Sono cresciuto in un clima industriale. Mio padre e mio fratello hanno passato la loro esistenza nel mondo dell’acciaio. Laureato in Economia e Commercio il primo e ingegnere il secondo hanno segnato con i loro racconti la mia infanzia. Falck e Italsider (Ilva), erano di casa a tavola la sera e il fascino del mio passato prende il sopravvento e mi porta a esprimere alcune considerazioni.

Era il giugno del 2013 e la Commissione Europea già lanciava l’allarme sulla crisi continentale dell’acciaio: “L’industria siderurgica europea si trova a subire contemporaneamente gli effetti di una scarsa domanda e di un eccesso di capacità su un mercato dell’acciaio globalizzato; al tempo stesso deve sopportare prezzi elevati dell’energia e ha bisogno di fare investimenti per adeguarsi all’economia verde e produrre prodotti innovativi.” E poi continua a proposito di produzione e quote di mercato: “La Cina domina oggi la produzione mondiale di acciaio: la sua produzione di acciaio grezzo, pari al 39% del totale dell’Asia nel 2000, è salita al 71% nel 2012. Questo aumento della produzione ha determinato un eccesso di capacità sul mercato interno cinese e fatto sì che il paese, un tempo importatore netto, si trasformasse nel maggiore esportatore di acciaio a livello mondiale. L’industria siderurgica cinese rappresenta attualmente quasi il 50% della produzione mondiale di acciaio.

Quindi, in poche parole, in Europa si produceva troppo acciaio con costi energetici troppo alti anche in termini di sostenibilità ambientale vista la produzione asiatica anch’essa eccessiva, ma a costi più bassi per motivi di deregulation. 

Da allora, in Italia, ben cinque governi e quattro Commissariamenti industriali hanno fatto poco o nulla per prendere sul serio la relazione della Commissione Europea. Solo nel 2018 un gruppo industriale franco-indiano Arcelor Mittal firmò un accordo con il Governo Gentiloni, a fine mandato, secondo cui i futuri acquirenti e/o Commissari, per poter attuare il piano ambientale della fabbrica, con un investimento di due miliardi di euro, sarebbero rimasti immuni da vicissitudini giudiziarie derivanti dal passato, a loro evidentemente estranee. Questo è stato il primo atto più concreto di consapevolezza di una situazione industriale diventata difficilissima da parte di un Governo. Ma nel luglio 2018 l’allora Ministro per lo sviluppo economico  Luigi Di Maio prima avviò un’indagine circa la legittimità della gara d’assegnazione dell’Ilva a Arcelor Mittal, dichiarando un mese dopo: “Se oggi, dopo 2 anni e 8 mesi, esistessero aziende che volessero partecipare alla gara, noi potremmo revocare questa procedura per motivi di opportunità. Oggi non abbiamo aziende che vogliono partecipare, ma se esistesse anche solo una azienda ci sarebbe motivo per revocare la gara”.

All’interno del dl crescita, nel maggio 2019, si avanzò l’ipotesi di eliminare lo scudo penale e di mettere i vertici Ilva, presenti e passati, di fronte alle loro presunte negligenze e responsabilità retroattive. Centosessantotto senatori lo scorso 23 ottobre hanno votato  a favore dell’eliminazione dello scudo penale sull’ex Ilva ad Arcelor Mittal. Si è trattato del voto favorevole ovviamente di senatori dell’attuale maggioranza del M5S e sorprendentemente di Pd, Leu, Gruppo Misto ed Italia Viva di Renzi che hanno accolto un emendamento presentato dalla grillina Lezzi, visto che erano gli stessi gruppi parlamentari protagonisti della sottoscrizione dell’accordo di segno completamente opposto con Arcelor Mittal, durante il precedente Governo Gentiloni nel 2018.

Non si sa quale imprenditore straniero, sano di mente, potrebbe decidere di investire in una nazione dove si dice una cosa e poi si fa l’esatto contrario. Soprattutto chi investirebbe due miliardi di euro per risanare rischiando chiusure coatte degli stabilimenti da parte della magistratura con relativo coinvolgimento giudiziario dei vertici aziendali, per fatti avvenuti decenni prima del loro arrivo. Una cosa però è certa: gli interessi, sia di salute che di lavoro, di circa ventimila persone con relative famiglie il cui destino doveva essere preso in considerazione dai Governi italiani ben prima del 2013 e comunque almeno da allora, visto l’allarme della Commissione Europea, sono passati totalmente inosservati.

https://www.panorama.it/news/politica/tolto-lo-scudo-legale-ad-arcelormittal-sullex-ilva/

https://www.panorama.it/economia/ilva-taranto-storia-tappe-fallimento-italia-tumore-ambiente/

https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:52013DC0407&from=EN

Adriano Olivetti, Gianni Agnelli, Michele Ferrero, a cui si aggiungono Steno Marcegaglia, Pietro Barilla, Leopoldo Pirelli, Dino De Laurentiis, Enzo Ferrari, Sergio Pininfarina, Ottavio Missoni sono stati colossi di un capitalismo spesso familiare, ma capace di portare in alto il nome dell’Italia in tutto il mondo. Il cosiddetto “Capitano d’industria” ha fatto, nel bene e nel male, la storia dell’imprenditoria nel nostro Paese. Ma chi è, o meglio, chi era quel Capitano “supereroe” descritto addirittura in una serie americana di fumetti della DC Comics? Un uomo d’affari che accumula una considerevole ricchezza personale contribuendo al suo Paese tramite l’incremento della produttività, l’espansione dei mercati, la creazione di nuovi posti di lavoro e la realizzazione di atti di filantropia. Ma dietro di lui cosa c’era? Una struttura organizzativa, seppur da quest’ultimo plasmata e plasmabile in ogni istante e meccanismi operativi in grado di supportarlo per governare l’impresa. Se però il “supereroe” fosse lasciato da solo in un deserto organizzativo diventerebbe il Capitano di sé stesso e neanche dei granelli di sabbia sahariana governati dal vento e solo la fortuna potrebbe aiutarlo a sopravvivere. Il fenomeno della tradizione familiare dei Capitani d’industria è sempre stato molto italiano con grandi eccezioni, a conferma della regola, come Ford, Rockfeller, Rotchild, Koch, Walton, ma tutti sono partiti dalla costruzione di organizzazioni solide che oggi, in carenza di grandi Capitani, fanno la vera differenza. Il calcio segue le stesse regole di altre imprese. Puoi essere nell’anima un Capitano “supereroe”, ma se non hai costruito alcuna impalcatura organizzativa e men che meno meccanismi di funzionamento, rimarrai sempre un’uomo solo (…come un cane), anche se al comando di una squadra di calciatori. Capitan De Laurentiis e la SSC Napoli sembrano proprio questo. Tanti anni di presidenza, un buon risultato contabile (…che non è poco), qualche trofeo, sprazzi di bel gioco, posizioni di classifica alte e con continuità. Premesso che il Napoli non è certo nato con il suo arrivo e che altri prima di lui hanno invece fatto di tutto per seppellire novantatré anni di gloriosa storia della Società, come De Laurentiis ama sempre ripetere, bisogna dire che quest’ultimo ha stabilizzato ciò che prima di lui (tolto il periodo d’oro di Re Diego) era più o meno incerto. Ma come lo ha fatto e soprattutto con chi? A parte la sua figura straripante, qual’è stata e qual’è la struttura organizzativa della SSC Napoli? Un figlio, una moglie, un cognato, un direttore sportivo, e qualche elemento invisibile come consulente, amen. Più che un Consiglio di amministrazione è una “Cena di Natale”, per utilizzare la sua iconografia da cinepanettone. Lui in quindici anni di presidenza ha governato da monarca totale, cercando di emulare il modello ormai rottamato del grande produttore cinematografico, vissuto di intuizioni geniali, miste a colpi di c…uore seriali. Oggi tutti parlano di ammutinamento dei calciatori dopo l’ultima di Champions e fanno bene. Infatti l’ammutinamento è contro un solo Comandante e qualche suo ufficiale di bordo senza peso. Ammutinarsi contro un’intera organizzazione è cosa molto più seria e complessa e comunque  la parola ammutinamento slitterebbe su altri tipi di terminologie più sindacali come: astensione dal lavoro, azione rivendicativa con tutta la complessità che tali accezioni si portano dietro. I giocatori del Napoli, dopo la partita con il Salisburgo, si sono letteralmente immersi nella parte dell’equipaggio del Bounty che invece di navigare liberi  verso Tahiti dopo aver abbandonato su una scialuppa il comandante, se n’è tornato in auto dalle rispettive famiglie, contro il ritiro imposto dal Capitano Aurelio. Il problema tuttavia non è solo la condotta ribelle di alcuni o tutti i calciatori, ma la non identificazione da parte di questi ultimi di una Società vera, di fatto inesistente, perché incarnata da un’unica figura come quella di Capitan Aurelio, padre, padrone, magnanimo o inflessibile all’occorrenza. Se tra i meccanismi operativi aziendali della SSC Napoli è contemplato, all’interno di un ipotetico Atto aziendale, l’invio del figlio Edoardo nello spogliatoio in subbuglio e null’altro per la gestione dei conflitti, non ci si deve stupire se quest’ultimo sia stato scaraventato fuori in malo modo dai calciatori come Buster Keaton in una delle sue comiche. Oggi, come allora, senza organizzazioni reali gli imprenditori  da soli non vanno da nessuna parte, ammesso che Capitan Aurelio là, dove si era prefisso di arrivare dal 2004, non ci sia già arrivato da tempo e che circa sei milioni di ingenui tifosi azzurri, compreso il sottoscritto, non l’abbiano ancora capito…

Caro Feltri, la Sua lettera/articolo sul quotidiano da Lei diretto, indirizzata/o a Carlo Ancelotti mi ha sorpreso! Non si faccia ingannare dai suoi numerosi non simpatizzanti; la mia sorpresa non è legata a questioni di antipatia nei suoi confronti. Non di rado mi sono trovato d’accordo con Lei, e talvolta anche con i Suoi toni, di certo necessari alla tenuta della Sua immagine mediatica. Mi ha tuttavia sorpreso l’abbandono della coerenza con la quale, insieme alla Sua immagine di giornalista politicamente scorretto, ha mantenuto alto il Suo successo. Lei ha utilizzato un terreno scivolosissimo per appioppare ai napoletani e a Carlo Ancelotti l’aggettivo di “piagnucolosi”, nella circostanza di un rigore non concesso durante una partita. Terreno reso ancor più viscido dalla sua dichiarata incompetenza calcistica.

https://www.liberoquotidiano.it/news/sport/13526824/vittorio-feltri-carlo-ancelotti-basta-piagnucolare.html

Il calcio, caro Feltri, come la Sua lunghissima esperienza giornalistica dovrebbe insegnare, è un grande teatro, è esasperazione del reale e, talvolta, finzione utilizzata per modificare la realtà. Cercare di connotare il vero con etichette definitive, quali “I napoletani piagnucolano” i “Bergamaschi non si lamentano mai” o altri stereotipi, attraverso l’argomento calcio è pericoloso perché si rischia di essere smentiti puerilmente. Lei stesso, solo pochi giorni fa, si è lamentato, non saprei dire se piagnucolando o meno, di torti arbitrali subiti dall’Atalanta a Roma in un intervista.

Non mi nascondo, sono di Bergamo e simpatizzo per l’Atalanta che sabato ha pareggiato a Roma. Un pareggio nella capitale non è da buttare via – scrive il direttore di Libero -, però non è bello assistere a certi episodi penalizzanti per una squadra di provincia molto meno tutelata dagli arbitri, che fatalmente hanno un occhio di riguardo per le big del campionato. Si parla spesso di sudditanza psicologica che i direttori di gara negano esistere, invece c’è e produce effetti devastanti”.

Ma a chi vanno le maggiori colpe di questa situazione? “La colpa di tali guasti comunque non credo sia dei signori del fischietto facile, bensì dei soloni che scrivono e riscrivono nuove norme sempre più cretine rispetto a quelle vecchie. I padroni del calcio farebbero meglio a essere più conservatori evitando di danneggiare sistematicamente i club più poveri, senza i quali il massimo torneo italiano sarebbe una ben minima cosa”.

https://www.calcioatalanta.it/2019/10/22/feltri-duro-non-e-bello-vedere-penalizzate-le-squadre-di-provincia/

Peccato che, a quanto pare, il patron dell’Atalanta Percassi, Presidente di un club considerato da Lei tra i più “poveri” (…forse per fatturato) non si distanzi un granché, in tema di  patrimonio personale, dallo sceicco di Abu Dabi .

https://www.ilsole24ore.com/art/dal-modello-atalanta-westfield-ora-focus-milano-olimpica-ACivDev?refresh_ce=1. 

Inoltre, pare che anche quest’ultimo non disdegni il vizietto tutto napoletano di “piagnucolare”, senza per questo stimolare alcuna Sua censura giornalistica.

https://www.tuttomercatoweb.com/altre-notizie/percassi-arbitri-atalanta-penalizzata-piena-fiducia-a-colantuono-230873

Mi ascolti, caro Feltri, pur essendo il sottoscritto anagraficamente più giovane di Lei, lasci perdere le polemiche calcistiche o se proprio non ne può fare a meno, si vada a rivedere meglio l’azione incriminata di Napoli Atalanta e scoprirà, magari con l’aiuto di qualcuno più esperto, tipo Carlo Ancelotti, che diversi istanti prima della sbracciata di LLorente su Kjaer, quest’ultimo disinteressandosi del pallone si era già abbattuto sull’avversario sbilanciandolo.

Un anonimo, caro Feltri, ha dichiarato, a proposito della coerenza: E’ inutile che le chiamiate mutande se poi non ve le cambiate mai…

Quando alcune cose serie smettono di esserlo, ne salgono in cattedra di ulteriori e meno importanti delle precedenti. Ieri è apparsa la notizia che all’Assemblea degli azionisti della Juventus l’ex calciatore e attuale dirigente Pavel Nedved si sarebbe espresso a proposito di un giocatore bianconero di nazionalità turca che, in occasione di una sua partita con la propria nazionale, ha inscenato insieme ai suoi compagni un saluto militare in segno di appoggio dell’invasione turca in Siria. Nedved, secondo l’articolo del Corriere dello sport,  avrebbe affermato: “Il gesto di Demiral? Non viola il codice di disciplina della Juve”.

 https://www.corrieredellosport.it/news/calcio/serie-a/juve/2019/10/24-62595614/nedved_il_gesto_di_demiral_non_viola_il_codice_di_disciplina_della_juve_/

Poco mi interessa il dibattito sulla liceità o la “pseudo” etica sul gesto di Demiral. La storia dello sport è zeppa di gesti dimostrativi eclatanti:

  • Alle Olimpiadi di Atene del 1906, il campione di salto in lungo irlandese Peter O’Connor (nella foto) inscenò una singolare forma di protesta dopo che il suo secondo posto venne celebrato issando la bandiera britannica. Riconoscendosi solo nel vessillo irlandese, O’Connor si arrampicò sul pennone e sventolò una bandiera del proprio paese che aveva portato con sé.
  • 1968, Olimpiadi di Città del Messico: gli atleti al primo e terzo posto sul podio dei 200 metri maschili, Tommie Smith e John Carlos, sollevano il pugno con un guanto nero, per protesta contro la violazione dei diritti degli afroamericani. 
  • 1976: un anno dopo la morte del dittatore spagnolo Francisco Franco, Ignacio Kortabarría e José Ángel Iribar, i due capitani delle squadre basche, portarono in campo la ikurriña, la bandiera basca che Franco aveva messo al bando.
  • 2014: la giocatrice di pallacanestro Ariyana Smith, nel campionato NCAA dedicato alle squadre dei college, fece parlare di sé per aver alzato le braccia durante l’inno: con le mani in alto, Ariyana Smith fece qualche passo verso il pubblico e si sdraiò a terra, dove rimase per 4 minuti e mezzo, in protesta per l’omicidio di Michael Brown, diciottenne afroamericano ucciso dalla polizia americana a Ferguson, Missouri.
  • 2017, Mondiali di “nuoto master” di Budapest: il nuotatore spagnolo 72enne Fernando Alvarez si trattiene per un minuto dal tuffarsi, in segno di protesta contro l’organizzazione, che non ha accettato di fare osservare un minuto di silenzio in ricordo delle vittime dell’attentato di Barcellona, avvenuto pochi giorni prima.

https://www.focus.it/cultura/storia/le-piu-clamorose-proteste-sul-campo-da-gioco?gimg=89208#img89208

E queste sono solo poche tra la miriade di dimostrazioni di atleti avvenute nel tempo. Mi appassiona però di più la posizione di Nedved, noto per essere stato anche un campione sia sul piano tecnico che su quello agonistico, ma anche per non essere mai stato una perla in tema di sportività. Era uno che reagiva alle brusche attenzioni degli avversari nove volte su dieci con doppia dose di aggressività e malizia. Da dirigente bianconero non ha cambiato registro, cosa tipica delle persone coerenti, ma ora rappresenta la Juventus FC che incarna con grande abnegazione e spirito battagliero. Quell’affermazione su Demiral mi ha ricordato le Città Stato della Grecia arcaica dove il principio di identità urbana valeva l’indipendenza politica, concepita come un riflesso della Legge universale preposta a governo del mondo. Un mondo, quest’ultimo, fatto di volgari “barbari” da cui difendersi a tutti i costi. Nedved incarna lo spirito “indipendentista” della Società bianconera; in pratica, se qualche tesserato si comporta più  o meno discutibilmente, basta che la sua condotta non violi il codice di comportamento della Città Stato juventina. Non si sa cosa all’interno del mondo Juve sia più apprezzabile tra l’idea permanente che le opinioni del mondo “barbaro”, al di fuori della Città Stato, non contino un emerito c…o oppure la liquidazione morale (oltre che materiale) del trio Moggi, Giraudo, Bettega, quando le Procure di mezza Italia li hanno azzannati durante calciopoli. Quest’ultima circostanza però ha ricordato qualcosa accaduta più di 1600 anni dopo il periodo greco arcaico delle Città Stato: l’accurato e biblico lavaggio delle mani di Ponzio Pilato del tutto assimilabile alla cultura romana antica… e anche moderna.

A dispetto del titolo di questo post vorrei scrivere di ciò che Napoli non è. Non ho voglia di premesse difensive tipo: “la mia è solo un opinione, però…”, “io amo la mia città, però…” “non voglio generalizzare, però…”, eccetera. Certe considerazioni le pensavo già quando a Napoli ci vivevo e le continuo a pensare mentre sto scrivendo e, badate, io odio la coerenza! Nella sua immodificabile integrità è triste! Non mi interessa apparire tutto d’un pezzo, di quei pezzi che si spezzano pur di non piegarsi. Tuttavia, a costo di farmi disprezzare, devo ammettere che su alcune abitudini relazionali della mia città non ho ancora cambiato idea. Mi riferisco all’accoglienza di noi napoletani, quella decantata da Goethe e da tanti altri illustri estensori in letteratura, saggistica e giornalismo. Premetto che la gran parte dei miei conoscenti, fatto salvo i pochissimi con cui ho una relazione fraterna, mi considerano ormai uno “straniero”; certo, quasi trent’anni di vita a Torino contano qualcosa, anche se dentro mi sento sempre un ragazzo di Chiaia. Comunque a Napoli un grande stereotipo da luogocomunismo turistico è: “I napoletani sono tra le persone più accoglienti al mondo. Ti fanno sentire a casa tua!”. È vero, basta essere uno svedese in gita turistica e apprezzare gente vestita da pulcinella che vende calendari dell’avvento a San Gregorio armeno, o i posteggiatori col mandolino che socializzano con i clienti nei ristoranti di via Partenope. Dipende sempre da cosa ci si aspetta. Da quando ho ripreso a frequentare piuttosto assiduamente la città per motivi editoriali ho scoperto che le abitudini relazionali abbandonate vent’anni prima sono a tutt’oggi immutate. In occasione della presentazione de L’uomo che non esiste, presso l’ormai compianta Saletta rossa di Guida a Portalba, saranno venute almeno centocinquanta persone. Erano lì, più che per l’autore del libro, per ricordare Maurilio (il protagonista del volume) ed è stato più che naturale. Tutte quelle persone non le incontravo da anni. Mi sono prima emozionato e poi illuso che lo stereotipo dell’accoglienza di cui sopra non fosse solo una diceria. Da quel momento mi sono sentito come uno tornato a casa dopo una lunga assenza e accolto da decine di amici ritrovati. Sono andato avanti per dei mesi a credere che questa cosa fosse reale, ma l’esteriorità inganna, anche se ci si fa ingannare con piacere. Quelle persone erano (e sono) ancora tutte affabili, di quella affabilità che all’inizio sembra scaldarti l’anima, poi si rivela per ciò che è: un simulacro. Dopo essermi sentito racchiuso in un’accogliente placenta, mi sono spinto oltre, cercando di dare una continuità a quelle gioiose relazioni, ma, non appena ho deciso di farlo, una saracinesca si è chiusa tra me e gli altri. Non si è abbattuta con un gesto violento e rumoroso, ma distrattamente, con un fare lento e inesorabile, che ricorda lontanamente la dinamica dell’ipocrisia. Ho iniziato a comprendere che ciò che contava nelle mie visite napoletane non era la mia presenza, ma l’occasione sociale dove i vari circoli magici si incontrano per poi riallontanarsi frettolosamente. Se non si è parte di un club ristretto ci si deve accontentare dei sorrisi, delle esclamazioni di stupore e di circostanza tipo: “Ti trovo in formissima!!”. Il fatto è che tutto questo non avviene solo con me o con chi vive da tempo fuori dalla città, ma anche tra gruppetti di persone stanziali. Nella quotidianità ci si tratta con distacco o non ci si tratta per niente pur conoscendosi da una vita, se non nelle occasioni mondane dove tutti tornano a essere amici per una sera. Vado a Napoli quattro o cinque volte l’anno e quasi sempre si ripete la solita liturgia. Approdato in città  invio un  WhatsApp o telefono a qualcuno per un caffè, un aperitivo o una semplice chiacchierata e i riscontri sono quasi sempre di questo tipo:

Non posso lasciare mio figlio di quattordici anni da solo a casa. Si intristisce…”, “Oggi finisco tardi!” “Ma se è sabato!” “…Mi sono portato il lavoro a casa”,

“Stasera vado a fare pilates alle 19.00 e poi vado a dormire.” “A che ora ti corichi, alle 9.00?” “No, prima devo cucinare per mia figlia di 17 anni che fa il liceo classico e domani ha il compito in classe di disegno tecnico…”,

“Sono distrutta, ho lavorato tutto il giorno e poi devo andare da mia nonna a dar da mangiare alla tartaruga. Ha l’Alzheimer e quando la vede pensa che sia mia sorella…”

Dopo un po’, facendo ricorso alle mie abbondanti riserve di paranoia penso di essere così sgradevole da generare un fuggi fuggi generale ogni volta che approdo a Napoli . Poi razionalizzo e mi rendo conto che era così anche quando ci vivevo. Anche allora, se provavo a uscire fuori dal mio micro recinto di relazioni di gruppo, a meno di non essere come Maurilio, “L’uomo che non esiste”, venivo rimbalzato indietro. Lui sì che se ne fotteva di queste cose: i rapporti con gli altri non li coltivava, le creava! Ultimamente uno dei miei amici napoletani più fraterni, quando gli ho espresso queste considerazioni mi ha detto: «Michè…e dovevi venire tu da Torino per scoprire queste cose? È sempre stato così e così sarà sempre! Io pur vivendo a Napoli da cinquantacinque anni se desidero vedere qualche amico che non frequento spesso, ci vediamo singolarmente, quasi di nascosto degli altri, manco fossimo amanti…» 

Seppur vero che a Napoli la gente è curiosa, è altrettanto evidente che lo è fino a un certo punto. Oltre quel limite è inutile sperare in uno scambio reciproco e continuativo di oneste relazioni individuali e se addirittura sei diventato uno “straniero” non devi aspettarti più di un fuggevole caffè di cortesia in compagnia del conoscente di turno, con tanto, da parte sua, di smandolinata da posteggiatore, poesia e inchino finale, fino al prossimo viaggio…

«Il Prof. Prodi ha detto in un intervista rilasciata a Repubblica che il PD si dovrebbe presentare con un solo ordine del giorno: lotta spietata all’evasione fiscale. Perché non è possibile equiparare a un crimine gravissimo l’evasione fiscale in questo Paese e recuperare i soldi? Ma quelli veri, quelli totali che esistono e non riusciamo a prendere hanno un’evasione talmente grande che risolverebbero i nostri problemi…»

Questa è stata la testuale domanda di Fabio Fazio in TV all’ex ministro Giovanni Tria e a Carlo Cottarelli, entrambi invitati ieri sera a Che tempo che fa su Rai 3. Non cito la risposta dei due economisti perché uno ha rammentato i suoi meriti sull’avvio della fattura elettronica, come inizio di un nuovo corso teso al recupero della fiscalità perduta e l’altro ha cambiato discorso.

Premetto in anticipo e a scanso di equivoci la mia palese antipatia per Fabio Fazio e preciso che non è di natura ideologica, ma del tutto personale. Non mi piace il suo sorrisino accomodante, la sua retorica d’antan, l’eccesso sino all’inverosimile di cortesia di facciata. Non mi convincono le scuse a suo discarico che giustificherebbero questi atteggiamenti come necessari per esigenze televisive. Insomma, lo trovo irritante. Questa volta ho trovato irritante anche il suo show populista sull’evasione fiscale. La citazione di uno come Romano Prodi, autore dell’ormai dimenticato, (…soprattutto da Fazio) condono previdenziale ed edilizio varato dal suo Governo nel 1997 (ministro delle Finanze Vincenzo Visco), è stata il prologo di un’affermazione che, in quanto a populismo, rasenta per toni il suo odiato osteggiatore Matteo Salvini: “Perché non è possibile equiparare a un crimine gravissimo l’evasione fiscale in questo Paese e recuperare i soldi.” ha sibilato Fazio ammiccando ai due ospiti.

Il tema della repressione dell’evasione, caro a tutti e in particolare alla sinistra di questo Paese, riemerge quando c’è da sventolare una forca per giustificare la scarsità di risorse economiche. Le cose però sono più complesse di come si vogliano far credere. Se circa 5 Italiani su 10 evadono nei modi più disparati 

https://www.corriere.it/economia/leconomia/17_maggio_16/tasse-numeri-che-nessuno-svela-meta-italia-non-paga-66f889a8-3a0a-11e7-acbd-5fa0e1e5ad68.shtml

significa che tra i forcaioli eccitati dalle parole di Fazio/Prodi ce n’è qualcuno che senza accorgersene si augura di essere condannato nel prossimo futuro.

Negli USA l’evasione fiscale è equiparata, come afferma Fazio, a un crimine gravissimo, ma c’è un però: là è permesso scaricare a credito praticamente tutto. I contribuenti sono incoraggiati a chiedere ricevute fiscali e fatture, assumere personale non in nero, dichiarare sempre l’IVA (Sales tax), pagare tutte le imposte indirette, ecc. In pratica più dimostro di pagare, più il Sistema mi dimostra riconoscenza mediante un credito di imposta. 

Qualcuno si è mai chiesto quali siano i reali meccanismi umani alla base dell’evasione? Il nostro Fabio nazionale la risolve facilmente con una bella diga alta 100 metri tra onesti e criminali. Tuttavia, in uno studio pubblicato su Science, Bill Harbaugh e colleghi hanno dimostrato che trasferimenti di denaro, anche forzosi, come nel caso delle tasse, se destinati ad una buona causa, (nell’esempio dello studio il finanziamento di una organizzazione no-profit), attivano nel nostro cervello il sistema della ricompensa che generalmente ci spinge a comportamenti piacevoli e utili per l’organismo (Harbaugh, W., 2007. Neural responses to taxation and voluntary giving reveal motives for charitable donations, Science, 316 (5831):1622-5). 

https://www.ilsole24ore.com/art/l-evasione-si-combatte-anche-favorendo-fedelta-fiscale-ACqoCqI?refresh_ce=1

Questo strano risultato mette in luce un tema interessante: la reciprocità. La disponibilità a pagare volontariamente le tasse aumenta o si riduce in relazione alla bontà e all’efficacia di ciò che lo Stato decide di fare con i nostri soldi; se riteniamo che siano ben spesi nel finanziare un sistema scolastico, sanitario, giudiziario e amministrativo di qualità o politiche economiche e infrastrutturali utili ed efficaci, la nostra motivazione a contribuire aumenterà.

Ma chi sono davvero gli evasori fiscali (i cd. criminali di citati da Fabio Fazio)?

La Fondazione Nazionale Commercialisti ha effettuato uno studio che traccia l’identikit del presunto evasore e le sorprese non sono mancate.

https://www.ilsole24ore.com/art/commercialisti-l-evasione-fiscale-riguarda-tutti-AEmNsbCF

Premesso che per evasore si intende sia chi non paga le tasse perché non vuole farlo, sia chi non le paga perché non può farlo. Ad esempio, un figlio che eredita la casa del padre con cui ha convissuto e che, senza reddito, non ha la possibilità di versare le relative imposte. Insomma “evasore” non implica necessariamente il “dolo”, la malafede, anche se, per la legge, si può considerare evasore colui che non paga una cartella esattoriale di poche centinaia di euro. Secondo l’analisi, l’evasione (sia fiscale che contributiva) può essere così distribuita. In questo momento l’evasione totale in Italia ammonta a 108 miliardi di euro: tale è la cifra che manca nelle casse dello Stato. Di questi soldi, sappiamo che

  • il 54,2% deriva dall’evasione di artisti, ditte individuali, professionisti e società;
  • il 45,8% deriva da tutti gli altri contribuenti, di cui l’80% sono lavoratori dipendenti e pensionati.

È tutt’altro che vero, dunque, il luogo comune secondo cui dipendenti e pensionati pagano le tasse e che il totale dell’evasione è riconducibile alle partite Iva. Anzi, i professionisti costituiscono oggi una minima parte, se si tiene conto che questi dividono il 52,2% dell’evasione con le ditte individuali (ce ne sono tantissime in Italia), le società e gli artisti. Dall’altro lato, circa il 38% dell’evasione totale è addebitabile a lavoratori subordinati e pensionati. Come mai? Innanzitutto il fenomeno è attribuibile al lavoro dipendente irregolare, quello cioè svolto in nero che sfugge sia all’imposizione fiscale (pagamento dell’Irpef) che a quella contributiva. Solo questo genera ben 10 miliardi di euro di evasione. C’è poi l’evasione dovuta ad affitti in nero, omesso pagamento dell’Imu e del canone Rai che, in totale, comporta un’evasione di 7,4 miliardi di euro. 

L’imposta più evasa in Italia resta  l’Iva che determina un ammanco per l’erario di ben 35,8 miliardi di euro. Quando il lavoratore dipendente o pensionato si indigna per l’evasione altrui e afferma di pagare tutte le sue tasse fino all’ultimo centesimo, poi accetta la proposta «100 senza fattura» invece che «122 con fattura», può legittimamente non rendersene conto, ma è lui che sta evadendo i 22 di Iva» conclude lo studio della Fnc. 

L’evasione fiscale è un fenomeno trasversale e anche il piccolo consumatore – che non ha la partita Iva – se ne infischia delle norme quando si tratta di risparmiare qualche decina o centinaio di euro sulla parcella del medico o sulla fattura alla ditta di lavori. 

Per cui, tornando alle parole di Fabio Fazio, bisognerebbe capire a chi si riferisca quando parla di quelli: “che hanno un’evasione talmente grande che risolverebbero i nostri problemi...?” Se si dovesse prendere sul serio ciò che sostiene, lo Stato per punire i colpevoli (…quasi un italiano su due) dovrebbe ideare enormi campi di detenzione per tutti i “criminali” evasori, e associarli per efferatezza  ai peggiori delinquenti: ma lui un tempo (…fino a qualche settimana fa) non era un progressista lontano dalle posizioni populiste dei pentastellati?

https://www.corriere.it/cronache/19_settembre_27/cacciari-molto-meglio-stare-aula-ascoltare-scienziato-b7952240-e0e8-11e9-a633-17aa10b50ecf.shtml

«Se continuiamo ad affrontare i problemi alla Greta siamo fritti. Siamo all’ideologia dell’incompetenza». 

D: Lei non apprezza il via libera del ministro Fioramonti agli studenti che vogliono partecipare al #Fridayforfuture? 

R«Mica il ministro può giustificare i ragazzi. O è diventato un suo potere?».

D: Non lo impone.

R:«Ecco. Allora sarà una manifestazione autorizzata. Come il “Giorno della memoria”. Solo che è di un’assurdità pazzesca». 

D: Perché?

R:«I problemi non si affrontano in termini ideologico-sentimental-patetico». 

D: Allora come? 

R:«In termini scientifici. Userei le ore di queste manifestazioni per fare seminari autogestiti ai quali far partecipare lo scienziato che racconta come va il clima». 

D: Alcuni forse lo sanno solo grazie a Greta.

R:«C’era bisogno di lei? Lo avevano già detto fior fior di scienziati. Forse non avevano l’eco di questa bambina».

D: Appunto, se serve a moltiplicarne l’eco non può essere utile?
R:«Ma non è dicendo “mi avete rubato i sogni” che si affrontano i problemi». 

D: Piuttosto?

R:«Capendo problemini che sfuggono totalmente alla bambina. Bisogna porsi il problema delle risorse disponibili. Se uno sviluppo economico è compatibile con l’ambiente».

D: Non le sembra che comunque Greta stimoli la nascita di una coscienza critica tra i suoi coetanei?

R:«Ma non nascono così le coscienze critiche!». 

D: Invece? 

R:«Lentamente, faticosamente, con la formazione. Greta dovrebbe andarci a scuola. Forse si renderebbe conto che lei è svedese, i ragazzi che scioperano sono europei, ma in piazza non ci sono né indiani, né cinesi, né brasiliani. Non mi pare un problemino da poco». 

D: Questa intervista pubblicata oggi sul Corriere della sera è stata fatta a Matteo Salvini?  

R: No.

D: Giorgia Meloni?

R: No.

D: Donald Trump?

R: No.

Silvio Berlusconi?

R: No.

D:Viktor Orbàn?

R: No.

Il personaggio intervistato è Massimo Cacciari! Il professore, certo non proprio un uomo di destra, esprime la sua opinione sul fenomeno Greta.

Vorrei scrivere qualcosa, ma non ho altro da aggiungere…

Alla prossima.

Grazie a Beppe Severgnini oggi sappiamo che se un epiteto è da considerarsi razzista, oppure no, lo decide il destinatario del presunto epiteto.

http://italians.corriere.it/2019/09/09/cose-razzismo-da-stadio-decidono-i-giocatori-2/?refresh_ce-cp

Se una violenza sessuale è tale lo stabilirebbe, secondo Severgnini, la vittima anche con una carezza non gradita, “Discorso chiuso.” così come scrive testualmente il famoso giornalista sul Corrierone. L’oggetto del contendere è la lettera (…ammesso che tale possa chiamarsi una simile accozzaglia di stupidaggini) diffusa dalla curva ultras interista dove menti contorte spiegano che i buuu diretti contro Lukaku da parte dei loro degni colleghi cagliaritani in realtà non sarebbero cori razzisti, ma incitamenti sportivamente intimidatori verso l’avversario. In tal senso è inutile commentare tale idiozia, ma mi incuriosiscono le conseguenze del modo di pensare di Severgnini. Lascerei da parte (…e a qualche bravo psicanalista) chi è veramente ossessionato da razze, etnie, provenienze geografiche e appartenenze varie e cercherei di capire dove potrebbe portare il ragionamento dell’enfant prodige del Corriere della sera. Se ogni destinatario di ciò che considera personalmente un epiteto razzista o una violenza di genere potesse soggettivamente agire di conseguenza, stabilendo cos’è razzismo o violenza sessuale, ognuno sarebbe arbitro inoppugnabile della sorte morale e finanche giuridica di chiunque altro, indipendentemente dalle sue responsabilità reali e senza alcun contraddittorio. È ovvio che una vittima ha tutto il diritto personale di considerare tale il suo presunto carnefice, ma se tale valutazione debba poi diventare automaticamente e in modo acritico quella etica di tutto l’universo mondo o addirittura quella reale di un codice penale, mediante il “giudizio abbreviato” proposto da Severgnini, non potrei mai essere d’accordo. Sono un nigeriano di etnia Igbo e un mio connazionale, Igbo come me, per strada mi chiama: “Yoruba!” (etnia contrapposta). Mi offendo mortalmente sentendomi discriminato. In base al mio disappunto e al potere che mi viene concesso da Severgnini lo denuncio per le offese a sfondo etnico nei miei confronti. È la mia sola sensibilità che decide cosa è molesto e cosa no? Se mando un bacio da lontano o accarezzo la mia fidanzata e lei ritiene quel gesto, fatto mille altre volte, in quel preciso istante una coercizione, può quest’ultima comodamente accusarmi di violenza sessuale, moralmente e anche fattivamente? In sostanza a chiunque verrebbe fornita una comoda legge del taglione secondo la quale si potrebbe, all’estremo, decidere, secondo il proprio intangibile umore, di accusare di razzismo o di violenza di genere chiunque altro. Mi sembra superfluo non includere in questo mio ragionamento chi imita scimmie sugli spalti in direzione di calciatori africani o aggredisce donne in giro o nelle mura di casa, ma questi modi moralmente retorici e falsamente progressisti di affrontare temi complessi sono avvilenti. Nessuno può decidere per editto di stampa chi possa giudicare cosa sia razzista e cosa non lo sia, semplicemente perché è impossibile stabilirlo decidendo chi lo debba stabilire. La discriminazione, che sia razziale o di qualunque altra natura, può annidarsi ovunque. Tutti possiamo esserne vittime o carnefici consapevoli o, sempre più spesso, incoscienti, ma il tema vero non è chi decide cosa è razzista, ma l’esclusione reale di alcuni da parte di altri, laddove questo non dovrebbe avvenire. Di uomini e donne discriminati ce ne sono miliardi ovunque, ma qualcuno continua a riferirsi sempre e solo ad alcuni di essi. Forse fa più chic…

Senza cuore! È l’unico insulto che mi viene a proposito dei protagonisti di questo teatrino politico. Altri epiteti non mi si materializzano, forse per il peso della noia Sartriana che occupa stabilmente il mio stomaco. Ebbene sì, chi sta inscenando questa parodia della democrazia è spietato! Di fronte alla lenta agonia delle nostre illusioni non batte ciglio e continua a violentare ciò che ne rimane. A quali illusioni mi riferisco? Un tempo, fino a  circa quattro decenni fa, si viveva solo di illusioni. Anche i politici di allora ne erano interpreti autentici e convinti. Pur se nascoste dietro dogmi queste erano sempre al primo posto e chi le interpretava non le tradiva, almeno nell’apparenza. La realtà, allora come oggi, era fatta all’80% di quelle illusioni e la restante parte di realismo pragmatico, quello che si consumava in trattative sotterranee tra pochi eletti. Tuttavia, ogni perturbazione di popolo guidata dalle suddette illusioni influiva eccome su quel 20% di detentori del vero potere. Essi decidevano le sorti del Paese, con discrezione, ma sempre in base agli umori di chi era mosso da quei miraggi ideologici. Oggi, fatto salvo il nocciolo duro di chi decide davvero, attraverso i mercati e l’economia, la cd. politica ha giustiziato ogni illusione e lo ha fatto nel modo più crudo possibile, negandoci almeno il conforto dell’apparenza. Gente che oggi alle 10.00 del mattino si dichiara movimentista, anti sistema, populista, giustizialista, verso le 13.00 si trasforma in filo partitica, istituzionale, parlamentarista e garantista (soprattutto verso i colleghi di partito se indagati…) e, per sembrare coerente, inscena la burla del voto online. Intorno alle 19.00 quelli che urlavano “Mai al governo con Tizio!” verso le 22.00 sbandierano il proprio “Senso di responsabilità istituzionale” e si dichiarano possibilisti a formare governi con quel “Tizio”, che al mattino avevano querelato per diffamazione. Una piroetta continua e smaccata in barba a ogni più elementare coerenza (…che fa rima con decenza). Cambiare idea non è mai stato un problema; cambiarla quattro volte al giorno sì. Ciò che fa male è lo sterminio di quelle illusioni, anche se fatue, che ci tenevano ancora lucidi pur se in modo palliativo. Le sostenevano personalità di talento e di spessore politico/culturale elevato. Questi che invece riempiono talk show televisivi, telegiornali e pagine web non hanno il minimo pudore nel provare a salvaguardare quell’apparenza, che un tempo era anche sostanza, al modico prezzo di andare almeno qualche volta contro interessi di partito o di qualche singolo parlamentare, in nome di qualche idea. Senza alcuna pietà hanno massacrato contemporaneamente ogni convinzione di chi li ha votati e la propria logica del pensiero. Una forza politica dichiaratasi sempre anti euro, anti europeista, incurante del debito pubblico, non può governare con chi è stato storicamente europeista fino al masochismo monetario e ha fatto del sistema impositivo la sua ragion d’essere, spesso a beneficio di capitoli di spesa statale perlomeno discutibili. Prendiamo pure tutti atto che questi signori, rispetto ai meccanismi di potere economici e monetari di oggi, contano uno zero virgola zero, ma almeno la piantino di calpestare quelle illusioni che ci hanno fatto sperare in un mondo più decente, anche se non esistente e forse non realizzabile. Perché sono così spietati? Perché sono così nemici delle idee, visto che le partoriscono per poi calpestarle a intervalli di qualche ora? In fondo le illusioni sono leggere come il niente, anche se aiutano a sperare. Siete senza cuore! Lasciateci almeno l’illusione di credere a ciò che sarebbe stato se qualcuno avesse prima pensato qualcosa e poi l’avesse realizzata, senza disconoscerla  poco dopo, solo per qualche like in più su Twitter.

Tra crisi politiche, governi a tavolino, ribaltoni e cotillons una “notizia” appare sul Corriere dei Corrieri (della Sera): «Trapani, mamme fanno da babysitter alla figlia dell’ambulante: «Vai pure a lavorare in pace»

https://www.corriere.it/cronache/19_agosto_25/san-vito-capo-mamme-fanno-babysitter-figlia-ambulante-vai-pure-lavorare-4f190a20-c74c-11e9-b283-cf539d3cc34f.shtml

In breve, un’ambulante errante su una spiaggia, sotto il sole agostano, viene aiutata spontaneamente dai bagnanti che si prestano a fare baby sitting alla sua bimba mentre lei è impegnata a vendere i suoi prodotti. La notizia è relegata in un anonimo trafiletto invisibile come se fosse una storia di terz’ordine. Meglio sparare in prima pagina vicende di classismo, razzismo e ogni altro stigma, vero o inventato non importa, sui soprusi subiti da chi fa lavori umili per sopravvivere, meglio se extracomunitario. La “fake vera” è insita nelle modalità stuporose della narrazione. Sostanzialmente il messaggio è: “In un mondo, anzi, in una Nazione di razzisti e nazisti da prima pagina, c’è, raramente, qualche persona per bene.” In uno Stato dove un’ ex Vice Presidente del Consiglio, per quanto inefficace, viene tratteggiato come un assassino di migranti, per i media la gente non potrà mai essere solidale con chi deambula su una spiaggia a vendere bibite o cocco. Per cui è meglio trattare la notizia alla stregua di un necrologio. Come minimo, secondo un certo giornalismo politically correct,  i bagnanti avrebbero dovuto trattare la bimba come avrebbe fatto Erode e ributtare a mare la madre come Capitan uncino con Peter Pan. Invece, la gente di quella spiaggia si è comportata in un modo normale, ma considerato anonimo vista la dimensione microscopica del trafiletto sul Corriere dei Corrieri. Su quella spiaggia non è importato a nessuno della nazionalità di quella persona, ma “la persona” e il fatto che essa avesse bisogno di aiuto, punto. Ma tutto questo quanto fa notizia? Zero spaccato! Meglio urlare “Al razzista, al razzista!” per essere più à la page. Scoprire che un numero considerevole di persone aiuta altre persone  forse è noioso perché non alimenta polemiche e quindi non interessa. Dunque è meglio nasconderlo nelle righe di un micro articolo a vantaggio di denunce autoflagellanti che educano solo i nostri sensi di colpa più immotivati. E allora ci viene in soccorso Oscar Wilde: “In quest’epoca, tanti sono così ansiosi di educare il prossimo, che non hanno tempo di educare se stessi.”

Direi anche nella nostra epoca…