Quando alcune cose serie smettono di esserlo, ne salgono in cattedra di ulteriori e meno importanti delle precedenti. Ieri è apparsa la notizia che all’Assemblea degli azionisti della Juventus l’ex calciatore e attuale dirigente Pavel Nedved si sarebbe espresso a proposito di un giocatore bianconero di nazionalità turca che, in occasione di una sua partita con la propria nazionale, ha inscenato insieme ai suoi compagni un saluto militare in segno di appoggio dell’invasione turca in Siria. Nedved, secondo l’articolo del Corriere dello sport,  avrebbe affermato: “Il gesto di Demiral? Non viola il codice di disciplina della Juve”.
Poco mi interessa il dibattito sulla liceità o la “pseudo” etica sul gesto di Demiral. La storia dello sport è zeppa di gesti dimostrativi eclatanti:

  • Alle Olimpiadi di Atene del 1906, il campione di salto in lungo irlandese Peter O’Connor (nella foto) inscenò una singolare forma di protesta dopo che il suo secondo posto venne celebrato issando la bandiera britannica. Riconoscendosi solo nel vessillo irlandese, O’Connor si arrampicò sul pennone e sventolò una bandiera del proprio paese che aveva portato con sé.
  • 1968, Olimpiadi di Città del Messico: gli atleti al primo e terzo posto sul podio dei 200 metri maschili, Tommie Smith e John Carlos, sollevano il pugno con un guanto nero, per protesta contro la violazione dei diritti degli afroamericani. 
  • 1976: un anno dopo la morte del dittatore spagnolo Francisco Franco, Ignacio Kortabarría e José Ángel Iribar, i due capitani delle squadre basche, portarono in campo la ikurriña, la bandiera basca che Franco aveva messo al bando.
  • 2014: la giocatrice di pallacanestro Ariyana Smith, nel campionato NCAA dedicato alle squadre dei college, fece parlare di sé per aver alzato le braccia durante l’inno: con le mani in alto, Ariyana Smith fece qualche passo verso il pubblico e si sdraiò a terra, dove rimase per 4 minuti e mezzo, in protesta per l’omicidio di Michael Brown, diciottenne afroamericano ucciso dalla polizia americana a Ferguson, Missouri.
  • 2017, Mondiali di “nuoto master” di Budapest: il nuotatore spagnolo 72enne Fernando Alvarez si trattiene per un minuto dal tuffarsi, in segno di protesta contro l’organizzazione, che non ha accettato di fare osservare un minuto di silenzio in ricordo delle vittime dell’attentato di Barcellona, avvenuto pochi giorni prima.

https://www.focus.it/cultura/storia/le-piu-clamorose-proteste-sul-campo-da-gioco?gimg=89208#img89208

E queste sono solo poche tra la miriade di dimostrazioni di atleti avvenute nel tempo. Mi appassiona però di più la posizione di Nedved, noto per essere stato anche un campione sia sul piano tecnico che su quello agonistico, ma anche per non essere mai stato una perla in tema di sportività. Era uno che reagiva alle brusche attenzioni degli avversari nove volte su dieci con doppia dose di aggressività e malizia. Da dirigente bianconero non ha cambiato registro, cosa tipica delle persone coerenti, ma ora rappresenta la Juventus FC che incarna con grande abnegazione e spirito battagliero. Quell’affermazione su Demiral mi ha ricordato le Città Stato della Grecia arcaica dove il principio di identità urbana valeva l’indipendenza politica, concepita come un riflesso della Legge universale preposta a governo del mondo. Un mondo, quest’ultimo, fatto di volgari “barbari” da cui difendersi a tutti i costi. Nedved incarna lo spirito “indipendentista” della Società bianconera; in pratica, se qualche tesserato si comporta più  o meno discutibilmente, basta che la sua condotta non violi il codice di comportamento della Città Stato juventina. Non si sa cosa all’interno del mondo Juve sia più apprezzabile tra l’idea permanente che le opinioni del mondo “barbaro”, al di fuori della Città Stato, non contino un emerito c…o oppure la liquidazione morale (oltre che materiale) del trio Moggi, Giraudo, Bettega, quando le Procure di mezza Italia li hanno azzannati durante calciopoli. Quest’ultima circostanza però ha ricordato qualcosa accaduta più di 1600 anni dopo il periodo greco arcaico delle Città Stato: l’accurato e biblico lavaggio delle mani di Ponzio Pilato del tutto assimilabile alla cultura romana antica… e anche moderna.

Tra crisi politiche, governi a tavolino, ribaltoni e cotillons una “notizia” appare sul Corriere dei Corrieri (della Sera): «Trapani, mamme fanno da babysitter alla figlia dell’ambulante: «Vai pure a lavorare in pace»

https://www.corriere.it/cronache/19_agosto_25/san-vito-capo-mamme-fanno-babysitter-figlia-ambulante-vai-pure-lavorare-4f190a20-c74c-11e9-b283-cf539d3cc34f.shtml

In breve, un’ambulante errante su una spiaggia sotto il sole agostano viene aiutata spontaneamente dai bagnanti. Essi si prestano a fare baby sitting alla sua bimba mentre lei è impegnata a vendere i suoi prodotti. La notizia è relegata in un anonimo trafiletto invisibile come una storia di terz’ordine. Meglio sparare in prima pagina vicende di classismo, razzismo e ogni altro stigma, vero o inventato non importa, sui soprusi subiti da chi, meglio se straniero, fa lavori umili per sopravvivere. La “fake vera” è, in questo caso, già insita nelle modalità stuporose della narrazione. Il messaggio lanciato è: “In un mondo, anzi, in una Nazione di razzisti e nazisti da prima pagina c’è raramente qualche persona per bene.” In uno Stato dove un’ ex Vice Presidente del Consiglio, per quanto inefficace, viene tratteggiato come un assassino di migranti, per i media la gente non potrà mai essere solidale con chi deambula su una spiaggia a vendere bibite o cocco. Per cui è meglio trattare la notizia alla stregua di un necrologio. Come minimo, secondo un certo giornalismo politically correct,  i bagnanti avrebbero dovuto trattare la bimba come avrebbe fatto Erode e ributtare a mare la madre come Capitan uncino con Peter Pan. Invece, la gente di quella spiaggia si è comportata in un modo normale, ma considerato anonimo vista la dimensione microscopica del trafiletto sul Corriere dei Corrieri. Su quella spiaggia non è importato a nessuno della nazionalità di quella persona, ma “la persona” e il fatto che essa avesse bisogno di aiuto, punto. Ma tutto questo quanto fa notizia? Zero spaccato! Meglio urlare “Al razzista, al razzista!” per essere più à la page. Scoprire che un numero considerevole di persone aiuta altre persone  forse è noioso perché non alimenta polemiche e quindi non interessa. Dunque è meglio nasconderlo nelle righe di un micro articolo a vantaggio di denunce autoflagellanti che educano solo i nostri sensi di colpa più immotivati. E allora ci viene in soccorso Oscar Wilde: “In quest’epoca, tanti sono così ansiosi di educare il prossimo, che non hanno tempo di educare se stessi.”

Direi anche nella nostra epoca…

 

Pietro Grasso e le sue dichiarazioni sui giovani americani arrestati e fotografati con la benda

I pensieri garantisti di un ex magistrato

Leggo con piacere la dichiarazione social di un ex magistrato della portata di Pietro Grasso:

https://www.repubblica.it/politica/2019/07/28/news/pietro_grasso_carabiniere_ucciso_foto_indagato-232250349/

e rimango piacevolmente colpito da quelle parole. Mi piacerebbe complimentarmi con lui per il senso di equilibrio mostrato nel post. Un medesimo equilibrio che da parte sua ci si attende in tutte le direzioni senza distinguo corporativi. L’immagine del ragazzo bendato evoca gli scenari vietnamiti del film “Il cacciatore” di Michael Cimmino. Al di là delle gravissime accuse a carico del giovane americano, quella foto ha suscitato giustamente grande indignazione. Altresì, il presidente dell’Unione delle Camere penali, l’avvocato Caiazza, ha rammentato anch’egli le garanzie dovute a ogni cittadino indagato o detenuto da parte dello Stato e ha lucidamente aggiunto: “Chi in queste ore sta sostenendo quella foto, giustificando l’operato di chi ha agito in quel modo nei confronti del cittadino americano (Natale Hjorth, ndr) prima della sua deposizione, sta facendo un danno al carabiniere che ha perso la vita e a chi vorrebbe che venisse fatta giustizia al più presto. È un gesto da ottusi e da stupidi. Perché un atto istruttorio, sia esso una confessione, una testimonianza o un interrogatorio, se svolto con modalità che coartano la libera determinazione di una persona deve essere dichiarato nullo. Anche se poi quelle dichiarazioni dovessero essere confermate in una fase successiva”. 

https://www.liberoquotidiano.it/news/italia/13488310/carabiniere-ucciso-roma-penalista-foto-choc-cosi-annullato-processo-americani-natale-hjorth.html

Pietro Grasso, da parte sua, ha invece rievocato il proprio comportamento ineccepibile da Pubblico ministero nei confronti di autori di gravissimi fatti di mafia nel passato e ha rammentato la necessità di accrescere un senso dello Stato che mai dovrà abbassarsi alla barbarie di coloro che quest’ultimo è tenuto a contrastare. Immagino che Pietro Grasso dall’alto della funzione di Pm ricoperta in passato e di quella di politico che ricopre adesso rilascerà a breve un altro post, analogo al precedente, per rammentare le vittime di errori giudiziari che hanno portato cittadini a un’ingiusta detenzione.  Non mi sto riferendo ovviamente al drammatico caso dell’uccisione del Carabiniere a Roma nel quale gli indizi e le prove sembrerebbero chiarire bene la dinamica dei fatti e le relative responsabilità. Mi riferisco ai veri e propri errori, per non chiamarli in alcuni casi strafalcioni, che con una frequenza in Italia di circa 1000 casi all’anno di uomini e donne ingiustamente detenuti rappresenterebbero in qualsiasi altro Paese civile nel mondo un’emergenza giudiziaria!

Alcuni semplici dati tratti da https://www.errorigiudiziari.com/ingiusta-detenzione-statistiche-2017/:

Dal 1992 al 2018 26.412 persone hanno subito un’ingiusta detenzione, cioè una custodia cautelare in carcere o agli arresti domiciliari, prima di essere riconosciute innocenti con sentenza definitiva. Gli errori giudiziari in senso tecnico (cioè quelle persone che vengono condannate con sentenza definitiva, ma poi sono assolte in seguito a un processo di revisione perché si scopre il vero autore del reato o un altro elemento fondamentale per scagionarli), da aggiungere ai 26.412, sono stati solo 138! L’esborso dello Stato per i risarcimenti conseguenti ai casi suddetti è stato di 768.361.091 euro. Questi dati rendono più comprensibili le dimensioni di un fenomeno drammatico di cui sembra interessare poco gli addetti ai lavori. Sulla pagina del sito viene riportato che: “In occasione dell’ultima inaugurazione dell’anno giudiziario, il 26 gennaio 2018 in Cassazione, il tema degli errori giudiziari e delle vittime di ingiusta detenzione non è stato nemmeno sfiorato. E sapete perché? Perché le 1000 persone che finiscono in carcere ingiustamente ogni anno, e che per questo ricevono un risarcimento, secondo giudici e procuratori costituiscono un “dato fisiologico”, una sorta di “effetto collaterale” inevitabile di fronte alla mole di processi penali che si celebrano ogni anno nelle aule dei tribunali italiani. Con buona pace del danno inestimabile (e impossibile da risarcire) alle persone interessate, delle vite private e professionali distrutte, delle conseguenze psicologiche gravissime.

Sono convinto che Pietro Grasso prima o poi rilascerà con grande senso di equidistanza una riflessione anche su questo tema e sono altrettanto convinto che tutti i suoi estimatori di queste ore reclameranno a gran voce una sua illuminata dichiarazione su un Sistema giudiziario nel quale l’autocritica non è mai prevista, nel rispetto di coloro che non hanno potuto usufruire fino a oggi di quel senso dello Stato, di cui avrebbero avuto diritto.

Tutto a posto! Ha fatto una buona vacanza?” Così si rivolgeva il doganiere a Giuseppe Di Noi, il personaggio interpretato da uno strepitoso Albero Sordi al termine del film Detenuto in attesa di giudizio, mentre tornava finalmente a casa in un altro Paese europeo dopo un’odissea nelle carceri italiane. Il protagonista era un emigrante che, giunto in Italia per una vacanza, veniva arrestato ingiustamente. Era il 1971…

Tornare sull’argomento clima non era mia intenzione. Tuttavia, nonostante la mia posizione sul tema, già espressa sul mio blog, mi sento di ribadire alcune opinioni.

 https://michelemorandiautore.com/2019/07/06/global-warming-or-heads-warming/ 

La mia freddezza sulla diatriba climatica non è ovviamente una presa di posizione rispetto a questioni di natura scientifica: l’ho già detto in tutte le salse e lo ribadisco! Se esprimo un’opinione non è e non sarà mai in merito a: le temperature nei millenni sono mutate Sì/No, l’effetto antropogenico è la prima causa dei cambiamenti sul clima Sì/No, questi cambiamenti influiscono sugli assetti socio economici delle popolazioni Sì/No. Il negazionismo sulla questione clima non mi appassiona, semplicemente perché non vi è nulla da negare. Mi appartiene tuttavia la riflessione e se il tema è un’analisi sulla percezione delle persone tra un prima e un dopo qualcosa la domanda è: si stava meglio in epoca pre industriale perché l’inquinamento dell’uomo non influiva sui cambiamenti climatici come avviene oggi? Ho provato a percorrere un ulteriore punto di vista, non partendo solo dalle misurazioni scientifiche, o dagli articoli sui quotidiani che grondano di commenti ideologici sugli studi pubblicati su Nature, complessi da comprendere e ancor più difficili da interpretare. Preferisco riflettere sull’evoluzione della percezione degli uomini “prima” di un qualcosa e “dopo” quel qualcosa. Un esempio empirico, più vicino alla mia professione e quindi a me maggiormente familiare, è il confronto tra le aspettative di salute prima dell’era pre-industriale e dopo di essa. Nell’allora mondo conosciuto tali aspettative erano di 35-40 anni, successivamente sono aumentate superando in molti paesi gli ottant’anni. Come già detto non voglio soffermarmi sui numeri, ma sulla percezione delle popolazioni in merito alla propria aspettativa di vita. Mentre nel medioevo, in cui tale aspettativa era di trent’anni, sarebbe stato un traguardo impensabile arrivare a ottanta (il 266% in più!). Sarebbe come immaginare che oggi qualcuno potesse sopravvivere il 266% in più dei nostri 80 anni attesi  (cioè 280 anni!). Ma nel 2019 le persone come percepiscono le proprie aspettative di vita? Immaginiamo i pazienti ipertesi e/o con un diabete diagnosticato oltre i 70 anni. Certo, essere portatori di una qualunque malattia o disturbo cronico non è certo piacevole ad ogni età, ma quando avviene dopo i 70 anni oggi ognuno lo ritiene una sfortunata eventualità, frutto di una iattura abbattutasi su chi la vive. Qualora tale diagnosi dovesse addirittura portare alla morte, lo stupore e la rabbia dei familiari porterebbe alla convinzione di una maledizione piovutegli addosso la cui responsabilità sia sempre da attribuire a un errore umano. In pratica, oggi, nella percezione collettiva, vige il rifiuto della malattia e della morte a dispetto di un’evoluzione della salute da sempre correlata soprattutto all’età, età che nel nostro tempo, in confronto al “prima” delle epoche preindustriali, sarebbe paragonabile a quella di Matusalemme. Tuttavia, lo stupore e l’indignazione regnano sovrani! A 78 anni, ho un cancro, oppure ho la minima a 110 mm hg o ho il diabete o un’inizio di demenza: è sempre colpa dei farmaci messi nella carne, iniettati dalle multinazionali, è colpa dei pesticidi nella frutta imposti dalle lobby dell’agricoltura, è colpa dei governi che ci impongono stili di vita dissoluti. In sostanza  è colpa di chiunque, meno che dell’età che fino a 700 anni orsono si riduceva a due terzi di quella attuale e tutti pensavano che fosse per colpa del Divino. Tra l’implacabile falce della natura sul destino umano in epoca medioevale e l’ineluttabile responsabilità dell’uomo sulla natura in epoca moderna forse la realtà sta in mezzo.

Per cui il tema  è, come sembra provato, se le emissioni nell’ambiente causate dall’uomo sono un problema e tale problema è drammatico, perché la catastrofe è alle porte, allora tali emissioni  dovranno essere ridotte al più presto. Ma la domanda è anche: quanto le popolazioni saranno disposte ad accettare un ritorno ad aspettative sulla propria esistenza tipiche di un passato lontano e peggiorativo rispetto al nostro presente? Tutto questo in uno scenario odierno dove quello stesso uomo che vorrebbe abbattere o trasformare in un solo colpo tutte le emissioni dannose del pianeta per rattoppare il buco dell’ozono, non accetta neanche di essere iperteso dopo i settant’anni, come se l’elasticità delle proprie arterie ne dovesse per forza avere cinquanta di meno. Quindi, va bene pretendere un futuro più sostenibile in tema di emissioni, ma al prezzo di un cambiamento della nostra percezione sulle aspettative che nutriamo verso noi stessi. Siamo veramente disposti a pagarlo? Cominciamo tutti a girare a piedi, perché la mobilità, per ecologica che sia, produrrà sempre e comunque degli inquinanti. Cominciamo a rinunciare alla produzione di energia in grandi quantità, perché le energie alternative a tutt’oggi sono lontanissime dal pareggiare quelle attualmente in vigore. Cominciamo a rinunciare al web e alle sue forme di comunicazione perché per sostenerlo, anche in questo caso, c’è bisogno di enormi fonti energetiche. Cominciamo a smettere di produrre cibi da proteine animali perché le emissioni della zootecnia incidono significativamente sull’ambiente. Cominciamo a ridurre anche le emissioni e gli scarti delle industrie farmaceutiche, considerando che tra le attività produttive principali al mondo ci sono anche quelle e, come gli altri settori industriali, emettono e inquinano. Di conseguenza rinunciamo all’attuale diffusione dei farmaci e alla cura di patologie che un tempo ammazzavano intere popolazioni nei primi trent’anni di vita, per inquinare meno. Cominciamo a non pretendere di raggiungere luoghi lontani in poche ore e riabituiamoci a metterci in viaggio per giorni o settimane via terra o via mare. Siamo disposti tutti a pagare questo prezzo? Magari, prima di rispondere a questa domanda, cominciamo ad abituarci all’idea che non siamo eterni e superata una certa soglia di età un giorno finirà e questo non avverrà necessariamente sempre e per colpa di qualcun altro.

E se io stessi sorridendo e stessi correndo tra le vostre braccia, riuscireste a vedere… quello che vedo io ora?” disse Christopher McCandless, alias Alexander Supertramp, prima di morire avvelenato dopo l’ingestione di erbe tossiche in una zona sperduta dell’Alaska, così come immortalato in Into the Wild.
Dopo aver appreso la notizia del comunicato ufficiale del premier Giuseppe Conte a proposito della decisione di avallare la TAV Torino Lione, mi sono imbattuto su fb in un link della pagina ufficiale di Luigi Di Maio che mostrava un suo comunicato, del quale mostro l’inizio con la parte che mi intriga di più, grassettata e sottolineata:

https://www.facebook.com/522391027797448/posts/2375011995868666?s=100004243568129&sfns=mo

NO ALLA TAV TORINO-LIONE

Ho ascoltato attentamente le parole del Presidente Conte, che rispetto. Il Presidente è stato chiaro, ora è il Parlamento a doversi esprimere.
Sarà il Parlamento, nella sua centralità e sovranità, che dovrà decidere se un progetto vecchio di circa 30 anni e che sarà pronto tra altri 15, risalente praticamente alla caduta del muro di Berlino, debba essere la priorità di questo Paese.
Sarà il Parlamento ad avere la responsabilità di avallare un progetto prevalentemente di trasporto merci (e sottolineo trasporto merci) mentre non esiste ancora l’alta velocità per le persone in moltissime aree del Paese.

Sarà il Parlamento a dover decidere se è più importante la tratta Torino-Lione, cioè se è più importante fare un regalo ai francesi e a Macron, piuttosto che realizzare, ad esempio, l’alta velocità verso Matera, capitale europea della cultura, o la Napoli-Bari…”

Lo stupore di Alexander Supertramp e il mio si devono essere avvicinati molto. Vada il pippone  politico/filosofico di Di Maio, a uso e consumo dei suoi accoliti No Tav, sulla modernità, sui tempi di progettazione e realizzazione dell’opera, sulle condizioni scadenti della restante rete ferroviaria ecc. ecc., ma la TAV verso Matera è qualcosa che va oltre ogni considerazione politica. Un capolavoro filosofico, degno di un Nietzsche, una genialata letteraria paragonabile a un opera di Jules Verne, un cult creativo che va oltre 2001: Odissea nello spazio.
Immaginiamo per un attimo che il M5S sia al governo da solo, sostenuto da una maggioranza assoluta e che, vista la critica ai tempi di realizzazione della Torino Lione, la grande opera Milano-Torino-Matera inizi e finisca in sei mesi, con l’ausilio della telecinesi extraterrestre e dei superpoteri delle sirene marine, tutte realtà prese da alcuni importanti esponenti del Movimento in seria considerazione. Immaginiamo la moltitudine di passeggeri che pur di raggiungere i ben noti Sassi e le case di pietra storiche della splendida città lucana, si accalchi sulle banchine ferroviarie di Milano Centrale. Centinaia di migliaia di passeggeri che da tutte le capitali europee, già collegate da decenni con i treni ad alta velocità, vorranno raggiungere la Basilicata, oltre che per turismo, per lavoro e affari. È noto in tutto il mondo che quelle siano zone dove l’innovazione tecnologica, logistica, energetica è all’avanguardia. Lo stesso Di Maio si farebbe parte diligente per generare un gemellaggio tra Matera e Cupertino dopo la realizzazione dell’opera. I viaggiatori, che in sole 4 ore raggiungerebbero il famoso polo tecnologico sito nelle grotte a ridosso della Gravina, sarebbero accolti nel nuovissimo super Terminal ferroviario della Murgia con i prodotti tipici della zona. Qui il governo pentastellato, per incoraggiare gli investimenti stranieri, penserebbe al reddito fiscale di (sotto)cittadinanza, nel senso che chi intendesse aprire un’attività imprenditoriale o una nuova startup negli anfratti cavernosi sotto la Civita riceverebbe uno sgravio fiscale, pagato in natura con strascinati, cartellate, e pecorini stagionati.
Anche l’indotto alberghiero si gioverebbe dell’approdo dell’alta velocità. Unità abitative a cinque stelle (un po’ di propaganda al Movimento non fa mai male…) potrebbero essere scavate dentro le rocce della zona per ospitare, a solo poche ore da Roma, Parigi e Berlino, i clienti più esigenti in tema di comfort alberghiero. Ogni ospite potrebbe raggiungere i siti produttivi del comprensorio industriale con ecologiche teleferiche personalizzate che, dal foro di ingresso della camera scavata nella montagna, trasporterebbero i manager e i finanzieri direttamente nei moderni uffici ricavati dalle dimore storiche di pietra tra il Sasso Barisano e il Sasso Caveoso. Insomma un trionfo di decrescita felice e produttiva!
D’altronde, sempre come disse Christopher McCandless, mentre si stava per avviare a piedi verso le ospitali terre dell’Alaska: “L’essenza dello spirito dell’uomo sta nelle nuove esperienze.”

Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive. Ray Bradbury Fahrenheit 451.

Non amo le citazioni: per questo inizierò e finirò questo post proprio con due citazioni…

Mi sono messo in testa di parafrasare il concetto biologico dell’immunizzazione; mi somministro una piccolissima quantità di fattore immunizzante (citazioni) per produrre anticorpi contro l’allergia a queste ultime e smettere di mal sopportarne l’uso.

Sono reduce dal Salone Internazionale del libro qui a Torino. Ci sono i volumi che ho pubblicato, esposti in un paio di stand e vi ho fatto visita come da prassi editoriale. Via racconto le mie sensazioni su questo evento, o meglio, preferisco definirlo sagra. Si tratta oggi, come del resto lo è sempre stata, di una fiera dove gli editori si trasformano in bottegai stipati nelle loro bancarelle per vendere un certo numero di “pezzi” che potrebbero essere commercializzati a un tot al chilo su una pesa da bestiame. Il pubblico è una folla da fiera: immane, chiassosa, mangereccia, ipnotizzata dal brusio di fondo che vaga come zombie senza meta nei boulevard del Lingotto. Gli incontri con gli autori o con personaggi più o meno rilevanti sono un’interminabile catena di montaggio degna della vena archeo industriale della location. Presentatori e autori che mimano movenze televisive con un pubblico semi dormiente a pupparsi temi rigorosamente politically correct, grondanti di ovvietà. Ma la novità di quest’anno è l’esordio, anzi il revival anni ‘70, del politically reazionario. Un tempo i “reazionari” erano i professori conservatori, i datori di lavoro detti più appropriatamente per l’epoca padroni, i padri della famiglia tradizionale, carcerieri di figli rivoluzionari. Oggi, udite udite, i guardiani del pensiero unico sono quelli che impediscono la partecipazione a una fiera di un editore non gradito. Qualcuno per giustificarne l’estromissione ideologica si è nascosto dietro il dito del codice penale. Non è chiaro se la reazione allergica a quell’editore in particolare sia dovuta alla sua appartenenza a un gruppo di estremissima destra o per il contenuto del libro incriminato: un’intervista a Matteo Salvini. In entrambi i casi l’espulsione della casa editrice dall’Olimpo della libertà del Salone ha suscitato i seguenti effetti: l’editore da microscopico è diventato di respiro nazionale in quanto il libro è ora quasi un best seller. Salvini ha guadagnato consensi perché, si sa, le vittime di soprusi libertari, anche se considerate esse stesse liberticide, incrementano sempre consensi. Ultima, ma non ultima ricaduta, la polemica sul “dagli al fascista!” ha ringalluzzito l’ego personale di taluni facendo risplendere la propria vetrina mediatica. Intellettuali della gauche au caviar sdegnati, con il mancino proteso verso il sol dell’avvenire (…o del passato remoto), hanno disertato la kermesse oppure vi hanno partecipato “…in nome e difesa della libertà”, della serie: Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto, così, vicino a una finestra, di profilo, in controluce. Voi mi fate: “Michele vieni di là con noi, dai”, e io: “andate, andate, vi raggiungo dopo”.

Rammento per chi non ha dimestichezza con il Salone/Sagra del libro di Torino che sono presenti, e non da oggi, senza strepiti o espulsioni ideologiche, la casa editrice che pubblica un certo Renato Curcio Sensibili alle foglie, Rizzoli e Blurb che hanno rispettivamente  ripubblicato e pubblicato i volumi di Adriana Faranda. In compenso allo stand Feltrinelli, nella miglior tradizione da pane e salsiccia del Festival dell’Unità si canta a pugno chiuso bella ciao, fino ad arrivare a un editore, semplicemente non di sinistra e non certo nazifascista, costretto a lavorare presidiato dalla Digos per paura di azioni violente contro il suo stand.

https://www.nicolaporro.it/e-questi-fenomeni-cantano-bella-ciao/

E allora Ray Bradbury se fosse ancora vivo direbbe estrapolandolo da Fahrenheit 451: Se non vuoi un uomo infelice per motivi politici, non presentargli mai i due aspetti di un problema, o lo tormenterai; dagliene uno solo; meglio ancora, non proporgliene nessuno.

Il buongiorno si vede dal Mattino, nel senso di testata giornalistica. Berlino celebra Saviano, autore de La Paranza dei bambini dal cui è stato tratto il film vincitore del festival tedesco del cinema e Napoli non può che fare altrettanto. Solo che chi ha visto il film in Germania nelle sale della convention cinematografica e cioè israeliani, cinesi e spettatori provenienti da ogni altra parte del mondo, pare che non abbia riconosciuto Napoli nelle scene proiettate, ma tutte le periferie di ogni altra grande città della terra. Questo lo afferma lo stesso Roberto Saviano, proprio nella sua Napoli che lo ha invitato per presentare il film. https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/saviano_paranza_bambini_sputtanapoli-4308591.html

Forse con questa ulteriore polemica ha cercato di contrastare le critiche di antinapolitanismo ricevute nella sua carriera, per aver “messo in cattiva luce” Napoli o meglio per aver illuminato troppo le storture della città. In effetti le critiche ci sono state in passato e accade ancora oggi. La replica alle accuse di denigrazione della città infatti non si sono fatte attendere: il sindaco De Magistris non si è fatto sfuggire l’occasione di controbattere Saviano definendolo “Incapace di raccontare la vera Napoli”.

https://www.ilmattino.it/napoli/politica/de_magistris_scontro_saviano_incapace_raccontare_napoli-4310547.html

Saviano e De Magistris, buon per loro, come in altri esempi lampanti del jet set dei famosi, più vengono criticati e più alimentano la propria immagine virtuale di successo. Se poi gli argomenti e la dimensione delle critiche siano di portata significativa o no poco importa. Entrambi  devono tutta la loro notorietà, per motivi diversi, ai lati oscuri della Napoli che essi vogliono far credere di aver scoperto per primi; ciò che scrive Saviano sulla criminalità organizzata sembra la rivelazione del terzo segreto di Fatima e l’atteggiamento di “Giggino” ricorda quello di Brancaleone che dalla sella del suo cavallo Aquilante arringa la sua armata scalcagnata sul miraggio delle crociate per una Napoli “diversa”. Invece era tutto già noto ben prima della loro esistenza di personaggi pubblici. I media ne hanno sempre parlato usando qualche volta la realtà vera, più spesso la narrazione fantasiosa, quasi sempre un mix di temi simili ai capitoli Gomorra e alle invettive di De Magistris. Contro quei media, in passato come oggi, si sono sempre alzati cori indignati da parte non solo della borghesia additata da Saviano, ma da tutte le categorie sociali del popolo napoletano. Anzi, in particolar modo, da chi in certi quartieri c’è nato e vissuto, difendendo dai cliché le proprie abitudini di vita che non sempre e necessariamente hanno coinciso e coincidono con il concetto di camorra sistemica e universale formulato da Saviano. Napoli non è solo ‘o mare, ‘o sole, Maradona e la pizza più grande del mondo, ma non è neanche solo ed esclusivamente un prolungamento delle vele di Scampia, dominate da ‘o sistema descritto nelle serie TV di Saviano, super premiate all’estero. Quest’ultimo, intendiamoci, ha tutto il diritto di immaginare una Napoli come gli piace, così come il suo massimo contraddittore De Magistris, ma gli altri tuttavia non commettono alcun reato nel vedere la propria città in modo più equilibrato di loro. Le polemica che spesso hanno alimentato quei due, forse artatamente, come quella in occasione della presentazione del film in quella multisala del centro di Napoli ricco e benestante, è tutta pro domo ei (loro). Il cinema Metropolitan, oggi Warner, è in un luogo abitato da quel ceto sociale che Saviano ha definito sempre più simile alla borghesia colombiana e venezuelana in quanto a cecità. Dubito fortemente che a partire dal volume Gomorra le vendite che hanno portato al successo i suoi libri, così come i voti a De Magistris, siano stati soprattutto appannaggio del proletariato di Secondigliano o della Masseria Cardone, o dei disoccupati del Cavone e di San Giovanni a Teduccio. Forse, centinaia di migliaia di suoi libri sono stati acquistati in massa da quella irriconoscente borghesia dai tratti sudamericani, che ha votato pure “Giggino” patrono dei centri sociali e della gauche au caviar partenopea stanca di votare PD. Nessuno chiede loro di ringraziare per il successo regalatogli, ma nessuno deve delle scuse a loro e alla  Napoli che rappresentano o pensano di rappresentare, anche se ci si sente quotidianamente additati come quelli che si rifiutano di ammettere il marcio, solo perché non la si pensa come loro due. Ma in fin dei conti la domanda è: “La borghesia napoletana è un nemico che si crogiola nell’iconografia della Napoli da cartolina o un amico invisibile che poi compra libri, guarda fiction e, soprattutto, vota? Forse la questione è più complicata di così, ma voi lo sapete bene…

P.S. Cari Roberto e Luigi, a proposito di visioni semplicistiche sulla borghesia, Buñuel dopo le vostre dichiarazioni si sarà rivoltato nella tomba…

Così Ottorino Pianegiani e il suo “ Dizionario etimologico della lingua italiana” intendevano l’origine del termine ipocrisia. Le locuzioni greche di “spiegare sotto”, ai quali aggiungerei “mentite spoglie”, incarnano un’abitudine geneticamente codificata ndel nostro DNA di italiani, figli di comuni, frazioni, staterelli, quartieri e borghi azzeccati con la sputazza più di un secolo e mezzo fa. Dalle ceneri di un novecento bruciato da due guerre mondiali nasce, cresce e prolifera la retorica antifascista e antirazzista, non solo “anti” ciò che è stato ail fascismo storico (…e fin qui amen), ma “anti” tutto ciò che era ed è tutt’oggi lontano da quella retorica, pur non avendo nulla a che fare con fascismi e razzismi. È fascista tutto ciò che non è politicamente corretto e che non è banalizzabile dalla ridicola sinistra nostrana (…e dall’ancor più ridicolo pentastellismo), pur se strumentalmente banalizzato, come: “la guerra è orrenda”, “la povertà è insostenibile”, “la ricchezza è un furto”, “la disoccupazione è inaccettabile”, “le morti sul lavoro sono omicidi a prescindere”, ecc.

Ed ecco alcuni esempi pratici di “chi per reo fine di ingannare altrui, si studia di comparire onesto e religioso, mentre tutto i doveri conculca di onestà e di religione”, ovvero latinamente “Hypòcrita” sul tema del razzismo: http://www.ilgiornale.it/news/insospettabili-difensori-razza-1568167.html

Leggere per capire le origini del populismo trasformista militante…!!

La definizione di “oracolo” nel dizionario Treccani ha diverse interpretazioni: la terza, quella di impiego più comune è tremendamente responsabilizzante, se presa nella sua accezione figurativa: “Risposta, parere, sentenza espressa da persona autorevole e molto ascoltata: le sue parole sono un o. per i suoi discepoli…” Altresì, l’uso ironico di oracolo ne connota un senso più sfizioso e dissacrante. “…Con l’uno e l’altro senso, per lo più iron., di sentenza data con tono di grande autorità e più spesso di persona che parla con tono cattedratico o si finge ispirato: pronunciare, spacciare oracoli; sentiamo il suo o.; silenzio, che parla l’o.!; ecco l’o.!; l’o. tace; smetti di fare l’o.; Ed ei, presa la mano a far l’oracolo, O rispondeva avvolto o stava muto (Giusti).

Leggo e apro su La Stampa web, quotidiano politicamente molto “correct”, un video articolo dal titolo: “Roberto Saviano: “L’assenza della legge sullo ius soli è una barbarie”.

http://www.lastampa.it/2017/10/30/multimedia/cronaca/roberto-saviano-lassenza-della-legge-sullo-ius-soli-una-barbarie-RTAJ4qsBCUDoDkb67n6JrM/pagina.html

Compare nel video l’autore del best seller Gomorra che, in occasione della presentazione del suo ultimo libro Bacio feroce qui a Torino, ha ritenuto indispensabile la presenza sul palco di alcuni giovani nati in Italia da cittadini stranieri, per fare propaganda all’approvazione del ddl sul cosiddetto Ius soli temperato. In questa occasione definisce “una barbarie” la mancata approvazione della normativa, ancora oggetto di discussione parlamentare.

Sono uno spregevole malpensante e immagino che Saviano per rafforzare tale teorema abbia chiesto a una ragazza nata da genitori non italiani di leggere un passo del suo libro. La lettura parla di allevatori di “cani da combattimento che vengono selezionati alla nascita” a mio parere per rafforzare l’idea, con il massimo effetto retorico, che la mancata approvazione dello Ius soli, sia paragonabile alla selezione dei pitbull nati e allevati clandestinamente per essere poi mandati a sbranare i loro avversari. Sarebbe un po’ come dire: in questo Paese “criminale” vogliamo selezionare solo italiani dalla “razza italica” senza contaminazioni attraverso la non approvazione di una legge dello Stato. Io che penso sempre al peggio, penso a un Saviano che immagina gli impiegati dello stato civile dell’anagrafe, vestiti con una divisa nera delle SS mentre selezionano in base alla razza i nuovi nati da destinare alla cittadinanza italiana, con provata origine genetica nostrana e quelli nati da genitori stranieri, da indirizzare senza appello verso la Patria dei loro padri e delle loro mamme. Do subito un sospiro di sollievo nel ricordarmi che in questa Italia definita da molti “spietata” e “xenofoba” c’è già da tempo una normativa a tutela dei figli di genitori stranieri che, seppur da migliorare o sostituire con qualcosa di più attuale, comunque esiste. Tutto sommato da italiano non mi sento come i criminali che allevano belve feroci selezionandole geneticamente. Ho un cane e, lo confesso, è anche di razza! È un bel Golden Retriever e nonostante ciò non mi sento affatto un nazista che seleziona il dna canino. Volevo quel tipo di cane e mi sono solo limitato ad andare a comprarlo in uno dei tanti allevamenti invece che al canile. Non per questo darei fuoco ai canili o ai bastardini. Sinceramente non vedo il perché dopo un ragionevole periodo di valutazione un bambino nato in Italia, anche se da genitori non italiani, non debba prima o poi ricevere la cittadinanza, così come già garantisce l’attuale normativa. Ma questo che c’entra con la “barbarie” denunciata da Saviano sentenziata contro chi ritiene quel ddl non urgentissimo o contro chi pensa che quel progetto di provvedimento possa almeno essere modificato. Le grandi battaglie sui diritti umani e civili sono un’altra cosa. Non mi risulta che in Italia, a differenza dei Paesi di origine dei genitori di alcuni di quei ragazzi chiamati su palco, il tempo si sia fermato. Qui le donne possono guidare un’automobile, votare e in caso di adulterio il, o meglio la “colpevole” da noi non viene lapidata o decapitata sul posto. Stranamente contro queste usanze non risultano atti di grande solidarietà da parte dell’oracolo Saviano e dei suoi estimatori chic se non altro verso le vittime di quei Paesi un tantino più arretrati di noi in materia di civiltà. Cittadini di quelle lontane terre che, nella migliore delle ipotesi, scappano raggiungendo il nostro Paese, per definirlo dopo un po’, in collaborazione con il Roberto nazionale, “barbaro”. Chissà, forse Saviano preferirebbe qualche “civilissima” legge teocratica la cui violazione prevederebbe una feroce e inappellabile fatwa parlamentare con effetto immediato per limitare i confronti democratici.

Secondo voi Saviano a quale accezione delle due definizioni di oracolo assomiglia di più? Quella figurativa o quella ironica…?

Enrico Mentana e il Fascismo

Gentile dottor Mentana,

sento la necessità di esprimere la mia opinione in merito alla Sua pubblicazione dell’articolo de “il Giornale d’Italia” del 15 luglio 1938, quello riportante il parere di una serie composita di studiosi circa il concetto di razza durante il fascismo e le considerazioni politiche (…e quindi legislative) di merito. Vede dottor Mentana né io, che sono del 1964, né lei abbiamo vissuto quel ventennio. Probabilmente i nostri genitori o nonni ci hanno tramandato informazioni con grande, ma fisiologica, soggettività, oltre alla storia che ci ha aiutato ad avere una visione più ampia di ciò che sappiamo. Il Suo post di Facebook su quel triste momento di circa ottant’anni fa, certo, riporta alle mente l’orrore della manipolazione a fini politici del sapere scientifico e umanistico a mezzo propaganda, ma la polemica che lei sta proponendo a chi è diretta? Il tema è la classifica aggiornata di chi ha compiuto più nefandezze durante la storia recente e meno recente? Oppure, chi pensa che tali nefandezze debbano essere negate o, nel peggiore dei casi, riproposte (…mi piacerebbe sapere se gli appartenenti a tale ultima squallida categoria sono in numero così significativo)? Magari lei sta cercando di ricordare alle future generazioni quanto sia importante la memoria (…che, lo ricordo ancora, io e lei abbiamo solo acquisito per apprendimento dalle fonti di informazione), perché imparino che l’esistenza di razze biologiche non ha nulla a che fare con le idee e il loro processo di trasformazione in politica? Sono invece sicuro che lei non penserà che il ventennio fascista sia stato l’unico e solo triste momento nella storia dell’umanità. Basti pensare, a proposito di memoria, all’uso della psichiatria nell’URSS e i relativi risvolti politico repressivi, alle deportazioni di massa da interi ex Stati sovrani non russi, ad altri territori. Per non parlare della Cambogia e della “moderna” Corea del Nord, della Cina maoista, della Romania di Ceausescu e dei regimi comunisti africani. Mi perdoni per la demagogia, ma continuare a ribadire all’infinito quanto sia stato orrendo solo il fascismo, per un unico motivo di paternità italiana, è altrettanto demagogico. Forse, al di là di come la si pensi, va rimarcato che se lei, uomo noto per talento e meriti personali e il sottoscritto, uomo qualunque per talento e meriti personali, possiamo confrontare le nostre opinioni, questo è sano! Se chi rappresenta le Istituzioni con la “I” maiuscola  ha deciso di impegnarsi strenuamente ad aggredire il nostro passato con la promulgazione di reati di “detenzione di busti del Duce”, non rimane più tanto da discutere, al di là della riesumazione della vergogna di quel tremendo passato. Se dovessimo reprimere per legge tutte le apologie di cose terrificanti dei tempi addietro, indipendentemente dal colore politico, le due Camere e il Governo dovrebbero lavorare a tempo pieno per legiferare solo su di esse. Senza parlare di chi ritiene offensive le architetture e i monumenti del periodo incriminato. Dovessimo, con senso di giustizia, abbattere tutte le architetture monumentali e abitative che ci evocano i tristi ricordi collettivi di tutti noi, si dovrebbe radere al suolo il Paese per intero.

Per cui dottor Mentana invece di proporre solo la rievocazione de il “Giornale d’Italia” del 15 luglio del 1938 le suggerirei di occuparsi anche del nostro presente, meno altisonante della Storia rievocata, magari rammentando ad alcuni importanti uomini e donne della nostra politica attuale la prima pagina de “La Stampa” web di oggi 15 agosto 2017, chiedendogli di commentare il titolo di testa: “La carta d’identità? Solo tra quattro mesi”. Oppure “Il flop del divorzio breve, udienze a rilento #malaburocrazia italiana, raccontateci i vostri disagi