But the film is a saddening bore

‘Cause I wrote it ten times or more

It’s about to be writ again

As I ask you to focus on…

Life from mars David Bowie

Bowie cantava: «…il film è di una noia mortale/Perché l’ho già scritto dieci volte, o forse più/Sta per essere scritto di nuovo/mentre ti chiedo di concentrarti su…». Lui sì che se ne intendeva di pianeti lontani e relativi abitanti.

C’è stata un epoca nella quale a contare c’erano i Montanelli, i Biagi, i Bocca, le Fallaci. Personaggi monumentali, tutti nati e cresciuti sul pianeta terra. Poi lo stile terrestre è caduto in disgrazia ed è stato soppiantato dagli alieni. Un esercito di extraterrestri su astronavi alimentate da Twitter, Facebook e ogni altro social, ha invaso il pianeta terra e ha sostituito i vecchi monumenti dell’informazione. A cavallo del web sono apparsi le Lucarelli, le Murgia, gli Scanzi che, travestiti da influencer, si sono confusi tra i terrestri, come il marziano David Bowie, alias Thomas Jerome Newton, nel film tratto dal romanzo L’uomo che cadde sulla Terra o, per rispetto di quest’ultimo, sarebbe meglio utilizzare come termine di paragone i bizzarri alieni dei sequel comici di Man in Black. Gli extraterrestri dei nostri tempi sono esseri in apparenza umani e fanno fortuna su questo pianeta sostituendo opinioni sostenute da solide basi culturali, grandi talenti narrativi da giornalista e scrittore, elevate stature culturali con il gossip a oltranza. Mai un opinione su temi di rilievo, non un’analisi sull’attualità, solo giudizi su persone, su ciò che dicono, ciò che fanno e come si vestono, tralasciando rigorosamente tutto il resto. Le loro imprese paragiornalistiche spopolano sul web, sulle TV, finanche sui quotidiani. Sono artefici di una minuziosa opera di ricerca del malcapitato di turno da sputtanare. Non importa chi siano i loro obiettivi quotidiani, l’essenziale è ricoprire di m. qualcuno in modo seriale. D’altronde l’alfabetizzazione del pubblico si è fermata alle immagini sulle schermate di Fb ed è meno agevole leggere e comprendere un vecchio (…ma ancora attuale) fondo del Corriere della Sera di trent’anni fa di Oriana Fallaci, che soffermarsi sui post di Selvaggia Lucarelli che se la prende con Fedez o Belen mentre pontifica sulle categorie vaccinali. È parimenti più suggestivo preoccuparsi dell’immaginario sensibile di Michela Murgia, spaventata dalla divisa del Generale Figliuolo che le ricorda a suo dire quella di un dittatore con buona pace di tutti i militari che stanno vaccinando la popolazione insieme ai civili sul territorio per cercare di immunizzare il Paese, forniture vaccinali permettendo.
Se a interpretare un’epoca ci si deve basare su chi la interpreta, forse è il caso di prendere seriamente l’ipotesi di essere invasi da alieni/influencer o meglio di essere in realtà su un altro pianeta.

Da Marte è tutto, linea alla terra…

Chissà perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi.“ ha detto ultimamente Mario Draghi, con un’insolita autoironia per un Presidente del Consiglio, in un discorso pubblico, dopo aver pronunciato “smart working” e “babysitting”. Certo, sarebbe bello parlare e scrivere più in italiano, ma il mondo con le sue connessioni anglofone da tempo non lo permette.

Mi salta sempre più spesso all’occhio l’accezione “cancel culture” e mentre esploro il Corriere della Sera mi imbatto nella rubrica di Massimo Gramellini Il Caffè. 

https://www.corriere.it/caffe-gramellini/21_aprile_01/quel-razzista-mozart-66d2f760-9253-11eb-b997-507c83c4e681.shtml

Premetto che stimo Gramellini, pur non condividendo quasi nulla del suo modo di pensare. Molto tempo fa io, Mr. nessuno, inviai una lettera al quotidiano la Stampa in risposta a un suo articolo sui napoletani, che ritenni per me non accettabile. Scrissi una semplice email a un indirizzo generico della testata, convinto di non ricevere mai riscontro, ma lui rispose con una mail personale, quasi scusandosi per i toni del suo articolo. Lo apprezzai molto. Tuttavia, come nelle migliori relazioni, seppur di superficie, la schiettezza è essenziale.

Tornando ai giorni nostri, Gramellini scrive, sul Corrierone di oggi, un articolo sull’intenzione dell’Università di Oxford di abolire Mozart dai propri programmi di educazione musicale. Motivo: i grandi compositori del passato, «in quanto capisaldi della musica bianca, potrebbero creare disagio agli studenti neri». La questione è che il giornalista, pur con la sua proverbiale ironia, si indigna per tale assurdità con lo stupore di chi ha scoperto per la prima volta quelli che egli stesso definisce “i fanatici di ogni epoca”. Strano, considerando che la cultura della cancellazione è l’estremizzazione di un modo di pensare soprattutto del mondo di sinistra con i suoi veti ideologici alla storia, alle singole persone non allineate al pensiero “giusto”. Seppur vero che l’ondata iconoclasta è operata da fanatici  che attaccano monumenti di personalità del passato (Cesare Augusto, Marco Aurelio, Cristoforo Colombo, Picasso ecc.), con scene di delirio e isterismo collettivo, ciò non sarebbe possibile senza una classe accademica, giornalistica o comunque intellettuale, prima ancora che politica, pronta, non solo ad assecondare, ma anche a spacciare giustificazioni concettuali per inquadrare un’ottusa e banale opera distruttrice come un sofisticato effetto collaterale di giustizia sociale. Mi stupisco dello stupore di Gramellini quanto lo sarei nel vedere un bambino sulla spiaggia che prima lancia una pietra e poi ritira la mano. Non so se dopo aver lanciato il sasso dell’indignazione Gramellini ritirerà la mano di fronte ai suoi amici di sinistra, ma liquidare l’idea dei docenti inglesi di Oxford come conseguenza di una bevuta di birra collettiva è un ingenuo tentativo di stendere un velo, molto trasparente, sulle responsabilità reali di una classe pseudo intellettuale e di politicanti (…contrazione di politici farneticanti) radical chic. Cancel culture è un inglesismo, ma molto calzante che però intenderei più come cancellation of culture, solo perché la cultura in generale mette in crisi ogni dogma o inquadramento ideologico. Per questo motivo non è mai gradita nella dialettica del politicamente corretto.

Maestro mio, or mi dì anche: questa fortuna di che tu mi tocche, che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?

Dante nel settimo canto dell’Inferno chiede al Maestro Virgilio il significato di “fortuna”. Quest’ultimo  gli risponde che Dio ha creato i cieli e ha assegnato ad essi, in modo uniforme, le intelligenze perché lo illuminassero. Tuttavia, ha incaricato una sorta di amministratrice e guida (la fortuna) per governare il mondo e per trasferire i beni ingannevoli da una parte all’altra senza che gli uomini si potessero opporre. È proprio grazie a questa forza superiore, secondo Dante, che una nazione o il suo leader primeggiano sugli altri. Nessuno può contrastare quella forza impedendole di attuare la sua podestà, essa agisce velocemente e secondo necessità e per questo che molti hanno una sorte assai instabile.

Il problema è che la fortuna dantesca in alcuni casi ricorrenti muta al mutare del fortunato di fronte a circostanze uguali. Un ex Presidente americano repubblicano, pur con i propri limiti comunicativi e di immagine, per un intero mandato, a torto o a ragione, è stato fatto costantemente oggetto di accuse di imperialismo e xenofobia. Certo, faccio fatica a pensare che i suoi sostenitori siano tutti come il tizio vestito da pellerossa all’assalto del Palazzo del Congresso, ma di fatto quel Presidente fu votato dalla maggioranza, anche se risicata, degli americani. In un paese che ha il vezzo di aver inventato la democrazia, (…come se i greci antichi fossero ciarpame da vendere su una bancarella di magliette di Manhattan), chi vince le elezioni governa ed è oggetto di critiche da parte delle opposizioni. Ma quando le medesime opposizioni diventano maggioranza e sono chiamate a governare, le critiche mosse qualche tempo prima, di fronte a dichiarazioni e fatti del presente analoghi a quelli del passato, si dissolvono come d’incanto. Dichiarare che il Presidente di un’altro Paese (peraltro la seconda potenza mondiale) sia un assassino, pur se per motivi geopolitici (…la Libia c’entra qualcosa?) è qualcosa che ogni liberal americano che si rispetti, avrebbe sei mesi fa, definito come una bestemmia di un Presidente rozzo e incosciente. Oggi nessuno si indigna. Non parliamo delle prefiche, (quelle con i capelli sciolti in segno di lutto che cantavano lamenti funebri e innalzavano lodi al morto, a volte graffiandosi la faccia e strappandosi ciocche di capelli) che si indignavano a comando in altri paesi, soprattutto europei, dopo le “malefatte” dell’ex presidente USA repubblicano. Oggi, dopo le belligeranti dichiarazioni dell’attuale Presidente democratico degli Stati Uniti, contro Vladimir Putin, tacciono rintanate nelle sedi dei partiti più radical chic della Roma di un certo livello.

Nessun lamento, nessuna ciocca abbandonata sul selciato, solo un silenzio assordante. L’ipocrisia è un segno connaturato al processo politico, ma al di fuori di esso si chiama malafede, disonestà intellettuale, doppiopesismo, ecc. 

Forse la cd “fortuna” di Dante visto che staziona spesso dalle parti di Washington a volte è distratta dall’imponenza del Campidoglio o forse aiuta, come sempre, gli audaci.

È vero sinistra italiana?

Che c’entra Buzzati? Forse niente o forse molto. Chi sono i Tartari che non arrivano? 

Alcuni decessi, a tutt’oggi non correlabili ad alcuna somministrazione di vaccini, hanno generato, mediati dalla comunicazione, un serio voltafaccia da parte di molti alla ricezione delle dosi programmate. Gli stessi che, condizionati dalle notizie di cronaca, rifiutano la somministrazione per timore che il vaccino sia pericoloso, senza uno straccio di prova o evidenza, si precipitano in massa a giocare a una lotteria pur sapendo delle insignificanti probabilità di successo. Il quotidiano Sole 24 ore  propone un interessante articolo sul tema.

https://www.ilsole24ore.com/art/raro-ma-probabile-perche-ci-piacciono-lotterie-e-abbiamo-paura-vaccini-AD35Z3PB

Qual’è la differenza tra due comportamenti così distanti in apparenza? Le aziende del gioco d’azzardo conoscono bene i meccanismi cognitivi delle persone e sanno che gli esseri umani hanno una fortissima tendenza a sovrastimare la probabilità di eventi estremamente rari come vincere alla lotteria o morire a causa di un vaccino (ammesso che si dimostri che le morti in questione siano correlate alla somministrazione di un dato vaccino) . A sfruttare il primo esempio ci pensa l’industria miliardaria dell’azzardo, mentre, sul secondo, si scatenano da tempo complottisti e bufalari di professione. La tendenza a sovrastimare un accadimento di fatti poco probabili si accompagna simmetricamente alla tendenza a sottostimare la probabilità di eventi molto più frequenti, come avere un incidente in auto mentre andiamo a farci inoculare il vaccino, piuttosto di una reazione avversa grave dopo l’iniezione. Ma tutto questo è prevedibile? Ebbene sì, lo è! Ci si può tranquillamente aspettare che le persone siano attratte da una lotteria e che contemporaneamente si insospettiscano per rarissimi casi di reazioni avverse provocate dai vaccini, tra le quali, ripeto, non si sa nulla di concreto in merito alle morti di cui sopra. Ci si può attendere tali comportamenti anche perché, sono spesso, per non dire sempre, indotti da fenomeni comunicativi. Alla base di questa tendenza alla sovrastima c’è il fatto che alcuni scenari che usiamo per valutare la probabilità di un certo accadimento vengono costruiti più facilmente di altri. Quando abbiamo a che fare con immagini emotivamente coinvolgenti sarà molto più facile costruirci uno scenario preciso di quando, invece, stiamo valutando una situazione nuova, astratta e poco coinvolgente sul piano emotivo. Una vincita alla lotteria e una morte sospetta hanno entrambe tutte le caratteristiche necessarie per tatuare l’evento nella nostra memoria e quando penseremo alla probabilità associata ai due eventi, saremo indotti a stimare valori eccessivi. Non per niente le notizie di vincite, grandi e piccole, sono sempre molto ben pubblicizzate dagli uffici stampa di chi con l’azzardo ci guadagna, perché il loro ricordo le fa apparire più probabili. Di contro quando dobbiamo stimare la probabilità di un certo evento, non sempre le eventuali alternative vengono definite con altrettanta precisione. Se dobbiamo valutare con quale probabilità pioverà domani, non sempre pensiamo alla probabilità con la quale non pioverà e ci sarà vento, nubi leggere, calma piatta o cielo terso. Ci concentriamo su ciò che vogliamo valutare, mentre tutto il resto che potrebbe accadere, magari con una probabilità molto maggiore, rimane nascosta in noi. Solo che chi, per legittimi motivi di profitto, lo sa, lo mette a frutto, mentre chi dovrebbe sovrintendere alla comunicazione pubblica non sembra affatto averne contezza. Il tenente Drogo di Buzzati attende i Tartari quasi tutta la sua vita e quando ormai egli sta morendo comprende che la paura o al contrario l’attesa coraggiosa del loro arrivo è ciò che più temeva, più dell’improbabile accadimento reale.

E allora, anche se con grande fatica e stanchezza per ciò che tutti stiamo vivendo, dico: sforziamoci tutti a superare la paura e facciamo l’unica cosa che conta per la nostra serenità.  Vacciniamoci, punto e basta!

“Eugenio dice che… Eugenio dice

Eugenio dice che io sono rinnegato

Perché ho rotto tutti i ponti col passato

Guardare avanti, sì ma ad una condizione

Che tieni sempre conto della tradizione

Rinnegato, sei un rinnegato, non ti conosciamo più

Rinnegato, sei un rinnegato, non ti conosciamo più”

canta Eduardo Bennato.
Ebbene lo confesso pubblicamente, sono un rinnegato! Come scrive il dizionario Treccani ho rinnegato un’idea, una fede politica per abbracciarne un’altra. Non sono un rinnegato recente, ho iniziato circa trentasei anni fa. A diciannove anni ho rinnegato me stesso e le mie idee che coincidevano con una vita senza regole. L’ho amata quella vita e la amo ancora nei miei ricordi più belli, ma l’ho rinnegata. A quarant’anni ho proseguito, rinnegando le mie posizioni social accomodanti, pessimo modo di definirle politicamente corrette. Era bello stare ancora, seppur con moderazione, dalla parte dei “giusti”, quelli che contestano le diseguaglianze, l’inquinamento, i totalitarismi ecc. Poi mi sono auto rinnegato ancora. Sta per scadere il terzo mio ventennio di vita e sono pronto a farlo ancora. La coerenza mi sta stretta, soprattutto quando evidenzia terribili contraddizioni tra osservato e atteso. È inutile crogiolarsi con l’estetica dei pensieri se poi la realtà si rivela in tutto il proprio terribile cinismo. Se lo scopo è quello di affrontarla è del tutto inutile coprirsi gli occhi con una sua finta e comoda raffigurazione. Ho amici, parte del mio passato, ai quali non posso che volere un bene profondo, e che mi danno ancora del voltafaccia. Hanno ragione! La faccia l’ho girata, ma dalla parte peggiore, quella della realtà reale. Rimanere nel mondo dell’(im)possibile era ed è sicuramente più confortevole. Mi piaceva un tempo pensare di aver sempre ragione perché mi bastava stare dalla parte dei più deboli. Ho però iniziato a scoprire che qualcuno o qualcosa mi suggeriva preventivamente nell’orecchio chi fossero i più deboli e io mi sono fidato ciecamente, ma era una realtà completa? L’ideologia produce idee che raffigurano solo “deboli” funzionali a quest’ultima e quando ho capito di essere una persona, prima che parte di una massa, ho aperto gli occhi e ho iniziato a rinnegare. Ho rinnegato idee per ammetterne e sperimentarne altre: le mie. Adesso spero di apprestarmi a rinnegare ancora, ma ho un tremendo presentimento: e se non ci fosse più niente da rinnegare, perché tutto (…e il suo contrario) ormai raffigura una realtà che si rinnega da sola di continuo?

vabbè, oggi va così…

Dizin, Darbandsar, Shirbad, Sahand, Dena. Ho sempre pensato nel mio provincialismo consapevole che l’Iran fosse un luogo dai desolati panorami desertici, sole, sabbia, cammelli. Invece, dopo la parata sotto tono degli atleti al mondiale di sci a Cortina scopro che nell’antica Persia esistono diverse località sciistiche come quelle sopra menzionate.

Con pochissimo stupore invece apprendo della “rivolta” delle donne del Pd per la delegazione di governo tutta al maschile. 

Nessuno spazio ci sarà dato per gentile concessione” sottolinea la Serracchiani, ex governatrice Pd del Friuli Venezia Giulia. La proposta: “dare a una donna il posto di vicesegretaria del partito“. La rete Donne per la Salvezza: “Poche ministre, siamo deluse

https://www.repubblica.it/politica/2021/02/13/news/pd-donne-rivolta-governo_draghi-287461374/

Laura Boldrini, ex presidente della Camera, che si faceva declinare il titolo al femminile e che nel Pd è una new entry, parla di “fatto gravissimo, vergognoso. Non basterà di certo che ora entri qualche sottosegretaria, per il Pd“, assicura.

https://www.quotidiano.net/politica/solo-ministri-maschi-donne-pd-infuriate-il-partito-vuole-che-restiamo-in-cucina-1.6021604

Se non stupito, sicuramente non convinto di tale, solita, alzata di scudi si è mostrato il neo Presidente del Consiglio Mario Draghi che nel suo discorso al Senato ha affermato che il vero raggiungimento della parità di genere: «…non significa un farisaico rispetto di quote rosa richieste dalla legge, ma richiede che siano garantite parità di condizioni competitive tra generi». 

Chissà, parafrasando l’astronauta Neil Armstrong, forse quello di Draghi è stato un piccolo passo, ma un grande balzo per la politica italiana, ostaggio del solito politically correct vuoto e privo di concretezza. Una “correttezza” che non riesce proprio ad andare oltre una concezione per quote della parità di genere, pretendendo di diritto una poltrona ministeriale con il solo e unico requisito di essere donna. 

Torno invece al mio stupore sullo sci persiano. Nessuno tra le  Boldrini, le Serracchiani e la “La rete donne per la salvezza” sembra però aver commentato il caso di Samira Zargari, coach della nazionale di sci alpino iraniana. Quest’ultima non ha potuto raggiungere la sua squadra in Italia per i mondiali di Cortina per decisione di suo marito di non concederle il nullaosta per lasciare il Paese. Un permesso necessario perché, in Iran le donne non hanno diritti reali, se non per concessione maschile, compreso il diritto di viaggiare nel mondo, condizionato appunto alla firma di un “tutore” maschio, padre, fratello o marito che sia.
Della violazione dei diritti umani delle donne in Iran non sembra però indignarsi quasi nessuno perché è più comodo farlo sul simulacro di un diritto di genere nostrano che sui diritti fondamentali che hanno a che fare con la libertà di autodeterminarsi. E allora viva lo sci iraniano, viva la libertà di essere ciò che si è e di valere ciò che si vale!

C’era una volta una montagna che stava per partorire. Le contrazioni erano sempre più intense e la terra tutt’intorno tremava. Gli abitanti dei villaggi vicini pensavano che qualcosa di enorme stesse per accadere e si riunirono a pregare, fin quando una scossa violentissima alzò un’enorme nuvola di fumo. Tutti si inginocchiarono e, quando la nube sparì, ecco che dalle rocce fumanti spuntò un topolino.

Parturient montes, nascetur ridiculus mus scrisse Orazio a proposito della favola di Esopo. Nel caso di specie, una fila di ventitré piccoli roditori sono apparsi dopo che tutto il Paese si aspettava, a mezzo stampa, chissà quale svolta. Tutti a incensare un uomo che, seppur prestigioso, ha eseguito né più né meno ciò che il Presidente della Repubblica gli ha detto di fare: tenere insieme i cocci della politica pur di non andare a votare. Il fatto è che la politica oggi è quella roba là. È pleonastico indignarsi per la riesumazione di Brunetta o per la conferma del “ragazzo della Curva B” Di Maio: questi sono quelli a cui gli elettori hanno dato fiducia attraverso un voto che in Italia non sembra più essere fondamentale. Come Gennaro Gattuso che, dopo il 3 a 1, subito contro l’Atalanta, ha dichiarato che un’altra squadra ne avrebbe presi 5 o 6, forse dobbiamo pure ringraziare Draghi per non aver rispolverato il tenero Toninelli controfigura del “Giacomo” della Settimana enigmistica. Forse in un atto di coraggiosa emulazione della politica tedesca il neo Presidente del Consiglio ha pensato a una Grosse Koalition de noartri. Solo che quelli là sono germanici e in nome di una stabilità, pur se ai danni degli altri partner europei, possono pure decidere di far governare la Merkel insieme a tutti i partiti tedeschi fino al 2099. Noi non siamo la grande Germania, al massimo siamo un Granducato di Toscana, un Regno delle due Sicilie o uno Stato Pontificio, tutti disuniti appassionatamente e felici di esserlo senza andare mai a fondo, ma galleggiando in eterno. Per cui lasciamo pure che Di Maio metta a frutto il suo corso di inglese nel quale non dovrà più preoccuparsi dei congiuntivi visto che sono considerati in Gran Bretagna desueti. Speriamo solo che quei topolini nati dalla montagna Draghi, tutti in fila ordinatamente, questa volta investano i fondi europei in qualcosa di più produttivo di una lotteria degli scontrini o in un’invasione di monopattini.

«Chest’è…» Dopo una vita di ricordi, pezzi interi di noi che abbiamo condiviso, momenti del passato rimasti impressi come statue di marmo imperiali e poi dei conoscenti davanti alla chiesa che si salutano distrattamente di fronte a un feretro. «Michè, ma chest’è?» è ciò che Massimo, fratello acquisito di sempre, mi ha sussurrato al telefono parlando di un nostro amico scomparso da poco. Ancora oggi questa sua domanda, intrisa di una disperazione composta, quasi rassegnata, galleggia nella mia testa: «Chest’è?» Mi piacerebbe urlare che niente può cancellare la nostra storia, fatta di vissuti totalizzanti tra gli anni ‘70 e ‘80 e che il tutto di quegli anni è talmente vasto da non poter essere ridotto a qualche saluto, a delle lacrime sfuggenti, o a frasi di circostanza pronunciate per paura del silenzio davanti a una chiesa. Vorrei ribellarmi e voltarmi dall’altra parte solo per rifiutare tutto questo, ma chest’è. Solo la lingua napoletana può in sei lettere, un apostrofo e un accento concentrare un baratro infinito di consapevole tristezza. Allora, caro Massimo, va bene, chest’è! Questo poco che resta è pur sempre qualcosa, anche se porta solo un lontano odore di ciò che eravamo. Un profumo, anche se sfumato, che rimane di noi a quel tempo e permane tutt’oggi, ma nascosto dentro, discretamente, come il nostro sorriso che doveva seppellire il mondo di allora.

Ciao Marco

Giovanni è nato a Napoli nel 1908. Nel 1929, a soli 21 anni d’età, consegue la laurea in giurisprudenza e, l’anno successivo, quella in scienze politiche. Nel 1933 consegue la libera docenza in diritto e procedura penale presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università di Camerino e nel 1935 è vincitore assoluto del concorso per la cattedra a professore ordinario. Insegna poi tra il 1935 ed il 1940 presso l’Università di Messina e tra il 1940 ed il 1948 in quella di Bari, dove fra i suoi assistenti figura un giovane Aldo Moro. La sua produzione giuridica conta un numero imponente di pubblicazioni, tra le quali un trattato di diritto processuale penale in tre volumi e un manuale di diritto processuale penale su cui hanno studiato generazioni di studenti (l’ultima edizione risale al 1985).

Il 10 maggio 1955 fu eletto presidente della Camera in sostituzione di Giovanni Gronchi, neopresidente della Repubblica. Rimarrà alla guida di Montecitorio fino al 26 giugno 1963, quando si dimise per assumere per la prima volta le funzioni di presidente del Consiglio dei ministri. Nominato senatore a vita nel 1967 dal presidente Saragat, il 24 dicembre 1971 fu eletto presidente della Repubblica.

Roberto è nato a Napoli nel 1974, frequenta il liceo classico Umberto I del capoluogo campano e si laurea nel 2001 in Scienze della comunicazione all’Università degli Studi di Trieste con indirizzo alle comunicazioni di massa, discutendo la tesi Identità sociale e linguistica della musica neomelodica napoletana. Ha studiato per un anno presso l’Università di Helsinki, grazie a una borsa di studio del progetto “Erasmus”.

Prima della sua ascesa politica ha lavorato prevalentemente nel settore della comunicazione, uffici stampa compresi, ma anche come responsabile del personale di una società di ristorazione interna a un albergo, dirigente per un operatore turistico internazionale, importatore di tessuti (dal Marocco) e come impiegato (per circa un anno) in un call-center.

Wikipedia biografa due personaggi, Giovanni Leone e Roberto Fico, con un punto in comune: sono entrambi napoletani. Ah scusate, dimenticavo, il secondo è che Fico è attualmente Presidente della Camera dei deputati, Leone lo è stato nel ‘55. Ultimamente la memoria mi fa brutti scherzi. Tendo a rimuovere cose accadute di recente e a rammentare vecchi ricordi. Forse necessito di un anticipo di cure geriatriche, oppure questi ultimi tempi mi stanno rendendo nostalgico. Il fatto è che il recentissimo discorso del Capo delle Stato Sergio Mattarella, a proposito di “Governi di alto profilo”, mi ha indotto a voltarmi indietro e a ripensare a chi, in passato, ha affrontato crisi nazionali drammatiche, assumendosi responsabilità enormi davanti al Paese. Giganti, non solo accademici, ma profili storici e politici straordinari. Inutile citare una lunghissima lista di Presidenti della Repubblica, del Senato, della Camera, che hanno letteralmente fatto la storia del diritto, dell’economia e della politica in generale dal dopoguerra in poi. Gente che ha scritto la Costituzione, affrontato la ricostruzione della Nazione, il boom economico, la crisi energetica, il terrorismo, calamità naturali e l’annientamento della politica da parte della magistratura. Poi è arrivato qualcuno che ha detto che “uno vale uno” e settant’anni di storia della Repubblica sono implosi, risucchiati in una tesi di laurea dal titolo: “Identità sociale e linguistica della musica neomelodica napoletana”. Per carità, l’argomento è di tutto rispetto e merita attenzione, ma se “uno vale uno” perché perdere tre giorni di consultazioni inutili e  non suggerire da subito al Presidente della Repubblica, per traghettare il Paese fino alle elezioni, al posto di Mario Draghi, alti profili come Nino D’Angelo, Gigi Finizio, o addirittura osare con Gigi D’alessio? 

La forma dell’Io. Per Luigi Pirandello non esiste una sola forma dell’io, quella che ognuno ha di se stesso. Nelle relazioni esistono tantissime forme di io; quelle che noi forniamo a tutti gli altri. In questa moltiplicazione logaritmica l’io perde la sua individualità e da «uno» arriva fino a «centomila». Qual’è il risultato? Se ognuno ha, dietro la maschera, decine di migliaia di personalità diverse è come se non ne possedesse nessuna, perché  nel continuo cambiare non è capace di soffermarsi sul suo vero “io” e quindi diviene «nessuno».

Mi sono permesso di osare con la Letteratura e il Teatro, entrambi con l’iniziale maiuscola, per parlare di realtà più prosaiche: il governo parlamentare.
In breve, esiste un equivoco, ormai istituzionale, di cui tutti siamo vittime spesso inconsapevoli. Secondo la Costituzione “più bella del mondo” il Governo è espressione di una maggioranza parlamentare e a questa è indissolubilmente legato al voto di fiducia. Ma siamo così certi che il parlamento sia da considerarsi come un’entità unica che detiene il potere supremo? In una democrazia parlamentare in salute la formazione della maggioranza dovrebbe riproporsi alle elezioni, ma è proprio così? Se questo è il presupposto per misurare la salute della democrazia parlamentare, viste le continue metamorfosi delle maggioranze raramente decise dal voto, da medico direi che siamo di fronte, da svariati decenni, a una cronicizzazione di una patologia. Tutti siamo convinti che il ruolo del Parlamento e della maggioranza parlamentare sia quello di valutare il comportamento del Governo ed, eventualmente, di esprimere giudizi che potrebbero determinarne la caduta. Tuttavia la patogenesi della malattia cronica non è il Parlamento in sé, ma sta nei rapporti tra quest’ultimo, la maggioranza e il Governo. Ciò che appare agli occhi dell’opinione pubblica, come raccontato dai media, è proprio il meccanismo che sostiene la malattia. Si tratta di una rappresentazione ingannevole poiché le forze politiche che sostengono l’esecutivo influiscono attivamente sulle scelte e sulle decisioni del Governo, se non altro attraverso veti e diktat. I parlamentari possono agire dietro le quinte per condizionare l’attività di governo, in modo non visibile, senza comportare una diretta assunzione di responsabilità politica, che a fine legislatura resta interamente in capo allo stesso Governo o a quel che resta della maggioranza parlamentare dopo che in molti, anzi in troppi, hanno preso le distanze dall’azione dell’esecutivo. Una caratteristica del Parlamento italiano è la possibilità di essere eletti sfruttando il simbolo di una forza politica che poi, appena entrati in Parlamento, è possibile abiurare, con buona pace della rappresentanza democratica. In sostanza, le forze politiche con l’avanzare della legislatura diventano sempre più frammentate e danno vita a gruppi parlamentari nuovi, non più riconducibili ai partiti eletti, non sottoposti al vaglio degli elettori e che probabilmente mai lo saranno poiché in campagna elettorale verranno nuovamente cooptati in altre formazioni politiche, complici anche gli stessi partiti politici in cerca di voti. I partiti politici e le maggioranze parlamentari sono particolarmente attive quando si tratta di formare i governi e condizionarne l’operato, in modo non sempre trasparente, mentre sono esageratamente frammentati e inconcludenti quando si tratta di fare buone leggi, per poi, quando tira una brutta aria, salire su un palco, criticare l’operato del Governo e lavarsene le mani come Ponzio Pilato. 

E allora, viva il Parlamento malato di Ponziopilatite cronica, viva il tramonto definitivo delle idee per far spazio al trionfo dei centomila “io” pirandelliani con i quali ci rapportiamo con gli altri. Ma se i centomila in fin dei conti equivalgono a nessuno, allora tutto questo ha un senso? Mah, ho già mal di testa…