Alice rise: «È inutile che ci provi», disse; «non si può credere a una cosa impossibile.» «Oserei dire che non ti sei allenata molto», ribatté la Regina. «Quando ero giovane, mi esercitavo sempre mezz’ora al giorno. A volte riuscivo a credere anche a sei cose impossibili prima di colazione.» scrisse Lewis Carroll nel suo Alice nel Paese delle Meraviglie a proposito del processo al Fante di cuori. Il Rettore dell’Università di Torino, alias la Regina di Cuori del Paese delle Meraviglie, sembra proprio convinto di qualcosa ai confini della realtà, ma andiamo con ordine.

Il 13 febbraio nell’aula “Borsellino” del Campus Einaudi è stato organizzato dall’ANPI un incontro dal titolo: “Fascismo, colonialismo, foibe”. All’esterno del Campus alcuni studenti del FUAN erano impegnati in un volantinaggio per contestare l’incontro. Un gruppo di antagonisti del Collettivo Universitario Autonomo ha cercato di entrare in contatto con quelli del FUAN, non certo con intenzioni pacifiche, ma le forze dell’ordine si sono frapposte con una carica. Risultato: 15 denunciati, 4 poliziotti e due guardie giurate ferite e tre arrestati. https://torino.corriere.it/cronaca/20_febbraio_13/foibe-scontri-all-universita-occupato-rettorato-91468b4e-4e87-11ea-977d-98a8d6c00ea5.shtml

A Torino sono cose che capitano di frequente e, secondo una logica legata agli esiti delle cronache passate, la questione inizierebbe e finirebbe qui. Invece il trionfo dell’assurdo doveva ancora avvenire. In seguito a quel fatterello il Rettore, Stefano Geuna, avrebbe fatto la seguente proposta alle Associazioni studentesche: obbligarsi a sottoscrivere l’impegno a rispettare i principi di democraticità, libera partecipazione, antirazzismo, antisessismo e antifascismo.
https://www.lastampa.it/torino/2020/02/18/news/l-universita-spazi-solo-a-chi-firma-una-dichiarazione-di-antifascismo-e-antirazzismo-1.38484914

Vorrei, come Alice, svegliarmi dal sogno e andare a casa a prendere un tè, invece è tutto vero! Bene, visto che non riesco a svegliarmi dalla realtà, mi piacerebbe sapere quali potrebbero essere i criteri oggettivi pensati dal Rettore e da inserire nell’impegno da sottoscrivere su cosa sia o non sia antirazzista, antisessista, antifascista e, soprattutto, chi sarebbe il giudice super partes che deciderebbe sulle condotte di ognuno in base ai suddetti criteri. Il Rettore stesso? Un “Comitato di Garanti”? Un Tribunale del popolo o quello della Regina di cuori nel Paese delle Meraviglie? Già, perché ad esempio nella visione delle cose di quei “democratici” che cercano di impedire costantemente la libera espressione di chi non la pensa come loro, basta poco per appioppare a chiunque la patente di fascista, razzista, sessista o più semplicemente antidemocratico. E cosa c’è di più democratico di intimidire o eventualmente sprangare ogni forma di libera espressione di chiunque si dichiari diverso dal loro set di nozioncine politiche “attaccate con la sputazza”, si direbbe nella mia città di origine?

Che alcuni post-adolescenti, nostalgici di ricordi anni 70’, mai vissuti vista la loro età, vogliano decidere su chi è razzista e chi non lo è non è strano, al massimo ingenuo per non dire ovvio. Che invece un Rettore intenda adeguarsi con una liberatoria firmata, dettando le regole del pensiero, lascia almeno stupiti, come il non senso di Carroll nel suo romanzo lisergico. 

Sentenza prima, verdetto poi” disse la Regina di cuori nel Tribunale del Paese delle Meraviglie dell’Università di Torino…

A volte ci si stupisce davanti alle cose belle, soprattutto se nascono in un ambiente ostile. Immaginare che esista qualcosa o qualcuno pronto a dimostrare con i fatti una virtù umiliata da sistemi distorti come quello della giustizia, mi fa sentire meglio. Leggo sul Corriere della sera una notizia su un magistrato o magistrata che voglia dirsi: un Pubblico ministero presso la Procura dei minori di Milano, ha presenziato alla seduta di laurea di un giovane, ormai ventisettenne, che aveva fatto condannare anni prima per numerosi reati. 

https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/20_febbraio_13/daniel-bullo-educatore-pm-che-condanno-va-sua-laurea-e2a06a04-4e88-11ea-977d-98a8d6c00ea5.shtml

Il giovane, all’epoca dell’arresto, refrattario a ogni forma di regola di convivenza, già in carcere aveva intrapreso un percorso di recupero aiutato da docenti e dal parroco della Casa circondariale, fino a diventare un educatore nel campo del bullismo. Dopo un difficile reinserimento a suon di affidamenti in comunità si è laureato all’Università Cattolica in Scienze della formazione. Il magistrato in questi anni ha addirittura accompagnato la conversione del giovane in molti dei suoi successi. La dottoressa, della quale non sappiamo il nome perché, probabilmente per sua scelta, non è voluta apparire, compare di spalle in una foto mentre stringe forte il ragazzo con la corona di alloro sulla testa. Un esempio autentico di serietà professionale, umanità, impegno sociale e umiltà. Uno spaccato di società civile vero, meravigliosamente concreto. Il ragazzo, originario di Quarto Oggiaro, una periferia difficilissima di Milano, ha potuto contare anche su una famiglia sempre al suo fianco che è stata supportata da pezzi di istituzioni che hanno fatto ciò che ci si aspetta da esse: rappresentare un sostegno reale per poter tornare a camminare da soli. Quel Pubblico ministero ignoto ha incarnato tutto quello che ognuno si aspetta dalla Giustizia con la “G” maiuscola: rigore, umanità, sobrietà e soprattutto coscienza. Il risultato è qualcosa di concreto, non fiumi di demagogia liquida sul concetto astratto di legalità. Questa è una storia di autentica legalità, non quella di indignati che si scandalizzano nelle piazze o nei Talk show o di ex magistrati diventati parlamentari, anche se sempre stati politici o cinici esecutori. È una legalità conquistata sul campo, lontano da riflettori, con l’applicazione severa della legge e con il garantismo senza ipocrisia di chi è consapevole di ciò che significa togliere la libertà a qualcuno. La dottoressa ha alienato la libertà a un giovanissimo che ha sbagliato, per poi, dopo anni di impegno, dargli una libertà vera: quella di essere un uomo capace di stare al mondo.

Per favore, se sto sognando non svegliatemi!

Nessun uomo può essere processato due volte con la stessa accusa, per lo stesso reato.

La regola e l’eccezione convivono sempre quando in questo Paese il tema è la giustizia, anche se riprodotta in un teatro. Tuttavia stavolta la finzione è straordinariamente rappresentativa della realtà. Stamattina apprendo che al teatro Carignano, qui a Torino, andrà in scena lo “spettacolo” del processo “bis” a Bettino Craxi. 

https://torino.corriere.it/cultura/20_febbraio_08/craxi-processiamolo-teatro-47408a14-4ab2-11ea-b474-2022aed4301a.shtml

Il cast di attori e figuranti è d’eccezione: nella parte del Presidente della Corte Giancarlo Caselli, in quella dell’avvocato difensore Bruno Gambarotta, uno dei testimoni sarà nientepopodimeno che Pif e, udite udite, il Pubblico ministero Marco Travaglio. L’ideatrice dello spettacolo, Laura Salvetti Pirfo, ha dichiarato sul Corriere di Torino: «dalla rappresentazione non trapelerà il nostro giudizio su Craxi», ma ammette che sia da assumere come «presupposto innegabile» che il leader socialista «sia stato un latitante e non un esiliato, un uomo che i giudici hanno dichiarato colpevole». Le affermazioni dell’autrice brillano di una sinistra bizzarria, ma al tempo stesso sono la sintesi perfetta di ciò che in questi ultimi decenni ha rappresentato e ancora rappresenta una cospicua parte della giustizia italiana. “Assumere” Caselli, Pif, Gambarotta e soprattutto Travaglio come simulacro di un equo tribunale giudicante nella finzione del processo a Craxi è come nominare ufficialmente Andrea Agnelli a capo dell’Associazione Italiana Arbitri. Comunque, al di là della figura di Craxi, sulla quale sono già stati spesi fiumi di parole, colpisce l’intento apparentemente nobile di giudicare con una messinscena moraleggiante un fenomeno dalle radici così profonde e lontane nella storia, da essere connaturato nel genoma del genere umano. Il tema è l’illegalità diffusa e accettata della società italiana, come afferma l’autrice dello spettacolo o la sua patogenesi? Se tra i due casi vale solo e sempre il primo, allora è più agevole schierarsi a favore di un concetto astratto piuttosto che sporcarsi le mani per capirne la sua profonda crisi. Illudere gli indignati di turno che si tratti di una semplice lotta tra il bene e il male è ormai il giochino più in voga tra i teatranti della legalità. La finzione del Teatro Carignano riassume tutte le componenti reali di quel tipo di giustizia: lo sfregio alla terzietà di chi giudica, la rappresentazione scenica dell’espiazione e la messa in cattedra di chi si (auto)definisce paladino della morale, campando della propria autoreferenzialità. È inutile ricordare che tali distorsioni non rappresentano solo la giustizia, ma anche e soprattutto la politica di oggi. Tolto Caselli, che almeno il magistrato l’ha fatto nella realtà, tutti gli altri brillano di quell’autoreferenzialità conquistata sul campo del culto di sé stessi. Il loro voler continuamente apparire diversi a tutti i costi dal mondo “illegale” che intendono contrastare con chiacchiere, spesso suggestive, conferma invece la loro appartenenza a un mondo, che magari non ci piace, ma reale, fatto di avvilenti compromessi e furbizia per galleggiare sulla superficie, anche a vantaggio della propria notorietà. Loro professano invece una Città del sole tipica delle società utopiche che per definizione contrastano con la natura umana e tutto questo solo per sentirsi migliori degli altri.
Inutile citare l’ovvio disappunto della figlia di Bettino Craxi per questa iniziativa, ma trovo interessante riportare le sue parole in merito al giudizio politico su suo padre che il teatro (…dell’assurdo) vorrebbe ridiscutere, al netto degli atti giudiziari già scritti:

«La storia ha già svelato la sua verità, non c’è bisogno di queste messe in scena. Vent’anni sono sufficienti per riflettere sulla figura di Craxi».

«Con Craxi l’Italia era la quinta potenza del mondo e si affacciava ad essere annoverata tra i sette Paesi più industrializzati della Terra. Era una Paese che cresceva, che aveva speranza, in cui l’ascensore sociale funzionava, e in cui l’inflazione era a una cifra. Il paragone con l’Italia di oggi lo lascio fare agli italiani».

Il re si è rivestito! Un tempo era nudo, anche se tutti facevano finta di vederlo agghindato con stoffe preziose, ma oggi si è rivestito con la giacchetta del Masaniello contemporaneo. Masaniello è crisciut’, Masaniello è turnat’, Je sò pazz, Je sò pazzo direbbe Pino Daniele a proposito di Di Maio. Già, perché il Luigino di Pomigliano sembra, non solo essere uscito dalla leadership del M5S, ma anche dal Governo di cui è parte dal 2018. È singolare che un Vicepremier prima e Ministro degli Esteri poi, durante il Governo che egli ha rappresentato e rappresenta ancora, dia un allarme alle piazze contro la “Restaurazione” legata al rischio di naufragio del progetto di legge contenente la questione della prescrizione e al ritorno dalla finestra dei vitalizi dei Senatori.

https://www.corriere.it/politica/20_febbraio_05/prescrizione-vitalizi-maio-tutti-piazza-contro-restaurazione-a14fffaa-4808-11ea-9387-c272ba1d511e.shtml

Giggino, notoriamente un po’ debole in geografia, forse si è ricordato che il termine “Restaurazione” è legato alle deposizione di Napoleone Bonaparte. Dunque, o si sta identificando nell’Imperatore deposto o in uno dei tre tra Danton, Marat e Robespierre che però ai tempi di Napoleone erano già stati disintegrati dalla storia. Di fatto resta il dubbio: ma se da due anni Di Maio governa il Paese, con chi se la sta prendendo, aizzando le piazze? Forse si sta scagliando contro i suoi alleati di oggi e di ieri? Forse sta additando le oscure forze all’interno del Movimento come il male restauratore? Oppure sta  inscenando l’Editto di Franceschiello della Real Marina Borbonica: All’ordine “facite ammuina” tutti chilli che stanno a prora, vann’ a poppa e chill che stann’ a poppa vann’ a prora; ecc.?

A proposito di ammuina e di vitalizi, Di Maio ha dichiarato che «C’è una commissione che sta ricevendo 700 ricorsi di senatori che, poverini, rivogliono il vitalizio. E chi c’è a capo della commissione? Il senatore Caliendo, che, se quella commissione accoglie i ricorsi, avrà il vitalizio quando smetterà di fare il senatore. Cioè una persona totalmente in conflitto di interessi». Non so chi sia questo Senatore Caliendo, ma so molto bene chi è Roberto Fico. Da un articolo su Il Tempo

https://www.iltempo.it/politica/2020/01/05/news/roberto-fico-concorso-annullato-camera-dei-deputati-montecitorio-conflitto-di-interessi-m5s-meloni-bisignani-1262417/

pare che il Presidente della Camera dei Deputati abbia bandito un concorsone per funzionari interni, in barba alla scarsa produttività di numerosi parlamentari e del taglio dei costi auspicato dal suo ex capo politico. Non solo, ma secondo l’articolo, Fico sarebbe anche il Presidente della Commissione esaminatrice del mega concorso, al quale parteciperebbero un cospicuo numero di deputati del M5S in odore di ritorno alla realtà, ma quella reale di tutti i giorni dalla prossima legislatura. Ma, come si sa, per Il Masaniello Di Maio il conflitto di interessi è sempre altrove.

Masaniello è crisciut’, Masaniello è turnat’…

Il Ministro Bonafede, secondo l’articolo collegato al link sottostante, avrebbe dichiarato: «Quando del reato non si riesce a dimostrare il dolo e quindi diventa un reato colposo, ha termini di prescrizione molto più bassi”. “Se fosse vero quanto sostenuto dal Ministro, in un processo ad esempio per violenza sessuale si potrebbe chiedere di procedere per stupro colposo non riuscendo a dimostrare il dolo?» si chiede il Codacons.
https://codacons.it/clamoroso-errore-di-bonafede-sul-reato-colposo-o-doloso-codacons-si-dimetta/

Fine pena mai. Al di là dei tecnicismi trattati dal Codacons, attraverso i quali è evidente anche ai non addetti ai lavori come me, che un Ministro della Giustizia ha dichiarato qualcosa di culturalmente indichiarabile, sembra che ormai la morte del cigno sia cosa fatta, ammesso che il movimento dell’onestà tà, tà, tà sia mai assomigliato a un cigno. Non è ancora chiaro quale sia il vantaggio politico per una formazione politica in fase terminale di sostenere una pena perpetua per il cittadino imputato di reato, anziché dimostrare di preoccuparsi di un sistema giustizia a dir poco malato. Mentre un ex pm, in un clima da cabaret, spopola con un video sulla convenienza giuridica di ammazzare la (o il) consorte piuttosto che divorziare,

https://www.striscialanotizia.mediaset.it/video/piercamillo-davigo-e-le-dichiarazioni-su-divorzio-e-uxoricidio_64748.shtml

gli avvocati del Paese insieme a una larga parte di magistrati, si sono dichiarati ragionevolmente contrari all’abolizione della prescrizione, senza garanzie di un processo in tempi equi. Inutile scrivere a mezzo stampa quanto sia dannosa l’incompetenza perché almeno Pier Camillo Davigo, l’ex Pm, incompetente non lo è di certo. Il problema sono le convinzioni personali. Quanto pesa un’ideologia estrema o una propensione alla condanna, senza se e senza ma, sull’equilibrio che la bilancia della giustizia dovrebbe evocare? Un ex pm che dichiara l’esistenza al mondo solo di prosciolti, ma mai di innocenti e un Ministro che afferma l’impossibilità in natura di detenzioni ingiuste, più che esprimere opinioni recitano una formula sacra utilizzata come veicolo di un occulto pregiudizio. Come tutti i mantra il loro ha una funzione auto protettiva sulla propria coscienza e su quella di chi li sostiene. Una sorta di purificazione mistica contro il malaffare italiano da cui allontanarsi, almeno spiritualmente. Davigo sembra esprimersi più per questioni di attitudine personale e Bonafede per imposizione dei superstiti del M5S che sta soccombendo sotto il peso schiacciante del niente politico. Entrambi sembrano pugili barcollanti che un istante prima di finire al tappeto urlano all’avversario: “Ti sto massacrando di pugni!”. A metterli al tappeto paradossalmente non sarà di certo l’assurdo della loro proposta, ma i loro stessi alleati di governo che nell’uso politico della giustizia non sono mai stati secondi a nessuno. 

Su fb una cara amica progressista ha postato queste parole firmate da un iscritto sul social. Deve trattarsi di un docente scolastico che esprime in alcuni casi opinioni, in altri presunti punti di vista apodittici in forma di semi prosa. Si tratta di una sintesi del pensiero “educato” della sinistra di oggi e dunque ho giocato anch’io su cosa mi spaventa e cosa non mi fa paura. Lui scrive:

A me non fa paura quello là che suona i campanelli.

È come a scuola: lui è solo il bullo che se la prende coi più deboli e scappa davanti ai più forti.

Ma così come a scuola, il problema non è mai il bullo. Il problema sono tutti gli altri. Tutti quelli che gli vanno dietro. 

Il bullo, senza di loro, è zero.

Così a me non fa paura lui.

A me fa paura la signora che gli indica il campanello da suonare.

A me fa paura la vecchietta che abita nel mio stesso quartiere che si sente soddisfatta quando una nave affonda.

A me fa paura il collega insegnante che si suppone abbia letto e studiato che quando parla dei suoi studenti di un’altra etnia usa l’espressione “eh che volete fare quelli là sono così”.

A me fa paura il genitore del mio studente che insegna al figlio ad odiare e ad aver paura di ciò che è diverso, così poi ti ritrovi ragazzini di undici anni che nei temi scrivono frasi razziste senza nemmeno rendersi conto che sono razziste.

A me fa paura la donna che al supermercato fra barattoli di fagioli e i pelati guarda con diffidenza la mamma di colore che le passa di fianco col carrello.

Quello là che suona i campanelli è talmente infimo e abietto da non suscitarmi nessun sentimento.

Gli altri mi fanno rabbia e paura. Tutti gli altri, quelli che lo venerano.

Perché sono apparentemente persone perbene: ma covano dentro così tanto rancore, veleno e frustrazione da arrivare sul serio a credere che la causa di tutti i loro mali stia in chi sta peggio di loro.

Perché godono a vedere un uomo di potere che se la prende con un diciassettenne tunisino e lo espone a un linciaggio.

Mi fanno paura, tanta. Ma più che paura: pena.

Perché ci vuole davvero tanta notte nel cuore per non vedere quanto in basso stanno cadendo.

Per non rendersi conto che un giorno, fra non molto, qualcuno verrà lì e glielo chiederà: ma come avete potuto?”

A me non fa paura quello che suona i campanelli. Salvini ha scelto modi da bullo, ma i moralisti, che magari si dovrebbero preoccupare della sicurezza nelle periferie, preferiscono guardare il suo dito inopportuno su un citofono piuttosto che fissare lo sguardo sullo spaccio di quartiere.
Non mi piace che qualcuno dia in pasto alla folla inferocita un ragazzino di 17 anni con precedenti penali, ma mi fanno paura quelli che per venticinque anni hanno criminalizzato a mezzo stampa un intero pensiero di centrodestra, senza se e senza ma.

A me non fa paura la vecchietta che esprime in malo modo il suo legittimo malcontento verso chi impiega risorse pubbliche su cose che lei non riuscirà mai a comprendere, visto che non arriva a fine mese con la pensione.
A me fa paura la posizione del mio collega medico che, pur avendo studiato e imparato come si assiste dignitosamente un paziente, è costretto a occuparsi come può e senza alcun supporto di una quantità quintupla di persone in un Pronto soccorso di Lampedusa o di qualunque altro luogo di frontiera, inappropriato per assistere tutti quei pazienti. Quei luoghi reali di sofferenza sono volutamente ignorati dai moralisti indignati, anche perché i loro rappresentati politici non hanno mai saputo (o voluto) attuare efficaci politiche di controllo dell’immigrazione clandestina, come del resto programmare l’assistenza socio sanitaria dei migranti sul suolo italiano, nascondendosi dietro motivi umanitari.

Mi fa paura il genitore dello studente che incita il figlio a  chiamare razzisti e/o fascisti tutti coloro che esprimono  solo le proprie idee, senza insegnargli la differenza tra l’espressione, seppur forte, di un bisogno e un’intenzione di discriminare qualcuno.
Mi fa paura l’indifferenza colpevole dei moralisti verso i nomadi che vagano nei supermercati, accompagnati da un nugolo di figli loro e non, i quali non dovrebbero trovarsi in un centro commerciale a praticare accattonaggio organizzato, ma in una scuola.
Provo invece compassione verso chi si arroga il diritto di decidere per tutti cosa sia corretto e cosa non lo sia, cosa sia sessista e cosa non lo sia, cosa sia classista e cosa non lo sia, solo per stabilire una verità di facciata unica e assoluta, da poter violare comodamente all’ombra del proprio autocompiacimento. Provo un’umana compassione verso chi si sente migliore degli altri perché di sinistra, criminalizzando chi non lo è.
A molti è piaciuto delegittimare un interlocutore dalle idee non conformi, magari augurandogli la morte sui social, come accaduto a Siniša Mihajlović, allenatore del Bologna reduce da alcuni cicli di chemioterapia. Aveva solo espresso opinioni invise a qualcuno, magari proprio uno di quelli scandalizzati dal ditino di Salvini sul citofono della palazzina del Pilastro a Bologna.

Ieri notte ho visto il film Il traditore con Pierfrancesco Favino nei panni di Tommaso Buscetta. Al mattino, ripensando al film, ho provato uno strano senso di disagio. Non era certo la sceneggiatura o il punto di vista del regista Marco Bellocchio a turbarmi. La storia di Buscetta è già scritta e conosciuta nei minimi dettagli da chi ha un’età idonea a ricordarsela. Non si può neanche sostenere che un regista come Bellocchio con la sua storia di uomo di sinistra abbia, almeno in quel film, esercitato un’azione di propaganda. Del giochino di Saviano di far passare la guerra alle mafie come un fatto privato della sinistra, ne Il traditore, non c’è alcuna traccia evidente. Tuttavia quel film, nonostante tutto, mi ha lasciato un senso di insoddisfazione e solo poco fa ne ho capito il perché. È stato proprio l’attore protagonista, intervistato su Sky a proposito dell’ultimo suo lavoro Hammamet, ad aprirmi gli occhi. In un passaggio dell’intervista egli dichiara che il suo fine ultimo di attore nei panni di Bettino Craxi è stato quello di scomparire dietro il personaggio. Dopo ore e ore di trucco giornaliero e prove ossessive per intonare il timbro della voce del leader socialista lui, per sua ammissione, si è liquefatto nel protagonista del film. Non ho ancora visto Hammamet, ma il Buscetta di Favino è stato più che un’interpretazione la sua imitazione. Nulla dell’attore più in voga del momento si è intravisto nei panni di don Masino; ne è stato semplicemente la fotocopia. Brando nei panni di don Vito Corleone sarà sempre Marlon Brando e non il boss de Il padrino portato a spasso dalla sua recitazione. La narrazione di una storia non può non passare dalla più intima umanità di chi la racconta e quella non si può nascondere con un’imitazione, seppur straordinaria. Ho avuto la stessa sensazione in Romanzo Criminale nel vederlo nei panni del libanese e in tutte le volte che l’ho visto recitare. Dov’è l’attore Pierfrancesco Favino? Dov’è egli stesso mentre gioca a nascondino dietro il copione delle sue interpretazioni? Forse si è sempre nascosto dietro l’ego smisurato dei Bellocchio, Amelio, Placido e di tutti quei registi dall’ideologia di servizio troppo più grande del suo essere Pierfrancesco Savino nei panni di un personaggio e non il contrario.

 

Assisto al monologo di Gherardo Colombo, durante la trasmissione su RAI 3 “Stati Generali” condotta dalla Dandini. La regina del luogocomunismo su tacco 12, come definita da Aldo Grasso, ha brillato di quella luce tipica degli assertivi televisivi, come Fazio di fronte al vuoto cosmico della sua retorica. L’ex magistrato sembrava un pesce fuor d’acqua mentre con il suo sguardo fisso verso l’alto leggeva impacciato il testo che scorreva  sul gobbo di fronte a lui. Ipotizzando, con un’ironia basica,  un “paese immaginario” dove il finanziere chiude un occhio con la mazzetta, la casalinga paga in nero l’idraulico e la mafia si infiltra ovunque, sperava forse di suscitare indignazione con una noiosa retorica da sermone evangelico. Inutile commentare il contenuto della sua “performance” se non per il fatto che egli, dopo aver scelto di arruolarsi nel PD, non si sia ad esempio ancora posto il problema di moralizzarlo, prima ancora di indignarsi per l’anti-etica del popolo italiano. Così come è inutile sottolineare che è sempre più facile manifestare idee audaci che capire le cose e comportarsi di conseguenza e per “capire” non intendo certo giustificare. Ciò che strideva di più, a parte il gusto vagamente bohémien della sua erre moscia, era però l’atteggiamento della Dandini. Alla fine della lettura sembrava un cagnolino festante dopo il biscottino somministrato dal padrone. Almeno il cucciolo può vantarsi di aver guadagnato qualcosa con la sua piaggeria. La Serena di RAI 3 invece sembrava accontentarsi di sopravvivere con la sua rendita dell’essere di sinistra. Un tempo le bastava spendere due paroline faziose contro tizio o a favore di caio per guadagnarsi la levatura morale di intellettuale giusta. Oggi l’indignazione promulgata a mezzo satira è talmente prevedibile da apparire così finto-barocca da far impallidire il gusto dell’arredamento delle case dei boss di Gomorra. La suddivisione del mondo in quasi tutti disonesti e onesti solo Dandini, Fazio, Saviano, Colombo, Guzzanti e pochi altri purché di sinistra,  non sembra bastare più per convincere i telespettatori che per essere giusti si debba necessariamente votare PD. Ma il culmine del momento televisivo è stata la loro lezioncina su cosa si intende oggi con il termine libertà e cosa dovrebbe essere, secondo loro, la vera libertà. 

«Adesso si parla tanto di libertà e noi in qualche modo intendiamo la libertà di parlare, libertà di dire quello che ci pare e anche di insultare perché magari vogliamo trattare male qualcuno perché vogliamo essere liberi. Invece tu dici che la vera libertà è quella di seguire le regole. Sembra una contraddizione di questi tempi, come ce la spieghi?» ha domandato la Dandini con atteggiamento teatrale al suo ospite. Colombo, dopo una pausa di un istante, ha risposto: «…noi (?) confondiamo la libertà con l’onnipotenza. Libertà vuol dire anche farsi carico, prendersi cura della libertà degli altri», come magari la libertà di quelli arrestati durante Tangentopoli dal suo pool solo per indurli a confessare spesso reati mai commessi o denunciare altri per reati mai conosciuti. A proposito, il giornalista del Corriere della Sera Marco de Marco in un suo articolo di qualche tempo fa scrisse a proposito di libertà e regole: «Le libere opinioni non sono come i cani, che puoi richiamare con un fischio» o anche no dottor Colombo?

Seduto in quel caffè, Io non pensavo a te, Guardavo il mondo che, Girava intorno a me…
Ebbene, oggi non è il 29 settembre ma il 14 gennaio del 2019 e mentre gustavo il mio caffè prima di andare in ufficio ho dato un’occhiata ai titoli dei principali quotidiani per guardare il mondo che mi gira intorno, come suggerisce Lucio Battisti. Corriere della Sera, taglio alto (articolo principale):« POLEMICHE SUL CELIBATO Ratzinger chiede di togliere la sua firma dal libro del cardinale Sarah. Lui: «Ecco le lettere, lui sapeva». Taglio medio: REALI La Regina e gli anni di «libertà» a Malta, ecco perché capisce Harry e Meghan Elisabetta ha deciso: «Sì a nuova vita». Taglio basso: Inverno alla rovescia: neve sui dromedari in Arabia, a Londra fiori nei giardini. La Repubblica, Taglio alto: La Corte d’Appello di Torino: “C’è un nesso tra uso del cellulare e alcuni tipi di tumore”. Taglio medio: Tennis, ritiri e malori per il fumo degli incendi: è caos all’Australian Open. Taglio basso: M5s, la svolta in Rousseau: lascia il numero due Bugani, incarico per Di Battista. La Stampa, taglio alto: Ratzinger-Sarah, scoppia il “libro gate”. E Gänswein chiede di rimuovere la firma del Papa emerito. Taglio medio: Sarraj firma la tregua in Libia, ma Haftar strappa e lascia Mosca: “Accordo inaccettabile”. Taglio basso: Meghan non voleva più sentirsi dire da William che cosa poteva e non poteva fare.
Dalle notizie in prima pagina desumo che sia bastato ricacciare “il mostro verde” Salvini   nelle condotte fognarie, come auspicato dai pesciolini azzurri che ripopolano le piazze-acquario del Paese, per eliminare il malcontento degli italiani. Non si parla più di politica e del nostro malumore. Da un momento all’altro siamo diventati tutti così felici che la recessione economica, la crisi del lavoro, la fiscalità senza una logica di crescita, l’immobilismo decisionale non esistono più. È black out mediatico sul Governo, sulla sua politica ma anche sull’opposizione e la sua azione di alternativa. Chissà, forse lo tsunami di malmostosità montante minacciava di portar via senza pietà quel simulacro di ministri, viceministri, sottosegretari, a partire dal Premier “Giuseppi”. Di quest’ultimo si apprezza la recente “sferzante” dichiarazione di politica estera: “l’Italia sostiene per la Libia il percorso già disegnato sotto l’egida Onu”. In compenso il numero uno della Farnesina, il Ministro Di Maio, ha usato parole ancora più forti: “Non ci può essere una soluzione concreta e duratura senza il coinvolgimento di Paesi vicini alla Libia, così come l’Algeria e il Marocco. È insieme che bisogna lavorare verso un nuovo approccio, che coinvolga tutti al tavolo del dialogo”. Mentre mi chiedevo quanti chilometri dividessero la Libia dal Marocco, e al peso internazionale dell’Italia pari a quello di un neutrino, ho pensato che il trattamento da allievi di scuola materna riservatoci da questi politici in fondo è proprio ciò che ci meritiamo. Siamo solo capaci di guardare dietro di noi. Bettino Craxi, affossato dall’ipocrisia che ci contraddistingue (…e anche dal PCI), oggi sarebbe un gigante in mezzo ai lillipuziani, ma questo non significa che il presente e il futuro non possano essere migliori di un Giuseppi o un Giggino o anche di un brutto sporco e cattivo Salvini. Possibile che per augurarsi un Paese più stabile e più competitivo con il mondo si debba ricorrere all’imitazione di Craxi e della sua impressionante leadership nel bene e nel male? Possibile che la narcosi giornalistica sui temi nostrani si prefigga di addormentare la marea di scontenti che, a parte le piazze, avrebbero come unica espressione un voto continuamente negato? E allora, ripensando a queste cose, mi sono immerso nelle vicende di Harry e Meghan e tuttavia Mi son svegliato, E sto pensando a te, Ricordo solo che, Che ieri non eri con me…

Ho visto cose che voi umani…

Ho visto poco fa Higuain, Cristiano Ronaldo e Dybala (…una mezza manovra finanziaria in tre) che aggradivano con crudeltà sportiva sulla trequarti avversaria un difensore dell’Udinese, di cui faccio fatica a ricordare il nome, come in una qualunque partita di serie D.

Ho visto la Juventus di Sarri, un tempo chiamato “Il Comandante”, che lanciava con Bonucci dalla propria trequarti un attaccante che si avventava insieme ai tutti i suoi compagni sulla porta dell’Udinese come fossero un Benevento qualunque.

Ho visto giocatori milionari, che hanno vinto 8 scudetti di fila, mordere gli avversari come il Cagliari di Gigi Riva.

Ho visto attaccanti della Juve ripiegare nella propria area per aiutare i difensori a contrastare l’Udinese (…non il Manchester City di Guardiola) come nella partita più importante della loro vita.

Ho visto la mia squadra del cuore ieri contro il Parma, (…non contro il Manchester City di Guardiola) senza la consapevolezza di cosa è il Napoli e chi siamo noi tifosi azzurri.

Ho visto Mario Rui, fermarsi e guardare tenendosi a cinque metri di distanza un certo Kulusevski mentre faceva solo ciò per cui viene pagato e cioè fornire un assist vincente al suo compagno Gervinho che ci ha spedito definitivamente all’inferno. 

L’inferno non è quello di giocatori svogliati, capricciosi, bisognosi di affetto e di uno psicanalista o quello di De Laurentiis che “dall’alto” della sua struttura societaria e del suo “palmares”, spedisce a casa chi di vittorie se ne intende davvero. Non è neanche quello di Gattuso che evidentemente non sa in che guaio si è cacciato. L’inferno è quello di noi tifosi azzurri che dopo aver respirato per anni aria di alta quota non riusciamo a farcene una ragione. I sabati sera e le domeniche sono diventate anonime. Pensavamo di aver fatto il salto di qualità e invece abbiamo saltato il fosso della mediocrità, quella di chi non sa cosa significa sudare la maglia sul campo. Rino “Ringhio” invece di far studiare i video delle partite inutili del suo Napoli attuale ai suoi farebbe bene a mostrare ai giocatori quelle della Juve, anche se scrivere queste cose mi costa molto…