A volte ritornano. Era da un bel po’ che Giuseppe Marotta attuale dirigente sportivo dell’Inter non perdeva occasione per dimostrare quanto fosse ininfluente con il suo pensiero. Per carità, si può essere molto influenti nel proprio campo professionale e non esserlo nelle proprie affermazioni. Al Festival dello sport a Trento ha dichiarato: «Rispetto il Napoli che sta facendo un grande percorso, ma le preoccupazioni maggiori te le danno sempre le squadre con una consolidata cultura vincente, quindi Juve e Milan». Sarebbe interessante farci spiegare dal diretto interessato cosa intende per cultura vincente. Se intende l’abitudine a vincere c’è da dire che, a parte la Juventus (…e comunque solo in Italia), non sembra che il Milan e la stessa Inter negli ultimi dieci anni abbiano coltivato quest’abitudine. Il Milan l’ultimo titolo internazionale prestigioso l’ha vinto nel 2007, l’ultimo campionato italiano nel 2011 e l’ultimo titolo in assoluto nel 2016 (Supercoppa italiana). L’Inter di Marotta, prima dello scudetto dello scorso anno, non vinceva proprio nulla dal 2011. Neanche si può parlare di cultura vincente in relazione alle Società calcistiche: i cinesi proprietari dell’Inter, tolto lo scorso campionato, vinto per manifesta incapacità degli avversari, non hanno mai vinto altro, così come gli attuali proprietari del Milan. Dubito che la sola presenza di un grande campione come Paolo Maldini tra gli attuali dirigenti rossoneri possa da sola rappresentare una cultura vincente che incida in campo. Tuttavia, Marotta, come già dimostrato nel suo passato bianconero, insiste a minimizzare i risultati del Napoli che in questi ultimi dieci anni ha comunque vinto più di Milan e Inter messi insieme, oltre a posizionarsi in campionato costantemente sopra le due milanesi. Da qui l’irrilevanza di chi, evidentemente alle prese con gli enormi debiti societari in cui versa l’Inter cinese, si nasconde dietro frasi fatte dal sapore acido. Sarebbe meglio per lui, per l’Inter da lui governata, per il Milan e pure per la Juventus (circa 1 miliardo di euro di debiti in tre) oltre a inneggiare a una cultura vincente o pseudo tale, parlare di una cultura dei bilanci da loro mai rispettata, con risultati sportivi in Italia e all’estero avvilenti.

È scomodo scrivere un post come il seguente proprio oggi. Già, per noi, malati di tifo napoletano, quando vinciamo contro i bianconeri tutto, anche un virus pandemico, ci appare meno pesante. Se avessi deciso di esprimere la mia opinione sul padre padrone della SSC Calcio Napoli, in caso di sconfitta della squadra, sarebbe stato più facile e catartico. Per parlare di Aurelio De Laurentiis, non parlerò di lui! Ricorderò solo alcuni di cui quest’ultimo ha surrogato l’immagine, con un continuo ricorso a maschere apotropaiche con le fattezze di altri. 

Giorgio Ascarelli nel  1926 fondò la A.C. Napoli, riuscì a iscriverla alla divisione nazionale, prima riservata solo a squadre del Nord Italia e, grazie ai suoi sforzi economici e alle sue idee, portò in breve tempo la Società ai più alti livelli a livello nazionale. Decise di costruire lo stadio a suo nome e lo inaugurò nel 1930.

Achille Lauro “Il Comandante” fu proprietario del Napoli calcio dal 1936 al 1969, ma non solo. Grande armatore, parlamentare, Sindaco di Napoli, fondatore di un partito nazionale, produttore cinematografico (anche se per poco), editore e proprietario del quotidiano “Roma”. Un uomo di sostanza che, oltre a presenziare sul campo in maniche di camicia, faceva impazzire i tifosi con gente reale, non solo sui titoli dei giornali, come Jeppson, Vinicio, Pesaola, Altafini, Sivori. Un enorme personaggio per il calcio e per la città, pur se pieno di contraddizioni.

Corrado Ferlaino, un imprenditore? In parte. Un uomo che, all’epoca ha saputo vivere il suo tempo con furbizia? Forse. Un tifoso? Assolutamente sì!! Lasciando perdere l’ovvietà di aver solcato con l’aratro l’indelebile periodo più glorioso della SSC Napoli, ha sempre avuto un rapporto intimo e viscerale con la squadra. Tra gli alti e bassi (direi non tantissimi) ha sempre pensato a voler vincere e per questo, non disponendo di fortune economiche come il suo predecessore armatore, si faceva valere a livello politico calcistico. Comunque all’epoca non si tirava certo indietro quando c’era da comprare i campioni: Burgnich, Bellugi, Chiarugi, Savoldi (…Mr, due miliardi), Rudy Krol, Daniel Bertoni, fino all’operazione calcistica del secolo che tutti hanno conosciuto. 

Non ho citato gli avvilenti personaggi che hanno invece sotterrato il Napoli perché per loro si addice di più un profondo oblio e dei quali De Laurentiis, fortunatamente, sino ad oggi,  non dispone di maschere da esporre in pubblico. Invece, il Presidente preferisce nascondersi dietro il simulacro esteriore di quei grandi personaggi di cui sopra, scimmiottandoli senza incarnare neanche uno dei loro pregi con i quali hanno scritto la storia del Napoli e in parte della città. Non si sa nulla di ciò che accade realmente in una Società costituita da moglie e figli, non si conoscono obiettivi (se non quello di rimanere dove ci si trova), si dichiara di fare lo Stadio e poi lo ristrutturano altri con la sua cortese collaborazione. Si fanno “acquisti di prospettiva”, ma i campioni, anche se a fine carriera, non arrivano quasi mai. Non si parla con i giornalisti a meno che per sparare a zero sulle stesse cose da vent’anni, sulle quali però non si è fatto nulla di concreto aper cambiarle. Magari quest’anno sarà per noi trionfante e non certo per merito suo ma dei casi della vita, ma dopo due decenni in cui stronca ogni opinione critica sul suo operato con la solita storia che quando è arrivato il Napoli era fallito e poi lo ha portato in Champions, ormai scappa solo da ridere. Prima che lui comparisse nel periodo più buio della Società il Napoli era da sempre lì dove è adesso, con le grandi del calcio italiano. Con tutto il rispetto per un’antica Società calcistica, lui non ha salvato dopo un fallimento il Savoia calcio la squadra della sua Torre Annunziata, dove è nato. I grandi personaggi sopracitati avevano già reso importante la Napoli calcistica e lui ha sono raccolto una grande eredità storica e ne ha fatto poco più che una diligente società sportiva, punto.

Ho la coscienza di essere di statura media, ma se mi giro attorno non vedo giganti…” disse Andreotti, parafrasando chi si sente altissimo, pur essendo, rispetto ai giganti, di statura medio piccola.

Domenica di inizio agosto pigra, come tutte le domeniche di inizio agosto. Butto l’occhio su un bell’articolo di Eleonora Barbieri su il Giornale https://www.ilgiornale.it/news/rowling-lunica-donna-che-pu-essere-insultata-1966202.html e riesco d’un tratto ad attenuare la noia. In breve, «Spero che ti ritroverai una bomba nella cassetta della posta» è solo l’ultimo gentile tweet recapitato a J.K. Rowling, nota autrice di Harry Potter, per le sue opinioni che dissentono dall’ideologia gender, alla faccia del ddl Zan che vorrebbe punire le idee “…non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”.

 

Rispetto il diritto di ogni persona trans di vivere in un modo che sia autentico e a suo agio.  Marcerei con te se fossi discriminato sulla base del fatto di essere trans.  Allo stesso tempo, la mia vita è stata plasmata dall’essere donna.  Non credo sia odioso dirlo.

L’idea che le donne come me, che sono state empatiche con le persone trans per decenni, sentendosi affini perché vulnerabili allo stesso modo delle donne – cioè, alla violenza maschile – “odiano” le persone trans perché pensano che il sesso sia reale e  ha vissuto conseguenze – è una sciocchezza.”

Se il sesso non è reale, non c’è attrazione per lo stesso sesso.  Se il sesso non è reale, la realtà vissuta delle donne a livello globale viene cancellata.  Conosco e amo le persone trans, ma cancellare il concetto di sesso rimuove la capacità di molti di discutere in modo significativo delle proprie vite.  Non è odio dire la verità.

Questi sono esempi di opinioni della Rowling. Condivisibili o no, non sembrano residui di una sotto coltura omofobo-nazi-fascista, anzi, è meglio ricordare le nette posizioni femministe della scrittrice. La solita domanda è: il problema è la suburra che la insulta, la minaccia e le augura una morte atroce o chi sfrutta strumentalmente l’ideologia gender fottendosene della difesa della libertà di espressione?

Tema Olimpiadi. La Carta Olimpica, documento ufficiale del Comitato Olimpico Internazionale, codifica i principi fondamentali dei Giochi. La prima edizione è datata 1908 e l’ultima 2013. 

Nel primo capitolo si precisa che la prima missione del CIO (e quindi dei giochi) è la non discriminazione, l’uguaglianza di genere e lo sviluppo sostenibile. Orbene, a Tokyo si sono celebrati due incontri senza avversari. Tohar Butbul, 27enne, judoka, è stato evitato da altri due judoka, uno algerino, l’altro sudanese, solo perché israeliano e, probabilmente, perché ebreo. Un alto esempio di “non discriminazione” degno di una Murgia o di un Fedez qualsiasi. Ma indovinate chi ha dato un’esempio di sportività e integrazione? Al termine della sfida dei sedicesimi di finale dei +78 kg, la saudita Tahani Alqahtani, e Raz Hershko, israeliana, si sono abbracciate, poi la 23enne Hershko, detta “Hercules” e che aveva vinto per ippon, ha alzato il braccio destro dell’avversaria nel gesto che si usa per rendere omaggio al valore della rivale.

https://www.ilmessaggero.it/sport/olimpiadi/judo_abbraccio_atleta_saudita_israeliana_olimpiadi_tokyo_2020-6111272.html

Due donne hanno aggiustato ciò che due uomini pseudoaltleti , ideologicamente e culturalmente disorientati, hanno stupidamente messo in discussione! 

Ma quanto è stato lungimirante il compianto Philippe Daverio nel coniare il titolo del suo volume Elogio delle donne (per fortuna sono diverse dagli uomini)?

 

Chi è Mino Raiola? Nonostante l’aspetto un po’ ruspante e le leggende a suo carico non è proprio uno sprovveduto. Cito da Wikipedia:

Carmine Raiola nasce a Nocera Inferiore, in provincia di Salerno, da una famiglia di Angri, il 4 novembre 1967.La sua famiglia emigra meno di un anno dopo ad Haarlem, nei Paesi Bassi. Il padre, allora meccanico, apre con successo un’attività di ristorazione, in cui il giovane Mino è impiegato come cameriere.Allo stesso tempo consegue la maturità classica e frequenta per due anni l’università, iscrivendosi alla facoltà di giurisprudenza. Parla sette lingue: italiano, inglese, tedesco, spagnolo, francese, portoghese e olandese. Inizia a giocare a calcio nelle giovanili dell’Haarlem, ma smette all’età di diciotto anni. Nel 1987 diventa responsabile del settore giovanile della squadra. In questo momento intraprende la carriera imprenditoriale, acquistando (e poi rivendendo) un ristorante della compagnia McDonald’s ed entrando nel consiglio degli imprenditori di Haarlem.

All’età di vent’anni fonda una propria prima società di intermediazione, la Intermezzo. Intanto diventa direttore sportivo dell’Haarlem. Grazie a un accordo con il sindacato dei calciatori diventa poi rappresentante all’estero dei giocatori olandesi. Nel 1992 porta Bryan Roy al Foggia, mentre nel 1993 intercorre come mediatore nella trattativa che porta Dennis Bergkamp e Wim Jonk dall’Ajax all’Inter. Diviene poi agente FIFA e abbandona le altre attività. Fonda la società Sportman con sede a Montecarlo, ma con uffici di rappresentanza anche in Brasile, Paesi Bassi e Repubblica Ceca. Negli anni successivi tratta alcuni giocatori per il mercato italiano, come Michel Kreek, Marciano Vink e Pavel Nedvěd. Acquisisce notorietà grazie ai calciatori molto famosi da lui seguiti e alle trattative milionarie in cui è coinvolto curando gli interessi dei giocatori stessi: molto dibattuto mediaticamente è, nel 2009, il passaggio di Zlatan Ibrahimović dall’Inter al Barcellona, circostanza nella quale Raiola firma una clausola in virtù della quale avrebbe guadagnato 1,2 milioni di euro annui, pagati dal Barcellona fino al 2014. Nell’estate del 2010 e nel corso del calciomercato invernale del 2011 agisce da mediatore nelle trattative che conducono Ibrahimović, Robinho, Mark van Bommel, Urby Emanuelson e Dídac Vilà al Milan e Mario Balotelli al Manchester City. Nell’estate del 2012 è protagonista del passaggio di Ibrahimović dal Milan al Paris Saint-Germain e di Paul Pogba dal Manchester Utd alla Juventus. 

Tutto il resto è storia recente. Tuttavia, anche i grandi self made man perdono il contatto con la terra e si dimenticano che il proprio talento senza circostanze favorevoli alla fine non varrebbe proprio nulla. Tali circostanze non sono misurabili e/o giudicabili: semplicemente avvengono. È pleonastico pensare di giudicare o addirittura controllare, in un rigurgito di arroganza, i fenomeni esterni alla base di un successo. Se poi risultano a noi pure favorevoli è persino stupidamente autolesionista giudicarli. «Superlega? Non ho capito le proteste dei tifosi. Se non ti interessa, non la compri» così ha sentenziato il super procuratore del calcio in un’intervista al prestigioso giornale sportivo spagnolo As. Forse ai suoi esordi non l’avrebbe pensata così. Mi pongo questa domanda e mi permetto di rispondermi da solo: perché Raiola, insieme ai suoi colleghi procuratori, ai presidenti delle società calcistiche, ai dirigenti e giocatori di queste ultime, ai giornalisti e alle reti televisive vivono una vita qualitativamente molto al di sopra di ogni altra vita “normale”, grazie alla semplice rappresentazione di uno sport? Perché esiste un mercato! Quest’ultimo, riprendendo le parole del grande economista Ludwig von Mises, “è sempre innocente”, non essendo dotato di moralità. Si limita solo a produrre tutti quei beni e servizi che sono richiesti dai singoli, indipendentemente dalle opinioni su quegli stessi beni e servizi. Che la Superlega sia giusta, sbagliata, o né uno, né l’altra, al mercato non gliene frega nulla. Se ai consumatori, per qualsiasi motivo, la Superlega non piace, al mercato interessa solo seguire la domanda. Per cui è del tutto inutile giudicare chi non approva la Superlega se poi sono proprio quelli che non la vogliono coloro che sostengono il mercato e di conseguenza il portafoglio del signor Raiola.

Non sputà n’ciel ca n’facc te torna… caro Carmine Raiola detto Mino e cari creativi del mercato calcistico…

 

Il mito greco di Dedalo e Icaro è l’esempio di chi sperimenta i suoi limiti, di chi volontariamente li supera infrangendo un ordine universale fatto di regole non necessariamente funzione e a garanzia dell’uomo e per questo viene punito. Le mura del labirinto sono la metafora della regola vuota imposta e della costrizione fine a sé stessa o superata dalle circostanze; il volo rappresenta l’espressione del pensiero critico che si manifesta in Icaro come desiderio di conoscenza  e come tentativo di superare l’imposizione autoritaria e ottusa della norma che non va in direzione degli interessi dell’uomo.

La norma assume in alcuni un valore assoluto, universale e, nonostante il tempo cambi le cose e le circostanze, queste ultime sono per costoro solo orpelli piagnucolosi di fronte alla Regola, con la “R” maiuscola. Essa, invece di rendere migliore la vita di una collettività e di essere al suo servizio, sarebbe per alcuni un’emanazione divina e immutabile di chi l’ha scritta, alle cui dipendenze dovrebbero sottostare tutti, mai autorizzati a ridiscuterla pur se inutile o addirittura dannosa.

Noi stiamo alle regole!” ha tuonato in TV il Presidente della Juventus, nella vicenda della partita non giocata contro il Napoli, a mia opinione sottintendendo che altri non amino starci per niente a quelle regole. Non so se gli altri non gradiscano le regole come invece le gradisce la Juventus, ma i principali mass media calcistici del Paese non fanno altro che sostenere, come fossero i dodici comandamenti, semplici accordi scritti tra mondo del calcio e Stato, diventati d’un tratto fonte suprema del diritto. Certo, se si disquisisse di altezza regolamentare dei fili d’erba nei campi di calcio, sarebbe difficile contestare la cogenza di un protocollo d’intesa tra un’associazione di club calcistici di serie A e un paio di ministeri. Ma le fonti normative sovrastanti su materie più serie sono tutt’altra faccenda, anche perché Leggi, Decreti ministeriali, Disposizioni delle Giunte Regionali e ogni altro provvedimento sovraordinato, difficilmente legifererebbero su temi come il numero di sostituzioni in un match di serie A. Invece la stampa calcistica, super titolata, (e non solo quella) si ostina ottusamente a mettere sullo stesso piano la misura regolamentare del prato con normative, circolari e competenze che attengono alla gestione della salute e della sanità in questo Paese. Certo, a Calciolandia tutto è relativo e, con il pretesto che il football italiano sarebbe la terza o quarta azienda del Paese, ogni cosa sembrerebbe concessa, ma il virus, come già detto da qualcuno, ahimè è democratico e la lotta contro di esso non può certo essere gestita con un protocollo ad hoc, considerato inamovibile e costruito da qualche funzionario della Lega calcio, in accordo con un Ministero della Salute/CTS, che, per motivi costituzionali, non gestiscono direttamente le ASL regionali, preposte alla sanità reale del paese. Tutto questo però al meraviglioso mondo del calcio interessa poco. Un mondo che, nonostante si gonfi il petto per la propria centralità finanziaria, ci ha messo quarant’anni per attuare il Var e non è neanche in grado di far accettare le proprie regole interne in tema di fallo di mano e fuorigioco. Un mondo da sempre lacerato da guerre intestine che stenta anche a nominare i propri rappresentanti nazionali. E noi dovremmo pensare che i calciatori siano comunità diverse e separate da altre a rischio contagio e che quel pianeta a parte possa o debba tutelare la salute dei suoi abitanti e di conseguenza quella del resto dell’universo? Qualcuno di molto sagace oggi (…e per l’ennesima volta direbbe): “Ma mi faccia il piacere…

Lettera a Vittorio Feltri

Caro Feltri, la Sua lettera/articolo sul quotidiano da Lei diretto, indirizzata/o a Carlo Ancelotti mi ha sorpreso! Non si faccia ingannare dai suoi numerosi non simpatizzanti; la mia sorpresa non è legata a questioni di antipatia nei suoi confronti. Non di rado mi sono trovato d’accordo con Lei, e talvolta anche con i Suoi toni, di certo necessari alla tenuta della Sua immagine mediatica. Mi ha tuttavia sorpreso l’abbandono della coerenza con la quale, insieme alla Sua immagine di giornalista politicamente scorretto, ha mantenuto alto il Suo successo. Lei ha utilizzato un terreno scivolosissimo per appioppare ai napoletani e a Carlo Ancelotti l’aggettivo di “piagnucolosi”, nella circostanza di un rigore non concesso durante una partita. Terreno reso ancor più viscido dalla sua dichiarata incompetenza calcistica.

https://www.liberoquotidiano.it/news/sport/13526824/vittorio-feltri-carlo-ancelotti-basta-piagnucolare.html

Il calcio, caro Feltri, come la Sua lunghissima esperienza giornalistica dovrebbe insegnare, è un grande teatro, è esasperazione del reale e, talvolta, finzione utilizzata per modificare la realtà. Cercare di connotare il vero con etichette definitive, quali “I napoletani piagnucolano” i “Bergamaschi non si lamentano mai” o altri stereotipi, attraverso l’argomento calcio è pericoloso perché si rischia di essere smentiti puerilmente. Lei stesso, solo pochi giorni fa, si è lamentato, non saprei dire se piagnucolando o meno, di torti arbitrali subiti dall’Atalanta a Roma in un intervista.

Non mi nascondo, sono di Bergamo e simpatizzo per l’Atalanta che sabato ha pareggiato a Roma. Un pareggio nella capitale non è da buttare via – scrive il direttore di Libero -, però non è bello assistere a certi episodi penalizzanti per una squadra di provincia molto meno tutelata dagli arbitri, che fatalmente hanno un occhio di riguardo per le big del campionato. Si parla spesso di sudditanza psicologica che i direttori di gara negano esistere, invece c’è e produce effetti devastanti”.

Ma a chi vanno le maggiori colpe di questa situazione? “La colpa di tali guasti comunque non credo sia dei signori del fischietto facile, bensì dei soloni che scrivono e riscrivono nuove norme sempre più cretine rispetto a quelle vecchie. I padroni del calcio farebbero meglio a essere più conservatori evitando di danneggiare sistematicamente i club più poveri, senza i quali il massimo torneo italiano sarebbe una ben minima cosa”.

https://www.calcioatalanta.it/2019/10/22/feltri-duro-non-e-bello-vedere-penalizzate-le-squadre-di-provincia/

Peccato che, a quanto pare, il patron dell’Atalanta Percassi, Presidente di un club considerato da Lei tra i più “poveri” (…forse per fatturato) non si distanzi un granché, in tema di  patrimonio personale, dallo sceicco di Abu Dabi .

https://www.ilsole24ore.com/art/dal-modello-atalanta-westfield-ora-focus-milano-olimpica-ACivDev?refresh_ce=1. 

Inoltre, pare che anche quest’ultimo non disdegni il vizietto tutto napoletano di “piagnucolare”, senza per questo stimolare alcuna Sua censura giornalistica.

https://www.tuttomercatoweb.com/altre-notizie/percassi-arbitri-atalanta-penalizzata-piena-fiducia-a-colantuono-230873

Mi ascolti, caro Feltri, pur essendo il sottoscritto anagraficamente più giovane di Lei, lasci perdere le polemiche calcistiche o se proprio non ne può fare a meno, si vada a rivedere meglio l’azione incriminata di Napoli Atalanta e scoprirà, magari con l’aiuto di qualcuno più esperto, tipo Carlo Ancelotti, che diversi istanti prima della sbracciata di LLorente su Kjaer, quest’ultimo disinteressandosi del pallone si era già abbattuto sull’avversario sbilanciandolo.

Un anonimo, caro Feltri, ha dichiarato, a proposito della coerenza: E’ inutile che le chiamiate mutande se poi non ve le cambiate mai…

L’insindacabile giudizio di chi si sente vittima

Grazie a Beppe Severgnini oggi sappiamo che se un epiteto è da considerarsi razzista, oppure no, lo decide il destinatario del presunto epiteto.

http://italians.corriere.it/2019/09/09/cose-razzismo-da-stadio-decidono-i-giocatori-2/?refresh_ce-cp

Se una violenza sessuale è tale lo stabilirebbe, secondo Severgnini, la vittima anche con una carezza non gradita, “Discorso chiuso.” così come scrive testualmente il famoso giornalista sul Corrierone. L’oggetto del contendere è la lettera (…ammesso che tale possa chiamarsi una simile accozzaglia di stupidaggini) diffusa dalla curva ultras interista dove menti contorte spiegano che i buuu diretti contro Lukaku da parte dei loro degni colleghi cagliaritani in realtà non sarebbero cori razzisti, ma incitamenti sportivamente intimidatori verso l’avversario. In tal senso è inutile commentare tale idiozia, ma mi incuriosiscono le conseguenze del modo di pensare di Severgnini. Lascerei da parte (…e a qualche bravo psicanalista) chi è veramente ossessionato da razze, etnie, provenienze geografiche e appartenenze varie e cercherei di capire dove potrebbe portare il ragionamento dell’enfant prodige del Corriere della sera. Se ogni destinatario di ciò che considera personalmente un epiteto razzista o una violenza di genere potesse soggettivamente agire di conseguenza, stabilendo cos’è razzismo o violenza sessuale, ognuno sarebbe arbitro inoppugnabile della sorte morale e finanche giuridica di chiunque altro, indipendentemente dalle sue responsabilità reali e senza alcun contraddittorio. È ovvio che una vittima ha tutto il diritto personale di considerare tale il suo presunto carnefice, ma se tale valutazione debba poi diventare automaticamente e in modo acritico quella etica di tutto l’universo mondo o addirittura quella reale di un codice penale, mediante il “giudizio universale abbreviato” proposto da Severgnini, non potrei mai essere d’accordo. Sono un nigeriano di etnia Igbo e un mio connazionale, Igbo come me, per strada mi chiama: “Yoruba!” (etnia contrapposta). Mi offendo mortalmente sentendomi discriminato. In base al mio disappunto e al potere che mi viene concesso da Severgnini lo denuncio per le offese a sfondo etnico nei miei confronti. È la mia sola sensibilità che decide cosa è molesto e cosa no? Se mando un bacio da lontano o accarezzo la mia fidanzata e lei ritiene quel gesto, fatto mille altre volte, in quel preciso istante una coercizione, può quest’ultima comodamente accusarmi di violenza sessuale, moralmente e anche fattivamente? In sostanza a chiunque verrebbe fornita una comoda legge del taglione secondo la quale si potrebbe, all’estremo, decidere, secondo il proprio intangibile umore, di accusare di razzismo o di violenza di genere chiunque altro. Mi sembra superfluo non includere in questo mio ragionamento chi imita scimmie sugli spalti in direzione di calciatori africani o aggredisce donne in giro o nelle mura di casa, ma questi modi moralmente retorici e falsamente progressisti di affrontare temi complessi sono avvilenti.

Chi decide cosa è razzista?

Nessuno può decidere per editto di stampa chi possa giudicare cosa sia razzista e cosa non lo sia, semplicemente perché è impossibile stabilirlo decidendo chi lo debba stabilire. La discriminazione, che sia razziale o di qualunque altra natura, può annidarsi ovunque. Tutti possiamo esserne vittime o carnefici consapevoli o, sempre più spesso, incoscienti, ma il tema vero non è chi decide cosa è razzista, ma l’esclusione o la discriminazione reale di alcuni da parte di altri, laddove questo non dovrebbe avvenire. Di uomini e donne discriminati ce ne sono miliardi ovunque, ma qualcuno continua a riferirsi sempre e solo ad alcuni di essi. Forse fa universalmente più chic…

Apprendo con grande disappunto che i significati di ironia, sarcasmo, comicità con i relativi sinonimi sono cambiati a mia insaputa! A informare me e tutto il resto dei lettori sprovveduti non è l’Accademia della crusca, ma una nota associazione filantropica che promuove la cultura e la lingua italiana nel mondo: gli ultras de “La Curva Nord di Bergamo”

http://www.corrieredellosport.it/news/calcio/serie-a/atalanta/2018/11/30-50543965/ultras_atalanta_cori_contro_napoli_solo_campanilismo/

In un comunicato stampa, che sbaraglia ogni ricerca filologica sul linguaggio, gli ultrà atalantini chiariscono in modo definitivo il concetto di campanilismo: “A Bergamo è sempre stata una questione di campanilismo e non di razzismo: ben venga quando sentiamo Bergamasco contadino cantato a gran voce nella maggior parte degli stadi italiani! Ben vengano gli ‘odio Bergamo’. Tutto questo vissuto sulla nostra pelle non ci ferisce, tutto questo non lo reputiamo razzismo ma anzi ci lega semplicemente di più alla nostra terra, ci rende ancor più fieri delle nostre origini. Noi non siamo Napoletani… la cosa è abbastanza evidente per tutti ma non per qualcuno!”.

In effetti questi signori non hanno torto quando urlano “Noi non siamo napoletani!” È una fortuna che loro non lo siano, (…più che altro per noi che lo siamo), ma essi nell’insegnarci il nuovo concetto di ironia vogliono convincerci che un campione abbastanza significativo dei cori ascoltati negli stadi italiani siano da definire “campanilistici”, così come lo è il festival del marrone di Cuneo Vs la Sagra della pasta con le sarde (ho effettuato un taglia e incolla brutale per far notare l’ultimo stile grammaticale che i vari letterati dei gruppi ultras italiani stanno diffondendo):

UN GIORNO ALL IMPROVVISO IL VESUVIO ERUTERA, E STA CITTA DE me**a SUL FUOCO

LAVERA… COLERA A SALMONELLA MA SIETE ANCORA QUA… qualè l epidemia che vi STERMINERAAAAAAAAA!!!!! OOOOOOOH OOOOOOOH OOOOOOOOH OOOOOOOOH!!!!!!!

Senti che puzza scappano li cani stanno arrivando i napoletani o colerosi, terremotati, con il sapone non vi siete mai lavati….. Napoli me**a, Napoli colera sei la vergogna dell’Italia intera

Che Bello é quando erutta il Vesuvio, Scende tutta la lava. Scompare la Campania

Napoletano brucia nell’immondizia

Senti come puzza Senti come puzza Naaaapooli sarà perchè so’ zingari sarà perchè so colerosi

sarà perchè n’se lavano oh Vesuvio pensaci tu!

E sembra che lui dorma come Etna e Stromboli(x4) ….e invece no il mio sogno esaudirò(x4)…… Vesuvio erutta tutta Napoli distrutta(x4)

VESUVIO Bruciali TUTTI BRUCIALI TUTTI ALE ALE ALE VESUVIO PENSACI TE VESUVIO BRUCIALI OLE OLE OLE

Queste litanie, insieme a un elenco di circa 34 pagine, sono custodite in un “prestigioso” sito web http://www.coridastadio.com/migliori/contro/napoli che fornisce punteggi al “coro migliore” contro i napoletani e contro altrettante squadre di calcio o città o cittadini.

La stampa sportiva, fino a oggi ha elegantemente glissato su tutto questo, salvo indignarsi per tre o quattro minuti quando si arriva a usare gli “sfottò campanilistici” contro i vivi, prendendosela con i morti, che siano dell’Heysel, di Superga o di quelli probabili dopo un’eruzione del Vesuvio; meglio tenere il calcio, alias la gallina dalle uova d’oro, al riparo da pericolose turbolenze…

Comunque, dopo questa lezione della prestigiosa Accademia linguistica nerazzurra di Bèrghem de hura vado a riguardarmi sul web tre persone che di comicità e ironia se ne intendevano sul serio, allora come oggi. I seguaci della nuova tendenza linguistica dovrebbero piazzarsi davanti al video e apprendere ciò che Sarcinelli, Giobbe e Paolantoni spiegavano nel 1990, per capire meglio in cosa consista l’ironia.

Sono un tifoso! Lo ero anche prima di aver visto la trasmissione Report sui rapporti tra ultras, criminalità organizzata e FC Juventus. Sono riuscito, a rimanere tifoso (…ovviamente non della Juve) durante la trasmissione e a tutt’oggi lo sono ancora. A tal proposito visti i contenuti dell’inchiesta non mi interessa il cliché di mercato tipo The show must go on, non minimizzo, né ne faccio una questione di fazione (…la Juve disonesta e le altre no), non mi scandalizzo, né rimango impassibile. Più che altro non riesco a stupirmi. Ieri, in una patinata trasmissione pre-Champions su “mamma Sky”, Fabio Capello ha dichiarato che anni fa lui è stato l’unico allenatore a denunciare i “business” gestiti dagli ultras delle curve. L’importante e autorevole (…) giornalista Ilaria D’Amico, dopo aver fatto melina fino a due, tre minuti dall’inizio delle partite, tra paillettes e sguardi accattivanti, ha fatto un breve accenno sull’argomento trattato da Report, giurando e spergiurando di tornarvi su “in altra sede”. Non è chiaro quale altra sede sia più appropriata di una trasmissione che parla di calcio, comunque la domandina di rito, che appare sempre (o quasi) in tutti i miei post (…ricordo a chi non mi ha mai seguito che sono affetto da una fastidiosa sindrome che mi obbliga a pormi spesso dei perché) è: ci voleva una trasmissione come Report per scoprire ciò che non era necessario scoprire perché era sotto gli occhi di tutti? Mi torna in mente il bestseller Gomorra. Quando è esploso il successo del volume di Saviano, sembrava che prima della pubblicazione del libro la criminalità organizzata in Campania non fosse mai esistita. Quelle pagine spiegavano con dovizia di particolari accattivanti ciò che noi napoletani avevamo sotto gli occhi da quando siamo nati. Personalmente quel punto di vista l’ho ormai perso non vivendo a Napoli da tempo, ma la mia gente che vive ancora lì no, e per questo motivo è rimasta abbastanza agnostica di fronte al libro di Saviano. Tutto il resto del Paese invece ha inaspettatamente appreso da Saviano che l’acqua bolle a cento gradi e aumenta la sua densità intorno ai quattro. I contenuti di Report non hanno evidenziato sorprese. Di sorprendente c’è solo ciò che è accaduto dopo la trasmissione. Quotidiani, telegiornali, notiziari e quasi tutti i media hanno usato la sordina, per non dire il totale silenzio stampa, sulla cosa. È come se il sistema si volesse difendere in qualche modo dalla minaccia di una messa in piazza della triste realtà. Qualcuno di molto autorevole come il Presidente neoeletto della FIGC Gravina ha detto a proposito delle infiltrazioni della criminalità organizzata nelle curve “E’ un tema che lascio alla magistratura ordinaria. È il rapporto tra società e curve che dovrebbe essere ordinato. Poi la malavita è malavita e se ne deve occupare la giustizia ordinaria” come riporta l’Ansa. Che il potere giudiziario sia tenuto a intervenire è pacifico, ma cosa avrà inteso Gravina con “È il rapporto tra società e curve che dovrebbe essere ordinato.” Come si può pensare di mettere ordine tra due elementi incompatibili in un business miliardario come quello del calcio? È possibile convincere le formiche a smettere di dirigersi in fila indiana verso il barattolo aperto della marmellata? O si chiude il barattolo (…e questo nel calcio significherebbe chiudere i battenti) o si eliminano le formiche. In Inghilterra l’hanno già capito da tempo: non può essere messo in ordine alcun rapporto tra tifoserie e società! E allora, per non eliminare il business, gli inglesi hanno fatto l’unica cosa possibile, eliminando il problema alla radice, cioè le curve. Là negli stadi di proprietà delle società, essendo le stesse società a rispondere di tutto ciò che accade dentro e fuori lo stadio, purché inerente al rapporto tra un match e i tifosi, gli ultras non esistono più! Schiacciando le formiche hanno salvaguardato affari, spettacolo e mercato.

E allora, dopo aver visto Report, pensiamo ancora di indignarci o si decide una buona volta di utilizzare il DDT?

M.K., che non sta per Michael Kors lo stilista, ma per Marx Karl, scrisse una lettera a un certo Weydemeyer, ex colonnello prussiano, nella quale si affermava per la prima volta nella storia che “la lotta delle classi necessariamente conduce alla dittatura del proletariato“. Questa visione la si ritrovò poi nella “Critica del Programma di Gotha” (1875) in cui Marx scrisse che: “tra la società capitalistica e la società comunista vi è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell’una nell’altra. Ad esso corrisponde anche un periodo di transizione, il cui Stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato“.

Se non vi siete ancora assopiti o meglio, non avete ancora cliccato su qualcosa di più interessante (io l’avrei fatto…) vi propongo questo articolo tratto dall’edizione locale di Torino del Corriere della sera.

https://torino.corriere.it/cronaca/18_ottobre_07/no-olimpiadi-festa-pochi-senza-consiglieri-m5s-dissidenti-cd1a14d4-ca1b-11e8-8417-701d201b7018.shtml

In breve, uno sparuto drappello di festanti cittadini pentastellati, circa una ventina, ieri celebrava giuliva la mancata partecipazione di Torino alla candidatura per le Olimpiadi del 2026. In sostanza venti persone sancivano a grande minoranza che un evento di massa come i Giochi Olimpici, con un indotto di qualche miliardo di euro e visibilità mondiale con relativo maquillage cittadino, non dovesse aver luogo perché: «Prima i poveri migranti! No alle Olimpiadi che arricchiscono i soliti noti. Cancelliamo il debito illegittimo del Comune di Torino» così come recitavano alcuni cartelli esposti in piazza.

Non desidero entrare nel merito della querelle su “Olimpiadi sì o Olimpiadi no”, perché basta ricordare com’era Torino prima e dopo Olimpiadi del 2006 per capire avrebbe un senso o no aderire a un evento simile. Ma ciò che mi colpisce è la distanza tra il dato elettorale e le posizioni di nicchia sui grandi temi. Undici milioni di persone votano per una forza politica, dando poi lo strumento di governo a microscopiche fazioni per decidere sugli argomenti di cui sopra, in barba a ciò che la moltitudine pensa e si aspetta. Una sorta di “dittatura della minoranza” in nome di una maggioranza attonita, “cornuta e mazziata”. Inutile rammentare le posizioni settarie dei NO VAX contro qualcosa che nulla ha che fare con il confronto politico in contrapposizione al pensiero della gran parte delle persone ragionevolmente a favore dei vaccini e delle misure di prevenzione delle malattie infettive.

Almeno negli anni di M.K. il proletariato dominava demograficamente e la dittatura, ipotizzata da quest’ultimo, fino all’abbattimento delle classi sociali e dello Stato, sarebbe almeno stata di una maggioranza di cittadini. Fortunatamente oggi la democrazia ha risolto il dilemma! Intere masse di elettori festeggiano giocondi l’avvento dell’”onestà ta, ta, ta”, dell’”abolizione della povertà” e di altri rivoluzionari e realistici cambiamenti, solo che sono assoggettati a circa venti cittadini che tifano per la decrescita economica, sociale e immunitaria e olimpica.

Quando, alle prossime elezioni, un incaricato di qualche agenzia di sondaggi domanderà all’ingresso dei seggi elettorali a un campione rappresentativo di quegli undici milioni di elettori se voterà ancora per il M5S e perché, nonostante i vaccini e le mancate Olimpiadi a Torino, quest’ultimo si sentirà rispondere da una folta maggioranza: “Lo vada a domandare al PD a Forza Italia e a tutti quelli che ci hanno già governato perché preferisco farmi castrare per fare un dispetto a mia moglie…