Le luci della ribalta, il fascino del mondo dello spettacolo, il demone televisivo: cosa c’è dietro l’overdose di presenzialismo TV di medici, ricercatori e accademici? L’attrazione per la notorietà deve essere qualcosa che ognuno è convinto di conoscere, ma probabilmente è come il risucchio di un buco nero nel cosmo per la luce: irresistibile. Con sarcasmo, liquidiamo chi finisce all’onore delle cronache con un laconico: «Si è montato la testa», salvo scoprire che i prossimi ad andare in orbita con il cervello saremo noi stessi all’occorrenza. Trovo solo avvilente, da appartenente alla classe medica, che, dopo sentenze pronunciate sulla Malattia SARS e sul virus Covid 19, totalmente disattese da fatti e da altri “dotti” verdetti televisivi di pari intensità e propagazione, ci siano ancora colleghi che accettino di parlare al pubblico pur sapendo che verranno smentiti il giorno seguente. Tutti si affannano a pontificare su ciò che nessuno in occidente ha mai vissuto da cent’anni. Come si può essere attendibili se non disponiamo di un atteso? L’atteso è qualcosa che, pur se già accaduto, è successo anni luce dai nostri. Nel 1920 ammalarsi e morire aveva un peso diverso: accadeva e basta. O qualcuno ti assassinava o era “morte naturale”. Già, “naturale” si diceva quando arrivava il proprio momento. Non c’è nulla di giusto o sbagliato in tutto questo: così si viveva e forse non si immaginava che potesse esserci un mondo migliore per farlo. “Morte naturale” era un accadimento. Dopo una guerra mondiale, con decine di milioni di caduti, morire di “spagnola” era considerato “naturale”. Si poteva solo abbozzare un simulacro di prevenzione epidemica, ma se te la beccavi e ci rimanevi secco era considerato “naturale”. I nostri tempi hanno ridotto tutto a un determinismo spietato. Il concetto di “naturale” è ormai estinto. Tutto ciò che accade ha un profilo colposo e, se possibile dimostrarlo, anche doloso. Se un pezzo di asteroide centra una scuola, vanno a processo in sequenza: il sindaco, il direttore della Protezione civile, il Preside, gli insegnanti, e pure i bidelli, per qualche reato omissivo, rei di non aver dato l’allarme dopo aver sentito il fischio del meteorite che piombava sull’edificio. Tutto questo ci fa sentire più sicuri? Non lo so, ma ammalarsi oggi è sempre e comunque colpa di qualcun’altro, ammesso che il delinquente non abbia addirittura diffuso l’epidemia di proposito. Qualcuno deve per forza fornire tutte le spiegazioni possibili e soprattutto impossibili su fenomeni dei quali pochissimi hanno l’esperienza più che la conoscenza teorica. Si spiega così la logorrea mediatica di clinici e scienziati sull’epidemia? Non so rispondere neanche a questo, ma ormai è chiaro che i miei colleghi alzano i toni in TV sempre di più, cercando evidentemente di superare maestri di spettacolo inarrivabili, come ad esempio l’ex ministro Toninelli che, geloso di un grande comico del passato, tal Mac Ronay, si è prodotto in una esilarante scena di mimo a proposito dell’accordo tra Governo e famiglia Benetton sulle concessioni autostradali

https://youtu.be/hcBYMuD5_Rs

https://youtu.be/iWRc5Pw4MYA

Lui, Toninelli, ha superato il maestro a proposito di determinismo colposo. Ma revocare le concessioni e liquidare la quota di partecipazione dei Benetton, pagandola a suon di miliardi (i nostri) è la stessa cosa? La risposta è nel suo ridicolo sketch da emulo del comico francese e soprattutto del suo datore di lavoro genovese, anch’egli ex comico, oggi declassato ad attore drammatico.

Vi prego, cari colleghi medici; comparite pure in TV, ma fatelo meglio di costoro.

Grazie

Treccani

Come riportato dalla Treccani online Il saltimbanco ha due diversi significati che potrebbero essere non esclusivi. Anzi, uno potrebbe coadiuvare l’altro. Un saltimbanco, ad esempio, esibendosi in pubblico con giochi di agilità, di forza e di destrezza, potrebbe farlo per raggiungere il successo personale, con assoluta mancanza di serietà e credibilità. Tutto ciò nell’anno 1100, ma anche, e soprattutto, nell’anno del Signore 2020. Oggi le corti dei feudatari o dei re sono più simili a studi televisivi e i talk show hanno sostituito le grandi sale dei castelli. Gli attuali acrobati attraverso la propria immagine si guadagnano da vivere esattamente come quelli medioevali, spesso sforzandosi di dare un’immagine forzatamente ideologica di sé. Ad esempio, se per vivere faccio il vignettista e per poter continuare a farlo devo mostrarmi in TV il più possibile, cosa posso offrire per farmi invitare continuamente e in ogni trasmissione? Una bella immagine vintage da comunista anni ‘70 con tanto di camicia maoista e spillette con stella a cinque punte! Tutte le volte che si genera un’occasione di spararla grossa non me la faccio scappare, indipendentemente dalla serietà del tema trattato: se rivendico il diritto a cazzata anche dai francesi in merito alla querelle della pizza italiana insultata dai transalpini con il Covid19, suscitando l’ovvia indignazione generale, mi sono guadagnato l’invito alla trasmissione successiva. Se, dopo questa performance, mi garantissero un invito perpetuo fino alla fine dei miei giorni, con l’unica condizione di presentarmi vestito da impavido balilla, probabilmente lo farei senza pensarci due volte, pur di continuare a vivere delle cazzate che rivendico e riverso pure nelle mie vignette. Il problema non è certo lo spirito giulivo del personaggio che si espone in televisione per interesse personale, ma la sua deriva. Un conto è il vignettista sovietico o il giornalista/scrittore/critico d’arte/politologo/vaticanista o semplicemente tuttologo, ma incazzoso, un conto è un terrorista già condannato che, invitato in una trasmissione televisiva, non certo per ammettere a fini giornalistici le proprie responsabilità su fatti di sangue, inveisce, insulta, gesticola rispondendo alle ovvie provocazioni di altri ospiti e poi rivendica la sua preferenza a sporcarsi le mani di quello stesso sangue, piuttosto che lavarsele con l’acqua, come Pilato. Dopo tutto questo, giustificandosi con il fatto che si trattava di una dotta citazione letteraria nel tentativo estremo di lavarsele lui le mani nell’acqua, dopo aver urinato fuori dal vaso. Il fatto è che, anche se non sua, quella frase l’ha pronunciata davanti a milioni di persone e un tipo come lui se ha detto ciò che ha detto non era certo per tenere un seminario culturale di letteratura.

Questa è la deriva di chi utilizza saltimbanchi o menestrelli senza precauzioni d’uso e senza assumersi le responsabilità del dei danni prodotti offendendo, più che divertendo, il pubblico.

La risata, il divertimento liberatorio sta proprio nello scoprire che il contrario sta in piedi meglio del luogo comune… anzi, è più vero… o almeno, più credibile. Dario Fo almeno su questo non aveva torto, purché la scoperta rimanga dentro il limite dell’oltraggio alla sofferenza di chi ha subito tragedie e non può divertirsi affatto.

 

Assisto al monologo di Gherardo Colombo, durante la trasmissione su RAI 3 “Stati Generali” condotta dalla Dandini. La regina del luogocomunismo su tacco 12, come definita da Aldo Grasso, ha brillato di quella luce tipica degli assertivi televisivi, come Fazio di fronte al vuoto cosmico della sua retorica. L’ex magistrato sembrava un pesce fuor d’acqua mentre con il suo sguardo fisso verso l’alto leggeva impacciato il testo che scorreva  sul gobbo di fronte a lui. Ipotizzando, con un’ironia basica,  un “paese immaginario” dove il finanziere chiude un occhio con la mazzetta, la casalinga paga in nero l’idraulico e la mafia si infiltra ovunque, sperava forse di suscitare indignazione con una noiosa retorica da sermone evangelico. Inutile commentare il contenuto della sua “performance” se non per il fatto che egli, dopo aver scelto di arruolarsi nel PD, non si sia ad esempio ancora posto il problema di moralizzarlo, prima ancora di indignarsi per l’anti-etica del popolo italiano. Così come è inutile sottolineare che è sempre più facile manifestare idee audaci che capire le cose e comportarsi di conseguenza e per “capire” non intendo certo giustificare. Ciò che strideva di più, a parte il gusto vagamente bohémien della sua erre moscia, era però l’atteggiamento della Dandini. Alla fine della lettura sembrava un cagnolino festante dopo il biscottino somministrato dal padrone. Almeno il cucciolo può vantarsi di aver guadagnato qualcosa con la sua piaggeria. La Serena di RAI 3 invece sembrava accontentarsi di sopravvivere con la sua rendita dell’essere di sinistra. Un tempo le bastava spendere due paroline faziose contro tizio o a favore di caio per guadagnarsi la levatura morale di intellettuale giusta. Oggi l’indignazione promulgata a mezzo satira è talmente prevedibile da apparire così finto-barocca da far impallidire il gusto dell’arredamento delle case dei boss di Gomorra. La suddivisione del mondo in quasi tutti disonesti e onesti solo Dandini, Fazio, Saviano, Colombo, Guzzanti e pochi altri purché di sinistra,  non sembra bastare più per convincere i telespettatori che per essere giusti si debba necessariamente votare PD. Ma il culmine del momento televisivo è stata la loro lezioncina su cosa si intende oggi con il termine libertà e cosa dovrebbe essere, secondo loro, la vera libertà. 

«Adesso si parla tanto di libertà e noi in qualche modo intendiamo la libertà di parlare, libertà di dire quello che ci pare e anche di insultare perché magari vogliamo trattare male qualcuno perché vogliamo essere liberi. Invece tu dici che la vera libertà è quella di seguire le regole. Sembra una contraddizione di questi tempi, come ce la spieghi?» ha domandato la Dandini con atteggiamento teatrale al suo ospite. Colombo, dopo una pausa di un istante, ha risposto: «…noi (?) confondiamo la libertà con l’onnipotenza. Libertà vuol dire anche farsi carico, prendersi cura della libertà degli altri», come magari la libertà di quelli arrestati durante Tangentopoli dal suo pool solo per indurli a confessare spesso reati mai commessi o denunciare altri per reati mai conosciuti. A proposito, il giornalista del Corriere della Sera Marco de Marco in un suo articolo di qualche tempo fa scrisse a proposito di libertà e regole: «Le libere opinioni non sono come i cani, che puoi richiamare con un fischio» o anche no dottor Colombo?


Augias e Bersani a diMartedì su La7

Desidero ringraziare Giovanni Floris, conduttore del programma TV “diMartedì” su La7, per aver invitato Corrado Augias in compagnia di Pier Luigi Bersani. 

https://video.corriere.it/politica/corrado-augias-tv-essere-destra-facile-significa-seguire-istinti-quelli-sinistra-usano-piu-ragionamento/f8a87816-0bab-11ea-a21c-9507e0a03cd5

Applicando con perfetta coerenza l’Articolo 2 del Testo Unico dei Doveri del Giornalista ricercando, raccogliendo, elaborando e diffondendo con la maggiore accuratezza possibile ogni dato o notizia di pubblico interesse secondo la verità sostanziale dei fatti. Non vorrei che le mie parole fossero intese come sarcastiche: Floris nel mostrare il passaggio televisivo di Augias, sulla differenza tra chi è di destra e chi è di sinistra, ha davvero squarciato con inequivocabile semplicità l’idea corrente di molti. Non importa il deficit di autorevolezza di Augias e il suo discettare basico su destra e sinistra, ma egli ha fornito un grande servizio pubblico nell’evidenziare a tutti l’avvilente povertà di pensiero che domina lo stereotipo della sinistra. Grazie alla sua interpretazione e al goffo solito tentativo di edificare muri tra chi ragiona (…solo se è di sinistra) e chi usa l’istinto (…solo se è di destra) che personaggi come lui, il suo co-invitato Bersani e altri superstiti di blandi tentativi di rottamazione, sopravvivono ancora alla realtà. Soprattutto resistono all’ineluttabilità della storia. La realtà è il presente e la storia è solo il racconto retrospettivo di un reale già avvenuto, ma per Augias evidentemente quest’ultima non esiste e di conseguenza neanche la realtà del presente. Se “l’intellighenzia” di sinistra si distinguesse davvero per l’uso di un impianto culturale forse leggerebbe meglio la realtà quotidiana, rinunciando alle solite strategie propagandistiche e i primi a farne le spese sarebbero proprio i Bersani, i D’Alema e lo stesso Augias che dovrebbero rinunciare alla retorica per un illuminismo pragmatico che lo metterebbe in ginocchio autorottamandosi.

Un bell’articolo di Bruno Giurato  su Linkiesta citava nel 2017 Emilio Villa, grandissimo artista, poeta, biblista (da non confondere assolutamente con l’omonimo Emilio Villa, collaboratore della triste e tragica rivista “Difesa della razza”). 

https://www.linkiesta.it/it/article/2017/11/10/ridateci-gli-intellettuali-snob-e-servi-del-potere/36110/

Villa scrisse un libercolo, La danza dei cadaveri. La fiera dei venduti nel 1978, a penna su un taccuino, senza nemmeno un punto, tutto in minuscole, destinato a una circolazione tra pochi amici e oggi edito da De Piante. Così definiva le attività degli intellettuali dell’epoca: “mercanti premiaioli intrallazzatori di ministeri, di cattedre, di sedie, di editoria, di assessorati, di uffici tecnologici mobilifici bancari scolastici pubblicitari, di forme neopuristiche, iristiche, pirellistiche, olivettistiche, fiatistiche e altre e altro”. 

La semplificazione di Augias, che rappresenta in pieno il pensier(ino) di molti, fa rimpiangere quegli intellettuali descritti da Villa e, come scritto dal giornalista de Linkiesta,“Ridateci gli intellettuali snob e servi del potere”.

Da Somebody to love (di Darby Slick)

When the truth is found to be lies (Quando la verità si scopre esser falsa)

And all the joy within’ you dies (E tutta la gioia dentro di te muore)

Don’t you want somebody to love? (Non vorresti qualcuno da amare?)

Don’t you need somebody to love? (Non avresti bisogno di qualcuno di amare?)

Wouldn’t you love somebody to love? (Non ameresti amare qualcuno d’amare?)

You better find somebody to love (Sarebbe meglio tu trovassi qualcuno da amare)

Non vorresti qualcuno da amare?…” cantava Grace Slick dei Jefferson Airplane in “Surrealistic pillow” il loro secondo album. Gran bella domanda quella di Somebody to love. Una presentatrice TV tedesca, Anja Reschke, ha deciso di cavalcarla con piglio da valchiria radical chic in un video dove ha richiamato all’appello il popolo del pensare giusto, quello della pace formato arcobaleno sulle bandiere durante le manifestazioni contro tutti i razzismi. http://video.repubblica.it/mondo/la-presentatrice-contro-i-razzisti-da-social-network-e-ora-di-ribellarsi/208999/208111

In sostanza, “razzista” è un modo come un altro di definire chiunque non sia lì a immergersi nelle kermesse catartiche dei politically correct. “E’ ora di ribellarsi: quelli che fomentano l’odio su internet devono sapere che non sono tollerati” ha gridato la bionda tribuna dal suo editoriale. “Fino a poco tempo fa i razzisti commentavano usando pseudonimi. Ora non si vergognano più, anzi frasi come ‘Sporchi parassiti dovete annegare in fondo al mare’ ottengono valanghe di like” ha aggiunto, per poi affermare “…le campagne di odio su internet hanno innescato dinamiche che hanno portato un incremento delle violenze di estrema destra. Per questo, tutti quelli che pensano che i rifugiati non siano dei vermi da bruciare, devono farsi avanti e combattere per le proprie idee: opponetevi, parlate, svergognateli in pubblico”.

Il video, che naturalmente ha fatto il pieno di like, è stato lanciato da Repubblica e non poteva essere altrimenti in considerazione del monopolio del politicamente corretto esercitato dal quotidiano. La rappresentazione del male, mostrata attraverso i cosiddetti “haters” è l’ultima frontiera delle battaglie per la giustizia, la pace, l’eguaglianza e se qualcuno ha altri sostantivi di grande suggestione etica, ne aggiunga pure. Un tempo di quaranta o cinquant’anni fa tutto ciò che non era di sinistra, con grande strategia dei veri “haters” rossi  di allora, era inevitabilmente fascista e se si doveva definire il male assoluto bastava pronunciare quella parola per sintetizzarlo. Pertanto o eri di sinistra oppure eri il male assoluto. L’era dei social ha solo modificato il mezzo di comunicazione dei geometri del discredito. Già, perché screditare è sempre più facile che rispondere alle opinioni con altre opinioni. E allora il termine fascista diventa sinonimo di “haters” e poco importa se in questa categoria il multicolore mondo di sinistra, ci ficca oltre gli acefali che augurano agli immigrati di annegare, o ai napoletani di finire sotto un mare di lava, anche chi esprime opinioni più strutturate. Se non si è in linea con un buonismo, altrettanto acefalo e soprattutto più odiante che mai, il gioco è fatto. Se ci si permette di dissentire dalla presidentessa Boldrini, dall’oracolo Saviano, dall’ineffabile coppia Fazio/Litizzetto, dal Mentana furioso, dal super corretto Pisapia, dalle più chic che radical Gruber e Berlinguer o dal padre di tutti i buonismi universali Walter Veltroni, si precipita, come negli anni settanta, nel girone degli “haters” fascistoidi indipendentemente da vasto campionario di imbecilli rancorosi webnauti che usano linguaggi ed espressioni raccapriccianti nei confronti di chiunque e ripeto chiunque. Per cui, nonostante non condivida pressocchè nulla di ciò che dice Laura Boldrini, non posso che essere solidale con lei e la sua intenzione di denunciare chi la offende sul web. Ma attenzione, se non fate parte di quella suburra, votata all’oltraggio pulp permanente, ma siete semplicemente dissenzienti con la retorica ottusa e lamentosa del pensiero unico, rischiate comunque di essere, come dice la comiziante germanica Reschke: “svergognati in pubblico“. Alla faccia di quella parolina, democrazia, abusata e anch’essa stuprata da sempre, anche se di nascosto, proprio da quei benpensanti che vi denunceranno solo perchè si sentiranno offesi dal vostro pensiero e non dagli insulti che non avrete mai proferito. Il rischio di ritrovarsi davanti a un giudice solo per aver espresso opinioni è concreto: usare il codice penale, per misurare la sensibilità delle persone alle opinioni contrarie è come cercare di cesellare una lastra d’oro con un aratro.

Esattamente come e accade “…Quando la verità si scopre esser falsa/E tutta la gioia dentro di te muore/Non vorresti qualcuno da amare?

A proposito, tanti saluti agostani a tutti i benpensanti dalla nave Iuventa della Ong tedesca Jugend Rettet con il suo “Fuck Roma” a bordo…

La gente di spettacolo è a volte ingrata o forse solo imprecisa. Sgombriamo subito il campo: non nutro alcunché di negativo contro chi vive di spettacolo. Ho splendidi amici tra chi si confronta con la dura realtà di quel mondo, riuscendo a regalare sorrisi e buon umore agli spettatori. Tuttavia è sempre più frequente che alcuni di essi si avventurano in temi scoscesi, anzi direi scivolosissimi. Loro malgrado diventano tribuni improvvisati utili a supportare luogocomunismi che cercano di rianimare il cadavere delle ideologie in assenza di altre idee. Il povero Flavio Insinna c’è cascato. Lui è un presentatore, non un politico scaltro e navigato. È un bravo caratterista, dice cose e le dice con splendide espressioni del volto e con parole che sembrano spontanee. Comunque, nel giubilo emozionale degli applausi in studio egli conclude il proprio discorso con: «Io non voglio vivere in questo Paese, io voglio vivere in un Paese gentile che aspetta chi arriva tardi» oramai diventato virale in rete.

https://youtu.be/CXus6E_qRrc

È la chiosa di un monologo che parte da: « Il Paese è malato di solitudine e di indifferenza. L’unica cura è l’amicizia.» transita da: «Voi dividete il mondo in italiani e stranieri, io lo divido in oppressi e oppressori; io sto con gli oppressi tutta la vita.» e, prima di approdare alla dichiarazione di volontà verso un Paese gentile, fa una puntatina verso: «A me spaventa la doppia velocità della nostra morale: se è per noi vogliamo tutto e subito se è per gli altri…no».

Nel 2006 al concerto degli Stones al Milano Mick Jagger sfoderò una bandiera italiana e al Pooo, po, po, po po, poooo di tutto lo stadio si trasformò in quella di Micheluzzo Giagghero da Corato, sventolando il tricolore come un tifoso latino impazzito. È spettacolo, l’avrebbe fatto e l’ha fatto, com’è normale che sia, a Rio con la bandiera verdeoro, in Germania cantando Deutschland Deutschland uber alles e in tutti gli altri posti del mondo ospitanti la tournée degli Stones. Non che Insinna evochi Jagger (alias Giagghero), ma la piaggeria retorica di un artista in una trasmissione televisiva o in un teatro è cosa ovvia, fa parte della propria auto promozione. Anzi, più il tema è generalista e moralista, più è indicato per il self marketing . Quindi, nessuna osservazione di metodo. Ma a chi si riferiva Insinna parlando di oppressori dalla doppia morale? Alla famiglia piccolo e medio borghese che sostiene quasi per intero lo share televisivo della sua trasmissione di mezza serata, con la promessa, a suon di pacchi e scommesse, di una vita migliorata di colpo? Oppure ai telespettatori che attraverso il canone contribuiscono, insieme agli imprenditori italiani con la loro pubblicità (forse “oppressori” per lui e la Berlinguer…), a pagare il suo cache e anche quello della bella Bianca?

Lui è spaventato dalla doppia velocità della morale? Ma di chi?

Di quelli che si aspettano semplicemente una pensione decente, scippata da scelte improvvide, dopo una vita di contributi, una visita medica in tempi umani nonostante iscritto al SSN, una sentenza giudiziaria definitiva prima di dieci quindici anni o anche quelli che sperano in un Paese dove il merito conti, se non più, almeno quanto una tessera sindacale?

Infine, il simpatico Insinna non vuole vivere in Italia, vorrebbe trasferirsi in un Paese gentile che aspetta chi arriva tardi?

Ma per lui e, gli altri, presenti in quello studio televisivo, oltre ai migranti che fuggono dalle guerre, (…che insieme ai cosiddetti “migranti economici”, non sono gli unici) siamo sicuri che esistano anche altri in ritardo ugualmente degni di essere attesi?

Se Insinna avesse fatto il piccolo sforzo di guardare oltre la telecamera del suo programma “I pacchi” avrebbe visto milioni di persone ‘”in ritardo”, sedute davanti allo schermo televisivo del proprio tinello che lo seguono tutte le sere. Forse, il primo a essere gentile con loro avrebbe dovuto essere lui, nell’includerli nella pletora di ritardatari, non per colpa di una guerra o una dittatura o della fame. Persone vicine a noi, ma lontane migliaia di chilometri dal costoso carrozzone demagogico dei politicamente corretti che per non guardare come hanno ridotto il nostro Paese, preferiscono preoccuparsi solo di chi va via dal proprio.

«Capra, capra!! Str..cogl…faccia di m…!!!». Tempi eroici della TV d’assalto, poi definita con un certo fighettismo: “trash“. Vent’anni fa esordiva la forza della natura televisiva, (quella gastrointestinale), di personaggi che arricchivano il mercato del lavoro con nuove professionalità mediatiche: opinionisti, tronisti, esperti di qualcosa (non importa cosa…), politici distaccati a tempo pieno in studi televisivi, giornalisti giudiziari d’assalto, eccetera. A gestire le nuove leve di mestieranti TV, nascevano i conduttori di talk show, votati alla gestione delle intemperanze dei nuovi eroi dell’etere. Urla, aggressioni, turpiloquio, (quest’ultimo, se perpetrato da grandi critici d’arte, ex leader politici e importanti editorialisti, sembrava facesse tanto chic), erano la nuova frontiera divulgativa delle nevrosi inespresse del cittadino medio. In alcuni casi il profilo dei nuovi arrivati era di tutto rispetto; stimati e noti critici d’arte, eminenti accademici, sferzanti giornalisti hanno costruito il proprio personaggio pubblico su quegli schemi di comunicazione, in apparenza maldestri, ma efficaci, fino a raggiungere soglie di notorietà elevatissime. Ma qual’è il punto?

Le opinioni possono essere sgradite e quindi criticate con altre opinioni , ma se i contenuti spariscono totalmente e si spaccia per opinione il niente urlato o bestemmiato sembrerebbe la fine. Tuttavia ecco avvenire il miracolo: la forma diviene l’unico messaggio da trasmettere. Non certo per mancanza di temi o della cultura necessaria per affrontarli, anzi. I maggiori fautori di queste vetrine iraconde, all’insegna delle nevrosi contemporanee, sono a volte persone di straordinaria preparazione e spesso insegnano e diffondono sapere. Precipitare in questioni da bar, spacciandole per dotte linee di pensiero, passando dall’inciviltà dei meridionali, al magna magna del politico di turno, agli aiutini o ai torti arbitrali, fino allo spacco del vestito, con annessa farfallina tatuata, della show girl più amata dagli italiani, è il copione più ambito dagli intellettuali televisivi. Alcuni potrebbero parlare per ore, passando da Masaccio a Wahrol, e, a ritroso, da Pollock a Michelangelo o da protagonisti della storia giornalistica del nostro Paese negli ultimi cinquant’anni, riuscendo a polarizzare l’attenzione anche di un bambino di terza elementare. E invece ululano bestemmie, oltre la soglia consentita di decibel, su Fabrizio Corona o sulla scelta delle primedonne al festival di Sanremo.

Qualcuno sussurrerà: “Ma alla gente piace.”. Nulla da eccepire, soprattutto in tema di share televisivo. Non è però facile digerire la frustrazione volontaria e totalizzante dell’essere al posto dell’apparire. L’inoppugnabile ragione del budget suggerirebbe che è esattamente quel contrasto tra cultura e toni spazzatura a suscitare l’interesse degli spettatori e se quell’interesse valesse il cache riconosciuto ai protagonisti, allora tutto quadrerebbe. Uomini stimati e pieni di livore, affrontano temi di scarso peso, ma alla portata di tutti, ed ecco il sillogismo che attiva il transfert del telespettatore: «Sgarbi, uomo di grande cultura, dice le parolacce e insulta il proprio interlocutore in TV. Io, telespettatore medio, insulto gridando contro il vicino di casa. Quindi, anche io, telespettatore medio, sono automaticamente uomo di grande cultura…».

Ultimamente alcuni opinionisti come Giuseppe Cruciani e Giampiero Mughini, sembrano ossessionati da temi come l’antinapoletanismo militante e in particolare quest’ultimo, che di militanza in passato se ne intendeva. Sono attratti morbosamente dagli insulti che ricevono in risposta alle loro provocazioni. Sembrano gratificarsi dall’ondata di liquami verbali, postati sui social principali, che li investono quotidianamente a ogni loro esternazione, per poi stupirsene con puntualità svizzera, al pari di personaggi della portata di Vittorio Feltri. Anzi, in tal senso apro un altro tema che spesso mi lascia dubbioso. Sembrerebbe che per insultare e sputtanare in questo Paese sia necessaria un’iscrizione a un ordine professionale con relativo patentino. Se sei giornalista puoi aggredire, essendo abilitato altrimenti, se esprimi a qualunque altro titolo le tue opinioni nella medesima maniera, scatta il: «Non le permetto di affermare certe cose…» con le relative pesanti coseguenze.

Aurelio De Laurentis, che giornalista non è, spara ad alzo zero bordate di fuoco contro una gloriosa testata giornalistica sportiva e contro un suo cronista, tradizionalmente poco teneri con la SSC Napoli e con il suo presidente. Dopo un paio di nanosecondi tutto un mondo corporativo, compreso il giornalista che lo sta intervistando, si infiamma con reprimende, anatemi, denunce, minacce ed esposti. Qualcuno, a causa delle opinioni di De Laurentis, pur se espresse sgangheratamente e con evidente sovreccitamento, dopo Napoli-Real, lo accusa di aver messo a repentaglio l’incolumità di quel cronista, già oggetto di intimidazioni da parte di esagitati. Certo, De Laurentis non fa parte della categoria giornalistica e non può certo avvalersi del diritto di cronaca o di espressione; quello è riservato solo agli appartenenti all’Ordine. Solo così si può avere la licenza di sbattere in prima pagina uno sconosciuto qualunque dopo un avviso di garanzia che gli costerà la sospensione dal lavoro, il giudizio discriminante di conoscenti e colleghi, la riprovazione dei propri figli -e tutto ciò che oggi comporta un semplice atto giudiziario, che nella maggioranza dei casi pur finendo archiviato o in un’assoluzione, sarà una condanna a prescindere, sancita dai media. La licenza di sputtanamento non è per tutti, ma solo per gli autorizzati.

Per cui se aspirate a intraprendere il mestiere di opinionista in TV, procuratevi di corsa un patentino da giornalista perché altrimenti urlare (opinioni) contro qualcuno potrebbe costarvi molto caro…