia nonna a dar da mangiare alla tartaruga. Ha l’Alzheimer e quando la vede pensa che sia mia sorella…”

Dopo un po’, facendo ricorso alle mie abbondanti riserve di paranoia penso di essere così sgradevole da generare un fuggi fuggi generale ogni volta che approdo a Napoli . Poi razionalizzo e mi rendo conto che era così anche quando ci vivevo. Anche allora, se provavo a uscire fuori dal mio micro recinto di relazioni di gruppo, a meno di non essere come Maurilio, “L’uomo che non esiste”, venivo rimbalzato indietro. Lui sì che se ne fotteva di queste cose: i rapporti con gli altri non li coltivava, le creava! Ultimamente uno dei miei amici napoletani più fraterni, quando gli ho espresso queste considerazioni mi ha detto: «Michè…e dovevi venire tu da Torino per scoprire queste cose? È sempre stato così e così sarà sempre! Io pur vivendo a Napoli da cinquantacinque anni se desidero vedere qualche amico che non frequento spesso, ci vediamo singolarmente, quasi di nascosto degli altri, manco fossimo amanti…» 

Seppur vero che a Napoli la gente è curiosa, è altrettanto evidente che lo è fino a un certo punto. Oltre quel limite è inutile sperare in uno scambio reciproco e continuativo di oneste relazioni individuali e se addirittura sei diventato uno “straniero” non devi aspettarti più di un fuggevole caffè di cortesia in compagnia del conoscente di turno, con tanto, da parte sua, di smandolinata da posteggiatore, poesia e inchino finale, fino al prossimo viaggio…

L’insindacabile giudizio di chi si sente vittima

Grazie a Beppe Severgnini oggi sappiamo che se un epiteto è da considerarsi razzista, oppure no, lo decide il destinatario del presunto epiteto.

http://italians.corriere.it/2019/09/09/cose-razzismo-da-stadio-decidono-i-giocatori-2/?refresh_ce-cp

Se una violenza sessuale è tale lo stabilirebbe, secondo Severgnini, la vittima anche con una carezza non gradita, “Discorso chiuso.” così come scrive testualmente il famoso giornalista sul Corrierone. L’oggetto del contendere è la lettera (…ammesso che tale possa chiamarsi una simile accozzaglia di stupidaggini) diffusa dalla curva ultras interista dove menti contorte spiegano che i buuu diretti contro Lukaku da parte dei loro degni colleghi cagliaritani in realtà non sarebbero cori razzisti, ma incitamenti sportivamente intimidatori verso l’avversario. In tal senso è inutile commentare tale idiozia, ma mi incuriosiscono le conseguenze del modo di pensare di Severgnini. Lascerei da parte (…e a qualche bravo psicanalista) chi è veramente ossessionato da razze, etnie, provenienze geografiche e appartenenze varie e cercherei di capire dove potrebbe portare il ragionamento dell’enfant prodige del Corriere della sera. Se ogni destinatario di ciò che considera personalmente un epiteto razzista o una violenza di genere potesse soggettivamente agire di conseguenza, stabilendo cos’è razzismo o violenza sessuale, ognuno sarebbe arbitro inoppugnabile della sorte morale e finanche giuridica di chiunque altro, indipendentemente dalle sue responsabilità reali e senza alcun contraddittorio. È ovvio che una vittima ha tutto il diritto personale di considerare tale il suo presunto carnefice, ma se tale valutazione debba poi diventare automaticamente e in modo acritico quella etica di tutto l’universo mondo o addirittura quella reale di un codice penale, mediante il “giudizio universale abbreviato” proposto da Severgnini, non potrei mai essere d’accordo. Sono un nigeriano di etnia Igbo e un mio connazionale, Igbo come me, per strada mi chiama: “Yoruba!” (etnia contrapposta). Mi offendo mortalmente sentendomi discriminato. In base al mio disappunto e al potere che mi viene concesso da Severgnini lo denuncio per le offese a sfondo etnico nei miei confronti. È la mia sola sensibilità che decide cosa è molesto e cosa no? Se mando un bacio da lontano o accarezzo la mia fidanzata e lei ritiene quel gesto, fatto mille altre volte, in quel preciso istante una coercizione, può quest’ultima comodamente accusarmi di violenza sessuale, moralmente e anche fattivamente? In sostanza a chiunque verrebbe fornita una comoda legge del taglione secondo la quale si potrebbe, all’estremo, decidere, secondo il proprio intangibile umore, di accusare di razzismo o di violenza di genere chiunque altro. Mi sembra superfluo non includere in questo mio ragionamento chi imita scimmie sugli spalti in direzione di calciatori africani o aggredisce donne in giro o nelle mura di casa, ma questi modi moralmente retorici e falsamente progressisti di affrontare temi complessi sono avvilenti.

Chi decide cosa è razzista?

Nessuno può decidere per editto di stampa chi possa giudicare cosa sia razzista e cosa non lo sia, semplicemente perché è impossibile stabilirlo decidendo chi lo debba stabilire. La discriminazione, che sia razziale o di qualunque altra natura, può annidarsi ovunque. Tutti possiamo esserne vittime o carnefici consapevoli o, sempre più spesso, incoscienti, ma il tema vero non è chi decide cosa è razzista, ma l’esclusione o la discriminazione reale di alcuni da parte di altri, laddove questo non dovrebbe avvenire. Di uomini e donne discriminati ce ne sono miliardi ovunque, ma qualcuno continua a riferirsi sempre e solo ad alcuni di essi. Forse fa universalmente più chic…