Un ragazzo del Politecnico di Torino presenta una tesi di laurea interessantissima.

https://webthesis.biblio.polito.it/17864/1/tesi.pdf

Sintetizzo i passi più interessanti.

Il primo esempio di disinformazione risalirebbe al IV secolo a.C. ed è la lettera mai scritta dallo spartano Pausania, in cui affermava di voler tradire i greci per passare dalla parte del popolo persiano di Serse e per la quale venne accusato di alto tradimento, quindi murato vivo.

Più di recente, sul piano storico, è la manipolazione fatta da Stalin al testamento di Lenin per nascondere la sua avversione a pensarlo come successore. D’altronde l’Unione Sovietica, sin dalla nascita del KGB, ha sempre avuto un dipartimento che si occupava di disinformazione: il Dipartimento “D”, dove D sta per dezinformacija, nel quali si conducevano esperimenti per testare i potenziali effetti della disinformazione sulle dinamiche sociali, per creare una nuova forma di guerra non convenzionale. 

Le notizie false o falsate, secondo il sito di debunking BUTAC (bunk nel linguaggio informale sta per “fesseria” o “fandonia”, con l’aggiunta del prefisso de- indica l’azione di rimozione, per cui la parola debunking significa smentire, sbugiardare le notizie false.) è possibile classificarle in diversi modi, tra cui le cosiddette notizie con dati e fatti parziali. Si tratta di notizie che forniscono una visione incompleta dei fatti, sottolineando solo alcune informazioni e tralasciandone altre che potrebbero sminuire la visione proposta. Un esempio è quando si afferma che nei vaccini ci sono nanoparticelle meccaniche (vero), senza però dire che i quantitativi sono inferiori a quelli che normalmente ci sono in un bicchiere d’acqua. Omettere il termine di paragone, scomponendo le informazioni può distorcere completamente il significato della notizia.

Oggi il “giornalismo a tesi” e cioè la trattazione di un argomento caro a una fetta di pubblico, che però analizza solo le cose che confermano una determinata tesi sostenuta dal giornalista o dall’intera redazione, è diffusissimo. Difficile trovare un talk show o un programma di approfondimento che non usi quel metodo. Lo scopo è svalutare, non approfondire, ciò che invece confuta quella tesi. Si potrebbe dire che per i giornalisti l’obiettivo sia cambiato: non più raccontare la verità oggettiva dei fatti, ma catturare un determinato pubblico. Alcuni come Report affrontano temi tosti, che pochi altri hanno il coraggio di toccare, fa vedere numeri, documenti, intervista esperti e i telespettatori si fidano. Quanto più il tema è accessibile e vicino alle persone, tanto più queste cominciano a porsi domande e la fiducia aumenta. Report è un programma di montaggio, non ha la diretta, dunque la narrazione dipende tutta dal montaggio. Questo modello funziona finché non c’è un botta e risposta, fino a quando qualcuno non si mette a controbattere e a fare fact checking in tempo reale. In quel caso, l’appeal giornalistico però crolla. 

Se avete voglia leggete cosa scrive una studiosa https://www.mountsinai.org/profiles/ilaria-mogno sull’ultima puntata di Report sui vaccini e forse riabilitiamo il povero Pausania murato vivo a Sparta…

https://www.ilriformista.it/chi-e-ilaria-mogno-la-scienziata-che-ha-fatto-a-pezzi-linchiesta-di-report-sui-vaccini-solo-sensazionalismo-259034/

Usare due pesi un tempo significava utilizzare un campione metallico per vendere, in realtà più leggero, e un altro più pesante per comprare. La frode consisteva nell’indicare, ad esempio con 1 kg, un peso metallico in realtà di 700 grammi: così la merce in vendita risultava più pesante e il compratore pagava di più senza saperlo. D’altra parte se il mercante disonesto i prodotti li acquistava usava un campione che pur indicando 1 kg ne pesava 1,2 così da acquistare più merce a minor prezzo. Il mercante possedeva quindi due campioni che, sebbene indicassero 1 kg, avevano due pesi reali differenti. L’Accademia della crusca chiarisce le origini di “due pesi e due misure”. Tale concetto è addirittura biblico e si trova nel libro sapienziale dei Proverbi di Salomone dove c’è il seguente versetto:

Pv. 20, 10: pondus et pondus, mensura et mensura, utrumque abominabile apud Deum.

“Doppio peso e doppia misura,/ sono due cose che il Signore aborrisce”

Il moderno doppiopesismo è una perfetta applicazione del concetto di frode perpetuato da qualche migliaio di anni. In un programma TV su La7, Atlantide, Andrea Purgatori ha intervistato Paolo Mieli che, mentre sponsorizzava il suo ultimo volume, ha dichiarato che tra i morti fatti da Hitler e quelli causati da Stalin ci fu un sostanziale discrimine. In breve, Mieli ha sostenuto che ci fu una bella differenza essendo stati i primi vittime di un genocidio e i secondi ammazzati  per meri motivi politici. Non conosceremo mai la vera proporzione di quella “semplice” eliminazione in massa di dissidenti cominciata molto prima dell’avvento dei nazisti in Germania e proseguita decenni dopo la seconda guerra mondiale; nessuno si è mai preoccupato di calcolarlo veramente come giustamente fatto nei confronti dei criminali nazisti e dei loro complici, ma il distinguo espresso da Mieli tra i due stermini, proposto a La7, ha reso quello dei gulag storicamente più accettabile.

Per motivi decisamente più banali Saviano viene rinviato a giudizio a causa di una presunta diffamazione ai danni della Meloni, per aver apostrofato lei e Salvini come “bastardi”.  “Oggi sono stato rinviato a giudizio – querelato da Giorgia Meloni – per aver esercitato il diritto di critica, il dovere di chi liberamente pensa. #Meloni querela per intimidire, per ridurre al silenzio, ma io non mollo!” ha tuonato su Twitter. Nulla di strano se non il fatto che, chi si è caratterizzato come paladino della legalità a tutti i livelli, non accetti pacificamente la semplice applicazione della legge che prevede per un insulto in pubblico una querela da parte dell’insultato per il reato di diffamazione, con un potenziale rinvio a giudizio. Non credo e probabilmente non lo crede neanche Saviano che la Meloni con quell’azione legale abbia tentato di zittirlo. Semplicemente c’è una parte offesa contro una parte, potenziale autrice di un reato, che però ritiene l’applicazione dalla legge nel suo caso personale un affronto alla libertà di espressione. Questa è la legge, anche se a volte per taluni ha un peso e per altri un peso diverso. Così come per altri ancora, umanità sterminate da dittatori ugualmente criminali, pesano diversamente, anche nel gelo dei giudizi storici.

È inutile, i Mangiafuoco di turno continuano e continueranno ad amministrare l’indignazione di tutti, oggi come ieri,  usando l’antifascismo non come un’idea, ma come una prescrizione collettiva. Come tutte le prescrizioni anch’essa è una norma fissata da un’autorità. L’antifascismo in Italia è elevato a religione civile, obbligo di leva e perno costituzionale, tra tonnellate di condanne, paginate infinite, manifestazioni antifasciste, divieti, lavaggi del cervello a scuola e in tv, quello delle bandiere rosse, dei cortei militanti col pugno chiuso e più recentemente dei movimenti antifà e dei nuovi partigiani a scoppio ritardato così come definito da Marcello Veneziani ed è di fatto, una prescrizione. I Mangiafuoco/media di turno riducono tutto a questo, ma oggi è diventato un gioco pericoloso perché così si sottovalutano le cause e i pericoli reali di quelle proteste. Come di consueto faccio il “benaltrista”. Se continuiamo a guardare il dito (fascista) tramite l’informazione, il problema più grande, racchiuso in una luna ben chiara e luminosa, non lo vedrà nessuno. Le origini di una protesta risiedono spesso ben lontane da un’ideologia. Si è partiti dai no vax, a cui si sono aggiunti i no pass. Due anime diverse anche se talvolta coincidenti in modo irrazionale. Sui primi è inutile discutere perché ogni tentativo di persuasione non li ha convinti sulla necessità privata e sociale di vaccinarsi e, vista l’assenza di scelte, chi pensa a terapie alternative al vaccino non vuol proprio capire che un conto è ridurre o evitare un’infezione seria, tutt’altro è curarla. Dei no pass, tolto quelli che ne fanno una questione ideologica, una parte chiede, talvolta anche legittimamente, come superare le complessità applicative esistenti. Infine, tolti i gruppi anarco insurrezionalisti, presenti in piazza insieme agli altri, ma quasi mai pervenuti, ci sono i neofascisti. Questi, pur se ampia minoranza, si infiltrano come la storia recente ci insegna (vedi la rivolta dei “forconi”) e approfittano della visibilità di una manifestazione per atti dimostrativi, violenti ed eclatanti. Nessuno, dotato di buon senso o di onestà di pensiero, interpreterebbe la devastazione della sede CGIL a Roma come un atto pensato dalla stragrande maggioranza dei dimostranti. Chi lo ha commesso ha solo approfittato della visibilità mediatica per accreditarsi come mente pensante di tutti quelli che manifestavano (…tra i quali era già complicato individuarne di pensanti). Questa rappresentazione di un neofascismo redivivo, ormai consueta nel nostro paese, riduce oggi le responsabilità reali di tutti quelli che, maggioranza di quei diecimila, indipendenti dall’ideologia fascista da stadio, comunque se ne fottono con violenza della libertà altrui in luogo della propria, di una pandemia che ha cambiato il mondo, di chi si sforza, magari sbagliando, di trovare soluzioni per evitare di ricascarci. Chi si infiltra in questa galassia disomogenea, pur se sono solo poche decine di persone, gode come un riccio in calore quando su giornali, tg e talk show si parla di pericolo fascista redivivo. È il modo migliore per far riemergere dal nulla e assegnare d’ufficio i “meriti” di una rivolta che si dovrebbero distribuire sull’intera galassia di sigle, pseudo movimenti, privati cittadini, visionari, complottisti paranoici, insomma tutti quelli che fanno davvero numero. Ma non importa. Hanno arrestato due tizi, leader di Forza Nuova, con alcuni loro scagnozzi e per giorni si parlerà di marcia su Roma e di squadrismo nero, dimenticandosi che in quella manifestazione c’era un enorme numero di persone pericolose tra cui gli stessi che durante la strage di ammalati di Covid inseguivano le ambulanze filmandole con il cellulare per dimostrare che i malati non esistevano. Solo che allora erano pochi e sparuti, oggi sono migliaia e tutti, o quasi, con lo stesso delirio non certo derivante da un revival del ventennio fascista. Quando le violenze scaturite per una richiesta di effettuazione del tampone per entrare nel Pronto soccorso dell’Umberto I a Roma inizieranno a replicarsi altrove cosa faremo, una bella ed efficace manifestazione antifascista? Quando no pass fanatici verranno allontanati dai luoghi di lavoro e ciò comporterà proteste, se non addirittura violenze, affronteremo il problema sciogliendo le organizzazioni neofasciste? Quando qualche medico, oggi minacciato e scortato, sarà fatto oggetto di violenze da parte di qualche no vax risolveremo tutto sfilando per strada con il pugno chiuso?

La mia cena stasera è decisamente poco eccitante. Cerco disperatamente di consumare i chili post lockdown che gravano su di me e non riesco a bruciare con la stessa velocità di un tempo. Il Napoli ha appena vinto e il solito disagio della domenica sera si è risolto felicemente. Mentre me ne sto seduto a tavola un rumore mi accompagna come un sibilo fastidioso. Riconosco nel brusio di fondo la frase: “La democrazia non si esporta con le armi!” Alzo lo sguardo e compare il faccione di Fabio Fazio con in suo solito sorrisino ormai tatuato sulla faccia come un simbolo egizio. Sta intervistando Lilli Gruber e il tema sono le donne in Afghanistan. L’estasi stuporosa dei presenti in studio è come quella di chi ha appena scoperto il Sacro Graal giornalistico. Una serie di luogocomuni(smi) a ripetizione tipo la domanda di Fazio a una corrispondente di guerra appena arrivata dall’Afghanistan: “Ma secondo te le notizie che vengono da laggiù sono attendibili?” Il quesito è così arguto e penetrante che è inutile riportare la risposta, ma d’un tratto riecheggia di nuovo la frase che mi aveva smosso dal letargo domenicale: “La democrazia non si esporta con le armi!”. È lo stesso Fazio che in un duello individuale a suon di considerazioni poste a sé medesimo si interroga per poi rispondersi da solo. Eh già, non si può… Rimango in attesa di una auto contro deduzione, sperando in una sua ipotesi di soluzione o almeno in una speranza utopica, alternativa, ma tutto si risolve con un “D’altronde è un tema enorme…”. Mi ha ricordato Nanni Moretti che chiede alla ragazza in Ecce BomboChe lavoro fai? – Be’, mi interesso di molte cose, cinema , teatro, fotografia, musica, leggo. – Concretamente? – Non so, che cosa vuoi dire. – Che lavoro fai? – Nulla di preciso. – Be’, come campi? – Te l’ho detto. Giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio delle cose…

Fazio galleggia volontariamente nell’estetica dello slogan perché è l’unico espediente per evitare di esprimere risposte a ciò che lui denuncia nel suo programma. A Che tempo che fa (…e non solo in quel programma) sembra che in Afghanistan la condizione femminile sia diventata drammatica solo da poco, dopo l’assurdo (almeno per le modalità) ritiro degli americani. Tutto appare come se le donne negli ultimi vent’anni di occupazione, avessero vissuto godendo di totale libertà e benessere, come se l’Afghanistan fosse l’unico paese musulmano al mondo dove la donna solo da ora non conta nulla, come se i benpensanti e stupiti telespettatori del suo programma ignorassero che nella stragrande maggioranza di quei paesi, le donne non hanno mai avuto gli stessi diritti degli uomini, i gay sono da sempre perseguitati, i bambini fatti oggetto di proselitismo medioevale. Tuttavia, in questi anni mai un cenno a quel mondo o una reprimenda a suon di sorrisini nel suo programma.

Come scrisse di un programma Tv il giornalista/scrittore Aldo Grasso, “Il niente si genera e moltiplica per partenogenesi…

I Romani usavano l’espressione gratias agere ovvero “rendere grazie”. Quando si pronuncia “grazie” anche davanti a un piccolo gesto, magari solo dinanzi all’intenzione, vi si attribuisce un inestimabile valore che nobilita oggetto e soggetto, una gratitudine sentita che è propria di chi percepisce l’intima statura delle cose, l’altezza di quel valore riconosciuto.

Roberto Saviano, in occasione dell’arresto di Maria Licciardi, nota esponente di una famiglia camorristica di Secondigliano, quella che ha ispirato il personaggio di “Scianel” nella serie TV Gomorra, ha scritto un articolo sul Corriere della Sera. È una sorta di lunga biografia criminale della protagonista dell’arresto e fin qui nulla di singolare.

https://www.google.it/amp/s/www.corriere.it/cronache/21_agosto_08/maria-licciardi-violenze-droga-l-alleanza-chi-boss-che-ispiro-scianel-4aea85c8-f7ba-11eb-83a2-ddb3d15a828f_amp.html

Per Maria Licciardi la famiglia è la radice di ogni profitto, di ogni ricatto, di ogni guerra. Se non esistesse il concetto di famiglia non esisterebbero le organizzazioni criminali. La famiglia è innanzitutto organizzazione, è mutuo soccorso ma solo verso chi ha il «merito» di condividere lo stesso sangue. Il matrimonio è un patto economico tra gruppi. I figli sono protezione del patrimonio e eredità. Le amicizie sono momentanee e utili se arrecano vantaggio. Chi crede che questo sia solo un comportamento delle famiglie criminali non ha abbastanza studiato le famiglie del capitalismo contemporaneo, macchina di controllo e competizione, di accordo e feroce ricerca di profitto. La criminalità organizzata è soltanto capitalismo nudo, senza infingimenti, e il concetto di famiglia di Maria Licciardi non è il solito familismo amorale di Banfield quanto piuttosto la regola della concorrenza, della competizione, del colpire prima di essere colpiti, di trovare la strada per ricattare, comandare, arricchirsi. 

Orbene, la suggestione sillogistica tra i matrimoni camorristici che servono a consolidare patti economici tra famiglie criminali così come quelli tra famiglie capitalistiche, suona come capitalismo = criminalità organizzata. Non è questa la sede per commentare una simile equazione, ma prima del 2006, anno di uscita del suo fortunato best seller, chi era Roberto Saviano? La Casa editrice del volume era un’anonima tipografia dell’Havana,  finanziata direttamente dal Comandante Fidel e distribuita gratuitamente in tutto il mondo o era l’Editore più capitalista d’Italia. Già, perché il Gruppo Mondadori ha continuato poi a contrattulizzarlo, nonostante Saviano sostenesse che i capitalisti  come Mondadori fossero come il boss Gennaro Savastano. A proposito di Gennaro Savastano, ma Sky non è era ed è uno dei gruppi mediatici più capitalisti della terra? E il successo della serie Gomorra in tutto il mondo lo si deve a pericolose macchine di controllo e competizione, di accordo e feroce ricerca di profitto che perseguono la regola della concorrenza, della competizione, del colpire prima di essere colpiti, di trovare la strada per ricattare, comandare, arricchirsi? Molto probabilmente la risposta è affermativa, ma non importa, perché nessuno pretende che Saviano, come gli antichi romani, renda grazie agli artefici del suo successo, a cui lui non sembra rinunciare affatto, ma semplicemente gli si chiede di non prendere per i fondelli un intero mondo che vive, volendo o no, di un capitalismo che, seppur spietato, egli paragona alle dinamiche criminali di chi il profitto lo cerca ammazzando, sottomettendo, togliendo la libertà di essere individui, un po’ come in quei luoghi dove gente come Saviano il capitalismo lo ha abbattuto immaginando un’alternativa rivelatasi peggiore del capitalismo stesso.

Bravo Fedez! Il ragazzo prodigio della musica italiana, marito della ragazza prodigio dei social, ha scoperto che il mondo, compreso quello della comunicazione, è fatto di sistemi. La RAI, compresa RAI 3 è uno di quelli. I malcapitati funzionari nella telefonata trappola del cantante sono semplicemente parte di una struttura superiore che, qualora non avessero adempiuto a quanto da loro detto telefonicamente, si sarebbe abbattuta sulle vite lavorative di questi ultimi. 

La mia non è né un’assoluzione né una condanna dei dirigenti RAI, è solo una constatazione disincantata. Prendersela con quei due è come lapidare chi attacca manifesti per il loro contenuto, dimenticandosi di chi li ha pagati per affiggerli. Fedez se la prende con la violazione della libertà di espressione e anche qui un “Bravo!” se lo merita, ma trovo insolito che la rete in questione, RAI 3, tradizionalmente espressione di una precisa parte politica, prima censuri Fedez telefonicamente e poi, di fatto, lo applauda in piazza, sul palco del primo maggio. Sarà l’aria fresca della Große Koalition Draghiana, sarà il venticello del cambiamento, ma tutto questo è decisamente irrituale. Peraltro, è inutile pretendere che Fedez non si scagli solo contro affermazioni miserabili, vere o presunte che siano, di politici leghisti. È in fondo il primo maggio e citare, a proposito di insulti e affermazioni sessiste ripugnanti, il professore dell’Università di Siena contro Giorgia Meloni, o la Guzzanti che disse, in una pubblica piazza: «Tu non puoi mettere alle Pari Opportunità una che sta là perché ti ha succhiato l’uc…lo!», oppure Lidia Ravera che nel 2004 sull’Unità fece le seguenti notazioni fisiognomiche su Condoleeza Rice, segretaria di Stato Usa: «Con quelle sue guancette da impunita è la lìder maxima delle donne-scimmia» o anche l’atleta russa Elena Isinbayeva, che per avere goffamente difeso le leggi anti-gay di Putin si beccò questo augurio da parte di un esponente del Pd sardo: «Per me possono anche prenderti e stuprarti in piazza», non sarebbe come hanno detto i due funzionari Rai “opportuno”.

https://www.ilgiornale.it/news/interni/renato-brunettaquegli-insulti-senso-unico-che-non-indignano-988823.html

Il primo maggio come noto non è la Festa dei lavoratori, o perlomeno di tutti i lavoratori: è il festival mondiale delle sinistre e guai a gettare ombre sul sol dell’avvenire, anzi, in tempi di pacificazione, semplicemente adombrare tutti quelli che siedono allo stesso tavolo di Palazzi Chigi. 

Anzi, a proposito della proposta di legge Zan, che chiede di aggiungere all’art. 604 bis e ter del Codice penale, che punisce chi “…propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione…” la frase “oppure fondati sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere”, proporrei allo stesso Zan di estendere la sua proposta con l’eccezione”…solo per chi non è di sinistra…”.

Alcune domande trascendentali, che ci vengono in mente durante un periodo in cui dubitiamo di noi e della nostra identità, in cui siamo insicuri e incerti, sono: “Chi sono?”, “Cosa sto facendo della mia vita?”, “Dove sto andando?”, etc. L’adolescenza e l’età adulta, si caratterizzano entrambe per una cosa, l’instabilità emotiva. La prima è una fase complicata, segnata da un passaggio complesso tra due età, con crisi di identità nelle quelli ognuno di noi cerca il suo proprio io. Ribellarsi contro tutto e tutti, parlare male, farsi trascinare dalle compagnie. Insomma, cerchiamo chi siamo veramente. Quando si raggiunge la soglia dei quarant’anni c’è un ulteriore punto di inflessione. Siamo adulti, tentiamo di recuperare ciò che ormai è rimasto indietro e spesso ci ritroviamo ad affrontare un’altra crisi in cui non sappiamo il perché ci stiamo comportando come facciamo. In psicologia si può parlare di crisi di identità, in politica no! Ieri, su La7, è andato in onda l’ennesimo spettacolo del “tutti contro uno”: Floris, De Gregorio, Carofiglio vs. Salvini. Tralasciando i temi trattati (o i “non temi” a secondo dei punti di vista), oggetto delle domande poste al leader della Lega, ha trionfato l’equivoco d’identità dei primi tre, due giornalisti/scrittori/politici e un politico/ex(?) magistrato. 

Carofiglio alla domanda di Floris a Salvini su dove siano finiti i famosi 43 mln di euro della Lega oggetto di indagini giudiziarie afferma: «Non sono particolarmente appassionato alla questione specifica né tantomeno ai processi che riguardano personalmente l’onorevole Salvini, peraltro è sempre stata una mia regola di non parlare dei loro processi con gli indagati e con gli imputati perché sono le persone più inattendibili, ovviamente inattendibili. Se uno è indagato per un grave reato come per esempio il sequestro di persona e pensa di essersi comportato bene e magari lo pensa davvero non può entrare in discussione tecnica con qualcun altro…». Nelle prime battute Carofiglio politico afferma di non entrare nei processi ma, un istante dopo, si trasforma in Pm sostenendo di non parlare con indagati e imputati perché persone inattendibili poiché non potrebbero entrare in discussione tecnica con “qualcun altro”, che poi sarebbe egli stesso nella versione Pubblico ministro. Poco dopo però, con un balzo felino, rientra nel suo corpo di senatore del Pd e dice: «Rispetto il punto di vista di uno che è indagato o imputato, ma parliamo di metodo politico: mi sembra che il segretario della Lega abbia, rispetto a uno degli indagati, sulla vicenda dei soldi che circolano all’estero, detto che garantiva personalmente. Non mi interessa specificamente la posizione di questo signore (il commercialista indagato), ma l’affermazione “Garantisco personalmente”…». 

Sorvolando sull’avvilente paragone di Carofiglio, tra Salvini e un fratello di uno dei presunti partecipanti all’aggressione del povero Willy, non è chiaro nella frazione di poche battute cosa egli sia voluto essere: politico, magistrato ancora in servizio, ex Pm nostalgico o figura mitologica antropomorfa che ingloba tutte le altre fattispecie. Se fosse stato un adolescente difficile o un quarantenne tormentato, forse qualcuno l’avrebbe invitato a recarsi da un analista, ma in politica (soprattutto nel versante di sinistra) l’ambiguità è cosa normale se non addirittura auspicabile.

Concita De Gregorio, “pasionaria” di Repubblica, poco dopo ha esordito con un mini comizio nel quale risponde all’affermazione palesemente retorica di Salvini: «La scuola non riapre e gli artigiani e le partite IVA che domani devono pagare le tasse e non riaprono da quattro mesi.» ribattendo che: «…La scuola ha riaperto regolarmente stamattina e sono andati otto milioni di studenti, per cui l’affermazione che la scuola non riapre non mi sembra corrispondente alla realtà». Poi, spostandosi indietro la sua chioma fluente con finto distacco, si ricorda che riaprire la Scuola non è solo il gesto di dischiudere un portone di un edificio, ma far ripartire un istituzione, magari con la presenza anche degli insegnanti e si rifugia citando il Premier Conte che avrebbe scaricato la responsabilità della loro assenza su un “ricatto dei sindacati”. Ma la De Gregorio non aveva appena sostenuto di essere solo una cronista oppure si è tramutata improvvisamente, come in una metamorfosi kafkiana, in un avversario politico di Salvini? Anche lei, in una veste diversa, probabilmente, a braccetto di Floris, più moderato e non per questo meno ambiguo, da adolescenti o quarantenni svalvolati si sarebbero rivolti ai servizi di uno psicologo. Nella realtà irreale invece conducono talk show e vengono pagati da famosi editori per le loro multi identità. D’altronde qualcuno sosteneva che niente è più pericoloso di un’idea quando quest’ultima è l’unica che si ha. Dunque, a parte quell’unica e ossessiva idea di demonizzare Salvini, non riuscendo a pensare a qualcosa di più convincente, tanto vale trasformarsi in tante altre cose, come meglio conviene, in mancanza di idee migliori.

Le luci della ribalta, il fascino del mondo dello spettacolo, il demone televisivo: cosa c’è dietro l’overdose di presenzialismo TV di medici, ricercatori e accademici? L’attrazione per la notorietà deve essere qualcosa che ognuno è convinto di conoscere, ma probabilmente è come il risucchio di un buco nero nel cosmo per la luce: irresistibile. Con sarcasmo, liquidiamo chi finisce all’onore delle cronache con un laconico: «Si è montato la testa», salvo scoprire che i prossimi ad andare in orbita con il cervello saremo noi stessi all’occorrenza. Trovo solo avvilente, da appartenente alla classe medica, che, dopo sentenze pronunciate sulla Malattia SARS e sul virus Covid 19, totalmente disattese da fatti e da altri “dotti” verdetti televisivi di pari intensità e propagazione, ci siano ancora colleghi che accettino di parlare al pubblico pur sapendo che verranno smentiti il giorno seguente. Tutti si affannano a pontificare su ciò che nessuno in occidente ha mai vissuto da cent’anni. Come si può essere attendibili se non disponiamo di un atteso? L’atteso è qualcosa che, pur se già accaduto, è successo anni luce dai nostri. Nel 1920 ammalarsi e morire aveva un peso diverso: accadeva e basta. O qualcuno ti assassinava o era “morte naturale”. Già, “naturale” si diceva quando arrivava il proprio momento. Non c’è nulla di giusto o sbagliato in tutto questo: così si viveva e forse non si immaginava che potesse esserci un mondo migliore per farlo. “Morte naturale” era un accadimento. Dopo una guerra mondiale, con decine di milioni di caduti, morire di “spagnola” era considerato “naturale”. Si poteva solo abbozzare un simulacro di prevenzione epidemica, ma se te la beccavi e ci rimanevi secco era considerato “naturale”. I nostri tempi hanno ridotto tutto a un determinismo spietato. Il concetto di “naturale” è ormai estinto. Tutto ciò che accade ha un profilo colposo e, se possibile dimostrarlo, anche doloso. Se un pezzo di asteroide centra una scuola, vanno a processo in sequenza: il sindaco, il direttore della Protezione civile, il Preside, gli insegnanti, e pure i bidelli, per qualche reato omissivo, rei di non aver dato l’allarme dopo aver sentito il fischio del meteorite che piombava sull’edificio. Tutto questo ci fa sentire più sicuri? Non lo so, ma ammalarsi oggi è sempre e comunque colpa di qualcun’altro, ammesso che il delinquente non abbia addirittura diffuso l’epidemia di proposito. Qualcuno deve per forza fornire tutte le spiegazioni possibili e soprattutto impossibili su fenomeni dei quali pochissimi hanno l’esperienza più che la conoscenza teorica. Si spiega così la logorrea mediatica di clinici e scienziati sull’epidemia? Non so rispondere neanche a questo, ma ormai è chiaro che i miei colleghi alzano i toni in TV sempre di più, cercando evidentemente di superare maestri di spettacolo inarrivabili, come ad esempio l’ex ministro Toninelli che, geloso di un grande comico del passato, tal Mac Ronay, si è prodotto in una esilarante scena di mimo a proposito dell’accordo tra Governo e famiglia Benetton sulle concessioni autostradali

https://youtu.be/hcBYMuD5_Rs

https://youtu.be/iWRc5Pw4MYA

Lui, Toninelli, ha superato il maestro a proposito di determinismo colposo. Ma revocare le concessioni e liquidare la quota di partecipazione dei Benetton, pagandola a suon di miliardi (i nostri) è la stessa cosa? La risposta è nel suo ridicolo sketch da emulo del comico francese e soprattutto del suo datore di lavoro genovese, anch’egli ex comico, oggi declassato ad attore drammatico.

Vi prego, cari colleghi medici; comparite pure in TV, ma fatelo meglio di costoro.

Grazie

Treccani

Come riportato dalla Treccani online Il saltimbanco ha due diversi significati che potrebbero essere non esclusivi. Anzi, uno potrebbe coadiuvare l’altro. Un saltimbanco, ad esempio, esibendosi in pubblico con giochi di agilità, di forza e di destrezza, potrebbe farlo per raggiungere il successo personale, con assoluta mancanza di serietà e credibilità. Tutto ciò nell’anno 1100, ma anche, e soprattutto, nell’anno del Signore 2020. Oggi le corti dei feudatari o dei re sono più simili a studi televisivi e i talk show hanno sostituito le grandi sale dei castelli. Gli attuali acrobati attraverso la propria immagine si guadagnano da vivere esattamente come quelli medioevali, spesso sforzandosi di dare un’immagine forzatamente ideologica di sé. Ad esempio, se per vivere faccio il vignettista e per poter continuare a farlo devo mostrarmi in TV il più possibile, cosa posso offrire per farmi invitare continuamente e in ogni trasmissione? Una bella immagine vintage da comunista anni ‘70 con tanto di camicia maoista e spillette con stella a cinque punte! Tutte le volte che si genera un’occasione di spararla grossa non me la faccio scappare, indipendentemente dalla serietà del tema trattato: se rivendico il diritto a cazzata anche dai francesi in merito alla querelle della pizza italiana insultata dai transalpini con il Covid19, suscitando l’ovvia indignazione generale, mi sono guadagnato l’invito alla trasmissione successiva. Se, dopo questa performance, mi garantissero un invito perpetuo fino alla fine dei miei giorni, con l’unica condizione di presentarmi vestito da impavido balilla, probabilmente lo farei senza pensarci due volte, pur di continuare a vivere delle cazzate che rivendico e riverso pure nelle mie vignette. Il problema non è certo lo spirito giulivo del personaggio che si espone in televisione per interesse personale, ma la sua deriva. Un conto è il vignettista sovietico o il giornalista/scrittore/critico d’arte/politologo/vaticanista o semplicemente tuttologo, ma incazzoso, un conto è un terrorista già condannato che, invitato in una trasmissione televisiva, non certo per ammettere a fini giornalistici le proprie responsabilità su fatti di sangue, inveisce, insulta, gesticola rispondendo alle ovvie provocazioni di altri ospiti e poi rivendica la sua preferenza a sporcarsi le mani di quello stesso sangue, piuttosto che lavarsele con l’acqua, come Pilato. Dopo tutto questo, giustificandosi con il fatto che si trattava di una dotta citazione letteraria nel tentativo estremo di lavarsele lui le mani nell’acqua, dopo aver urinato fuori dal vaso. Il fatto è che, anche se non sua, quella frase l’ha pronunciata davanti a milioni di persone e un tipo come lui se ha detto ciò che ha detto non era certo per tenere un seminario culturale di letteratura.

Questa è la deriva di chi utilizza saltimbanchi o menestrelli senza precauzioni d’uso e senza assumersi le responsabilità del dei danni prodotti offendendo, più che divertendo, il pubblico.

La risata, il divertimento liberatorio sta proprio nello scoprire che il contrario sta in piedi meglio del luogo comune… anzi, è più vero… o almeno, più credibile. Dario Fo almeno su questo non aveva torto, purché la scoperta rimanga dentro il limite dell’oltraggio alla sofferenza di chi ha subito tragedie e non può divertirsi affatto.

 

Assisto al monologo di Gherardo Colombo, durante la trasmissione su RAI 3 “Stati Generali” condotta dalla Dandini. La regina del luogocomunismo su tacco 12, come definita da Aldo Grasso, ha brillato di quella luce tipica degli assertivi televisivi, come Fazio di fronte al vuoto cosmico della sua retorica. L’ex magistrato sembrava un pesce fuor d’acqua mentre con il suo sguardo fisso verso l’alto leggeva impacciato il testo che scorreva  sul gobbo di fronte a lui. Ipotizzando, con un’ironia basica,  un “paese immaginario” dove il finanziere chiude un occhio con la mazzetta, la casalinga paga in nero l’idraulico e la mafia si infiltra ovunque, sperava forse di suscitare indignazione con una noiosa retorica da sermone evangelico. Inutile commentare il contenuto della sua “performance” se non per il fatto che egli, dopo aver scelto di arruolarsi nel PD, non si sia ad esempio ancora posto il problema di moralizzarlo, prima ancora di indignarsi per l’anti-etica del popolo italiano. Così come è inutile sottolineare che è sempre più facile manifestare idee audaci che capire le cose e comportarsi di conseguenza e per “capire” non intendo certo giustificare. Ciò che strideva di più, a parte il gusto vagamente bohémien della sua erre moscia, era però l’atteggiamento della Dandini. Alla fine della lettura sembrava un cagnolino festante dopo il biscottino somministrato dal padrone. Almeno il cucciolo può vantarsi di aver guadagnato qualcosa con la sua piaggeria. La Serena di RAI 3 invece sembrava accontentarsi di sopravvivere con la sua rendita dell’essere di sinistra. Un tempo le bastava spendere due paroline faziose contro tizio o a favore di caio per guadagnarsi la levatura morale di intellettuale giusta. Oggi l’indignazione promulgata a mezzo satira è talmente prevedibile da apparire così finto-barocca da far impallidire il gusto dell’arredamento delle case dei boss di Gomorra. La suddivisione del mondo in quasi tutti disonesti e onesti solo Dandini, Fazio, Saviano, Colombo, Guzzanti e pochi altri purché di sinistra,  non sembra bastare più per convincere i telespettatori che per essere giusti si debba necessariamente votare PD. Ma il culmine del momento televisivo è stata la loro lezioncina su cosa si intende oggi con il termine libertà e cosa dovrebbe essere, secondo loro, la vera libertà. 

«Adesso si parla tanto di libertà e noi in qualche modo intendiamo la libertà di parlare, libertà di dire quello che ci pare e anche di insultare perché magari vogliamo trattare male qualcuno perché vogliamo essere liberi. Invece tu dici che la vera libertà è quella di seguire le regole. Sembra una contraddizione di questi tempi, come ce la spieghi?» ha domandato la Dandini con atteggiamento teatrale al suo ospite. Colombo, dopo una pausa di un istante, ha risposto: «…noi (?) confondiamo la libertà con l’onnipotenza. Libertà vuol dire anche farsi carico, prendersi cura della libertà degli altri», come magari la libertà di quelli arrestati durante Tangentopoli dal suo pool solo per indurli a confessare spesso reati mai commessi o denunciare altri per reati mai conosciuti. A proposito, il giornalista del Corriere della Sera Marco de Marco in un suo articolo di qualche tempo fa scrisse a proposito di libertà e regole: «Le libere opinioni non sono come i cani, che puoi richiamare con un fischio» o anche no dottor Colombo?