È uno strano periodo. Saranno le giornate corte o l’incombere del Blue Monday, che sempre più spesso è anche Tuesday, Wednesday, Thursday, ma la voglia di scrivere è ridotta al lumicino. Butto l’occhio sui quotidiani e, nonostante lo stile della politica sia sempre più comico anche su temi che di divertente non hanno proprio nulla, non riesco proprio a scuotermi. Un articolo comparso sul Corriere del Mezzogiorno a proposito di un fatterello accaduto a Napoli, però smuove la mia pigrizia e con decisione oltrepasso il titolo: “Napoli, spettatrice non gradisce lo spettacolo in teatro, Toni Servillo la invita ad andarsene

https://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/19_gennaio_21/napoli-spettatrice-non-gradisce-spettacolo-teatro-toni-servillo-invita-ad-andarsene-71673160-1d6f-11e9-a765-3e4bc7b718e4.shtml

In breve, l’attore Toni Servillo era in scena al teatro Bellini di Napoli quando, secondo l’articolo, una spettatrice avrebbe espresso con la mimica del volto disappunto durante il suo lavoro. Quest’ultimo, evidentemente irritato per le espressioni facciali della signora, sarebbe sceso dal palco e redarguendola l’avrebbe invitata ad andarsene in virtù del suo non gradimento dello spettacolo.

Francamente, al di là di cosa sia successo realmente in quel teatro, mi interessa poco esprimere opinioni sulle ragioni dell’attore o della spettatrice: è un tema scivoloso quello del diritto a esprimere la propria contrarietà. Misurare le ragioni di una persona dissenziente che, senza disturbare gli altri spettatori esprime con la sola mimica del volto disappunto e confrontarle con quelle dell’attore, contrariato da quel comportamento, è del tutto inutile. Ho trovato interessante invece l’aria di dissenso che si respira ancora oggi di fronte al dissenso altrui. Ripeto, non ne faccio una questione di diritto a esprimere contrarietà a qualcosa, ma il gesto di rifiuto di Servillo a quella contrarietà mi ha colpito. Lì c’era tutto lo snobismo che una pseudocultura della “sinistra illuminata” adottava prima e continua ad esprimere oggi. Per quella sinistra colta, nel senso del verbo cogliere (…in flagrante), non c’è bisogno di arrivare ai terrapiattisti o ai sostenitori dell’esistenza delle sirene e delle scie chimiche per respingere con sdegno un dissenso, in questo caso, sulla logica delle cose. Per taluni basta solo avere un’opinione differente per essere definiti intolleranti e cacciati idealmente da una comunità. Chi non si allinea al correct politico viene invitato ad alzarsi e ad abbandonare il posto. Peccato che chi invece stabilisce cosa è correct o non lo è sono sempre i soliti noti. Sono proprio loro i responsabili della comparsa di nuovi e ugualmente influenti protagonisti di un correct ma di segno opposto pur velleitario e surreale nella stessa maniera. Salvini, Di Battista e Di Maio devono ringraziare proprio i vecchi intellò della sinistra al caviale se oggi sono diventati per le masse i nuovi profeti di cosa è corretto e cosa non lo è. Essi si sforzano di far credere che, al contrario di quanto appena scritto, siano le masse a indicare loro cosa è giusto e cosa no. Tuttavia omettono di dire che tra le persone super incazzate e quelle super indignate è collocata la massa critica moderata e silenziosa dimenticata e della quale si ignora il dissenso.

Servillo ha incarnato nel mondo reale quell’insofferenza snob degli “eletti” che il suo regista preferito Paolo Sorrentino ha fotografato nel suo libro Hanno tutti ragione. Proprio Servillo, mentre recita i passi di quel libro, comunica con la sua lettura dal tono annoiato e altezzoso quella mal sopportazione del reale, in una sfilza di dichiarazioni di insofferenza che tracciano invece un mondo totalmente irreale. Caro Toni, esistono dei casi in cui anche “la sfumatura”, unica circostanza da te tollerata nella recitazione delle scritture del tuo regista, può diventare, se non in linea su ciò che sei o fai, insopportabile. Ed è proprio quell’insofferenza sfastidiata da Marchese del Grillo “Io so io e voi nun siete un c...”ad aver generato i mostri della politica di oggi.

Fattene una ragione; c’est la vie…

Apprendo con grande disappunto che i significati di ironia, sarcasmo, comicità con i relativi sinonimi sono cambiati a mia insaputa! A informare me e tutto il resto dei lettori sprovveduti non è l’Accademia della crusca, ma una nota associazione filantropica che promuove la cultura e la lingua italiana nel mondo: gli ultras de “La Curva Nord di Bergamo”

http://www.corrieredellosport.it/news/calcio/serie-a/atalanta/2018/11/30-50543965/ultras_atalanta_cori_contro_napoli_solo_campanilismo/

In un comunicato stampa, che sbaraglia ogni ricerca filologica sul linguaggio, gli ultrà atalantini chiariscono in modo definitivo il concetto di campanilismo: “A Bergamo è sempre stata una questione di campanilismo e non di razzismo: ben venga quando sentiamo Bergamasco contadino cantato a gran voce nella maggior parte degli stadi italiani! Ben vengano gli ‘odio Bergamo’. Tutto questo vissuto sulla nostra pelle non ci ferisce, tutto questo non lo reputiamo razzismo ma anzi ci lega semplicemente di più alla nostra terra, ci rende ancor più fieri delle nostre origini. Noi non siamo Napoletani… la cosa è abbastanza evidente per tutti ma non per qualcuno!”.

In effetti questi signori non hanno torto quando urlano “Noi non siamo napoletani!” È una fortuna che loro non lo siano, (…più che altro per noi che lo siamo), ma essi nell’insegnarci il nuovo concetto di ironia vogliono convincerci che un campione abbastanza significativo dei cori ascoltati negli stadi italiani siano da definire “campanilistici”, così come lo è il festival del marrone di Cuneo Vs la Sagra della pasta con le sarde (ho effettuato un taglia e incolla brutale per far notare l’ultimo stile grammaticale che i vari letterati dei gruppi ultras italiani stanno diffondendo):

UN GIORNO ALL IMPROVVISO IL VESUVIO ERUTERA, E STA CITTA DE me**a SUL FUOCO

LAVERA… COLERA A SALMONELLA MA SIETE ANCORA QUA… qualè l epidemia che vi STERMINERAAAAAAAAA!!!!! OOOOOOOH OOOOOOOH OOOOOOOOH OOOOOOOOH!!!!!!!

Senti che puzza scappano li cani stanno arrivando i napoletani o colerosi, terremotati, con il sapone non vi siete mai lavati….. Napoli me**a, Napoli colera sei la vergogna dell’Italia intera

Che Bello é quando erutta il Vesuvio, Scende tutta la lava. Scompare la Campania

Napoletano brucia nell’immondizia

Senti come puzza Senti come puzza Naaaapooli sarà perchè so’ zingari sarà perchè so colerosi

sarà perchè n’se lavano oh Vesuvio pensaci tu!

E sembra che lui dorma come Etna e Stromboli(x4) ….e invece no il mio sogno esaudirò(x4)…… Vesuvio erutta tutta Napoli distrutta(x4)

VESUVIO Bruciali TUTTI BRUCIALI TUTTI ALE ALE ALE VESUVIO PENSACI TE VESUVIO BRUCIALI OLE OLE OLE

Queste litanie, insieme a un elenco di circa 34 pagine, sono custodite in un “prestigioso” sito web http://www.coridastadio.com/migliori/contro/napoli che fornisce punteggi al “coro migliore” contro i napoletani e contro altrettante squadre di calcio o città o cittadini.

La stampa sportiva, fino a oggi ha elegantemente glissato su tutto questo, salvo indignarsi per tre o quattro minuti quando si arriva a usare gli “sfottò campanilistici” contro i vivi, prendendosela con i morti, che siano dell’Heysel, di Superga o di quelli probabili dopo un’eruzione del Vesuvio; meglio tenere il calcio, alias la gallina dalle uova d’oro, al riparo da pericolose turbolenze…

Comunque, dopo questa lezione della prestigiosa Accademia linguistica nerazzurra di Bèrghem de hura vado a riguardarmi sul web tre persone che di comicità e ironia se ne intendevano sul serio, allora come oggi. I seguaci della nuova tendenza linguistica dovrebbero piazzarsi davanti al video e apprendere ciò che Sarcinelli, Giobbe e Paolantoni spiegavano nel 1990, per capire meglio in cosa consista l’ironia.

Devo, per una volta, ringraziare Beppe Grillo. Mi ha ricordato ciò che sono sempre stato e sempre sarò: un borghese. Tra i 14 e i 19 anni ero convinto di essere un adolescente rivoluzionario all’interno del ristretto perimetro del sostentamento della mia famiglia, nonostante l’accusassi tutti i giorni di essere borghese. Non mi sbagliavo: borghese lo era, eccome lo era. Non capivo ancora che essere borghesi non era uno stigma, anzi era un colpo di culo. Se fossi nato in una favela a Rio o in una baracca di cartone a Benares avrei sognato dalla mattina alla sera di trovarmi al posto del me stesso nato e vissuto a Napoli, a Parco Comola 23, figlio di un dirigente Falck e di una casalinga di cultura medio alta. Invece il predicatore Beppe Grillo riesuma la lotta di classe, ormai putrefatta e sepolta da tonnellate di terreno e di storia, per liquidare, a suo modo di vedere, decine di migliaia di persone che a Torino hanno espresso le proprie opinioni, diverse dalla sua (…ammesso che lui ne abbia di stabili e durature).

http://www.beppegrillo.it/ode-alla-borghesia-siete-tornati-dove-eravate/

Non saprei quantificare quanti borghesi ci fossero in piazza Castello sabato scorso e sinceramente me ne infischio. So solo che tra tanta gente ho fatto fatica a rientrare a casa tanto le strade limitrofe erano piene di persone. Mi appassionano poco anche le analisi sulle fasce di età dei partecipanti. Essere sotto o sopra i quarant’anni ed essere così tanti per me indica solo l’espressione forte di un disagio profondo. Mi interessa di più domandarmi quanti dei partecipanti borghesi o “borghesucci” (forse per Grillo, a seconda della taglia o della statura…) presenti alla dimostrazione “Sì Tav” hanno votato per i pentastellati alle ultime elezioni. Non è possibile saperlo, ma di certo, vista la numerosità di cittadini, erano un campione largamente rappresentativo.

Tuonare risposte senza porsi, magari prima, le relative domande è una specialità della casa del “Beppe a cinque stelle”, travestitosi ultimamente da rivoluzionario, ma di gran lusso.

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/borghese-arricchito-disprezza-i-borghesucci-1601063.html

Ad esempio Grillo potrebbe domandarsi che ne sarebbe oggi di lui se la classe media, soprattutto al sud, non avesse votato per il suo Movimento. Ma come già detto i pentastellati doc non si pongono domande; preferiscono le risposte rapide, passando direttamente alle conclusioni, che poi si risolvono quasi sempre con un bel “No” in via preventiva a tutto ciò che altrimenti non saprebbero spiegare.

Comunque, superati i cinquant’anni, ringrazio ancora il destino di avermi fatto borghese e non giudico neanche Grillo che sputa nel piatto dove ha sempre mangiato e a tutt’oggi si abbuffa proprio grazie a borghesi come me e come, quelli che l’hanno incensato come comico prima e politicante poi, votando per il M5S, al contrario del sottoscritto. Borghesi non necessariamente “grandi” come lui, magari piccoli, piccoli, come gli uomini descritti da Vincenzo Cerami, che: “…mangiano, dormono, bevono, s’accoppiano, mingono, defecano, e poi vanno all’altro mondo.”

Santo santo Wikipedia. Informa il mondo su chi siamo e da dove veniamo.

Osservo il video dell’intervista su “La7” alla Ministra Barbara Lezzi, che non avevo ancora avuto il piacere di aver mai visto e provo a informarmi sulla mega enciclopedia Web su chi sia.

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Barbara_Lezzi:

Diplomata nel 1991 presso l’istituto tecnico Deledda per periti aziendali e corrispondenti in lingue estere di Lecce, viene assunta l’anno dopo presso un’azienda del settore commercio con la qualifica di impiegata.

“Nel 2013 viene eletta senatrice della XVII legislatura della Repubblica Italiana nella circoscrizione Puglia, nelle liste del Movimento 5 Stelle, divenendo vicepresidente della commissione permanente bilancio e programmazione economica, e membro della commissione permanente per le politiche europee. Viene rieletta nella XVIII legislatura, in cui le viene conferito l’incarico di ministro per il Sud nel governo Conte.”

Dunque un politico eclettico: svolge attività in aziende del settore commercio, poi diventa senatrice e si occupa di bilancio dello Stato, programmazione economica e politiche europee. Le viene conferito l’incarico di Ministra per il sud.

Durante un’intervista su “La7” le vengono poste domande sul tema della divulgazione scientifica. Ha fatto scalpore il suo riferimento al trecentosettantesimo grado. Non si sa se anche qui ha mostrato grande eclettismo nel voler riformare la trigonometria, o un difetto di pronuncia le ha fatto scivolare la doppia “s” di “sessanta” in una doppia “t”. Ciò che ho percepito come preoccupante, non è il lapsus “angolare” della ministra, ma altro. Questa è la trascrizione completa del passaggio su “La7”:

Intervistatore: «…che volete fare con la divulgazione scientifica?

Ministro Lezzi: «Stiamo approfondendo la discussione in merito per non controllare nel senso di gestire, ma cercare anche di dare tutte le versioni possibili in merito a un determinato argomento e non soltanto un’informazione»

Intervistatore: «Ma la ricerca scientifica non è sottoposta a opinioni»

Ministro Lezzi: «Appunto, però è chiaro che ci sono diversi filoni intorno a un determinato argomento che se poi convergono tanto di riguadagnato, ma a nostro avviso è bene informare a trecentosettanta gradi il cittadino e soprattutto il servizio pubblico lo deve fare, magari dando anche alla comunità scientifica la possibilità di smentire nel merito, eventualmente, quelle che sono delle false informazioni che possono anche entrare nell’opinione pubblica senza essere gestite…»

https://youtu.be/qwAmiIjOgtY

Il Ministro sta parlando come politico visto che tra le competenze di una Ministra per il sud non credo sia compresa la diffusione dell’informazione scientifica e in pratica ci dice che bisogna fornire tutte le versioni in merito a un tema scientifico e non solo una. Non è chiaro cosa intenda per versioni, né a cosa si riferisca quando dice soltanto un’informazione, riferendosi forse a ciò che fino ad oggi ci ha insegnato il metodo scientifico. Forse intendeva per versioni le “prove scientifiche”? O, forse, intendeva le esternazioni di chi attraverso i social afferma qualcosa senza poter dimostrare ciò che afferma? Forse intendeva riferirsi a chi ha tuonato: «Io quand’ero piccola, che c’avevo poco a poco un cugino che c’aveva una malattia esantematica facevamo la processione a casa di mi cugino, perché così la zia se sgrugnava tutti e sette i nipoti, così tutti e sette i nipoti c’avevano la patologia e se l’erano levata dalle palle. »

Non lo sapremo mai. Quello che però sappiamo è che ci si sta avviando, alla trasformazione del Ministero del Sud” nel “Ministero della verità”. Già, quello dell’immaginario Stato di Oceania in 1984 di Orwell, sulla cui entrata principale, tra le tre frasi, campeggiava: “L’IGNORANZA È FORZA”.

Confesso che da un po’ di tempo mi sembra di essere Winston nel dialogo del libro:

“Sei lento a imparare, Winston” disse O’Brien, con dolcezza.

“Ma come posso fare a meno…” borbottò Winston “come posso fare a meno di vedere quel che ho dinanzi agli occhi? Due e due fanno quattro.”

“Qualche volta, Winston. Qualche volta fanno cinque. Qualche volta fanno tre. Qualche volta fanno quattro e cinque e tre nello stesso tempo. Devi sforzarti di più. Non è facile recuperare il senno.”

A volte penso di essere approdato a un’età nella quale si è ormai al riparo dalle emozioni. Come una spiaggia sicura che garantisce la certezza stabile di una terra ferma, dopo una vita passata sulla superficie di onde sempre in movimento. Non mi indigno più. Giuro solennemente di non affermarlo per darmi il tono di Rutger Hauer in Blade Runner quando dichiara laconicamente di averne viste, a livello cosmico, di cotte e di crude. Non è questo. Forse è colpa dei ricorsi storici di G.B. Vico. La replica nel tempo di fatti e umane circostanze o, perlomeno, la loro percezione, genera alla mia età una certa inerzia rispetto alla facile indignazione. Emotivamente mi smuove di più la nascita di un atto concreto, magari anche maldestro, che un principio virtuoso mai applicato perché inapplicabile o, peggio, perché terribilmente scomodo.

Mi imbatto in un articolo sul Corriere della sera di Andrea Galli: http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/17_ottobre_11/milano-prof-manager-morti-legge-terroristi-milanesi-latitanti-8d6a1200-adeb-11e7-aeaa-c10a797c4526.shtml

Si tratta di un mini reportage su alcuni latitanti, autori, secondo la giustizia italiana, di omicidi e stragi, protagonisti della stagione del terrorismo rosso. L’articolo in breve affronta la loro storia giudiziaria, la fuga in Paesi con larghe vedute sui “perseguitati politici” e la loro “vita normale” . Professori, imprenditori, scrittori. A parte qualcuno che poi si è dedicato al traffico di stupefacenti o alle rapine, tutti si sarebbero fatti onore in quelle nazioni che li ospitano proteggendoli dalla giustizia italiana. Sono fatti che si ripetono nel tempo e nella storia come nelle teorie del succitato filosofo napoletano. Dai generali napoleonici antirealisti ripiegati in tutta Europa e nel mondo, ai fuggitivi nazisti dopo la seconda guerra mondiale, ai capi milizia serbi dopo l’ultima guerra balcanica. L’unica differenza è che questi erano grandi conflitti storici e coinvolgevano popoli, governi e stati nazionali, mentre il terrorismo in Italia è stato solo un fenomeno contingente, in un intervallo temporale posto tra due epocali ere storiche: pre e post moderna. Come in un evento sismico due enormi placche storico/geologiche si sono scontrate e in mezzo, stritolato dagli eventi, è esploso quel decennio di sangue. Nel caso dei cosiddetti “anni di piombo” non si può parlare di grandi svolte della storia, ma di terribili storie, la cui memoria agli occhi di qualcuno non sembra degna di essere restituita alla luce completa. Si tratta degli stessi personaggi che cavalcano fieramente la crociata contro il nostro passato remoto, quello del “ventennio” di quasi un secolo fa. Essi sono per lo più insensibili davanti allo scempio prodotto dai protagonisti di quegli anni sanguinosi, soprattutto se trattasi di terroristi rossi. Davanti a questi scampati alla giustizia un oblio scende pesante come un macigno e nessuno rilascia interviste, opinioni, sentenze morali sul tema. Spariscono i toni apodittici antifascisti e le comparsate su giornali, televisioni e web, spegnendo il volume come tutti colti improvvisamente dall’effetto di un potente sonnifero. Le migliaia di persone festanti durante le manifestazioni a favore della “PACE” e dell’accoglienza, “Contro ogni razzismo” “Contro la violenza di genere”, quando si parla di morti per terrorismo e assassini liberi di vivere la propria “vita normale”, sembrano tutte affette da improvvisa amnesia collettiva. Tutti latitanti come quelli espatriati! Certo, Paesi come la Francia e il Brasile che ospitano e tutelano persone giudicate definitivamente dai tribunali italiani terroristi e assassini sono stati grandi precursori del tanto agognato concetto di accoglienza di Stato dei “profughi politici”. Tuttavia, qualcuno di quei precetti vuoti non sa proprio che farsene perché ha perso in quegli anni la vita o gli affetti, il lavoro, la salute e la tranquillità. La medesima tranquillità di quei latitanti chiamati con magnanimità “esuli” dai professionisti dell’opinione “politically correct“. Gli “esuli” invece se la godono, crogiolandosi nella propria “normalità” acquisita non so se in barba alla propria coscienza, ma certamente alla faccia della giustizia italiana, bella o brutta che sia e alla faccia di tutti noi che continuiamo a essere soggetti ad essa.

Ed ecco un inatteso sussulto di rigurgito risalire lungo il mio esofago trasformandosi in nausea, non certo per quei criminali che hanno semplicemente fatto il proprio mestiere; scappare e nascondersi. Provo, alla faccia della mia dichiarata anaffettività, ribrezzo per quel fiumiciattolo di ipocrisia che scorre da almeno quarant’anni tra i notabili sinistrorsi di questo Paese. Tempeste di invettive e disegni di legge per trasformare in reato, la vendita di un gadget nostalgico e, al contempo, quattro metri di terra da tumulo sugli orrori commessi dai “compagni che sbagliano”.

Pare che lo zenzero sia un potente espediente naturale contro nausea e vomito; tutto mi sarei aspettato, ma non di dovervi ricorrere a questa età per motivi diversi da un indigestione.