Bravo Fedez! Il ragazzo prodigio della musica italiana, marito della ragazza prodigio dei social, ha scoperto che il mondo, compreso quello della comunicazione, è fatto di sistemi. La RAI, compresa RAI 3 è uno di quelli. I malcapitati funzionari nella telefonata trappola del cantante sono semplicemente parte di una struttura superiore che, qualora non avessero adempiuto a quanto da loro detto telefonicamente, si sarebbe abbattuta sulle vite lavorative di questi ultimi. 

La mia non è né un’assoluzione né una condanna dei dirigenti RAI, è solo una constatazione disincantata. Prendersela con quei due è come lapidare chi attacca manifesti per il loro contenuto, dimenticandosi di chi li ha pagati per affiggerli. Fedez se la prende con la violazione della libertà di espressione e anche qui un “Bravo!” se lo merita, ma trovo insolito che la rete in questione, RAI 3, tradizionalmente espressione di una precisa parte politica, prima censuri Fedez telefonicamente e poi, di fatto, lo applauda in piazza, sul palco del primo maggio. Sarà l’aria fresca della Große Koalition Draghiana, sarà il venticello del cambiamento, ma tutto questo è decisamente irrituale. Peraltro, è inutile pretendere che Fedez non si scagli solo contro affermazioni miserabili, vere o presunte che siano, di politici leghisti. È in fondo il primo maggio e citare, a proposito di insulti e affermazioni sessiste ripugnanti, il professore dell’Università di Siena contro Giorgia Meloni, o la Guzzanti che disse, in una pubblica piazza: «Tu non puoi mettere alle Pari Opportunità una che sta là perché ti ha succhiato l’uc…lo!», oppure Lidia Ravera che nel 2004 sull’Unità fece le seguenti notazioni fisiognomiche su Condoleeza Rice, segretaria di Stato Usa: «Con quelle sue guancette da impunita è la lìder maxima delle donne-scimmia» o anche l’atleta russa Elena Isinbayeva, che per avere goffamente difeso le leggi anti-gay di Putin si beccò questo augurio da parte di un esponente del Pd sardo: «Per me possono anche prenderti e stuprarti in piazza», non sarebbe come hanno detto i due funzionari Rai “opportuno”.

https://www.ilgiornale.it/news/interni/renato-brunettaquegli-insulti-senso-unico-che-non-indignano-988823.html

Il primo maggio come noto non è la Festa dei lavoratori, o perlomeno di tutti i lavoratori: è il festival mondiale delle sinistre e guai a gettare ombre sul sol dell’avvenire, anzi, in tempi di pacificazione, semplicemente adombrare tutti quelli che siedono allo stesso tavolo di Palazzi Chigi. 

Anzi, a proposito della proposta di legge Zan, che chiede di aggiungere all’art. 604 bis e ter del Codice penale, che punisce chi “…propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione…” la frase “oppure fondati sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere”, proporrei allo stesso Zan di estendere la sua proposta con l’eccezione”…solo per chi non è di sinistra…”.

 

Chi è Mino Raiola? Nonostante l’aspetto un po’ ruspante e le leggende a suo carico non è proprio uno sprovveduto. Cito da Wikipedia:

Carmine Raiola nasce a Nocera Inferiore, in provincia di Salerno, da una famiglia di Angri, il 4 novembre 1967.La sua famiglia emigra meno di un anno dopo ad Haarlem, nei Paesi Bassi. Il padre, allora meccanico, apre con successo un’attività di ristorazione, in cui il giovane Mino è impiegato come cameriere.Allo stesso tempo consegue la maturità classica e frequenta per due anni l’università, iscrivendosi alla facoltà di giurisprudenza. Parla sette lingue: italiano, inglese, tedesco, spagnolo, francese, portoghese e olandese. Inizia a giocare a calcio nelle giovanili dell’Haarlem, ma smette all’età di diciotto anni. Nel 1987 diventa responsabile del settore giovanile della squadra. In questo momento intraprende la carriera imprenditoriale, acquistando (e poi rivendendo) un ristorante della compagnia McDonald’s ed entrando nel consiglio degli imprenditori di Haarlem.

All’età di vent’anni fonda una propria prima società di intermediazione, la Intermezzo. Intanto diventa direttore sportivo dell’Haarlem. Grazie a un accordo con il sindacato dei calciatori diventa poi rappresentante all’estero dei giocatori olandesi. Nel 1992 porta Bryan Roy al Foggia, mentre nel 1993 intercorre come mediatore nella trattativa che porta Dennis Bergkamp e Wim Jonk dall’Ajax all’Inter. Diviene poi agente FIFA e abbandona le altre attività. Fonda la società Sportman con sede a Montecarlo, ma con uffici di rappresentanza anche in Brasile, Paesi Bassi e Repubblica Ceca. Negli anni successivi tratta alcuni giocatori per il mercato italiano, come Michel Kreek, Marciano Vink e Pavel Nedvěd. Acquisisce notorietà grazie ai calciatori molto famosi da lui seguiti e alle trattative milionarie in cui è coinvolto curando gli interessi dei giocatori stessi: molto dibattuto mediaticamente è, nel 2009, il passaggio di Zlatan Ibrahimović dall’Inter al Barcellona, circostanza nella quale Raiola firma una clausola in virtù della quale avrebbe guadagnato 1,2 milioni di euro annui, pagati dal Barcellona fino al 2014. Nell’estate del 2010 e nel corso del calciomercato invernale del 2011 agisce da mediatore nelle trattative che conducono Ibrahimović, Robinho, Mark van Bommel, Urby Emanuelson e Dídac Vilà al Milan e Mario Balotelli al Manchester City. Nell’estate del 2012 è protagonista del passaggio di Ibrahimović dal Milan al Paris Saint-Germain e di Paul Pogba dal Manchester Utd alla Juventus. 

Tutto il resto è storia recente. Tuttavia, anche i grandi self made man perdono il contatto con la terra e si dimenticano che il proprio talento senza circostanze favorevoli alla fine non varrebbe proprio nulla. Tali circostanze non sono misurabili e/o giudicabili: semplicemente avvengono. È pleonastico pensare di giudicare o addirittura controllare, in un rigurgito di arroganza, i fenomeni esterni alla base di un successo. Se poi risultano a noi pure favorevoli è persino stupidamente autolesionista giudicarli. «Superlega? Non ho capito le proteste dei tifosi. Se non ti interessa, non la compri» così ha sentenziato il super procuratore del calcio in un’intervista al prestigioso giornale sportivo spagnolo As. Forse ai suoi esordi non l’avrebbe pensata così. Mi pongo questa domanda e mi permetto di rispondermi da solo: perché Raiola, insieme ai suoi colleghi procuratori, ai presidenti delle società calcistiche, ai dirigenti e giocatori di queste ultime, ai giornalisti e alle reti televisive vivono una vita qualitativamente molto al di sopra di ogni altra vita “normale”, grazie alla semplice rappresentazione di uno sport? Perché esiste un mercato! Quest’ultimo, riprendendo le parole del grande economista Ludwig von Mises, “è sempre innocente”, non essendo dotato di moralità. Si limita solo a produrre tutti quei beni e servizi che sono richiesti dai singoli, indipendentemente dalle opinioni su quegli stessi beni e servizi. Che la Superlega sia giusta, sbagliata, o né uno, né l’altra, al mercato non gliene frega nulla. Se ai consumatori, per qualsiasi motivo, la Superlega non piace, al mercato interessa solo seguire la domanda. Per cui è del tutto inutile giudicare chi non approva la Superlega se poi sono proprio quelli che non la vogliono coloro che sostengono il mercato e di conseguenza il portafoglio del signor Raiola.

Non sputà n’ciel ca n’facc te torna… caro Carmine Raiola detto Mino e cari creativi del mercato calcistico…

Felicissima sera

A tutte ‘sti signure ‘ncravattate

E a chesta cummitiva accussi allera

D’uommene scicche e femmene pittate

Chesta è ‘na festa ‘e ballo

Tutte cu ‘e fracchisciasse ‘sti signure

E’ i’ ca so’ sciso ‘a coppa sciaraballo

Senza cerca’ o permesso abballo i’ pure…

intonava Mario Merola in “Zappatore”. Merola, per chi non ha la mia età, era un grande rappresentante della canzone napoletana del passato, in era pre neomelodica. Le sue non erano solo canzoni, ma vere e proprie sceneggiature, anzi “Sceneggiate”. Questo zappatore è un contadino, padre di un figlio che per evadere dalla vita agricola e dal ruolo sociale di bracciante, dopo aver studiato con enormi sacrifici dei genitori, “emigra” a Napoli dalla campagna ed entra in qualche modo nell’alta società, disconoscendo però la sua origine e gli sforzi fatti dalla sua famiglia. Il padre davanti a tale circostanza e alla sopraggiunta grave malattia della madre del giovanotto ingrato, lo raggiunge a una festa chic con il carretto trainato da un mulo (‘o sciaraballo) per dargli la grave notizia e rimproverargli il suo voltafaccia . Entra e canta “‘O zappatore” da cui la strofa succitata.

Un tempo in questo paese esisteva la sinistra. Contava la sostanza e la sua missione principale era la difesa dei diritti dei lavoratori dal disagio sociale ed economico e dall’alienazione. Si viveva in un mondo più semplice perché il mercato del lavoro era più semplice. La massa critica dei lavoratori da tutelare era concentrata nell’industria e la platea a portata di mano (o di sindacato) era per lo più concentrata nelle fabbriche e ciò rendeva più agevole difendere i diritti collettivi. Quegli operai da difendere sembravano ‘o Zappatore di Mario Merola. Erano oppressi, ma tutelati da un mondo politico e sindacale tutto sommato coeso. Poi quel mercato è cambiato e gli eredi di quella sinistra non hanno saputo (o voluto) cogliere quel cambiamento. La crisi dell’industria e automaticamente del sindacato ha trasformato gli operai, archetipo delle masse oppresse, in piccoli commerciati, ristoratori artigiani o comunque partite iva senza o al massimo con pochi dipendenti, ma con la necessità di sopravvivere al fisco, alla criminalità e alle strettoie amministrative. E allora la sinistra si è trasformata nel figlio ingrato di quello zappatore ormai desueto perché non più rappresentativo del disagio di allora.  L’industria si è ridotta e con essa il mondo operaio. Tuttavia la sinistra, nata e cresciuta contro il disagio ha poi fatto finta di non riconoscere quello stesso disagio portato da altri lavoratori ai nostri giorni. I nipotini di oggi di quella sinistra di un tempo rifiutandosi di comprendere i veri disperati di oggi, dalle terrazze dei salotti radical preferisce occuparsi di ius soli, voto ai sedicenni e suggestioni color arcobaleno. Il disagio dei bisognosi contemporanei, quelli senza cassa integrazione e tutele sindacali, ma con l’IVA da pagare senza poter lavorare o stritolati da un regime fiscale che di equo ha solo il numero pari delle lettere del sostantivo, oggi a sinistra non viene minimamente considerato, anzi deriso. Una lunga schiera di “illuminati” con l’erre moscia, su social e nei talk show, ridicolizzano i nuovi sfruttati, non più da un padrone che li schiavizza in fabbrica, ma dallo Stato alle spalle di cui questi “barricadero” da tweet o da battuta ad effetto campano. Le Sabina Guzzanti, le Selvaggia Lucarelli, finanche i Michele Serra, i Nicola Zingaretti o pure ex ministri come Vincenzo Visco irridono in interviste, post e dichiarazioni di vario genere, la stessa sofferenza che un tempo la sinistra combatteva (…o illudeva tutti di farlo). I “lavoretti” citati da Zingaretti, quelli dei lavoratori senza contratto che protestano per le chiusure COVID o la Guzzanti che si sorprende dell’attenzione  verso i commercianti che a suo dire in buona parte “…possiede appartamenti, macchinone e a volte barche mentre la maggior parte degli artisti vive con lo stretto necessario.” sono il  paradigma di questa sinistra. Così come la (presunta) ironia della Lucarelli che afferma: “Quelli di CasaPound sono lì per spiegare ai ristoratori come non pagare le bollette per anni” o l’arroganza descritta da un cinico Michele Serra di chi oserebbe:  “…pretendere che TUTTO quello che è stato perduto a causa della pandemia ora piova dal cielo, è abbastanza protervo e parimenti sciocco: la sfiga esiste, per dirla in parole povere eppure ricche di significato. Esiste per tutti, esiste da sempre, così come non esiste il diritto alla fortuna, alla ricchezza, al reddito invariato nei secoli.” Infine la chicca dell’ex ministro Visco che in un intervista al Fatto Quotidiano dichiara che una società che a suo dire si sarebbe “imbastardita” dove “basta che in tv sbuchino una decina di commercianti, disperati, sfigatissimi che naturalmente schiumino rabbia“.

E allora non stupiamoci se la gente scesa in strada perché non lavora da un anno canta ai suoi ex difensori che non vogliono più riconoscerla: 

Chi so vuje mme guardate

So’ ‘o pate i’ songo ‘o pate

E nun mme po’ caccia’

So’ nu faticatore

E magno pane e pane

Si zappo ‘a terra chesto te fa onore

Addenocchiate e vaseme ‘sti mmane.

But the film is a saddening bore

‘Cause I wrote it ten times or more

It’s about to be writ again

As I ask you to focus on…

Life from mars David Bowie

Bowie cantava: «…il film è di una noia mortale/Perché l’ho già scritto dieci volte, o forse più/Sta per essere scritto di nuovo/mentre ti chiedo di concentrarti su…». Lui sì che se ne intendeva di pianeti lontani e relativi abitanti.

C’è stata un epoca nella quale a contare c’erano i Montanelli, i Biagi, i Bocca, le Fallaci. Personaggi monumentali, tutti nati e cresciuti sul pianeta terra. Poi lo stile terrestre è caduto in disgrazia ed è stato soppiantato dagli alieni. Un esercito di extraterrestri su astronavi alimentate da Twitter, Facebook e ogni altro social, ha invaso il pianeta terra e ha sostituito i vecchi monumenti dell’informazione. A cavallo del web sono apparsi le Lucarelli, le Murgia, gli Scanzi che, travestiti da influencer, si sono confusi tra i terrestri, come il marziano David Bowie, alias Thomas Jerome Newton, nel film tratto dal romanzo L’uomo che cadde sulla Terra o, per rispetto di quest’ultimo, sarebbe meglio utilizzare come termine di paragone i bizzarri alieni dei sequel comici di Man in Black. Gli extraterrestri dei nostri tempi sono esseri in apparenza umani e fanno fortuna su questo pianeta sostituendo opinioni sostenute da solide basi culturali, grandi talenti narrativi da giornalista e scrittore, elevate stature culturali con il gossip a oltranza. Mai un opinione su temi di rilievo, non un’analisi sull’attualità, solo giudizi su persone, su ciò che dicono, ciò che fanno e come si vestono, tralasciando rigorosamente tutto il resto. Le loro imprese paragiornalistiche spopolano sul web, sulle TV, finanche sui quotidiani. Sono artefici di una minuziosa opera di ricerca del malcapitato di turno da sputtanare. Non importa chi siano i loro obiettivi quotidiani, l’essenziale è ricoprire di m. qualcuno in modo seriale. D’altronde l’alfabetizzazione del pubblico si è fermata alle immagini sulle schermate di Fb ed è meno agevole leggere e comprendere un vecchio (…ma ancora attuale) fondo del Corriere della Sera di trent’anni fa di Oriana Fallaci, che soffermarsi sui post di Selvaggia Lucarelli che se la prende con Fedez o Belen mentre pontifica sulle categorie vaccinali. È parimenti più suggestivo preoccuparsi dell’immaginario sensibile di Michela Murgia, spaventata dalla divisa del Generale Figliuolo che le ricorda a suo dire quella di un dittatore con buona pace di tutti i militari che stanno vaccinando la popolazione insieme ai civili sul territorio per cercare di immunizzare il Paese, forniture vaccinali permettendo.
Se a interpretare un’epoca ci si deve basare su chi la interpreta, forse è il caso di prendere seriamente l’ipotesi di essere invasi da alieni/influencer o meglio di essere in realtà su un altro pianeta.

Da Marte è tutto, linea alla terra…

Chissà perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi.“ ha detto ultimamente Mario Draghi, con un’insolita autoironia per un Presidente del Consiglio, in un discorso pubblico, dopo aver pronunciato “smart working” e “babysitting”. Certo, sarebbe bello parlare e scrivere più in italiano, ma il mondo con le sue connessioni anglofone da tempo non lo permette.

Mi salta sempre più spesso all’occhio l’accezione “cancel culture” e mentre esploro il Corriere della Sera mi imbatto nella rubrica di Massimo Gramellini Il Caffè. 

https://www.corriere.it/caffe-gramellini/21_aprile_01/quel-razzista-mozart-66d2f760-9253-11eb-b997-507c83c4e681.shtml

Premetto che stimo Gramellini, pur non condividendo quasi nulla del suo modo di pensare. Molto tempo fa io, Mr. nessuno, inviai una lettera al quotidiano la Stampa in risposta a un suo articolo sui napoletani, che ritenni per me non accettabile. Scrissi una semplice email a un indirizzo generico della testata, convinto di non ricevere mai riscontro, ma lui rispose con una mail personale, quasi scusandosi per i toni del suo articolo. Lo apprezzai molto. Tuttavia, come nelle migliori relazioni, seppur di superficie, la schiettezza è essenziale.

Tornando ai giorni nostri, Gramellini scrive, sul Corrierone di oggi, un articolo sull’intenzione dell’Università di Oxford di abolire Mozart dai propri programmi di educazione musicale. Motivo: i grandi compositori del passato, «in quanto capisaldi della musica bianca, potrebbero creare disagio agli studenti neri». La questione è che il giornalista, pur con la sua proverbiale ironia, si indigna per tale assurdità con lo stupore di chi ha scoperto per la prima volta quelli che egli stesso definisce “i fanatici di ogni epoca”. Strano, considerando che la cultura della cancellazione è l’estremizzazione di un modo di pensare soprattutto del mondo di sinistra con i suoi veti ideologici alla storia, alle singole persone non allineate al pensiero “giusto”. Seppur vero che l’ondata iconoclasta è operata da fanatici  che attaccano monumenti di personalità del passato (Cesare Augusto, Marco Aurelio, Cristoforo Colombo, Picasso ecc.), con scene di delirio e isterismo collettivo, ciò non sarebbe possibile senza una classe accademica, giornalistica o comunque intellettuale, prima ancora che politica, pronta, non solo ad assecondare, ma anche a spacciare giustificazioni concettuali per inquadrare un’ottusa e banale opera distruttrice come un sofisticato effetto collaterale di giustizia sociale. Mi stupisco dello stupore di Gramellini quanto lo sarei nel vedere un bambino sulla spiaggia che prima lancia una pietra e poi ritira la mano. Non so se dopo aver lanciato il sasso dell’indignazione Gramellini ritirerà la mano di fronte ai suoi amici di sinistra, ma liquidare l’idea dei docenti inglesi di Oxford come conseguenza di una bevuta di birra collettiva è un ingenuo tentativo di stendere un velo, molto trasparente, sulle responsabilità reali di una classe pseudo intellettuale e di politicanti (…contrazione di politici farneticanti) radical chic. Cancel culture è un inglesismo, ma molto calzante che però intenderei più come cancellation of culture, solo perché la cultura in generale mette in crisi ogni dogma o inquadramento ideologico. Per questo motivo non è mai gradita nella dialettica del politicamente corretto.

Maestro mio, or mi dì anche: questa fortuna di che tu mi tocche, che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?

Dante nel settimo canto dell’Inferno chiede al Maestro Virgilio il significato di “fortuna”. Quest’ultimo  gli risponde che Dio ha creato i cieli e ha assegnato ad essi, in modo uniforme, le intelligenze perché lo illuminassero. Tuttavia, ha incaricato una sorta di amministratrice e guida (la fortuna) per governare il mondo e per trasferire i beni ingannevoli da una parte all’altra senza che gli uomini si potessero opporre. È proprio grazie a questa forza superiore, secondo Dante, che una nazione o il suo leader primeggiano sugli altri. Nessuno può contrastare quella forza impedendole di attuare la sua podestà, essa agisce velocemente e secondo necessità e per questo che molti hanno una sorte assai instabile.

Il problema è che la fortuna dantesca in alcuni casi ricorrenti muta al mutare del fortunato di fronte a circostanze uguali. Un ex Presidente americano repubblicano, pur con i propri limiti comunicativi e di immagine, per un intero mandato, a torto o a ragione, è stato fatto costantemente oggetto di accuse di imperialismo e xenofobia. Certo, faccio fatica a pensare che i suoi sostenitori siano tutti come il tizio vestito da pellerossa all’assalto del Palazzo del Congresso, ma di fatto quel Presidente fu votato dalla maggioranza, anche se risicata, degli americani. In un paese che ha il vezzo di aver inventato la democrazia, (…come se i greci antichi fossero ciarpame da vendere su una bancarella di magliette di Manhattan), chi vince le elezioni governa ed è oggetto di critiche da parte delle opposizioni. Ma quando le medesime opposizioni diventano maggioranza e sono chiamate a governare, le critiche mosse qualche tempo prima, di fronte a dichiarazioni e fatti del presente analoghi a quelli del passato, si dissolvono come d’incanto. Dichiarare che il Presidente di un’altro Paese (peraltro la seconda potenza mondiale) sia un assassino, pur se per motivi geopolitici (…la Libia c’entra qualcosa?) è qualcosa che ogni liberal americano che si rispetti, avrebbe sei mesi fa, definito come una bestemmia di un Presidente rozzo e incosciente. Oggi nessuno si indigna. Non parliamo delle prefiche, (quelle con i capelli sciolti in segno di lutto che cantavano lamenti funebri e innalzavano lodi al morto, a volte graffiandosi la faccia e strappandosi ciocche di capelli) che si indignavano a comando in altri paesi, soprattutto europei, dopo le “malefatte” dell’ex presidente USA repubblicano. Oggi, dopo le belligeranti dichiarazioni dell’attuale Presidente democratico degli Stati Uniti, contro Vladimir Putin, tacciono rintanate nelle sedi dei partiti più radical chic della Roma di un certo livello.

Nessun lamento, nessuna ciocca abbandonata sul selciato, solo un silenzio assordante. L’ipocrisia è un segno connaturato al processo politico, ma al di fuori di esso si chiama malafede, disonestà intellettuale, doppiopesismo, ecc. 

Forse la cd “fortuna” di Dante visto che staziona spesso dalle parti di Washington a volte è distratta dall’imponenza del Campidoglio o forse aiuta, come sempre, gli audaci.

È vero sinistra italiana?

Che c’entra Buzzati? Forse niente o forse molto. Chi sono i Tartari che non arrivano? 

Alcuni decessi, a tutt’oggi non correlabili ad alcuna somministrazione di vaccini, hanno generato, mediati dalla comunicazione, un serio voltafaccia da parte di molti alla ricezione delle dosi programmate. Gli stessi che, condizionati dalle notizie di cronaca, rifiutano la somministrazione per timore che il vaccino sia pericoloso, senza uno straccio di prova o evidenza, si precipitano in massa a giocare a una lotteria pur sapendo delle insignificanti probabilità di successo. Il quotidiano Sole 24 ore  propone un interessante articolo sul tema.

https://www.ilsole24ore.com/art/raro-ma-probabile-perche-ci-piacciono-lotterie-e-abbiamo-paura-vaccini-AD35Z3PB

Qual’è la differenza tra due comportamenti così distanti in apparenza? Le aziende del gioco d’azzardo conoscono bene i meccanismi cognitivi delle persone e sanno che gli esseri umani hanno una fortissima tendenza a sovrastimare la probabilità di eventi estremamente rari come vincere alla lotteria o morire a causa di un vaccino (ammesso che si dimostri che le morti in questione siano correlate alla somministrazione di un dato vaccino) . A sfruttare il primo esempio ci pensa l’industria miliardaria dell’azzardo, mentre, sul secondo, si scatenano da tempo complottisti e bufalari di professione. La tendenza a sovrastimare un accadimento di fatti poco probabili si accompagna simmetricamente alla tendenza a sottostimare la probabilità di eventi molto più frequenti, come avere un incidente in auto mentre andiamo a farci inoculare il vaccino, piuttosto di una reazione avversa grave dopo l’iniezione. Ma tutto questo è prevedibile? Ebbene sì, lo è! Ci si può tranquillamente aspettare che le persone siano attratte da una lotteria e che contemporaneamente si insospettiscano per rarissimi casi di reazioni avverse provocate dai vaccini, tra le quali, ripeto, non si sa nulla di concreto in merito alle morti di cui sopra. Ci si può attendere tali comportamenti anche perché, sono spesso, per non dire sempre, indotti da fenomeni comunicativi. Alla base di questa tendenza alla sovrastima c’è il fatto che alcuni scenari che usiamo per valutare la probabilità di un certo accadimento vengono costruiti più facilmente di altri. Quando abbiamo a che fare con immagini emotivamente coinvolgenti sarà molto più facile costruirci uno scenario preciso di quando, invece, stiamo valutando una situazione nuova, astratta e poco coinvolgente sul piano emotivo. Una vincita alla lotteria e una morte sospetta hanno entrambe tutte le caratteristiche necessarie per tatuare l’evento nella nostra memoria e quando penseremo alla probabilità associata ai due eventi, saremo indotti a stimare valori eccessivi. Non per niente le notizie di vincite, grandi e piccole, sono sempre molto ben pubblicizzate dagli uffici stampa di chi con l’azzardo ci guadagna, perché il loro ricordo le fa apparire più probabili. Di contro quando dobbiamo stimare la probabilità di un certo evento, non sempre le eventuali alternative vengono definite con altrettanta precisione. Se dobbiamo valutare con quale probabilità pioverà domani, non sempre pensiamo alla probabilità con la quale non pioverà e ci sarà vento, nubi leggere, calma piatta o cielo terso. Ci concentriamo su ciò che vogliamo valutare, mentre tutto il resto che potrebbe accadere, magari con una probabilità molto maggiore, rimane nascosta in noi. Solo che chi, per legittimi motivi di profitto, lo sa, lo mette a frutto, mentre chi dovrebbe sovrintendere alla comunicazione pubblica non sembra affatto averne contezza. Il tenente Drogo di Buzzati attende i Tartari quasi tutta la sua vita e quando ormai egli sta morendo comprende che la paura o al contrario l’attesa coraggiosa del loro arrivo è ciò che più temeva, più dell’improbabile accadimento reale.

E allora, anche se con grande fatica e stanchezza per ciò che tutti stiamo vivendo, dico: sforziamoci tutti a superare la paura e facciamo l’unica cosa che conta per la nostra serenità.  Vacciniamoci, punto e basta!

“Eugenio dice che… Eugenio dice

Eugenio dice che io sono rinnegato

Perché ho rotto tutti i ponti col passato

Guardare avanti, sì ma ad una condizione

Che tieni sempre conto della tradizione

Rinnegato, sei un rinnegato, non ti conosciamo più

Rinnegato, sei un rinnegato, non ti conosciamo più”

canta Eduardo Bennato.
Ebbene lo confesso pubblicamente, sono un rinnegato! Come scrive il dizionario Treccani ho rinnegato un’idea, una fede politica per abbracciarne un’altra. Non sono un rinnegato recente, ho iniziato circa trentasei anni fa. A diciannove anni ho rinnegato me stesso e le mie idee che coincidevano con una vita senza regole. L’ho amata quella vita e la amo ancora nei miei ricordi più belli, ma l’ho rinnegata. A quarant’anni ho proseguito, rinnegando le mie posizioni social accomodanti, pessimo modo di definirle politicamente corrette. Era bello stare ancora, seppur con moderazione, dalla parte dei “giusti”, quelli che contestano le diseguaglianze, l’inquinamento, i totalitarismi ecc. Poi mi sono auto rinnegato ancora. Sta per scadere il terzo mio ventennio di vita e sono pronto a farlo ancora. La coerenza mi sta stretta, soprattutto quando evidenzia terribili contraddizioni tra osservato e atteso. È inutile crogiolarsi con l’estetica dei pensieri se poi la realtà si rivela in tutto il proprio terribile cinismo. Se lo scopo è quello di affrontarla è del tutto inutile coprirsi gli occhi con una sua finta e comoda raffigurazione. Ho amici, parte del mio passato, ai quali non posso che volere un bene profondo, e che mi danno ancora del voltafaccia. Hanno ragione! La faccia l’ho girata, ma dalla parte peggiore, quella della realtà reale. Rimanere nel mondo dell’(im)possibile era ed è sicuramente più confortevole. Mi piaceva un tempo pensare di aver sempre ragione perché mi bastava stare dalla parte dei più deboli. Ho però iniziato a scoprire che qualcuno o qualcosa mi suggeriva preventivamente nell’orecchio chi fossero i più deboli e io mi sono fidato ciecamente, ma era una realtà completa? L’ideologia produce idee che raffigurano solo “deboli” funzionali a quest’ultima e quando ho capito di essere una persona, prima che parte di una massa, ho aperto gli occhi e ho iniziato a rinnegare. Ho rinnegato idee per ammetterne e sperimentarne altre: le mie. Adesso spero di apprestarmi a rinnegare ancora, ma ho un tremendo presentimento: e se non ci fosse più niente da rinnegare, perché tutto (…e il suo contrario) ormai raffigura una realtà che si rinnega da sola di continuo?

vabbè, oggi va così…

Dizin, Darbandsar, Shirbad, Sahand, Dena. Ho sempre pensato nel mio provincialismo consapevole che l’Iran fosse un luogo dai desolati panorami desertici, sole, sabbia, cammelli. Invece, dopo la parata sotto tono degli atleti al mondiale di sci a Cortina scopro che nell’antica Persia esistono diverse località sciistiche come quelle sopra menzionate.

Con pochissimo stupore invece apprendo della “rivolta” delle donne del Pd per la delegazione di governo tutta al maschile. 

Nessuno spazio ci sarà dato per gentile concessione” sottolinea la Serracchiani, ex governatrice Pd del Friuli Venezia Giulia. La proposta: “dare a una donna il posto di vicesegretaria del partito“. La rete Donne per la Salvezza: “Poche ministre, siamo deluse

https://www.repubblica.it/politica/2021/02/13/news/pd-donne-rivolta-governo_draghi-287461374/

Laura Boldrini, ex presidente della Camera, che si faceva declinare il titolo al femminile e che nel Pd è una new entry, parla di “fatto gravissimo, vergognoso. Non basterà di certo che ora entri qualche sottosegretaria, per il Pd“, assicura.

https://www.quotidiano.net/politica/solo-ministri-maschi-donne-pd-infuriate-il-partito-vuole-che-restiamo-in-cucina-1.6021604

Se non stupito, sicuramente non convinto di tale, solita, alzata di scudi si è mostrato il neo Presidente del Consiglio Mario Draghi che nel suo discorso al Senato ha affermato che il vero raggiungimento della parità di genere: «…non significa un farisaico rispetto di quote rosa richieste dalla legge, ma richiede che siano garantite parità di condizioni competitive tra generi». 

Chissà, parafrasando l’astronauta Neil Armstrong, forse quello di Draghi è stato un piccolo passo, ma un grande balzo per la politica italiana, ostaggio del solito politically correct vuoto e privo di concretezza. Una “correttezza” che non riesce proprio ad andare oltre una concezione per quote della parità di genere, pretendendo di diritto una poltrona ministeriale con il solo e unico requisito di essere donna. 

Torno invece al mio stupore sullo sci persiano. Nessuno tra le  Boldrini, le Serracchiani e la “La rete donne per la salvezza” sembra però aver commentato il caso di Samira Zargari, coach della nazionale di sci alpino iraniana. Quest’ultima non ha potuto raggiungere la sua squadra in Italia per i mondiali di Cortina per decisione di suo marito di non concederle il nullaosta per lasciare il Paese. Un permesso necessario perché, in Iran le donne non hanno diritti reali, se non per concessione maschile, compreso il diritto di viaggiare nel mondo, condizionato appunto alla firma di un “tutore” maschio, padre, fratello o marito che sia.
Della violazione dei diritti umani delle donne in Iran non sembra però indignarsi quasi nessuno perché è più comodo farlo sul simulacro di un diritto di genere nostrano che sui diritti fondamentali che hanno a che fare con la libertà di autodeterminarsi. E allora viva lo sci iraniano, viva la libertà di essere ciò che si è e di valere ciò che si vale!

C’era una volta una montagna che stava per partorire. Le contrazioni erano sempre più intense e la terra tutt’intorno tremava. Gli abitanti dei villaggi vicini pensavano che qualcosa di enorme stesse per accadere e si riunirono a pregare, fin quando una scossa violentissima alzò un’enorme nuvola di fumo. Tutti si inginocchiarono e, quando la nube sparì, ecco che dalle rocce fumanti spuntò un topolino.

Parturient montes, nascetur ridiculus mus scrisse Orazio a proposito della favola di Esopo. Nel caso di specie, una fila di ventitré piccoli roditori sono apparsi dopo che tutto il Paese si aspettava, a mezzo stampa, chissà quale svolta. Tutti a incensare un uomo che, seppur prestigioso, ha eseguito né più né meno ciò che il Presidente della Repubblica gli ha detto di fare: tenere insieme i cocci della politica pur di non andare a votare. Il fatto è che la politica oggi è quella roba là. È pleonastico indignarsi per la riesumazione di Brunetta o per la conferma del “ragazzo della Curva B” Di Maio: questi sono quelli a cui gli elettori hanno dato fiducia attraverso un voto che in Italia non sembra più essere fondamentale. Come Gennaro Gattuso che, dopo il 3 a 1, subito contro l’Atalanta, ha dichiarato che un’altra squadra ne avrebbe presi 5 o 6, forse dobbiamo pure ringraziare Draghi per non aver rispolverato il tenero Toninelli controfigura del “Giacomo” della Settimana enigmistica. Forse in un atto di coraggiosa emulazione della politica tedesca il neo Presidente del Consiglio ha pensato a una Grosse Koalition de noartri. Solo che quelli là sono germanici e in nome di una stabilità, pur se ai danni degli altri partner europei, possono pure decidere di far governare la Merkel insieme a tutti i partiti tedeschi fino al 2099. Noi non siamo la grande Germania, al massimo siamo un Granducato di Toscana, un Regno delle due Sicilie o uno Stato Pontificio, tutti disuniti appassionatamente e felici di esserlo senza andare mai a fondo, ma galleggiando in eterno. Per cui lasciamo pure che Di Maio metta a frutto il suo corso di inglese nel quale non dovrà più preoccuparsi dei congiuntivi visto che sono considerati in Gran Bretagna desueti. Speriamo solo che quei topolini nati dalla montagna Draghi, tutti in fila ordinatamente, questa volta investano i fondi europei in qualcosa di più produttivo di una lotteria degli scontrini o in un’invasione di monopattini.