Jimi Hendrix cantava nel suo brano Are you experienced? del quasi omonimo primo LP : “But first, are you experienced? Uh-have you ever been experienced-uh Ma prima di tutto, sai di che parlo? Hai mai sperimentato qualcosa di simile?” Certo, l’oggetto delle sue esperienze magari sarà stato un tantino psichedelico, ma quelle domande dal 1967 a oggi riecheggiano insieme alla sua chitarra come un temporale in lontananza. Il famigerato passaggio dell’epidemia tra fase 1 e fase 2 sta portando con sé una serie di ossessive parole chiave: task forces, epidemiologi, esperti, ecc.. Questi ultimi sono diventati l’ago della bilancia delle nostre vite e ciò, in una condizione straordinaria, sembrerebbe del tutto normale. A parte l’imprecisato numero di saggi che compongono un esercito di task forces in continuo incremento, lascia attoniti l’enorme quantità di pareri, opinioni, sentenze e lezioni che, a gentile richiesta dei media, vengono scaricate giornalmente in TV e sul web. Straordinari ragionamenti sulle stime ponderate dell’epidemia attraverso modelli matematici teorici da Nobel, da cui gli illuminati propongono ogni possibile ipotesi di realtà reale per la ripresa dopo il lockdown. Si tratta quasi sempre di stimati accademici che dirigono Dipartimenti universitari, gente con centinaia di pubblicazioni alle spalle, congressi mondiali e onori nella comunità scientifica. Tutti grandissimi esperti, ma di che cosa? Un qualunque Capo di governo in occasione di guerre, quelle vere, fatte di soldati, armi e strategia, chi nominerebbe nello Stato maggiore del proprio esercito? Chi all’Accademia militare è uscito a pieni voti e senza aver mai sparato un colpo e che di mestiere fa il docente di livello internazionale, oppure un semplice sergente che però qualche altra guerra vera se l’è già fatta? Mi chiedo, nel bel mezzo di questa emergenza, quanti di coloro che stazionano fissi in televisione o occupano ruoli nelle task forces, ormai replicanti alla velocità del suono, abbiano veramente fatto esperienze sul campo? Chi di essi sarà mai stato in estremo oriente, magari solo a pulire la vetreria di un laboratorio cinese durante le passate epidemie di SARS, aviaria, suina, H1N1, o in un villaggio della Guinea durante l’epidemia di Ebola del 2014. Insomma, quanti tra quei titolatissimi professori ordinari hanno vissuto una vera epidemia là dove è già accaduta: credo in pochi. Tuttavia le loro opinioni, anche se spesso estorte dai giornalisti, riempiono il mondo dell’informazione e soprattutto i Dpcm che fioccano come le task forces. Opinioni sempre più spesso contraddittorie tra un’esperto e l’altro, ma anche se pronunciate dalla medesima persona in tempi diversi. Qualcuno ribatterà che viviamo in un mondo globale dove la cultura gira veloce come un fascio di luce e che basta connettersi alla rete per apprendere ciò che noi umani del passato dovevamo studiare sui libri fatti di carta. Quindi basterebbe collegarsi a qualche motore di ricerca di articoli scientifici per apprendere ciò che serve ad arginare una pandemia? Possibile, ma se così fosse oggi un virus come tanti altri, diffuso con le goccioline emesse dagli starnuti e dalla tosse delle persone, non avrebbe causato una tale situazione che il mondo, a parte in Cina e in Africa centrale, non vedeva da un secolo. Se la cultura del web oggi possa sostituire l’esperienza diretta della realtà lo sappiamo già e il Covid 19 è la risposta ai quesiti posti nel ‘67 dal chitarrista più grande di sempre: Are you experienced?

Guardo, affacciato alla finestra, le strade bagnate. La pioggia scende impalpabile come ormai è la paura. Non è una paura fatta di panico verso l’ignoto; è più una nostalgia di ciò che prima non era e ora è, anzi incombe. È sottile consapevolezza che le cose in un modo o nell’altro cambiano e non ci si può fare molto. Manzoni chiudeva la sua storia più famosa con una pioggia che portava via, oltre alla peste, la sofferenza di Renzo e Lucia. Quell’acqua che scendeva dirompente era un segno di cambiamento o almeno di speranza come nemesi del suo romanzo. Nel nostro Paese un mega scossone è sempre stato il preludio di cambiamenti positivi. Toccare il fondo, che in Italia significa precipitare all’infinito senza mai toccarne uno, è una condizione necessaria e sufficiente per ripartire resettando il peggio di noi. Non intendo ovviamente benedire l’epidemia, semmai l’impegno di tutti quelli che lavorano lottando per gli altri e per sé stessi. Quelli che realmente stanno dando tutto contro una minaccia invisibile, anche se fin troppo concreta, per non essere considerata reale. Vorrei dare uno sguardo oltre il palazzo di fronte alla mia finestra, provare a immaginare cosa ci rimarrà di tutto questo tra un po’. Siamo un popolo che per definizione non ama le regole e non si fida di chi le estende. Ciononostante, anche se per paura, le stiamo applicando. Finché la paura non sarà sostituita dalla fiducia, che non ci è mai appartenuta, saremo destinati a l’insoddisfazione perpetua. Non è solo chi è tenuto ad applicare le regole a non fidarsi, ma anche e soprattutto chi le scrive. Chi ci governa non è diverso da noi; viene dal nostro mondo fatto diffidenza e il circolo vizioso è così completo. Io cittadino delegittimo la norma che non mi piace e chi la scrive mi delegittima a sua volta come cittadino incapace di vivere in una comunità. Il dopo Covid19 non potrebbe mai essere ciò che è stato il nostro dopoguerra dopo il l’8 settembre del ‘43 in termini di riedificazione. È necessaria la costruzione ex novo di un sentimento per noi italiani sconosciuto: la fiducia. Il suo contrario, la sfiducia, è molto più contagioso di tutti i Coronaviridae esistenti. Ne siamo positivi al tampone da più di duemila anni, anche se è stata la nostra difesa contro l’arroganza di noi stessi verso il prossimo. Tuttavia, tra qualche mese sarà necessario costruire e smettere di abbattere di continuo il pavimento su cui ci teniamo in piedi.