Lettera a Vittorio Feltri

Caro Feltri, la Sua lettera/articolo sul quotidiano da Lei diretto, indirizzata/o a Carlo Ancelotti mi ha sorpreso! Non si faccia ingannare dai suoi numerosi non simpatizzanti; la mia sorpresa non è legata a questioni di antipatia nei suoi confronti. Non di rado mi sono trovato d’accordo con Lei, e talvolta anche con i Suoi toni, di certo necessari alla tenuta della Sua immagine mediatica. Mi ha tuttavia sorpreso l’abbandono della coerenza con la quale, insieme alla Sua immagine di giornalista politicamente scorretto, ha mantenuto alto il Suo successo. Lei ha utilizzato un terreno scivolosissimo per appioppare ai napoletani e a Carlo Ancelotti l’aggettivo di “piagnucolosi”, nella circostanza di un rigore non concesso durante una partita. Terreno reso ancor più viscido dalla sua dichiarata incompetenza calcistica.

https://www.liberoquotidiano.it/news/sport/13526824/vittorio-feltri-carlo-ancelotti-basta-piagnucolare.html

Il calcio, caro Feltri, come la Sua lunghissima esperienza giornalistica dovrebbe insegnare, è un grande teatro, è esasperazione del reale e, talvolta, finzione utilizzata per modificare la realtà. Cercare di connotare il vero con etichette definitive, quali “I napoletani piagnucolano” i “Bergamaschi non si lamentano mai” o altri stereotipi, attraverso l’argomento calcio è pericoloso perché si rischia di essere smentiti puerilmente. Lei stesso, solo pochi giorni fa, si è lamentato, non saprei dire se piagnucolando o meno, di torti arbitrali subiti dall’Atalanta a Roma in un intervista.

Non mi nascondo, sono di Bergamo e simpatizzo per l’Atalanta che sabato ha pareggiato a Roma. Un pareggio nella capitale non è da buttare via – scrive il direttore di Libero -, però non è bello assistere a certi episodi penalizzanti per una squadra di provincia molto meno tutelata dagli arbitri, che fatalmente hanno un occhio di riguardo per le big del campionato. Si parla spesso di sudditanza psicologica che i direttori di gara negano esistere, invece c’è e produce effetti devastanti”.

Ma a chi vanno le maggiori colpe di questa situazione? “La colpa di tali guasti comunque non credo sia dei signori del fischietto facile, bensì dei soloni che scrivono e riscrivono nuove norme sempre più cretine rispetto a quelle vecchie. I padroni del calcio farebbero meglio a essere più conservatori evitando di danneggiare sistematicamente i club più poveri, senza i quali il massimo torneo italiano sarebbe una ben minima cosa”.

https://www.calcioatalanta.it/2019/10/22/feltri-duro-non-e-bello-vedere-penalizzate-le-squadre-di-provincia/

Peccato che, a quanto pare, il patron dell’Atalanta Percassi, Presidente di un club considerato da Lei tra i più “poveri” (…forse per fatturato) non si distanzi un granché, in tema di  patrimonio personale, dallo sceicco di Abu Dabi .

https://www.ilsole24ore.com/art/dal-modello-atalanta-westfield-ora-focus-milano-olimpica-ACivDev?refresh_ce=1. 

Inoltre, pare che anche quest’ultimo non disdegni il vizietto tutto napoletano di “piagnucolare”, senza per questo stimolare alcuna Sua censura giornalistica.

https://www.tuttomercatoweb.com/altre-notizie/percassi-arbitri-atalanta-penalizzata-piena-fiducia-a-colantuono-230873

Mi ascolti, caro Feltri, pur essendo il sottoscritto anagraficamente più giovane di Lei, lasci perdere le polemiche calcistiche o se proprio non ne può fare a meno, si vada a rivedere meglio l’azione incriminata di Napoli Atalanta e scoprirà, magari con l’aiuto di qualcuno più esperto, tipo Carlo Ancelotti, che diversi istanti prima della sbracciata di LLorente su Kjaer, quest’ultimo disinteressandosi del pallone si era già abbattuto sull’avversario sbilanciandolo.

Un anonimo, caro Feltri, ha dichiarato, a proposito della coerenza: E’ inutile che le chiamiate mutande se poi non ve le cambiate mai…

Napul’è: Napoli e gli stereotipi dell’accoglienza

A dispetto del titolo di questo post vorrei scrivere di ciò che Napoli non è. Non ho voglia di premesse difensive tipo: “la mia è solo un opinione, però…”, “io amo la mia città, però…” “non voglio generalizzare, però…”, eccetera. Certe considerazioni le pensavo già quando a Napoli ci vivevo e le continuo a pensare mentre sto scrivendo e, badate, io odio la coerenza! Nella sua immodificabile integrità è triste! Non mi interessa apparire tutto d’un pezzo, di quei pezzi che si spezzano pur di non piegarsi. Tuttavia, a costo di farmi disprezzare, devo ammettere che su alcune abitudini relazionali della mia città non ho ancora cambiato idea. Mi riferisco all’accoglienza di noi napoletani, quella decantata da Goethe e da tanti altri illustri estensori in letteratura, saggistica e giornalismo. Premetto che la gran parte dei miei conoscenti, fatto salvo i pochissimi con cui ho una relazione fraterna, mi considerano ormai uno “straniero”; certo, quasi trent’anni di vita a Torino contano qualcosa, anche se dentro mi sento sempre un ragazzo di Chiaia. Comunque a Napoli un grande stereotipo da luogocomunismo turistico è: “I napoletani sono tra le persone più accoglienti al mondo. Ti fanno sentire a casa!”. È vero, basta essere uno svedese in gita turistica e apprezzare gente vestita da pulcinella che vende calendari dell’avvento a San Gregorio armeno, o i posteggiatori col mandolino che socializzano con i clienti nei ristoranti di via Partenope. Dipende sempre da cosa ci si aspetta. Da quando ho ripreso a frequentare piuttosto assiduamente la città per motivi editoriali ho scoperto che le abitudini relazionali abbandonate vent’anni prima sono a tutt’oggi immutate. In occasione della presentazione de L’uomo che non esiste, presso l’ormai compianta Saletta rossa di Guida a Portalba, saranno venute almeno centocinquanta persone. Erano lì, più che per l’autore del libro, per ricordare Maurilio (il protagonista del volume) ed è stato più che naturale. Tutte quelle persone non le incontravo da anni. Mi sono prima emozionato e poi illuso che lo stereotipo dell’accoglienza di cui sopra non fosse solo una diceria. Da quel momento mi sono sentito come uno tornato a casa dopo una lunga assenza e accolto da decine di amici ritrovati. Sono andato avanti per dei mesi a credere che questa cosa fosse reale, ma l’esteriorità inganna, anche se ci si fa ingannare con piacere. Quelle persone erano (e sono) ancora tutte affabili, di quella affabilità che all’inizio sembra scaldarti l’anima, poi si rivela per ciò che è: un simulacro. Dopo essermi sentito racchiuso in un’accogliente placenta, mi sono spinto oltre, cercando di dare una continuità a quelle gioiose relazioni, ma, non appena ho deciso di farlo, una saracinesca si è chiusa tra me e gli altri. Non si è abbattuta con un gesto violento e rumoroso, ma distrattamente, con un fare lento e inesorabile, che ricorda lontanamente la dinamica dell’ipocrisia. Ho iniziato a comprendere che ciò che contava nelle mie visite napoletane non era la mia presenza, ma l’occasione sociale dove i vari circoli magici si incontrano per poi riallontanarsi frettolosamente. Se non si è parte di un club ristretto ci si deve accontentare dei sorrisi, delle esclamazioni di stupore e di circostanza tipo: “Ti trovo in formissima!!”. Il fatto è che tutto questo non avviene solo con me o con chi vive da tempo fuori dalla città, ma anche tra gruppetti di persone stanziali. Nella quotidianità ci si tratta con distacco o non ci si tratta per niente pur conoscendosi da una vita, se non nelle occasioni mondane dove tutti tornano a essere amici per una sera. Vado a Napoli quattro o cinque volte l’anno e quasi sempre si ripete la solita liturgia. Approdato in città  invio un  WhatsApp o telefono a qualcuno per un caffè, un aperitivo o una semplice chiacchierata e i riscontri sono quasi sempre di questo tipo:

Non posso lasciare mio figlio di quattordici anni da solo a casa. Si intristisce…”, “Oggi finisco tardi!” “Ma se è sabato!” “…Mi sono portato il lavoro a casa”,

“Stasera vado a fare pilates alle 19.00 e poi vado a dormire.” “A che ora ti corichi, alle 9.00?” “No, prima devo cucinare per mia figlia di 17 anni che fa il liceo classico e domani ha il compito in classe di disegno tecnico…”,

“Sono distrutta, ho lavorato tutto il giorno e poi devo andare da mia nonna a dar da mangiare alla tartaruga. Ha l’Alzheimer e quando la vede pensa che sia mia sorella…”

Dopo un po’, facendo ricorso alle mie abbondanti riserve di paranoia penso di essere così sgradevole da generare un fuggi fuggi generale ogni volta che approdo a Napoli . Poi razionalizzo e mi rendo conto che era così anche quando ci vivevo. Anche allora, se provavo a uscire fuori dal mio micro recinto di relazioni di gruppo, a meno di non essere come Maurilio, “L’uomo che non esiste”, venivo rimbalzato indietro. Lui sì che se ne fotteva di queste cose: i rapporti con gli altri non li coltivava, le creava! Ultimamente uno dei miei amici napoletani più fraterni, quando gli ho espresso queste considerazioni mi ha detto: «Michè…e dovevi venire tu da Torino per scoprire queste cose? È sempre stato così e così sarà sempre! Io pur vivendo a Napoli da cinquantacinque anni se desidero vedere qualche amico che non frequento spesso, ci vediamo singolarmente, quasi di nascosto degli altri, manco fossimo amanti…» 

Seppur vero che a Napoli la gente è curiosa, è altrettanto evidente che lo è fino a un certo punto. Oltre quel limite è inutile sperare in uno scambio reciproco e continuativo di oneste relazioni individuali e se addirittura sei diventato uno “straniero” non devi aspettarti più di un fuggevole caffè di cortesia in compagnia del conoscente di turno, con tanto, da parte sua, di smandolinata da posteggiatore, poesia e inchino finale, fino al prossimo viaggio…

A costo di mettere a dura prova la mia credibilità di persona sana di mente, prima di cominciare, devo fare una dichiarazione solenne: mi impegno a sostenere di non aver alcuna contrarietà oppure di non nutrire alcun senso di discriminazione razziale o territoriale nei confronti dei semafori.

Devo innanzitutto ringraziare il mio amico Nicola. Ancora una volta, dopo avermi ispirato a scrivere L’uomo che non esiste, ha colpito nel segno. Davanti a un piatto di maccheroni “allardiati” (antica ricetta napoletana) e di linguine allo scoglio mi ha stupito con una storiella, forse realmente accaduta, tanto da comparire su Il Corriere del mezzogiorno http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/17_novembre_30/napoli-vigili-spengono-semafori-solo-cosi-scompare-traffico-citta-929559b0-d596-11e7-9154-eca66270bd87.shtml?refresh_ce-cp.
Un vigile della Polizia municipale, Comandante dell’unità operativa della zona San Lorenzo-Vicaria, storici quartieri napoletani, con un’idea considerata da molti da iperspazio, pare aver risolto un problema cronico degenerativo: il traffico di Piazza Garibaldi. Per chi non lo sa, quella è la grande spianata di fronte alla Stazione Centrale di Napoli. Un inestricabile intasamento perpetuo a cielo aperto, aggravato da lavori in corso millenari in una delle zone più trafficate della città e forse d’Italia. In sostanza, il comandante Marraffino, questo il cognome del vigile, un giorno si è reso conto che, dopo un guasto ai semafori della piazza, perennemente ingolfata di automezzi, il traffico era più scorrevole. Con piglio scientifico naturalistico, ha atteso il ripristino dei semafori per effettuare il confronto tra situazioni (come nel concetto di “controllo” nel metodo scientifico) e ne ha desunto che in presenza di semafori nuovamente funzionanti il traffico tornava alla paralisi di sempre. Per cui avrebbe deciso di scrivere all’assessore comunale competente proponendogli di accecare intenzionalmente l’impianto semaforico di Piazza Garibaldi allo scopo di migliorare le condizioni del traffico.

Il dibattito mediatico scatenato dalla notizia si è arenato però sul terreno del: “fake o non fake”. Di fatto, che la notizia sia vera, falsa o entrambe le cose (…il giornalismo ci ha ormai abituato anche agli ossimori mediatici), resta la storia di un dipendente della Polizia locale con trent’anni di servizio che con l’osservazione e con un, seppur basico, studio della realtà ha provato un fatto: c’è chi pensa che basti una regola a mitigare la convivenza e chi prova a immaginare che la natura umana possa incidere di più di quest’ultima. Proviamo a immaginare di spegnere i semafori a Oslo. Inutile immaginarlo, primo perché in quelle latitudini l’interruzione di un servizio pubblico non è nemmeno contemplata nei peggiori pensieri di un norvegese dall’ubriacatura triste. In second’ordine, essendo lì tutto regolato, anche i semafori rappresentano l’ennesima garanzia di uno Stato super presente che si sostituisce al cittadino regalandogli e reg(o)landogli certezze anche sulla viabilità, in modo da evitargli la seccatura di preoccuparsene in prima persona in caso di necessità. Se però un meteorite dovesse scagliarsi contro una centralina semaforica dalle parti del museo Munch, gli automobilisti della capitale norvegese morirebbero di stenti nelle auto incastrate. In tal senso il geniale vigile urbano di Porta Capuana ci rivela che la sopravvivenza della specie sembra proprio nelle mani degli automobilisti di Piazza Garibaldi. Essi, non solo riescono a non perire nelle proprie auto tra le ore passate nel traffico dentro gli abitacoli senza bere e mangiare e in balia dei gas di scarico, ma in assenza dei semafori avrebbero anche dimostrato di essere in grado di autoregolarsi. Peraltro, che in una città con problemi di aderenza alle regole i cittadini se ne creino di proprie non arrivando dopo un paio di millenni alla propria auto disintegrazione, questo rimane un fatto. Però, che bella scoperta! La natura, pure quella umana, in assenza o in presenza di poche regole si adatta alle circostanze e in qualche modo ci aiuta ad affrontarle. Succede spesso anche nei mercati economici, nei sentimenti, nell’innovazione. Qualcuno si ostina eroicamente a negare questa evidenza, a strenua difesa della regola in quanto tale. Già perché per questi ultimi la norma prestabilita deve intendersi come entità trascendente alla quale tutti noi dovremmo essere soggetti a prescindere dalla sua reale efficacia, sempre e comunque, come fosse un semaforo impensabile da eliminare. L’alibi per questi “rivoluzionari” è sempre lo stesso: le regole oltre a garantire da sole la civiltà servirebbero ad aiutare i più deboli. Per cui se qualcosa non va, basta inventarsi una nuova regola uguale per tutti per far sì che tutto s’aggiusti e “l’uguaglianza trionfi”. Magari tutto non s’aggiusta e la tanto temuta diseguaglianza persiste ostinatamente. Pazienza! Creiamo altre regole, forse perché una sola era troppo poco. Non importa se esistono prove e controprove sulla dannosità di alcune norme o, peggio, di un loro groviglio informe. Il pensare corretto porta sempre quel qualcuno a stabilire, per ogni singolo problema, una singola soluzione corrispondente sempre e comunque a una singola regola. Poi spesso tra chi la regola la pensa in modo più corretto di tutti si annida proprio chi fa sì che siano gli altri a doverla osservare, astenendosi dall’esserne soggetti. Eravamo noi, vecchi “sinistri” di trentacinque anni fa, a pensare che di regole ce ne fossero troppe e tutte contro i più deboli. Poi qualcuno di noi è diventato adulto e ha iniziato a pensare che forse c’era qualcosa di sbagliato in questa teoria. Ma per gli irriducibili i disonesti erano e sono sempre stati gli altri, per cui “compagni contrordine!”, aggiungiamo pure altre regole perché tutto sia sotto controllo. Poi si è scoperto che anche i “compagni” sbagliano ed ecco arrivare i nuovi “onesti” quelli che aggiungono ulteriori regole che per loro stessi però non valgono mai. L’effetto di un Avviso di garanzia cambia a secondo di chi lo riceve. Se sei un nuovo “onesto” è solo un atto dovuto e puoi tranquillamente rimanere al tuo posto di amministratore, se sei chiunque altro, prima devi auto svergognarti e poi dimetterti da ogni incarico pubblico.

Comunque alla fine del pranzo dopo la scamorza alla piastra e un mezzo babà a testa io e Nicola ormai esausti per la discussione abbiamo pensato: “Meno male che a Napoli i norvegesi non vengono in auto…

(ANSA) – NAPOLI, 8 MAR – ”Io mi schiero completamente dalla parte dei centri sociali che portano avanti un dissenso forte nei confronti di un uomo politico che qualche giorno fa, utilizzando un linguaggio di tipica impronta nazifascista, ha detto che andava nelle piazze e nei vicoli a prendere le persone extracomunitarie per cacciarle”. Lo ha affermato il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, commentando la manifestazione di alcuni centri sociali che hanno cercato di impedire l’accesso al quotidiano Il Mattino al leader della Lega Matteo Salvini. ”Salvini – ha detto de Magistris ai microfoni del programma radiofonico Tg Zero – deve portare rispetto per i centri sociali che ha chiamato zecche”.

http://www.ansa.it/campania/notizie/2017/03/08/de-magistris-sto-con-i-centri-sociali_b17882e1-7428-41ca-a8be-e97b06988186.html

Maurizio de Giovanni oggi su Facebook a proposito degli scontri a Napoli per l’arrivo di Salvini: «Delinquenti e vandali. Non Napoli, né i veri napoletani: delinquenti e vandali. La città vera, la città normale è parte lesa.»

Nel marzo 2016 in un’intervista sul Fatto Quotidiano lo scrittore dichiarò a proposito dei brogli a Napoli alle primarie del PD: “Il potere non ha bisogno di vergognarsi. Chi lo cerca non si cura di null’altro. Ai tempi di Achille Lauro siamo ritornati. E lì restiamo – spiegava ancora lo scrittore -. Almeno allora lo scambio era alla luce del sole. Almeno questo!”. Infine, alla domanda “chi voterà?”, rispose: “de Magistris. Credo, nonostante tutto, che sia la proposta più apprezzabile”.

Strani cortocircuiti per chi non conosce Napoli come i napoletani. Entrambi, de Magistris e de Giovanni, accomunati da un prefisso minuscolo di sospette origini nobiliari, e da una tranquilla vita borghese prima della fama acquisita per meriti diversi, sono due esempi da paradigma partenopeo. Entrambi di sinistra, uno decisamente più giacobino dell’altro, si cortocircuitano sostenendosi a vicenda in numerose dichiarazioni di affetto reciproco. Ma, direbbe un personaggio ormai sparito dai radar politici: “Questi due che ci azzeccano?“. Forse l’apologia di un giustizialismo tornato di moda li potrebbe accomunare, anche se uno scrive gialli e l’altro se n’è occupato per conto dello Stato come magistrato, con i risultati che abbiamo appreso da altri cortocircuiti nazional nazionali mediatico giudiziari.

Comunque, un sindaco di una grande città dichiara di schierarsi completamente dalla parte dei centri sociali. Questi ultimi devastano la sua città per impedire un comizio di un politico odiato con la medesima intensità con la quale odiano il libero scambio di opinioni e lo scrittore, che aveva dichiarato prima delle ultime elezioni la propria preferenza per de Magistris, gli corre in soccorso, sorvolando sulle incaute dichiarazioni del primo cittadino e dichiarando ciò che di più ovvio non esiste:

Delinquenti e vandali. Non Napoli, né i veri napoletani: delinquenti e vandali. La città vera, la città normale è parte lesa”.

Qual’è il tema, caro de Giovanni? Vuoi forse spiegare al mondo che sotto passamontagna e tute nere, a lanciare porfidini e molotov, non c’è chi si sveglia tutte le mattine e faticosamente inizia la propria giornata napoletana tra lavoro, scuola, università, pensione, figli, tasse, traffico e poi torna a casa in attesa di iniziarne un’altra uguale alla prima? Magari, cerchi affannosamente di affrontare il nostro atavico senso di inferiorità di noi napoletani, verso altri di altre latitudini, scusandoti in anticipo di un qualcosa per la quale è inutile scusarsi? Oppure il senso delle mani avanti, protese verso un alibi scontato come quello da te citato nel tuo post su fb, serve solo a deviare l’attenzione su quello scomodo cortocircuito ideologico tra “Giggino” e i black block di fuorigrotta?

Come diceva il commissario Lojacono al Questore che gli comunicava il trasferimento al commissariato di Pizzofalcone: “Anche l’inferno è meglio di qui…“, solo che a volte è meglio rifugiarsi in Purgatorio…

Aggiunta e aggiornamenti alle ore 10.00 del 12 marzo: caro Maurizio, il profilo Facebook del Corriere del Mezzogiorno dove scrivi, non ha ancora speso una parola sugli scontri di ieri…

Attendiamo con fiducia

Aggiunta e aggiornamenti alle ore 18.30 del 13 marzo: finalmente è comparso sul profilo Facebook del Corriere del Mezzogiorno un editoriale di P. Macry e le controdeduzioni del sindaco. Meglio tardi che mai…

Come al solito leggo con colpevole ritardo i titoloni in prima pagina, oggetto di polemiche nazionali e mi imbatto nei vostri scritti sul “Piagnisteo napoletano”: http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/12319889/piagnisteo-napoletano-ecco-l-articolo-di-libero-sotto-accusa.html e http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/12320924/facci-e-il-piagnisteo-napolitano—ecco-perche-ve-lo-meritate–.html

Cari Feltri e Facci, mi permetto una forma in seconda persona più confidenziale per la stima che ho sempre nutrito verso di voi. Sono un vostro lettore da tempo e non vedo motivi per non continuare a esserlo. Da ottimi e navigati giornalisti quali siete vi pongo però alcune domande che mi tormentano: con i vostri ultimi articoli sui napoletani siete proprio certi di rivolgervi a tutti, anche ai lettori che cercano l’interpretazione della realtà cercando di non farsi sopraffare dalla faziosità di un tifo da curva? La cronaca degli avvenimenti descritti, di per sé, appare nelle vostre colonne come una sentenza inappellabile, ma siamo sicuri che i vostri commenti alla cronaca dei fatti siano del tutto coerenti con un minimo di terzismo auspicabile in una stampa con un buon livello di approfondimento, degno anche di lettori non ultras?

I temi dell’assenteismo, del malaffare politico/amministrativo di bottega, della protesta insensata contro diritti e doveri prima acquisiti, poi stuprati da alcuni dipendenti pubblici, dello smaltimento urbano di rifiuti, del vittimismo calcistico e governativo, vengono da voi liquidati con descrizioni suggestive e populistiche sull’indole del napoletano, formato cartolina, evidentemente ottime per ogni stagione giornalistica: “Vide Napule e po muore”, “chiagn’ e futte”, “i’ songo l’ unico fesso?” (…da napoletano vi perdono la sintassi dialettale…), “tammurriata d’illegalità“.

Ma siamo sicuri che dentro tutto questo esista una notizia o che tutto questo ne sia una? Lo afferma anche lei nell’occhiello caro Feltri: “Il solito vecchio vizio“. Quest’ultimo, che Lei rivolge ai napoletani, potrebbe essere rivolto con un forte significato riflessivo sul giornalismo nostrano. Non è certo la prima volta (e non sarà certo l’ultima) che frotte di cronisti si sono affannati a raccontare di come Napoli sia una città incivile. Eppure la solita immagine scalcinata e macchiettistica delle storture partenopee continua a spopolare sulle colonne dei quotidiani. Nell’affermare ciò, me ne guardo bene dal partecipare al suo “Piagnisteo napoletano“, anzi in tal senso vi comunico che mi sento totalmente agnostico, più per noia che altro. Il Suo articolo e il rincaro della dose da parte del Suo valido collega Facci, è uno di quelli già letti e riletti. Non c’è nulla di nuovo sotto il cielo, come dire: “Il solito vecchio vizio” . Tuttavia, mi scusi se insisto, al di là del titolone commercial/editoriale in prima pagina, dov’è la notizia? Napoli non è Milano o Bergamo? Beh, la geografia certo non mente, tuttavia cercare nel 2017 ancora di far passare i suddetti scandali insiti nel dna partenopeo appare anacronistico e sa di stantio. Provo però a dare una mia personale interpretazione alla Vostra strombazzata giornalistica sugli orrori da Voi descritti come tipicamente napoletani. Gonfiare ciò che eticamente fa ribrezzo attraverso la teatralità napoletana è un comodo tramite cronistico da sempre; un tentativo di furto a un milanese a Macerata è un tentativo di furto, a Napoli è un’aggressione alla civiltà. Un calciatore derubato del Rolex a Torino è una rapina, a Napoli è un tentativo di estorsione ramificato nelle trame del crimine organizzato, (…anche se era “semplicemente” una rapina). Altro motivo per tirare in ballo in una prima pagina le ombre napoletane è spesso la scarsezza di altri temi. In assenza di contenuti, nelle afose giornate d’agosto, quando la politica e la cronaca non offrono grandi spunti, si usa il buon vecchio caso di malasanità: la vecchietta abbandonata sulla carrozzina in un pronto soccorso, la spazzatura con tanto di ratti nei sotterranei di qualche ospedale, la morte improvvisa e imprevista di un novantottenne cardiopatico a causa del ritardo del 118. La malasanità è il classico tema estivo sempre valido per riempire di attenzione le colonne di giornali rimasti a secco di argomenti. Certo, siamo a marzo inoltrato e il fattaccio del Loreto Mare è di qualche giorno fa, ma è il taglio moraleggiante più sulla cittadinanza del fatto, che sul fatto in sé, a fare tanto estate agostana.

Quanto sopra, ribadisco, non è una lamentela, ma una riflessione sulla banalità del suo articolo della quale mi faccio volentieri carico senza ipocrisia. Così come, caro Facci, è banale, perché populistico, spiegare ai napoletani, (…quelli che non avrebbero ben capito l’articolo del Suo direttore) il: “…perché ve lo meritate“. Certo, se la lezione è diretta a: “…quel napoletano medio che rischia di essere perpetuamente «mariuolo dentro» e vittimista strategico.”, il rischio però è quello di mirare a un obiettivo e colpirne un altro, anzi svariati milioni in questo Paese, nella miglior definizione dell’eterogenesi dei fini, tipica di un populismo volutamente superficiale. Siamo proprio certi che quei vizi da voi descritti, a parte la frequenza statistica senz’altro a sfavore delle mie ragioni siano come i cibi DOP tipici di Napoli come lo è anche la pizza napoletana, in aggiunta a ‘o sole, ‘o mare e ‘o mandolino?

Perdonatemi se torno ossessivamente alla mia domanda: dov’è la notizia? Forse è la profusa lamentela per i rigori non dati e quelli subiti? Strano, quando si gioca contro la Juve, qualunque squadra italiana si lamenta a torto o ragione, senza tutto il clamore indignato suscitato dalle lamentele del tifo e dalla società azzurra. In questo, a Napoli siamo straordinari, almeno mediaticamente: protestiamo e tutti ne parlano! Comprendo le ragioni di una testata sportiva come Tuttosport, che ha scelto di essere, come lo era la Pravda nell’URSS, un organo di partito, quello bianconero. Ma i vostri articoli su Libero compreso quello dei tuberi presenti negli ultimi titoli di prima pagina e dello stile esplicito da tabloid inglese tipico della testata, mi hanno spesso appassionato per originalità.

Ahimè, rimango nel tremendo dubbio di non aver compreso l’essenza delle vostre invettive, o, nel dubbio peggiore, che si tratti di un’essenza iraconda, già assaporata però qualche milione di volte e dalla quale ormai siamo vaccinati.

Ah dimenticavo, sono un napoletano che vive a Torino da ventisette anni…