Chissà perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi.“ ha detto ultimamente Mario Draghi, con un’insolita autoironia per un Presidente del Consiglio, in un discorso pubblico, dopo aver pronunciato “smart working” e “babysitting”. Certo, sarebbe bello parlare e scrivere più in italiano, ma il mondo con le sue connessioni anglofone da tempo non lo permette.

Mi salta sempre più spesso all’occhio l’accezione “cancel culture” e mentre esploro il Corriere della Sera mi imbatto nella rubrica di Massimo Gramellini Il Caffè. 

https://www.corriere.it/caffe-gramellini/21_aprile_01/quel-razzista-mozart-66d2f760-9253-11eb-b997-507c83c4e681.shtml

Premetto che stimo Gramellini, pur non condividendo quasi nulla del suo modo di pensare. Molto tempo fa io, Mr. nessuno, inviai una lettera al quotidiano la Stampa in risposta a un suo articolo sui napoletani, che ritenni per me non accettabile. Scrissi una semplice email a un indirizzo generico della testata, convinto di non ricevere mai riscontro, ma lui rispose con una mail personale, quasi scusandosi per i toni del suo articolo. Lo apprezzai molto. Tuttavia, come nelle migliori relazioni, seppur di superficie, la schiettezza è essenziale.

Tornando ai giorni nostri, Gramellini scrive, sul Corrierone di oggi, un articolo sull’intenzione dell’Università di Oxford di abolire Mozart dai propri programmi di educazione musicale. Motivo: i grandi compositori del passato, «in quanto capisaldi della musica bianca, potrebbero creare disagio agli studenti neri». La questione è che il giornalista, pur con la sua proverbiale ironia, si indigna per tale assurdità con lo stupore di chi ha scoperto per la prima volta quelli che egli stesso definisce “i fanatici di ogni epoca”. Strano, considerando che la cultura della cancellazione è l’estremizzazione di un modo di pensare soprattutto del mondo di sinistra con i suoi veti ideologici alla storia, alle singole persone non allineate al pensiero “giusto”. Seppur vero che l’ondata iconoclasta è operata da fanatici  che attaccano monumenti di personalità del passato (Cesare Augusto, Marco Aurelio, Cristoforo Colombo, Picasso ecc.), con scene di delirio e isterismo collettivo, ciò non sarebbe possibile senza una classe accademica, giornalistica o comunque intellettuale, prima ancora che politica, pronta, non solo ad assecondare, ma anche a spacciare giustificazioni concettuali per inquadrare un’ottusa e banale opera distruttrice come un sofisticato effetto collaterale di giustizia sociale. Mi stupisco dello stupore di Gramellini quanto lo sarei nel vedere un bambino sulla spiaggia che prima lancia una pietra e poi ritira la mano. Non so se dopo aver lanciato il sasso dell’indignazione Gramellini ritirerà la mano di fronte ai suoi amici di sinistra, ma liquidare l’idea dei docenti inglesi di Oxford come conseguenza di una bevuta di birra collettiva è un ingenuo tentativo di stendere un velo, molto trasparente, sulle responsabilità reali di una classe pseudo intellettuale e di politicanti (…contrazione di politici farneticanti) radical chic. Cancel culture è un inglesismo, ma molto calzante che però intenderei più come cancellation of culture, solo perché la cultura in generale mette in crisi ogni dogma o inquadramento ideologico. Per questo motivo non è mai gradita nella dialettica del politicamente corretto.

Sono in crisi. Cerco disperatamente di nasconderlo, ma vista l’inutilità del gesto agli occhi di chi mi frequenta spesso, non mi rimane che ammetterlo: patisco la confusione. Non solo quella caciarona e frenetica, ma anche quella ideologica, nell’accezione di  “ideo-logica”. Le idee sono sempre logiche, o le ideologie hanno di frequente una logica incomprensibile? Non ho risposte e allora passo ad altro e mi vado a leggere il Corriere della Sera. Tra Berlusconi che annuncia: “Se nessuno vince, avanti con Gentiloni” (come dire che se tra Juve e Inter nessuno vince è segno che hanno pareggiato) e Salma Hayek che accusa Weinstein con una lettera al New York Times di averla molestata minacciandola addirittura di sostituirla durante le riprese di un film, se non avesse girato una scena osè. Tutto questo ha un certo effetto sedativo sulla mia crisi. Comincio a pensare che tutto sommato il senso, compreso quello filologico del termine, delle ideologie non mi appassioni più delle previsioni del tempo dello Yunnan cinese. Ma gli imprevisti che fanno riprecipitare nella confusione sono sempre dietro l’angolo. In questo caso hanno pure un nome e un cognome che per rispetto istituzionale citerò all’inverso: Mieli Paolo e Gramellini Massimo. Il primo appare con un articolo il cui titolo già sintetizza bene il contenuto: “La giustizia che punisce solo i vintihttp://www.corriere.it/opinioni/17_dicembre_14/giustizia-che-punisce-solo-vinti-jugoslavia-praljak-milosevic-745767b4-e035-11e7-b8cc-37049f602793.shtml

Si tratta di riflessioni su circostanze, riferite in questo caso al potere giudiziario, che nella storia ciclicamente si ripetono. Tralasciando la questione affrontata da Mieli sulle sentenze del Tribunale dell’Aia in merito al conflitto consumatosi nei Balcani, nel suo articolo non posso non notare una certa sua indignazione. “Possibile che non si riesca a trovare neanche una macchiolina sull’abito dei vincitori? Siamo proprio sicuri — ad esempio — che i musulmani bosniaci di Alija Izetbegovic non abbiano qualche morto sulla coscienza?” si domanda il grande editorialista, utilizzando con sapienza lo strumento retorico per dissimulare il suo sdegno. Ripiombo nella mia crisi e le domande dentro di me mi mordono come lupi a digiuno da settimane. Ma Mieli nei ventiquattro anni di processo ai Serbo-bosniaci è stato sempre là nei Paesi Bassi e nel frattempo non è mai più rientrato in Italia? Come fa a non aver notato che in questo Paese un’intera Repubblica si è fondata, più che sul lavoro, sulle ragioni (preventive) dei vincitori. Come fa a ignorare che quelle ragioni dominanti hanno fino a oggi permesso un agghiacciante oblio su quelle dei vinti, sotterrandole anche al loro diritto di esistere. Intere carriere pubbliche, politiche, giornalistiche, associative, si sono materializzate sull’adorazione dei vincitori dal dopoguerra ad oggi. Ancora si discetta di fascismo e antifascismo come se oggi 14 dicembre 2017 fosse l’8 settembre del ’43! Chi campa ancora di antifascismo, senza fascismi non saprebbe come sbarcare il lunario è uno di quei perché. I biografi di Mieli non si stupirebbero più di tanto; “mielismo” e “cerchiobottismo”, neologismi coniati per lui dai suoi commentatori, lo hanno già accompagnato nelle sua straordinaria carriera. Basti pensare che a 18 anni già lavorava per L’Espresso. Rammentare le sue origini estremiste per me non ha un senso polemico. Io, perfetto sconosciuto, non ho mai nascosto le mie origini analoghe alle sue e ora, che piaccia o no, sono questa roba qua. Ciò che mi sorprende è però ciò che sembra sorprendere lui nel suo articolo. I vincitori hanno sempre ragione, soprattutto quando hanno torto e rimorsi. Lo scopre solo adesso? Per questo aggiungo che questi ultimi in numero sempre considerevole si allenano allo sport più salvifico di tutti : il salto sul carro.

Gramellini Massimo da Torino si è invece prodotto nella sua consueta rubrica del CorseraIl caffè” in un pezzo sulla decisione della scuola milanese intitolata a Italo Calvino di non chiamare il Natale con il suo nome, ma “Grande festa delle buone feste”. http://www.corriere.it/caffe-gramellini/17_dicembre_13/caffe-gramellini-non-buon-non-natale-41bf2bea-e047-11e7-b8cc-37049f602793.shtml

Calvino, più che rivoltarsi nella tomba, direbbe: “Ve lo avevo detto!”. Già, perché lui in tutte le sue opere, con inarrivabile ironia, ha descritto l’incapacità del mondo di trovare l’equilibrio tra logica e irrazionalità La vicenda si presterebbe bene in una sua opera postuma ideale. Un’analisi di quanto le ragioni mediatiche dei più deboli sovrastino con l’arma della retorica la visione del reale. Lo stesso Gramellini, che stimo come persona per altri motivi alieni dai suoi contenuti di editorialista, insegna sempre a tutti quanto i buoni sentimenti d’ordinanza debbano fare la differenza tra un mondo “fascistizzato” e una società “giusta per giusti”. Ma quando le conseguenze reali di queste visioni “correct” si materializzano proprio nel cambio forzato del nome del Natale, “per non offendere quelli che non lo festeggiano“, (…e lo stesso Gramellini, anche se ironicamente, se ne duole), allora devo proprio avere dei buoni motivi per ammettere di essere in crisi. Ma non era lui a professare il politically correct? Non si starà mica fascistizzando…?

Ah, comunque Buon Natale, senza offesa…