Senza cuore! È l’unico insulto che mi viene a proposito dei protagonisti di questo teatrino politico. Altri epiteti non mi si materializzano, forse per il peso della noia Sartriana che occupa stabilmente il mio stomaco. Ebbene sì, chi sta inscenando questa parodia della democrazia è spietato! Di fronte alla lenta agonia delle nostre illusioni non batte ciglio e continua a violentare ciò che ne rimane. A quali illusioni mi riferisco? Un tempo, fino a  circa quattro decenni fa, si viveva solo di illusioni. Anche i politici di allora ne erano interpreti autentici e convinti. Pur se nascoste dietro dogmi queste erano sempre al primo posto e chi le interpretava non le tradiva, almeno nell’apparenza. La realtà, allora come oggi, era fatta all’80% di quelle illusioni e la restante parte di realismo pragmatico, quello che si consumava in trattative sotterranee tra pochi eletti. Tuttavia, ogni perturbazione di popolo guidata dalle suddette illusioni influiva eccome su quel 20% di detentori del vero potere. Essi decidevano le sorti del Paese, con discrezione, ma sempre in base agli umori di chi era mosso da quei miraggi ideologici. Oggi, fatto salvo il nocciolo duro di chi decide davvero, attraverso i mercati e l’economia, la cd. politica ha giustiziato ogni illusione e lo ha fatto nel modo più crudo possibile, negandoci almeno il conforto dell’apparenza. Gente che oggi alle 10.00 del mattino si dichiara movimentista, anti sistema, populista, giustizialista, verso le 13.00 si trasforma in filo partitica, istituzionale, parlamentarista e garantista (soprattutto verso i colleghi di partito se indagati…) e, per sembrare coerente, inscena la burla del voto online. Intorno alle 19.00 quelli che urlavano “Mai al governo con Tizio!” verso le 22.00 sbandierano il proprio “Senso di responsabilità istituzionale” e si dichiarano possibilisti a formare governi con quel “Tizio”, che al mattino avevano querelato per diffamazione. Una piroetta continua e smaccata in barba a ogni più elementare coerenza (…che fa rima con decenza). Cambiare idea non è mai stato un problema; cambiarla quattro volte al giorno sì. Ciò che fa male è lo sterminio di quelle illusioni, anche se fatue, che ci tenevano ancora lucidi pur se in modo palliativo. Le sostenevano personalità di talento e di spessore politico/culturale elevato. Questi che invece riempiono talk show televisivi, telegiornali e pagine web non hanno il minimo pudore nel provare a salvaguardare quell’apparenza, che un tempo era anche sostanza, al modico prezzo di andare almeno qualche volta contro interessi di partito o di qualche singolo parlamentare, in nome di qualche idea. Senza alcuna pietà hanno massacrato contemporaneamente ogni convinzione di chi li ha votati e la propria logica del pensiero. Una forza politica dichiaratasi sempre anti euro, anti europeista, incurante del debito pubblico, non può governare con chi è stato storicamente europeista fino al masochismo monetario e ha fatto del sistema impositivo la sua ragion d’essere, spesso a beneficio di capitoli di spesa statale perlomeno discutibili. Prendiamo pure tutti atto che questi signori, rispetto ai meccanismi di potere economici e monetari di oggi, contano uno zero virgola zero, ma almeno la piantino di calpestare quelle illusioni che ci hanno fatto sperare in un mondo più decente, anche se non esistente e forse non realizzabile. Perché sono così spietati? Perché sono così nemici delle idee, visto che le partoriscono per poi calpestarle a intervalli di qualche ora? In fondo le illusioni sono leggere come il niente, anche se aiutano a sperare. Siete senza cuore! Lasciateci almeno l’illusione di credere a ciò che sarebbe stato se qualcuno avesse prima pensato qualcosa e poi l’avesse realizzata, senza disconoscerla  poco dopo, solo per qualche like in più su Twitter.

A dispetto del titolo di questo post vorrei scrivere di ciò che Napoli non è. Non ho voglia di premesse difensive tipo: “la mia è solo un opinione, però…”, “io amo la mia città, però…” “non voglio generalizzare, però…”, eccetera. Certe considerazioni le pensavo già quando a Napoli ci vivevo e le continuo a pensare mentre sto scrivendo e, badate, io odio la coerenza! Nella sua immodificabile integrità è triste! Non mi interessa apparire tutto d’un pezzo, di quei pezzi che si spezzano pur di non piegarsi. Tuttavia, a costo di farmi disprezzare, devo ammettere che su alcune abitudini relazionali della mia città non ho ancora cambiato idea. Mi riferisco all’accoglienza di noi napoletani, quella decantata da Goethe e da tanti altri illustri estensori in letteratura, saggistica e giornalismo. Premetto che la gran parte dei miei conoscenti, fatto salvo i pochissimi con cui ho una relazione fraterna, mi considerano ormai uno “straniero”; certo, quasi trent’anni di vita a Torino contano qualcosa, anche se dentro mi sento sempre un ragazzo di Chiaia. Comunque a Napoli un grande stereotipo da luogocomunismo turistico è: “I napoletani sono tra le persone più accoglienti al mondo. Ti fanno sentire a casa tua!”. È vero, basta essere uno svedese in gita turistica e apprezzare gente vestita da pulcinella che vende calendari dell’avvento a San Gregorio armeno, o i posteggiatori col mandolino che socializzano con i clienti nei ristoranti di via Partenope. Dipende sempre da cosa ci si aspetta. Da quando ho ripreso a frequentare piuttosto assiduamente la città per motivi editoriali ho scoperto che le abitudini relazionali abbandonate vent’anni prima sono a tutt’oggi immutate. In occasione della presentazione de L’uomo che non esiste, presso l’ormai compianta Saletta rossa di Guida a Portalba, saranno venute almeno centocinquanta persone. Erano lì, più che per l’autore del libro, per ricordare Maurilio (il protagonista del volume) ed è stato più che naturale. Tutte quelle persone non le incontravo da anni. Mi sono prima emozionato e poi illuso che lo stereotipo dell’accoglienza di cui sopra non fosse solo una diceria. Da quel momento mi sono sentito come uno tornato a casa dopo una lunga assenza e accolto da decine di amici ritrovati. Sono andato avanti per dei mesi a credere che questa cosa fosse reale, ma l’esteriorità inganna, anche se ci si fa ingannare con piacere. Quelle persone erano (e sono) ancora tutte affabili, di quella affabilità che all’inizio sembra scaldarti l’anima, poi si rivela per ciò che è: un simulacro. Dopo essermi sentito racchiuso in un’accogliente placenta, mi sono spinto oltre, cercando di dare una continuità a quelle gioiose relazioni, ma, non appena ho deciso di farlo, una saracinesca si è chiusa tra me e gli altri. Non si è abbattuta con un gesto violento e rumoroso, ma distrattamente, con un fare lento e inesorabile, che ricorda lontanamente la dinamica dell’ipocrisia. Ho iniziato a comprendere che ciò che contava nelle mie visite napoletane non era la mia presenza, ma l’occasione sociale dove i vari circoli magici si incontrano per poi riallontanarsi frettolosamente. Se non si è parte di un club ristretto ci si deve accontentare dei sorrisi, delle esclamazioni di stupore e di circostanza tipo: “Ti trovo in formissima!!”. Il fatto è che tutto questo non avviene solo con me o con chi vive da tempo fuori dalla città, ma anche tra gruppetti di persone stanziali. Nella quotidianità ci si tratta con distacco o non ci si tratta per niente pur conoscendosi da una vita, se non nelle occasioni mondane dove tutti tornano a essere amici per una sera. Vado a Napoli quattro o cinque volte l’anno e quasi sempre si ripete la solita liturgia. Approdato in città  invio un  WhatsApp o telefono a qualcuno per un caffè, un aperitivo o una semplice chiacchierata e i riscontri sono quasi sempre di questo tipo:

Non posso lasciare mio figlio di quattordici anni da solo a casa. Si intristisce…”, “Oggi finisco tardi!” “Ma se è sabato!” “…Mi sono portato il lavoro a casa”,

“Stasera vado a fare pilates alle 19.00 e poi vado a dormire.” “A che ora ti corichi, alle 9.00?” “No, prima devo cucinare per mia figlia di 17 anni che fa il liceo classico e domani ha il compito in classe di disegno tecnico…”,

“Sono distrutta, ho lavorato tutto il giorno e poi devo andare da mia nonna a dar da mangiare alla tartaruga. Ha l’Alzheimer e quando la vede pensa che sia mia sorella…”

Dopo un po’, facendo ricorso alle mie abbondanti riserve di paranoia penso di essere così sgradevole da generare un fuggi fuggi generale ogni volta che approdo a Napoli . Poi razionalizzo e mi rendo conto che era così anche quando ci vivevo. Anche allora, se provavo a uscire fuori dal mio micro recinto di relazioni di gruppo, a meno di non essere come Maurilio, “L’uomo che non esiste”, venivo rimbalzato indietro. Lui sì che se ne fotteva di queste cose: i rapporti con gli altri non li coltivava, le creava! Ultimamente uno dei miei amici napoletani più fraterni, quando gli ho espresso queste considerazioni mi ha detto: «Michè…e dovevi venire tu da Torino per scoprire queste cose? È sempre stato così e così sarà sempre! Io pur vivendo a Napoli da cinquantacinque anni se desidero vedere qualche amico che non frequento spesso, ci vediamo singolarmente, quasi di nascosto degli altri, manco fossimo amanti…» 

Seppur vero che a Napoli la gente è curiosa, è altrettanto evidente che lo è fino a un certo punto. Oltre quel limite è inutile sperare in uno scambio reciproco e continuativo di oneste relazioni individuali e se addirittura sei diventato uno “straniero” non devi aspettarti più di un fuggevole caffè di cortesia in compagnia del conoscente di turno, con tanto, da parte sua, di smandolinata da posteggiatore, poesia e inchino finale, fino al prossimo viaggio…

«Il Prof. Prodi ha detto in un intervista rilasciata a Repubblica che il PD si dovrebbe presentare con un solo ordine del giorno: lotta spietata all’evasione fiscale. Perché non è possibile equiparare a un crimine gravissimo l’evasione fiscale in questo Paese e recuperare i soldi? Ma quelli veri, quelli totali che esistono e non riusciamo a prendere hanno un’evasione talmente grande che risolverebbero i nostri problemi…»

Questa è stata la testuale domanda di Fabio Fazio in TV all’ex ministro Giovanni Tria e a Carlo Cottarelli, entrambi invitati ieri sera a Che tempo che fa su Rai 3. Non cito la risposta dei due economisti perché uno ha rammentato i suoi meriti sull’avvio della fattura elettronica, come inizio di un nuovo corso teso al recupero della fiscalità perduta e l’altro ha cambiato discorso.

Premetto in anticipo e a scanso di equivoci la mia palese antipatia per Fabio Fazio e preciso che non è di natura ideologica, ma del tutto personale. Non mi piace il suo sorrisino accomodante, la sua retorica d’antan, l’eccesso sino all’inverosimile di cortesia di facciata. Non mi convincono le scuse a suo discarico che giustificherebbero questi atteggiamenti come necessari per esigenze televisive. Insomma, lo trovo irritante. Questa volta ho trovato irritante anche il suo show populista sull’evasione fiscale. La citazione di uno come Romano Prodi, autore dell’ormai dimenticato, (…soprattutto da Fazio) condono previdenziale ed edilizio varato dal suo Governo nel 1997 (ministro delle Finanze Vincenzo Visco), è stata il prologo di un’affermazione che, in quanto a populismo, rasenta per toni il suo odiato osteggiatore Matteo Salvini: “Perché non è possibile equiparare a un crimine gravissimo l’evasione fiscale in questo Paese e recuperare i soldi.” ha sibilato Fazio ammiccando ai due ospiti.

Il tema della repressione dell’evasione, caro a tutti e in particolare alla sinistra di questo Paese, riemerge quando c’è da sventolare una forca per giustificare la scarsità di risorse economiche. Le cose però sono più complesse di come si vogliano far credere. Se circa 5 Italiani su 10 evadono nei modi più disparati 

https://www.corriere.it/economia/leconomia/17_maggio_16/tasse-numeri-che-nessuno-svela-meta-italia-non-paga-66f889a8-3a0a-11e7-acbd-5fa0e1e5ad68.shtml

significa che tra i forcaioli eccitati dalle parole di Fazio/Prodi ce n’è qualcuno che senza accorgersene si augura di essere condannato nel prossimo futuro.

Negli USA l’evasione fiscale è equiparata, come afferma Fazio, a un crimine gravissimo, ma c’è un però: là è permesso scaricare a credito praticamente tutto. I contribuenti sono incoraggiati a chiedere ricevute fiscali e fatture, assumere personale non in nero, dichiarare sempre l’IVA (Sales tax), pagare tutte le imposte indirette, ecc. In pratica più dimostro di pagare, più il Sistema mi dimostra riconoscenza mediante un credito di imposta. 

Qualcuno si è mai chiesto quali siano i reali meccanismi umani alla base dell’evasione? Il nostro Fabio nazionale la risolve facilmente con una bella diga alta 100 metri tra onesti e criminali. Tuttavia, in uno studio pubblicato su Science, Bill Harbaugh e colleghi hanno dimostrato che trasferimenti di denaro, anche forzosi, come nel caso delle tasse, se destinati ad una buona causa, (nell’esempio dello studio il finanziamento di una organizzazione no-profit), attivano nel nostro cervello il sistema della ricompensa che generalmente ci spinge a comportamenti piacevoli e utili per l’organismo (Harbaugh, W., 2007. Neural responses to taxation and voluntary giving reveal motives for charitable donations, Science, 316 (5831):1622-5). 

https://www.ilsole24ore.com/art/l-evasione-si-combatte-anche-favorendo-fedelta-fiscale-ACqoCqI?refresh_ce=1

Questo strano risultato mette in luce un tema interessante: la reciprocità. La disponibilità a pagare volontariamente le tasse aumenta o si riduce in relazione alla bontà e all’efficacia di ciò che lo Stato decide di fare con i nostri soldi; se riteniamo che siano ben spesi nel finanziare un sistema scolastico, sanitario, giudiziario e amministrativo di qualità o politiche economiche e infrastrutturali utili ed efficaci, la nostra motivazione a contribuire aumenterà.

Ma chi sono davvero gli evasori fiscali (i cd. criminali di citati da Fabio Fazio)?

La Fondazione Nazionale Commercialisti ha effettuato uno studio che traccia l’identikit del presunto evasore e le sorprese non sono mancate.

https://www.ilsole24ore.com/art/commercialisti-l-evasione-fiscale-riguarda-tutti-AEmNsbCF

Premesso che per evasore si intende sia chi non paga le tasse perché non vuole farlo, sia chi non le paga perché non può farlo. Ad esempio, un figlio che eredita la casa del padre con cui ha convissuto e che, senza reddito, non ha la possibilità di versare le relative imposte. Insomma “evasore” non implica necessariamente il “dolo”, la malafede, anche se, per la legge, si può considerare evasore colui che non paga una cartella esattoriale di poche centinaia di euro. Secondo l’analisi, l’evasione (sia fiscale che contributiva) può essere così distribuita. In questo momento l’evasione totale in Italia ammonta a 108 miliardi di euro: tale è la cifra che manca nelle casse dello Stato. Di questi soldi, sappiamo che

  • il 54,2% deriva dall’evasione di artisti, ditte individuali, professionisti e società;
  • il 45,8% deriva da tutti gli altri contribuenti, di cui l’80% sono lavoratori dipendenti e pensionati.

È tutt’altro che vero, dunque, il luogo comune secondo cui dipendenti e pensionati pagano le tasse e che il totale dell’evasione è riconducibile alle partite Iva. Anzi, i professionisti costituiscono oggi una minima parte, se si tiene conto che questi dividono il 52,2% dell’evasione con le ditte individuali (ce ne sono tantissime in Italia), le società e gli artisti. Dall’altro lato, circa il 38% dell’evasione totale è addebitabile a lavoratori subordinati e pensionati. Come mai? Innanzitutto il fenomeno è attribuibile al lavoro dipendente irregolare, quello cioè svolto in nero che sfugge sia all’imposizione fiscale (pagamento dell’Irpef) che a quella contributiva. Solo questo genera ben 10 miliardi di euro di evasione. C’è poi l’evasione dovuta ad affitti in nero, omesso pagamento dell’Imu e del canone Rai che, in totale, comporta un’evasione di 7,4 miliardi di euro. 

L’imposta più evasa in Italia resta  l’Iva che determina un ammanco per l’erario di ben 35,8 miliardi di euro. Quando il lavoratore dipendente o pensionato si indigna per l’evasione altrui e afferma di pagare tutte le sue tasse fino all’ultimo centesimo, poi accetta la proposta «100 senza fattura» invece che «122 con fattura», può legittimamente non rendersene conto, ma è lui che sta evadendo i 22 di Iva» conclude lo studio della Fnc. 

L’evasione fiscale è un fenomeno trasversale e anche il piccolo consumatore – che non ha la partita Iva – se ne infischia delle norme quando si tratta di risparmiare qualche decina o centinaio di euro sulla parcella del medico o sulla fattura alla ditta di lavori. 

Per cui, tornando alle parole di Fabio Fazio, bisognerebbe capire a chi si riferisca quando parla di quelli: “che hanno un’evasione talmente grande che risolverebbero i nostri problemi...?” Se si dovesse prendere sul serio ciò che sostiene, lo Stato per punire i colpevoli (…quasi un italiano su due) dovrebbe ideare enormi campi di detenzione per tutti i “criminali” evasori, e associarli per efferatezza  ai peggiori delinquenti: ma lui un tempo (…fino a qualche settimana fa) non era un progressista lontano dalle posizioni populiste dei pentastellati?

https://www.corriere.it/cronache/19_settembre_27/cacciari-molto-meglio-stare-aula-ascoltare-scienziato-b7952240-e0e8-11e9-a633-17aa10b50ecf.shtml

«Se continuiamo ad affrontare i problemi alla Greta siamo fritti. Siamo all’ideologia dell’incompetenza». 

D: Lei non apprezza il via libera del ministro Fioramonti agli studenti che vogliono partecipare al #Fridayforfuture? 

R«Mica il ministro può giustificare i ragazzi. O è diventato un suo potere?».

D: Non lo impone.

R:«Ecco. Allora sarà una manifestazione autorizzata. Come il “Giorno della memoria”. Solo che è di un’assurdità pazzesca». 

D: Perché?

R:«I problemi non si affrontano in termini ideologico-sentimental-patetico». 

D: Allora come? 

R:«In termini scientifici. Userei le ore di queste manifestazioni per fare seminari autogestiti ai quali far partecipare lo scienziato che racconta come va il clima». 

D: Alcuni forse lo sanno solo grazie a Greta.

R:«C’era bisogno di lei? Lo avevano già detto fior fior di scienziati. Forse non avevano l’eco di questa bambina».

D: Appunto, se serve a moltiplicarne l’eco non può essere utile?
R:«Ma non è dicendo “mi avete rubato i sogni” che si affrontano i problemi». 

D: Piuttosto?

R:«Capendo problemini che sfuggono totalmente alla bambina. Bisogna porsi il problema delle risorse disponibili. Se uno sviluppo economico è compatibile con l’ambiente».

D: Non le sembra che comunque Greta stimoli la nascita di una coscienza critica tra i suoi coetanei?

R:«Ma non nascono così le coscienze critiche!». 

D: Invece? 

R:«Lentamente, faticosamente, con la formazione. Greta dovrebbe andarci a scuola. Forse si renderebbe conto che lei è svedese, i ragazzi che scioperano sono europei, ma in piazza non ci sono né indiani, né cinesi, né brasiliani. Non mi pare un problemino da poco». 

D: Questa intervista pubblicata oggi sul Corriere della sera è stata fatta a Matteo Salvini?  

R: No.

D: Giorgia Meloni?

R: No.

D: Donald Trump?

R: No.

Silvio Berlusconi?

R: No.

D:Viktor Orbàn?

R: No.

Il personaggio intervistato è Massimo Cacciari! Il professore, certo non proprio un uomo di destra, esprime la sua opinione sul fenomeno Greta.

Vorrei scrivere qualcosa, ma non ho altro da aggiungere…

Alla prossima.

Grazie a Beppe Severgnini oggi sappiamo che se un epiteto è da considerarsi razzista, oppure no, lo decide il destinatario del presunto epiteto.

http://italians.corriere.it/2019/09/09/cose-razzismo-da-stadio-decidono-i-giocatori-2/?refresh_ce-cp

Se una violenza sessuale è tale lo stabilirebbe, secondo Severgnini, la vittima anche con una carezza non gradita, “Discorso chiuso.” così come scrive testualmente il famoso giornalista sul Corrierone. L’oggetto del contendere è la lettera (…ammesso che tale possa chiamarsi una simile accozzaglia di stupidaggini) diffusa dalla curva ultras interista dove menti contorte spiegano che i buuu diretti contro Lukaku da parte dei loro degni colleghi cagliaritani in realtà non sarebbero cori razzisti, ma incitamenti sportivamente intimidatori verso l’avversario. In tal senso è inutile commentare tale idiozia, ma mi incuriosiscono le conseguenze del modo di pensare di Severgnini. Lascerei da parte (…e a qualche bravo psicanalista) chi è veramente ossessionato da razze, etnie, provenienze geografiche e appartenenze varie e cercherei di capire dove potrebbe portare il ragionamento dell’enfant prodige del Corriere della sera. Se ogni destinatario di ciò che considera personalmente un epiteto razzista o una violenza di genere potesse soggettivamente agire di conseguenza, stabilendo cos’è razzismo o violenza sessuale, ognuno sarebbe arbitro inoppugnabile della sorte morale e finanche giuridica di chiunque altro, indipendentemente dalle sue responsabilità reali e senza alcun contraddittorio. È ovvio che una vittima ha tutto il diritto personale di considerare tale il suo presunto carnefice, ma se tale valutazione debba poi diventare automaticamente e in modo acritico quella etica di tutto l’universo mondo o addirittura quella reale di un codice penale, mediante il “giudizio abbreviato” proposto da Severgnini, non potrei mai essere d’accordo. Sono un nigeriano di etnia Igbo e un mio connazionale, Igbo come me, per strada mi chiama: “Yoruba!” (etnia contrapposta). Mi offendo mortalmente sentendomi discriminato. In base al mio disappunto e al potere che mi viene concesso da Severgnini lo denuncio per le offese a sfondo etnico nei miei confronti. È la mia sola sensibilità che decide cosa è molesto e cosa no? Se mando un bacio da lontano o accarezzo la mia fidanzata e lei ritiene quel gesto, fatto mille altre volte, in quel preciso istante una coercizione, può quest’ultima comodamente accusarmi di violenza sessuale, moralmente e anche fattivamente? In sostanza a chiunque verrebbe fornita una comoda legge del taglione secondo la quale si potrebbe, all’estremo, decidere, secondo il proprio intangibile umore, di accusare di razzismo o di violenza di genere chiunque altro. Mi sembra superfluo non includere in questo mio ragionamento chi imita scimmie sugli spalti in direzione di calciatori africani o aggredisce donne in giro o nelle mura di casa, ma questi modi moralmente retorici e falsamente progressisti di affrontare temi complessi sono avvilenti. Nessuno può decidere per editto di stampa chi possa giudicare cosa sia razzista e cosa non lo sia, semplicemente perché è impossibile stabilirlo decidendo chi lo debba stabilire. La discriminazione, che sia razziale o di qualunque altra natura, può annidarsi ovunque. Tutti possiamo esserne vittime o carnefici consapevoli o, sempre più spesso, incoscienti, ma il tema vero non è chi decide cosa è razzista, ma l’esclusione reale di alcuni da parte di altri, laddove questo non dovrebbe avvenire. Di uomini e donne discriminati ce ne sono miliardi ovunque, ma qualcuno continua a riferirsi sempre e solo ad alcuni di essi. Forse fa più chic…

Tra crisi politiche, governi a tavolino, ribaltoni e cotillons una “notizia” appare sul Corriere dei Corrieri (della Sera): «Trapani, mamme fanno da babysitter alla figlia dell’ambulante: «Vai pure a lavorare in pace»

https://www.corriere.it/cronache/19_agosto_25/san-vito-capo-mamme-fanno-babysitter-figlia-ambulante-vai-pure-lavorare-4f190a20-c74c-11e9-b283-cf539d3cc34f.shtml

In breve, un’ambulante errante su una spiaggia, sotto il sole agostano, viene aiutata spontaneamente dai bagnanti che si prestano a fare baby sitting alla sua bimba mentre lei è impegnata a vendere i suoi prodotti. La notizia è relegata in un anonimo trafiletto invisibile come se fosse una storia di terz’ordine. Meglio sparare in prima pagina vicende di classismo, razzismo e ogni altro stigma, vero o inventato non importa, sui soprusi subiti da chi fa lavori umili per sopravvivere, meglio se extracomunitario. La “fake vera” è insita nelle modalità stuporose della narrazione. Sostanzialmente il messaggio è: “In un mondo, anzi, in una Nazione di razzisti e nazisti da prima pagina, c’è, raramente, qualche persona per bene.” In uno Stato dove un’ ex Vice Presidente del Consiglio, per quanto inefficace, viene tratteggiato come un assassino di migranti, per i media la gente non potrà mai essere solidale con chi deambula su una spiaggia a vendere bibite o cocco. Per cui è meglio trattare la notizia alla stregua di un necrologio. Come minimo, secondo un certo giornalismo politically correct,  i bagnanti avrebbero dovuto trattare la bimba come avrebbe fatto Erode e ributtare a mare la madre come Capitan uncino con Peter Pan. Invece, la gente di quella spiaggia si è comportata in un modo normale, ma considerato anonimo vista la dimensione microscopica del trafiletto sul Corriere dei Corrieri. Su quella spiaggia non è importato a nessuno della nazionalità di quella persona, ma “la persona” e il fatto che essa avesse bisogno di aiuto, punto. Ma tutto questo quanto fa notizia? Zero spaccato! Meglio urlare “Al razzista, al razzista!” per essere più à la page. Scoprire che un numero considerevole di persone aiuta altre persone  forse è noioso perché non alimenta polemiche e quindi non interessa. Dunque è meglio nasconderlo nelle righe di un micro articolo a vantaggio di denunce autoflagellanti che educano solo i nostri sensi di colpa più immotivati. E allora ci viene in soccorso Oscar Wilde: “In quest’epoca, tanti sono così ansiosi di educare il prossimo, che non hanno tempo di educare se stessi.”

Direi anche nella nostra epoca…

Che splendido Paese il nostro! Tutti a dare l’allarme per il rischio di violazione della democrazia, a causa di un tizio che oltre a farsi selfie, improvvisarsi DJ al Papetee beach, sparare retorica via Twitter sull’immigrazione e dire ciò che la gente vuol sentirsi dire, non sembra aver fatto tanto altro nel bene o nel male. Tuttavia, come ci ha insegnato l’esperienza grillina,  basta questo per ottenere consensi incondizionati. Il tema è: per quanto tempo? La volatilità delle idee, o presunte tali, nei nostri giorni è elevatissima: oggi sei un ex comico e guru dell’”Onestà, Onestà, tà, tà, tà!” e, oggi stesso nel tardo pomeriggio, sei un ex politicante pallonaro. Basta poco per essere sostituiti da qualcuno che, con toni più aggressivi e dall’accento padano, urla cose banali che però molti pensano. Peraltro anche i suoi antagonisti sparano ovvietà: basta buttarla sui sentimenti, sullo spirito di accoglienza, sulla solidarietà (…tà, tà, tà) e tutti si sentono brave persone. Basta pensare il contrario di ciò che dice quello là e ci si sente migliori. Se però si prova a fuoriuscire dal recinto delle vignette di Vauro, delle dichiarazioni di Saviano, dei post esplosivi sulle moto d’acqua delle Polizia, utilizzate impropriamente, e si prova a capire se chi grida proclami, riuscirà ad applicare ciò che sostiene, il silenzio tombale regna sovrano. Un silenzio derivato dall’incapacità di affrontare e, possibilmente, risolvere problemi che abbiano la dignità di chiamarsi tali. D’altronde siamo sempre stati un Paese allergico verso chi fa cose reali e le poche circostanze in cui qualcuno ha provato a proporsi in tal senso è stato relegato nelle minoranze politiche storiche. Le masse che hanno costituito maggioranze, da sempre, non sono mai state sensibili al reale problem solving; è sempre più agevole spararla grossa, infischiandomene della sostenibilità di ciò che si dice o anche contestare senza preoccuparsi di saper sostenere soluzioni alternative concrete.

A proposito di sentimenti, di spirito di accoglienza e di solidarietà (…tà, tà, tà) verso chi emigra via mare da Paesi lontani, vi racconterò una cosa che sta avvenendo in un posto più vicino e che riguarda il diritto allo studio. Una cara amica mi racconta che a Napoli presso l’Università “Federico II”  per poter accedere a un lavoro come insegnante di sostegno (per chi non lo sapesse si tratta di quei docenti con funzioni di ausilio e supporto a studenti portatori di qualunque forma di disabilità) capita questo: per iscriversi a un regolare concorso pubblico è necessario sostenere un corso del costo di 2500 euro. Non ci sarebbe nessuna agevolazione per redditi bassi. In sostanza se sei in una famiglia non abbiente e, con le agevolazioni ISEE ti sei laureato con merito e con il massimo dei voti, non accederai mai a quel concorso perché non puoi permettertelo! A ciò si aggiunge che la mia amica, laureata in giurisprudenza, per poter essere inserita nelle graduatorie per l’insegnamento di materie di diritto e scienze economiche nelle scuole superiori, ha dovuto sostenere ben 4 esami integrativi al modico costo di euro 1100. In più, per iscriversi al relativo concorso per l’abilitazione all’insegnamento occorrono esami in materie psico antropologiche il cui costo è di euro 500. Quindi, per lavorare devi sborsare allo Stato, e non a qualche organizzazione dedita al caporalato, la bellezza di euro 4100, più il costo di libri di testo, dispense, ecc.!

Mi piacerebbe sapere dove si sono ficcati i miei compagni di lotta della fine degli anni ‘70 che hanno creduto con me al diritto allo studio. Magari è più soddisfacente per loro sparare su qualche social bordate sulle scritte mostrate sulle magliette di Salvini o sul pericolo nazifascista, per questi ultimi annidato in ogni anfratto di questa “splendida” democrazia repubblicana, più che fondata sul lavoro, basata sulla solidarietà, tà, tà, tà…

 

Leggo con piacere la dichiarazione social di un ex magistrato della portata di Pietro Grasso:

 

https://www.repubblica.it/politica/2019/07/28/news/pietro_grasso_carabiniere_ucciso_foto_indagato-232250349/

e rimango piacevolmente colpito da quelle parole. Mi piacerebbe complimentarmi con lui per il senso di equilibrio mostrato nel post. Un medesimo equilibrio che da parte sua ci si attende in tutte le direzioni senza distinguo corporativi. L’immagine del ragazzo bendato evoca gli scenari vietnamiti del film “Il cacciatore” di Michael Cimmino. Al di là delle gravissime accuse a carico del giovane americano, quella foto ha suscitato giustamente grande indignazione. Altresì, il presidente dell’Unione delle Camere penali, l’avvocato Caiazza, ha rammentato anch’egli le garanzie dovute a ogni cittadino indagato o detenuto da parte dello Stato e ha lucidamente aggiunto: “Chi in queste ore sta sostenendo quella foto, giustificando l’operato di chi ha agito in quel modo nei confronti del cittadino americano (Natale Hjorth, ndr) prima della sua deposizione, sta facendo un danno al carabiniere che ha perso la vita e a chi vorrebbe che venisse fatta giustizia al più presto. È un gesto da ottusi e da stupidi. Perché un atto istruttorio, sia esso una confessione, una testimonianza o un interrogatorio, se svolto con modalità che coartano la libera determinazione di una persona deve essere dichiarato nullo. Anche se poi quelle dichiarazioni dovessero essere confermate in una fase successiva”. 

https://www.liberoquotidiano.it/news/italia/13488310/carabiniere-ucciso-roma-penalista-foto-choc-cosi-annullato-processo-americani-natale-hjorth.html

Pietro Grasso, da parte sua, ha invece rievocato il proprio comportamento ineccepibile da Pubblico ministero nei confronti di autori di gravissimi fatti di mafia nel passato e ha rammentato la necessità di accrescere un senso dello Stato che mai dovrà abbassarsi alla barbarie di coloro che quest’ultimo è tenuto a contrastare. Immagino che Pietro Grasso dall’alto della funzione di Pm ricoperta in passato e di quella di politico che ricopre adesso rilascerà a breve un altro post, analogo al precedente, per rammentare le vittime di errori giudiziari che hanno portato cittadini a un’ingiusta detenzione.  Non mi sto riferendo ovviamente al drammatico caso dell’uccisione del Carabiniere a Roma nel quale gli indizi e le prove sembrerebbero chiarire bene la dinamica dei fatti e le relative responsabilità. Mi riferisco ai veri e propri errori, per non chiamarli in alcuni casi strafalcioni, che con una frequenza in Italia di circa 1000 casi all’anno di uomini e donne ingiustamente detenuti rappresenterebbero in qualsiasi altro Paese civile nel mondo un’emergenza giudiziaria!

Alcuni semplici dati tratti da https://www.errorigiudiziari.com/ingiusta-detenzione-statistiche-2017/:

Dal 1992 al 2018 26.412 persone hanno subito un’ingiusta detenzione, cioè una custodia cautelare in carcere o agli arresti domiciliari, prima di essere riconosciute innocenti con sentenza definitiva. Gli errori giudiziari in senso tecnico (cioè quelle persone che vengono condannate con sentenza definitiva, ma poi sono assolte in seguito a un processo di revisione perché si scopre il vero autore del reato o un altro elemento fondamentale per scagionarli), da aggiungere ai 26.412, sono stati solo 138! L’esborso dello Stato per i risarcimenti conseguenti ai casi suddetti è stato di 768.361.091 euro. Questi dati rendono più comprensibili le dimensioni di un fenomeno drammatico di cui sembra interessare poco gli addetti ai lavori. Sulla pagina del sito viene riportato che: “In occasione dell’ultima inaugurazione dell’anno giudiziario, il 26 gennaio 2018 in Cassazione, il tema degli errori giudiziari e delle vittime di ingiusta detenzione non è stato nemmeno sfiorato. E sapete perché? Perché le 1000 persone che finiscono in carcere ingiustamente ogni anno, e che per questo ricevono un risarcimento, secondo giudici e procuratori costituiscono un “dato fisiologico”, una sorta di “effetto collaterale” inevitabile di fronte alla mole di processi penali che si celebrano ogni anno nelle aule dei tribunali italiani. Con buona pace del danno inestimabile (e impossibile da risarcire) alle persone interessate, delle vite private e professionali distrutte, delle conseguenze psicologiche gravissime.

Sono convinto che Pietro Grasso prima o poi rilascerà con grande senso di equidistanza una riflessione anche su questo tema e sono altrettanto convinto che tutti i suoi estimatori di queste ore reclameranno a gran voce una sua illuminata dichiarazione su un Sistema giudiziario nel quale l’autocritica non è mai prevista, nel rispetto di coloro che non hanno potuto usufruire fino a oggi di quel senso dello Stato, di cui avrebbero avuto diritto.

“Tutto a posto! Ha fatto una buona vacanza?” Così si rivolgeva il doganiere a Giuseppe Di Noi, il personaggio interpretato da uno strepitoso Albero Sordi al termine del film Detenuto in attesa di giudizio, mentre tornava finalmente a casa in un altro Paese europeo dopo un’odissea nelle carceri italiane. Il protagonista era un emigrante che, giunto in Italia per una vacanza, veniva arrestato ingiustamente. Era il 1971…

Tornare sull’argomento clima non era mia intenzione. Tuttavia, nonostante la mia posizione sul tema, già espressa sul mio blog, mi sento di ribadire alcune opinioni.

 https://michelemorandiautore.com/2019/07/06/global-warming-or-heads-warming/ 

La mia freddezza sulla diatriba climatica non è ovviamente una presa di posizione rispetto a questioni di natura scientifica: l’ho già detto in tutte le salse e lo ribadisco! Se esprimo un’opinione non è e non sarà mai in merito a: le temperature nei millenni sono mutate Sì/No, l’effetto antropogenico è la prima causa dei cambiamenti sul clima Sì/No, questi cambiamenti influiscono sugli assetti socio economici delle popolazioni Sì/No. Il negazionismo sulla questione clima non mi appassiona, semplicemente perché non vi è nulla da negare. Mi appartiene tuttavia la riflessione e se il tema è un’analisi sulla percezione delle persone tra un prima e un dopo qualcosa la domanda è: si stava meglio in epoca pre industriale perché l’inquinamento dell’uomo non influiva sui cambiamenti climatici come avviene oggi? Ho provato a percorrere un ulteriore punto di vista, non partendo solo dalle misurazioni scientifiche, o dagli articoli sui quotidiani che grondano di commenti ideologici sugli studi pubblicati su Nature, complessi da comprendere e ancor più difficili da interpretare. Preferisco riflettere sull’evoluzione della percezione degli uomini “prima” di un qualcosa e “dopo” quel qualcosa. Un esempio empirico, più vicino alla mia professione e quindi a me maggiormente familiare, è il confronto tra le aspettative di salute prima dell’era pre-industriale e dopo di essa. Nell’allora mondo conosciuto tali aspettative erano di 35-40 anni, successivamente sono aumentate superando in molti paesi gli ottant’anni. Come già detto non voglio soffermarmi sui numeri, ma sulla percezione delle popolazioni in merito alla propria aspettativa di vita. Mentre nel medioevo, in cui tale aspettativa era di trent’anni, sarebbe stato un traguardo impensabile arrivare a ottanta (il 266% in più!). Sarebbe come immaginare che oggi qualcuno potesse sopravvivere il 266% in più dei nostri 80 anni attesi  (cioè 280 anni!). Ma nel 2019 le persone come percepiscono le proprie aspettative di vita? Immaginiamo i pazienti ipertesi e/o con un diabete diagnosticato oltre i 70 anni. Certo, essere portatori di una qualunque malattia o disturbo cronico non è certo piacevole ad ogni età, ma quando avviene dopo i 70 anni oggi ognuno lo ritiene una sfortunata eventualità, frutto di una iattura abbattutasi su chi la vive. Qualora tale diagnosi dovesse addirittura portare alla morte, lo stupore e la rabbia dei familiari porterebbe alla convinzione di una maledizione piovutegli addosso la cui responsabilità sia sempre da attribuire a un errore umano. In pratica, oggi, nella percezione collettiva, vige il rifiuto della malattia e della morte a dispetto di un’evoluzione della salute da sempre correlata soprattutto all’età, età che nel nostro tempo, in confronto al “prima” delle epoche preindustriali, sarebbe paragonabile a quella di Matusalemme. Tuttavia, lo stupore e l’indignazione regnano sovrani! A 78 anni, ho un cancro, oppure ho la minima a 110 mm hg o ho il diabete o un’inizio di demenza: è sempre colpa dei farmaci messi nella carne, iniettati dalle multinazionali, è colpa dei pesticidi nella frutta imposti dalle lobby dell’agricoltura, è colpa dei governi che ci impongono stili di vita dissoluti. In sostanza  è colpa di chiunque, meno che dell’età che fino a 700 anni orsono si riduceva a due terzi di quella attuale e tutti pensavano che fosse per colpa del Divino. Tra l’implacabile falce della natura sul destino umano in epoca medioevale e l’ineluttabile responsabilità dell’uomo sulla natura in epoca moderna forse la realtà sta in mezzo.

Per cui il tema  è, come sembra provato, se le emissioni nell’ambiente causate dall’uomo sono un problema e tale problema è drammatico, perché la catastrofe è alle porte, allora tali emissioni  dovranno essere ridotte al più presto. Ma la domanda è anche: quanto le popolazioni saranno disposte ad accettare un ritorno ad aspettative sulla propria esistenza tipiche di un passato lontano e peggiorativo rispetto al nostro presente? Tutto questo in uno scenario odierno dove quello stesso uomo che vorrebbe abbattere o trasformare in un solo colpo tutte le emissioni dannose del pianeta per rattoppare il buco dell’ozono, non accetta neanche di essere iperteso dopo i settant’anni, come se l’elasticità delle proprie arterie ne dovesse per forza avere cinquanta di meno. Quindi, va bene pretendere un futuro più sostenibile in tema di emissioni, ma al prezzo di un cambiamento della nostra percezione sulle aspettative che nutriamo verso noi stessi. Siamo veramente disposti a pagarlo? Cominciamo tutti a girare a piedi, perché la mobilità, per ecologica che sia, produrrà sempre e comunque degli inquinanti. Cominciamo a rinunciare alla produzione di energia in grandi quantità, perché le energie alternative a tutt’oggi sono lontanissime dal pareggiare quelle attualmente in vigore. Cominciamo a rinunciare al web e alle sue forme di comunicazione perché per sostenerlo, anche in questo caso, c’è bisogno di enormi fonti energetiche. Cominciamo a smettere di produrre cibi da proteine animali perché le emissioni della zootecnia incidono significativamente sull’ambiente. Cominciamo a ridurre anche le emissioni e gli scarti delle industrie farmaceutiche, considerando che tra le attività produttive principali al mondo ci sono anche quelle e, come gli altri settori industriali, emettono e inquinano. Di conseguenza rinunciamo all’attuale diffusione dei farmaci e alla cura di patologie che un tempo ammazzavano intere popolazioni nei primi trent’anni di vita, per inquinare meno. Cominciamo a non pretendere di raggiungere luoghi lontani in poche ore e riabituiamoci a metterci in viaggio per giorni o settimane via terra o via mare. Siamo disposti tutti a pagare questo prezzo? Magari, prima di rispondere a questa domanda, cominciamo ad abituarci all’idea che non siamo eterni e superata una certa soglia di età un giorno finirà e questo non avverrà necessariamente sempre e per colpa di qualcun altro.

E se io stessi sorridendo e stessi correndo tra le vostre braccia, riuscireste a vedere… quello che vedo io ora?” disse Christopher McCandless, alias Alexander Supertramp, prima di morire avvelenato dopo l’ingestione di erbe tossiche in una zona sperduta dell’Alaska, così come immortalato in Into the Wild.
Dopo aver appreso la notizia del comunicato ufficiale del premier Giuseppe Conte a proposito della decisione di avallare la TAV Torino Lione, mi sono imbattuto su fb in un link della pagina ufficiale di Luigi Di Maio che mostrava un suo comunicato, del quale mostro l’inizio con la parte che mi intriga di più, grassettata e sottolineata:

https://www.facebook.com/522391027797448/posts/2375011995868666?s=100004243568129&sfns=mo

NO ALLA TAV TORINO-LIONE

Ho ascoltato attentamente le parole del Presidente Conte, che rispetto. Il Presidente è stato chiaro, ora è il Parlamento a doversi esprimere.
Sarà il Parlamento, nella sua centralità e sovranità, che dovrà decidere se un progetto vecchio di circa 30 anni e che sarà pronto tra altri 15, risalente praticamente alla caduta del muro di Berlino, debba essere la priorità di questo Paese.
Sarà il Parlamento ad avere la responsabilità di avallare un progetto prevalentemente di trasporto merci (e sottolineo trasporto merci) mentre non esiste ancora l’alta velocità per le persone in moltissime aree del Paese.

Sarà il Parlamento a dover decidere se è più importante la tratta Torino-Lione, cioè se è più importante fare un regalo ai francesi e a Macron, piuttosto che realizzare, ad esempio, l’alta velocità verso Matera, capitale europea della cultura, o la Napoli-Bari…”

Lo stupore di Alexander Supertramp e il mio si devono essere avvicinati molto. Vada il pippone  politico/filosofico di Di Maio, a uso e consumo dei suoi accoliti No Tav, sulla modernità, sui tempi di progettazione e realizzazione dell’opera, sulle condizioni scadenti della restante rete ferroviaria ecc. ecc., ma la TAV verso Matera è qualcosa che va oltre ogni considerazione politica. Un capolavoro filosofico, degno di un Nietzsche, una genialata letteraria paragonabile a un opera di Jules Verne, un cult creativo che va oltre 2001: Odissea nello spazio.
Immaginiamo per un attimo che il M5S sia al governo da solo, sostenuto da una maggioranza assoluta e che, vista la critica ai tempi di realizzazione della Torino Lione, la grande opera Milano-Torino-Matera inizi e finisca in sei mesi, con l’ausilio della telecinesi extraterrestre e dei superpoteri delle sirene marine, tutte realtà prese da alcuni importanti esponenti del Movimento in seria considerazione. Immaginiamo la moltitudine di passeggeri che pur di raggiungere i ben noti Sassi e le case di pietra storiche della splendida città lucana, si accalchi sulle banchine ferroviarie di Milano Centrale. Centinaia di migliaia di passeggeri che da tutte le capitali europee, già collegate da decenni con i treni ad alta velocità, vorranno raggiungere la Basilicata, oltre che per turismo, per lavoro e affari. È noto in tutto il mondo che quelle siano zone dove l’innovazione tecnologica, logistica, energetica è all’avanguardia. Lo stesso Di Maio si farebbe parte diligente per generare un gemellaggio tra Matera e Cupertino dopo la realizzazione dell’opera. I viaggiatori, che in sole 4 ore raggiungerebbero il famoso polo tecnologico sito nelle grotte a ridosso della Gravina, sarebbero accolti nel nuovissimo super Terminal ferroviario della Murgia con i prodotti tipici della zona. Qui il governo pentastellato, per incoraggiare gli investimenti stranieri, penserebbe al reddito fiscale di (sotto)cittadinanza, nel senso che chi intendesse aprire un’attività imprenditoriale o una nuova startup negli anfratti cavernosi sotto la Civita riceverebbe uno sgravio fiscale, pagato in natura con strascinati, cartellate, e pecorini stagionati.
Anche l’indotto alberghiero si gioverebbe dell’approdo dell’alta velocità. Unità abitative a cinque stelle (un po’ di propaganda al Movimento non fa mai male…) potrebbero essere scavate dentro le rocce della zona per ospitare, a solo poche ore da Roma, Parigi e Berlino, i clienti più esigenti in tema di comfort alberghiero. Ogni ospite potrebbe raggiungere i siti produttivi del comprensorio industriale con ecologiche teleferiche personalizzate che, dal foro di ingresso della camera scavata nella montagna, trasporterebbero i manager e i finanzieri direttamente nei moderni uffici ricavati dalle dimore storiche di pietra tra il Sasso Barisano e il Sasso Caveoso. Insomma un trionfo di decrescita felice e produttiva!
D’altronde, sempre come disse Christopher McCandless, mentre si stava per avviare a piedi verso le ospitali terre dell’Alaska: “L’essenza dello spirito dell’uomo sta nelle nuove esperienze.”