https://vimeo.com/234482460

Sarà capitato anche a voi 

di avere una musica in testa, 

sentire una specie di orchestra 

suonare suonare suonare suonare, zum zum zum zum zum zum zum zum zum, 

la canzone che mi passa per la testa, 

non so bene cosa sia 

dove e quando l’ho sentita, 

di sicuro so soltanto che fa 

zum zum zum zum zum zum zum zum zum, Ecc. Ecc.

Ci vuole una certa età per ricordarsi questo motivetto. Era come un mantra ed io, seppur bambinetto, la ricordo come fosse stata cantata ieri per la prima volta. Quel zum zum zum zum zum zum zum zum zum è come un richiamo irresistibile, una voce che attira chi l’ascolta lontano dalla realtà, come il flauto magico del pifferaio di Hamelin. Lui se ne intendeva di suoni ipnotici e dopo aver derattizzato la cittadina danese, scontento per non essere stato retribuito, ha ben pensato di de-cittadinizzare Hamelin, riservando ai suoi ingrati abitanti la stessa fine delle zòccole affogate. In questi giorni i pifferai dei media del PPC (Partito Politicamente Corretto) hanno, tanto per cambiare, corretto bene il tiro sulle notizie in prima pagina. Ormai il caso nazionale è “i furbetti dei seicento euro del bonus Covid”. Tutta Italia si indigna, guidata da flautisti esperti come Travaglio, Scanzi, Gomez, Serra e compagnia cantando, anzi suonando. Solo gli ipoudenti o gli affetti da sordità totale, ignorano i pistolotti moralisti suonati da quella larghissima schiera di flautisti dell’indignazione facile e unidirezionale. Immuni dalle note musicali distraenti del giornalismo à la page, si sono resi conto che mentre il Paese inorridisce per quattro o cinque Parlamentari, scoperti nell’esercizio della propria meschineria, la Giustizia, intesa come sistema, è ormai un deserto di macerie. Zitto, zitto il Guardasigilli, (forse durante la vicenda Palamara e tutte le altre non emerse, non stava guardando i sigilli, ma fissava qualcos’altro), ha approvato un testo di riforma del CSM che andrà in Parlamento, efficace come uno spruzzo di Autan contro il Covid 19.

https://www.ilsole24ore.com/art/sorteggio-quote-rosa-e-stop-porte-girevoli-pista-delega-che-riforma-csm-ADlbuRi?refresh_ce=1

Tutto ciò nel silenzio totale dei media più gettonati del Paese. Tutti a commentare i seicento euro richiesti da cinque pidocchiosi (…e certamente molti di più) piuttosto che rabbrividire per ciò che si rischia varcando l’aula sbagliata di un Tribunale. Inquieta l’inerzia che lo Stato adotta quando c’è da entrare in un Sistema di potere come quello, ma evidentemente non abbastanza per interessare l’informazione e i cittadini. Certo, chi non ha mai vissuto in prima persona esperienze giudiziarie finite male o bene ma dopo anni di distruzione morale, psicologica e fisica, normalmente sbraita giudizi prendendosela con l’integrità divina di tutti i magistrati solo per il fatto di chiamarsi così. Poi, quando qualche benpensante progressista con l’erre moscia, finisce nel tritacarne, domina il silenzio di tomba esistenziale. Chi però non sta zitto e non segue le sinfonie narcotizzanti dei pifferai mediatici è considerato canea rabbiosa. Per favore se c’è qualcuno che ha problemi di udito e non riesce a seguire zum zum zum zum zum zum zum zum zum la canzone che vi passa per la testa, per favore batta un colpo!

grazie

«No,» disse il sacerdote, «ma temo che finirà male. Sei ritenuto colpevole. Forse il tuo processo non andrà neppure oltre un tribunale di grado inferiore. Almeno per il momento, la tua colpevolezza si dà per dimostrata.» «Ma io non sono colpevole,» disse K., «è un errore. E poi, in generale, come può un uomo essere colpevole? E qui siamo pure tutti uomini, gli uni quanto gli altri.» «È giusto» disse il sacerdote, «ma è proprio così che parlano i colpevoli.»

Così Primo Levi tradusse Kafka nel 1983 per la Einaudi ne Il processo. Nel ‘83 Silvio Berlusconi faceva l’immobiliarista come tanti altri e, proprio come molti di essi all’epoca, per la natura di quel lavoro, sarà stato un tipo spregiudicato. Poi entrò in politica, quella che conta, e da qui in poi sappiamo come è andata. Oggi per coloro, tantissimi, che hanno creduto nelle ragioni della sentenza di condanna contro quell’uomo, è, o dovrebbe essere, un giorno di riflessione. Non importa come ci si schieri politicamente, ma davanti alle dichiarazioni audio registrate di uno di quei giudici che hanno emesso la sentenza contro di lui la riflessione dovrebbe essere almeno consigliata, se non obbligatoria per tutti. Là, in quelle aule di giustizia, per un motivo o per un altro, ci finiscono in tanti, anche molti che un tempo si scagliavano contro le sue parole che denunciavano un uso strumentale dei processi e non solo dei suoi. Ricordo quei girotondi di indignati che, come bambini ingenui e giocondi, saltellavano nelle piazze italiane. Poi qualcuno, per qualunque motivo, si è ritrovato ad avere a che fare con la giustizia. Per chiunque che non si troverà mai in quelle condizioni  sarà sempre comodo indignarsi giudicando qualcun altro, magari ben aizzato da giornali e giornalisti, funzionali a quel sistema. Oggi su Berlusconi e Palamara è emerso tutto alla luce del sole: rapporti tra magistrati, stampa, politici, imprenditori. Non un “mondo di mezzo” ma un “mondo di sopra”. Sopra chiunque, Istituzioni e cittadini comuni. Sopra chi segue le regole, ma non può mai sentirsi tranquillo solo per quel motivo. Non basta osservare leggi e norme di convivenza: si vive e si agisce sempre nel terrore sacro di essere coinvolti in qualche bega giudiziaria. Della giustizia si ha paura, non fiducia. Se si incappa in prossimità di quel “mondo”, anche e soprattutto incidentalmente, si può pacificamente essere considerati come serial killer. Proprio come disse K.: «come può un uomo essere colpevole? E qui siamo pure tutti uomini, gli uni quanto gli altri.» «È giusto» disse il sacerdote, «ma è proprio così che parlano i colpevoli.» Solo che, se non ti chiami Berlusconi, e ti becchi incidentalmente qualche condanna, non lo saprà mai nessuno…

Il Ministro Bonafede, secondo l’articolo collegato al link sottostante, avrebbe dichiarato: «Quando del reato non si riesce a dimostrare il dolo e quindi diventa un reato colposo, ha termini di prescrizione molto più bassi”. “Se fosse vero quanto sostenuto dal Ministro, in un processo ad esempio per violenza sessuale si potrebbe chiedere di procedere per stupro colposo non riuscendo a dimostrare il dolo?» si chiede il Codacons.
https://codacons.it/clamoroso-errore-di-bonafede-sul-reato-colposo-o-doloso-codacons-si-dimetta/

Fine pena mai. Al di là dei tecnicismi trattati dal Codacons, attraverso i quali è evidente anche ai non addetti ai lavori come me, che un Ministro della Giustizia ha dichiarato qualcosa di culturalmente indichiarabile, sembra che ormai la morte del cigno sia cosa fatta, ammesso che il movimento dell’onestà tà, tà, tà sia mai assomigliato a un cigno. Non è ancora chiaro quale sia il vantaggio politico per una formazione politica in fase terminale di sostenere una pena perpetua per il cittadino imputato di reato, anziché dimostrare di preoccuparsi di un sistema giustizia a dir poco malato. Mentre un ex pm, in un clima da cabaret, spopola con un video sulla convenienza giuridica di ammazzare la (o il) consorte piuttosto che divorziare,

https://www.striscialanotizia.mediaset.it/video/piercamillo-davigo-e-le-dichiarazioni-su-divorzio-e-uxoricidio_64748.shtml

gli avvocati del Paese insieme a una larga parte di magistrati, si sono dichiarati ragionevolmente contrari all’abolizione della prescrizione, senza garanzie di un processo in tempi equi. Inutile scrivere a mezzo stampa quanto sia dannosa l’incompetenza perché almeno Pier Camillo Davigo, l’ex Pm, incompetente non lo è di certo. Il problema sono le convinzioni personali. Quanto pesa un’ideologia estrema o una propensione alla condanna, senza se e senza ma, sull’equilibrio che la bilancia della giustizia dovrebbe evocare? Un ex pm che dichiara l’esistenza al mondo solo di prosciolti, ma mai di innocenti e un Ministro che afferma l’impossibilità in natura di detenzioni ingiuste, più che esprimere opinioni recitano una formula sacra utilizzata come veicolo di un occulto pregiudizio. Come tutti i mantra il loro ha una funzione auto protettiva sulla propria coscienza e su quella di chi li sostiene. Una sorta di purificazione mistica contro il malaffare italiano da cui allontanarsi, almeno spiritualmente. Davigo sembra esprimersi più per questioni di attitudine personale e Bonafede per imposizione dei superstiti del M5S che sta soccombendo sotto il peso schiacciante del niente politico. Entrambi sembrano pugili barcollanti che un istante prima di finire al tappeto urlano all’avversario: “Ti sto massacrando di pugni!”. A metterli al tappeto paradossalmente non sarà di certo l’assurdo della loro proposta, ma i loro stessi alleati di governo che nell’uso politico della giustizia non sono mai stati secondi a nessuno. 

Partiamo dalla fine: “Ma l’imperatore non ha nulla addosso!”, disse a un certo punto un bambino.”

“Santo cielo”, disse il padre, “Questa è la voce dell’innocenza!”. Così tutti si misero a sussurrare quello che aveva detto il bambino…

Hans Christian Andersen così chiudeva la favola del Re nudo. Una rivelazione quella dell’innocenza che annichiliva il pensiero unico del popolo, terrorizzato dall’essere considerato stupido o non all’altezza di vedere l’inesistente vestito dell’imperatore.

Nessuno in questo Paese sembra disponibile a osservare sé stesso. Quel sé stesso che vive la propria quotidianità reale, quella che poi è la natura autentica di ognuno, non la sua maschera postata su un social. Se viene arrestato un evasore totale con tanto di Ferrari e villa a Montecarlo, ci sentiamo tutti grandi e onesti contribuenti dello Stato, cadendo in una profonda amnesia sui contributi non versati alla badante o sui pagamenti in nero della ristrutturazione della casa al mare. Se una vecchietta viene investita da un pirata della strada, pensiamo di essere il popolo di automobilisti e motociclisti più disciplinato del pianeta. Se un amministratore pubblico viene colto con le mani nella marmellata ci indigniamo, non prima di aver rimosso il ricordo di quando gli chiedevamo con il cappello in mano un favore personale. Ma questi sono solo noiosi luoghi comuni. Nelle pieghe di queste banalità ce n’é una, forse meno comune, la cui narrazione o addirittura la semplice citazione mi atterrisce. Per arrivarci gradualmente parto da una domanda: «In un Paese fondato, più che sul lavoro, sulla cultura del sospetto come mai nell’immaginario collettivo si pensa male di tutto e tutti e non di chi, per definizione, lavora e  mangia con i sospetti?».

Ricordo di essermi iscritto a Medicina quando non c’era ancora il test d’ingresso, era il 1982. Da allora, ho comunque dovuto cimentarmi in innumerevoli esami e concorsi per potermi specializzare ed essere assunto nella pubblica amministrazione. Il mio spirito era quello di curare il prossimo nel migliore dei modi, senza compromessi. Poi ho dovuto cambiare idea tante volte, ma il principio è rimasto immutato. Mi chiedo però se questo principio personale da solo possa garantire la mia totale dedizione alla salute degli altri. Unicamente per aver scelto con coscienza di fare il medico e aver sostenuto prove e concorsi, questo basterebbe a certificare la mia buona fede rispetto alle mie intenzioni? In un Paese dove si sospetta che l’AIDS non esista e che i vaccini non servano a nulla sarebbe ragionevole  pensare che un medico non sia automaticamente in totale buona fede solo perché dichiara di aver scelto con coscienza di fare il dottore. Noi medici, come le altre categorie di lavoro, non scappiamo alla regola del sospetto, anche in assenza totale di indizi o prove. Non a caso le norme e i contrappesi forniti dalla giustizia supportano la coscienza del singolo a garanzia della salute di tutti.
Solo qualche altra categoria professionale in seno alla giustizia al giorno d’oggi ancora si salva dalla lente d’ingrandimento della vox populi. Quella  che ha fatto dell’autoreferenzialità la propria garanzia verso società antiche e moderne. Influenti magistrati affermano che basta la propria coscienza a fornire al popolo sufficienti rassicurazioni di imparzialità e correttezza ed è più che sufficiente per non finire nel tritacarne del sospetto, ma addirittura per cavalcarlo con una veste di immacolata superiorità. Non sarebbe corretto generalizzare. Fortunatamente il sistema giustizia tira avanti tramite uomini realmente coscienti e fedeli al buon senso e alla legge, che servono con la rigorosa applicazione che la Costituzione dovrebbe garantire. Certo, la coscienza è importante, è il presupposto di ogni etica, ma ahimè è personale e, rispondere solo ad essa non è certo da sola una garanzia di principi sani. Se così fosse per tutte le altre categorie, le leggi e le altre regole di convivenza non servirebbero; basterebbero quelle non scritte. Sarebbe sufficiente immaginare in campo medico che gli stessi medici e infermieri potessero oggettivamente prendere decisioni solo sulla base della propria coscienza, in assenza di norme scritte in tema di aborto, fecondazione assistita, eutanasia e senza poter essere criticati o smentiti da nessuno. In una realtà dove basta il sospetto per essere già condannati, ricoprire il ruolo, su mandato dello Stato, di gestore unico dei sospetti e non ammettere critiche né osservazioni, ma solo dogmatiche approvazioni, è deprimente quanto spaventoso. Ci avvicina in un percorso a ritroso verso epoche oscure di metà millennio e non verso un futuro dove la lancetta tra diritti e doveri si auspicherebbe sempre più equidistante. Se poi questa lancetta passa dai cultori della sacra (…propria) coscienza alle urla di un popolo, miope con i propri doveri e iracondo e indignato con quelli degli altri, il rischio è sempre più quello raccontato da Hans Christian Andersen, dell’innocenza del bambino che, unico tra la folla, osservando la nudità del sovrano, urlerà prima o poi anche a questi ultimi: «Ma l’imperatore non ha nulla addosso!».