C’è un tizio, tal Karlo Mangiafesta, di professione artista, che ha inscenato a Roma in Villa borghese una singolare performance. In breve, in segreto, lontano da occhi indiscreti  ha installato tra le statue preesistenti nei viali del Pincio  un busto di Guglielmo Marconi, poi lo ha vandalizzato di proposito. La notizia si è diffusa sui media suscitando evidentemente svariate reazioni di segno opposto, quindi l’artista ha rivelato di aver fatto tutto da solo per sperimentare gli effetti di una notizia totalmente falsa sulle opinioni dei cittadini. 

https://www.corriere.it/cronache/21_ottobre_17/antico-busto-marconi-imbrattato-pincio-fake-news-d-artista-8b2b8918-2f12-11ec-bd6a-15e70609c741.shtml

Sarebbe un test interessante se ciò non avvenisse qualche centinaia di migliaia di volte al giorno. Il falso che Mangiafesta ha generato è una pratica comune dei media e di tutti quelli che li utilizzano per scopi più o meno privati. Non mi riferisco alle notizie false e inventate, non c’è bisogno di mentire, basta creare fatti dal nulla e poi raccontarli come le uniche realtà che interessano davvero. 

È ormai tempo perso accanirsi sul senso di mobilitazioni antifasciste che di spontaneo hanno solo il cornetto e il cappuccino al bar prima del corteo. È pleonastico indignarsi constatando che gente in piazza sventolava la bandiera dell’Unione Sovietica o che il principale fautore di quelle mobilitazioni, il Segretario della CGIL, insieme alla maggioranza dei dimostranti mostrava fieramente il mancino proteso in nome di un comunismo che, a differenza di altre ideologie, ormai esistenti solo nelle menti patetiche di nostalgici violenti, è ancora diffuso nel mondo e governa paesi piegati da quegli stessi fascismi che si vogliono contrastare a chiacchiere sul piano dell’ipocrisia. Ma noi, come titola in prima pagina Repubblica: “In centomila in piazza difendiamo la democrazia”! Poco importa se a Milano quella democrazia la “difendono” gli anarco insurrezionalisti di estrema sinistra, arrestati per aver messo a ferro e fuoco le strade in corteo. Quelli ce li facciamo andar bene e nessuno osa dire che andrebbero chiusi, al pari dei loro omologhi di estrema destra. Il fatto è che l’apologia di comunismo in questo Paese non solo non è reato, ma viene pure esibita con orgoglio, alla faccia della storia, della democrazia e degli antifascismi, tutti. Se quest’anno in Italia c’è un milione e mezzo di nuovi poveri, le aziende chiudono e si campa di cassa integrazione per i media e quindi per gli eroi dell’antifascismo militante di quella piazza queste ultime non sembrano priorità. L’importante per i veri tifosi del benaltrismo al contrario è però chiudere i covi dei “neri” per risolvere tutto. Se ad assaltare la CGIL fossero stati gli ultras della Roma o della Lazio dubito che si sarebbero scomodate decine di testate in prima pagina per settimane e di conseguenza migliaia di persone in piazza sostenute dalla retorica giornalistica e da quella istituzionale. Sarebbe bastato che la grande stampa desse il giusto risalto a una devastazione odiosa, sostenendo però che quel tipo di fascismo è un problema connaturato non solo tra nostalgici del Paese di un secolo fa, ma di una lunga serie di esecutori seriali di violenza, indipendentemente dalle bandiere esposte. Tuttavia, sembrerebbe più efficace creare le grandi notizie, visto che la caccia al fascio pre elettorale pare funzioni, partendo da fatti accaduti come il busto di Guglielmo Marconi creato, vandalizzato e poi reso artificiosamente notizia.

È inutile, i Mangiafuoco di turno continuano e continueranno ad amministrare l’indignazione di tutti, oggi come ieri,  usando l’antifascismo non come un’idea, ma come una prescrizione collettiva. Come tutte le prescrizioni anch’essa è una norma fissata da un’autorità. L’antifascismo in Italia è elevato a religione civile, obbligo di leva e perno costituzionale, tra tonnellate di condanne, paginate infinite, manifestazioni antifasciste, divieti, lavaggi del cervello a scuola e in tv, quello delle bandiere rosse, dei cortei militanti col pugno chiuso e più recentemente dei movimenti antifà e dei nuovi partigiani a scoppio ritardato così come definito da Marcello Veneziani ed è di fatto, una prescrizione. I Mangiafuoco/media di turno riducono tutto a questo, ma oggi è diventato un gioco pericoloso perché così si sottovalutano le cause e i pericoli reali di quelle proteste. Come di consueto faccio il “benaltrista”. Se continuiamo a guardare il dito (fascista) tramite l’informazione, il problema più grande, racchiuso in una luna ben chiara e luminosa, non lo vedrà nessuno. Le origini di una protesta risiedono spesso ben lontane da un’ideologia. Si è partiti dai no vax, a cui si sono aggiunti i no pass. Due anime diverse anche se talvolta coincidenti in modo irrazionale. Sui primi è inutile discutere perché ogni tentativo di persuasione non li ha convinti sulla necessità privata e sociale di vaccinarsi e, vista l’assenza di scelte, chi pensa a terapie alternative al vaccino non vuol proprio capire che un conto è ridurre o evitare un’infezione seria, tutt’altro è curarla. Dei no pass, tolto quelli che ne fanno una questione ideologica, una parte chiede, talvolta anche legittimamente, come superare le complessità applicative esistenti. Infine, tolti i gruppi anarco insurrezionalisti, presenti in piazza insieme agli altri, ma quasi mai pervenuti, ci sono i neofascisti. Questi, pur se ampia minoranza, si infiltrano come la storia recente ci insegna (vedi la rivolta dei “forconi”) e approfittano della visibilità di una manifestazione per atti dimostrativi, violenti ed eclatanti. Nessuno, dotato di buon senso o di onestà di pensiero, interpreterebbe la devastazione della sede CGIL a Roma come un atto pensato dalla stragrande maggioranza dei dimostranti. Chi lo ha commesso ha solo approfittato della visibilità mediatica per accreditarsi come mente pensante di tutti quelli che manifestavano (…tra i quali era già complicato individuarne di pensanti). Questa rappresentazione di un neofascismo redivivo, ormai consueta nel nostro paese, riduce oggi le responsabilità reali di tutti quelli che, maggioranza di quei diecimila, indipendenti dall’ideologia fascista da stadio, comunque se ne fottono con violenza della libertà altrui in luogo della propria, di una pandemia che ha cambiato il mondo, di chi si sforza, magari sbagliando, di trovare soluzioni per evitare di ricascarci. Chi si infiltra in questa galassia disomogenea, pur se sono solo poche decine di persone, gode come un riccio in calore quando su giornali, tg e talk show si parla di pericolo fascista redivivo. È il modo migliore per far riemergere dal nulla e assegnare d’ufficio i “meriti” di una rivolta che si dovrebbero distribuire sull’intera galassia di sigle, pseudo movimenti, privati cittadini, visionari, complottisti paranoici, insomma tutti quelli che fanno davvero numero. Ma non importa. Hanno arrestato due tizi, leader di Forza Nuova, con alcuni loro scagnozzi e per giorni si parlerà di marcia su Roma e di squadrismo nero, dimenticandosi che in quella manifestazione c’era un enorme numero di persone pericolose tra cui gli stessi che durante la strage di ammalati di Covid inseguivano le ambulanze filmandole con il cellulare per dimostrare che i malati non esistevano. Solo che allora erano pochi e sparuti, oggi sono migliaia e tutti, o quasi, con lo stesso delirio non certo derivante da un revival del ventennio fascista. Quando le violenze scaturite per una richiesta di effettuazione del tampone per entrare nel Pronto soccorso dell’Umberto I a Roma inizieranno a replicarsi altrove cosa faremo, una bella ed efficace manifestazione antifascista? Quando no pass fanatici verranno allontanati dai luoghi di lavoro e ciò comporterà proteste, se non addirittura violenze, affronteremo il problema sciogliendo le organizzazioni neofasciste? Quando qualche medico, oggi minacciato e scortato, sarà fatto oggetto di violenze da parte di qualche no vax risolveremo tutto sfilando per strada con il pugno chiuso?

A volte ritornano. Era da un bel po’ che Giuseppe Marotta attuale dirigente sportivo dell’Inter non perdeva occasione per dimostrare quanto fosse ininfluente con il suo pensiero. Per carità, si può essere molto influenti nel proprio campo professionale e non esserlo nelle proprie affermazioni. Al Festival dello sport a Trento ha dichiarato: «Rispetto il Napoli che sta facendo un grande percorso, ma le preoccupazioni maggiori te le danno sempre le squadre con una consolidata cultura vincente, quindi Juve e Milan». Sarebbe interessante farci spiegare dal diretto interessato cosa intende per cultura vincente. Se intende l’abitudine a vincere c’è da dire che, a parte la Juventus (…e comunque solo in Italia), non sembra che il Milan e la stessa Inter negli ultimi dieci anni abbiano coltivato quest’abitudine. Il Milan l’ultimo titolo internazionale prestigioso l’ha vinto nel 2007, l’ultimo campionato italiano nel 2011 e l’ultimo titolo in assoluto nel 2016 (Supercoppa italiana). L’Inter di Marotta, prima dello scudetto dello scorso anno, non vinceva proprio nulla dal 2011. Neanche si può parlare di cultura vincente in relazione alle Società calcistiche: i cinesi proprietari dell’Inter, tolto lo scorso campionato, vinto per manifesta incapacità degli avversari, non hanno mai vinto altro, così come gli attuali proprietari del Milan. Dubito che la sola presenza di un grande campione come Paolo Maldini tra gli attuali dirigenti rossoneri possa da sola rappresentare una cultura vincente che incida in campo. Tuttavia, Marotta, come già dimostrato nel suo passato bianconero, insiste a minimizzare i risultati del Napoli che in questi ultimi dieci anni ha comunque vinto più di Milan e Inter messi insieme, oltre a posizionarsi in campionato costantemente sopra le due milanesi. Da qui l’irrilevanza di chi, evidentemente alle prese con gli enormi debiti societari in cui versa l’Inter cinese, si nasconde dietro frasi fatte dal sapore acido. Sarebbe meglio per lui, per l’Inter da lui governata, per il Milan e pure per la Juventus (circa 1 miliardo di euro di debiti in tre) oltre a inneggiare a una cultura vincente o pseudo tale, parlare di una cultura dei bilanci da loro mai rispettata, con risultati sportivi in Italia e all’estero avvilenti.

C’è un gran ballo questa sera

Ed ognuno ha la bandiera

Marionette, commedianti

Balleranno tutti quanti

Tutti i capi di partito

E su in alto Mangiafuoco

Mangiafuoco fa le scelte

Muove i fili e si diverte

Ma se scopre che tu i fili non ce l’hai

Se si accorge che il ballo non lo fai

Allora sono guai e te ne accorgerai

Attento a quel che fai, attento ragazzo

Che chiama i suoi gendarmi e ti dichiara pazzo!

Secondo Eduardo Bennato oggi chi o cosa sarebbe in realtà Mangiafuoco? Il complottismo non c’entra nulla, anche se negli anni di quella canzone si campava soprattutto di complottismo. Assisto all’ennesimo caso di distrazione di massa. Un giornalista di Fanpage per tre anni, dico tre anni, si è infiltrato negli ambienti di Fratelli d’Italia come agente provocatore. Il suo scopo era “stimolare” appartenenti al partito ad accettare finanziamenti da una non precisata “lobby nera” di estrema destra. Dopo le ripetute provocazioni, che per legge sarebbero vietate pure alle Forze dell’ordine e all’Autorità giudiziaria, Fanpage dimostra questa disponibilità che però, è doveroso dirlo, non si concretizzerà mai. Come un orologio svizzero la cosa esplode a due giorni dalle elezioni e Formigli, il mentore di Piazza pulita, programma TV che già nel titolo esprime le intenzioni democratiche del giornalista, suona l’allarme. Inutile commentare l’equilibrio di un giornalismo come quello, perché ciò farebbe parte dei gusti privati che non mi sogno minimamente di discutere. Preferisco esprimermi sul concetto di democrazia che Formigli intende proporre con il suo lavoro. Già, perché la sua ossessione più che sulle lobby nere, sembra accanirsi contro chiunque non sia di sinistra o comunque non la pensi come lui e dei quali, con i suoi modi, sembrerebbe proprio voler fare piazza pulita. Per lui la democrazia esisterebbe solo se non si è di destra. Non importa che Gianfranco Fini o Giorgia Meloni abbiano in più occasioni già preso posizioni nette sul fascismo, sul razzismo e su tutti quei temi utilizzati a sinistra come spauracchi. Non importa aver criminalizzato la destra di Silvio Berlusconi, definendola disonesta quando era potente e dimenticandosene quando è scesa dal 28% all’8%. L’importante è sempre non essere costretti a mostrare il vuoto pneumatico che staziona ormai da decenni al posto delle idee nella sinistra italiana. Il problema vero è dunque democrazia sì o democrazia no, oppure è la qualità della democrazia stessa? Quest’ultima davvero vogliamo misurarla con l’agente provocatore di Formigli o con la delegittimazione politica posticcia di un ventennio di cent’anni fa? O anche con il silenzio su una tra le più grandi tragedie della storia dell’umanità, purtroppo mai superata come il comunismo? Quindi chi è davvero Mangiafuoco? Chi è oggi l’Andreotti buonanima degli anni 70 e 80? Un altro grande vecchio o un sistema che alterna i propri partner di potere con svariati cortocircuiti: media-magistratura, media-politica, media-finanza, ecc? Cambiano i poteri, ma i media sono sempre gli stessi. E allora adattiamoci a questa qualità di democrazia “media mediata”, abituiamoci a quelli come Formigli che amano il concetto di piazza pulita sostenuto da un sistema che gli permette di andare in onda, ma ricordiamoci sempre che Mangiafuoco fa le scelte, Muove i fili e si diverte, Ma se scopre che tu i fili non ce l’hai, Se si accorge che il ballo non lo fai, Allora sono guai e te ne accorgerai, Attento a quel che fai, attento ragazzo, Che chiama i suoi gendarmi e ti dichiara pazzo!

La mia cena stasera è decisamente poco eccitante. Cerco disperatamente di consumare i chili post lockdown che gravano su di me e non riesco a bruciare con la stessa velocità di un tempo. Il Napoli ha appena vinto e il solito disagio della domenica sera si è risolto felicemente. Mentre me ne sto seduto a tavola un rumore mi accompagna come un sibilo fastidioso. Riconosco nel brusio di fondo la frase: “La democrazia non si esporta con le armi!” Alzo lo sguardo e compare il faccione di Fabio Fazio con in suo solito sorrisino ormai tatuato sulla faccia come un simbolo egizio. Sta intervistando Lilli Gruber e il tema sono le donne in Afghanistan. L’estasi stuporosa dei presenti in studio è come quella di chi ha appena scoperto il Sacro Graal giornalistico. Una serie di luogocomuni(smi) a ripetizione tipo la domanda di Fazio a una corrispondente di guerra appena arrivata dall’Afghanistan: “Ma secondo te le notizie che vengono da laggiù sono attendibili?” Il quesito è così arguto e penetrante che è inutile riportare la risposta, ma d’un tratto riecheggia di nuovo la frase che mi aveva smosso dal letargo domenicale: “La democrazia non si esporta con le armi!”. È lo stesso Fazio che in un duello individuale a suon di considerazioni poste a sé medesimo si interroga per poi rispondersi da solo. Eh già, non si può… Rimango in attesa di una auto contro deduzione, sperando in una sua ipotesi di soluzione o almeno in una speranza utopica, alternativa, ma tutto si risolve con un “D’altronde è un tema enorme…”. Mi ha ricordato Nanni Moretti che chiede alla ragazza in Ecce BomboChe lavoro fai? – Be’, mi interesso di molte cose, cinema , teatro, fotografia, musica, leggo. – Concretamente? – Non so, che cosa vuoi dire. – Che lavoro fai? – Nulla di preciso. – Be’, come campi? – Te l’ho detto. Giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio delle cose…

Fazio galleggia volontariamente nell’estetica dello slogan perché è l’unico espediente per evitare di esprimere risposte a ciò che lui denuncia nel suo programma. A Che tempo che fa (…e non solo in quel programma) sembra che in Afghanistan la condizione femminile sia diventata drammatica solo da poco, dopo l’assurdo (almeno per le modalità) ritiro degli americani. Tutto appare come se le donne negli ultimi vent’anni di occupazione, avessero vissuto godendo di totale libertà e benessere, come se l’Afghanistan fosse l’unico paese musulmano al mondo dove la donna solo da ora non conta nulla, come se i benpensanti e stupiti telespettatori del suo programma ignorassero che nella stragrande maggioranza di quei paesi, le donne non hanno mai avuto gli stessi diritti degli uomini, i gay sono da sempre perseguitati, i bambini fatti oggetto di proselitismo medioevale. Tuttavia, in questi anni mai un cenno a quel mondo o una reprimenda a suon di sorrisini nel suo programma.

Come scrisse di un programma Tv il giornalista/scrittore Aldo Grasso, “Il niente si genera e moltiplica per partenogenesi…

Dagli al sessista! Questa è la sintesi di un accorato grido di protesta avente come capofila le solite Boldrini e Cirinnà (quella abbandonata dalla “cameriera” e costretta a occuparsi delle incombenze domiciliari). Il tema è una statua inaugurata a Sapri, che ricorda la nota spigolatrice in abiti troppo succinti per essere una semplice opera d’arte. 

https://www.corriere.it/cronache/21_settembre_27/spigolatrice-sapri-nuova-statua-polemiche-sessista-d8188c34-1f64-11ec-b908-b44816b61f2f.shtml

Il “sessista” di turno sarebbe un certo scultore Emanuele Stifano il quale pare si sia rifiutato di fornire spiegazioni in merito. D’altronde, il silenzio sul senso della propria opera, oltre a essere un suo diritto, sarebbe una cosa non infrequente nel mondo degli artisti, così come la critica d’arte avrebbe tutto il diritto di esprimersi negativamente in merito. Leggo su un social un post di una certa Chiara Savettieri, ricercatrice in Storia della Critica d’arte all’Università di Pisa che spiega tecnicamente perché quella statua è criticabile in quanto non conforme a canoni storici e stilistici che solo un addetto ai lavori potrebbe comprendere. 

https://www.facebook.com/100006653443712/posts/3065939906971094/

Poi però conclude il lungo commento affermando: “Rimproveriamo dunque all’artista la banalità della sua scelta, o meglio la superficialità. Ed anche il cattivo gusto.”

Sono un convinto sostenitore delle competenze e non discuto il commento tecnico della ricercatrice, ma un dubbio mi viene. Quel commento finale, da competente di Storia della critica d’arte, quale senz’altro è la dottoressa Savettieri è proprio legato all’analisi artistica sul nudo femminile, con tanto di concetti antichi come il decorum e dotte citazioni di artisti come Monet, Munch, Klimt, Shiele? Già, perché poi si liquida tutta la lezione accademica di critica artistica con il semplice “cattivo gusto”. Non ricordo analoghi commenti per le “opere d’arte” di “Ceci n’est pas un blasphème”, Festival delle arti per la libertà d’espressione contro la censura religiosa, patrocinato dal Comune di Napoli, dove campeggiano in spazi di affissione municipali riproduzioni di fumetti con bestemmie in primo piano. 

https://www.ilmattino.it/napoli/citta/mostra_blasfema_a_napoli_ultime_notizie_oggi_manifesti_bestemmie-6212748.html

In questo caso i canoni storico-stilistici, o il semplice buon gusto, sarebbero in regola per il paludato mondo della critica d’arte? Magari ci possono illuminare le onorevoli Boldrini e Cirinnà tra un aperitivo a Capalbio e una mostra degli impressionisti, rigorosamente senza nudi di donna… 

Sono steso sul divano e in dormiveglia guardo il soffitto. Da una finestra aperta rimbomba a volume altissimo il gay pride. La casa si riempie di musica, urla, ovazioni, slogan e penso di essere una noiosa persona comune. Non urlo, non invento slogan, se suono la mia Gibson SG lo faccio a basso volume o in cuffia: al massimo mi rompo i timpani da solo. Quando andavo allo stadio urlavo se segnava il Napoli, oggi lo faccio davanti al televisore, preoccupandomi di non far spaventare troppo il mio cane Green. Sono orrendamente banale, eppure penso di non essere il solo. C’è una moltitudine che abita nella stessa banalità ed è da sempre ai margini di tutto. Isolata dalle rivendicazioni di chi al tempo stesso combatte lo stigma della diversità e alimenta il medesimo stigma verso chiunque non sia come lui o omologato alla sua causa. Siamo tantissimi, la maggioranza, ma nascosti, invisibili. A nessuno viene in mente di organizzare un Pride of ordinary people e per gente ordinaria intendo gente di sinistra, di destra, di centro, del nord, del sud, omosessuali, eterosessuali, transgender, asessuati, progressisti, conservatori, strafottenti, impegnati, disimpegnati, squattrinati, straricchi, comici, tristi, ipocriti, juventini, milanisti e terzomondisti, occidentali e pallidi eschimesi. Tutti stesi su un divano a guardare il soffitto mentre pensano che chi urla per strada, sui social, in Tv se ne fotte di ognuno di loro. Già perché nel nostro modello sociale più amato l’orgoglio è solo di chi sommerge di urla l’orgoglio di chi è davvero diverso, perché isolato nel proprio essere una persona comune. Non importa essere maggioranza per essere segregati. Le idee sembrano non comprimibili, ma lo sono, eccome. Basta isolarle con qualche efficace stereotipo e miliardi di ragionamenti si riducono a un concentrato da levare di torno.

Me ne torno sul divano a guardare il mio soffitto, in attesa che torni il silenzio.

Professo’, permettete un pensiero poetico per l’occasione?

‘A libertà, ‘a libertà, pur ‘o pappavallo l’adda pruvà!…ma comme fa???”

dal film “Così parlò Bellavista”

o pappavallo (…pappagallo per i non napoletanisti) come può provarla questa libertà se non lo liberano? Siamo proprio sicuri che tutto dipenda dal volatile e non dalla tipologia di laccio che lo tiene assicurato al trespolo? Certo, nessuna restrizione può essere gradita da chicchessia e al pappagallo si dovrebbe dare la facoltà di decidere se svolazzare in piena libertà verso le incertezze dell’ignoto o rimanere legato, magari con vitto, alloggio e cure garantite. Mi chiedo però perché siamo tenuti a istruire i nostri figli con l’obbligo scolastico e non liberi di lasciarli analfabeti? Perché siamo obbligati a registrare il possesso di un automobile o, più semplicemente, a immunizzare i nostri bambini con un vaccino contro la difterite, il tetano e la pertosse? Presumo perché alcuni obblighi, che in qualche modo limitano la nostra libertà, siano da sempre mirati ad agevolare la comune convivenza. Certo, preferirei scegliere per conto mio ogni cosa, se si potesse vivere felicemente in un mondo senza istruzione, liberi di tamponare i pedoni con un auto, senza essere riconosciuti o facendo liberamente ammalare i nostri figli rendendoli a loro volta un veicolo di malattia diffusiva. Il fatto è che il mondo esiste ed è fatto da qualche miliardo di persone che, piaccia o no, vivono a contatto tra loro. Per alcuni, anzi troppi, si può tranquillamente derogare alla convivenza con regole autoprodotte, che poi costoro scambiano per ‘a libertà.

Su un piano diverso è il convincimento collettivo che qualcuno o qualcosa di losco stia avvenendo alle nostre spalle. Se per ipotesi quel convincimento fosse confermato dalla realtà e quest’ultima ci portasse però tutti alla risoluzione di una tragica pandemia, ognuno di noi diventerebbe di buon grado complottista. Se però, come ampiamente dimostrato da sempre, i vaccini riducono drammaticamente il numero di infetti, le complicanze della malattia e la mortalità, più che di complottismo sarebbe meglio parlare di paranoia collettiva e quest’ultima non è ‘a libertà del poeta di “Così parlò Bellavista”, ma un grave disturbo che, come per ‘o pappavallo, sarebbe meglio non provare, ma curare…

È scomodo scrivere un post come il seguente proprio oggi. Già, per noi, malati di tifo napoletano, quando vinciamo contro i bianconeri tutto, anche un virus pandemico, ci appare meno pesante. Se avessi deciso di esprimere la mia opinione sul padre padrone della SSC Calcio Napoli, in caso di sconfitta della squadra, sarebbe stato più facile e catartico. Per parlare di Aurelio De Laurentiis, non parlerò di lui! Ricorderò solo alcuni di cui quest’ultimo ha surrogato l’immagine, con un continuo ricorso a maschere apotropaiche con le fattezze di altri. 

Giorgio Ascarelli nel  1926 fondò la A.C. Napoli, riuscì a iscriverla alla divisione nazionale, prima riservata solo a squadre del Nord Italia e, grazie ai suoi sforzi economici e alle sue idee, portò in breve tempo la Società ai più alti livelli a livello nazionale. Decise di costruire lo stadio a suo nome e lo inaugurò nel 1930.

Achille Lauro “Il Comandante” fu proprietario del Napoli calcio dal 1936 al 1969, ma non solo. Grande armatore, parlamentare, Sindaco di Napoli, fondatore di un partito nazionale, produttore cinematografico (anche se per poco), editore e proprietario del quotidiano “Roma”. Un uomo di sostanza che, oltre a presenziare sul campo in maniche di camicia, faceva impazzire i tifosi con gente reale, non solo sui titoli dei giornali, come Jeppson, Vinicio, Pesaola, Altafini, Sivori. Un enorme personaggio per il calcio e per la città, pur se pieno di contraddizioni.

Corrado Ferlaino, un imprenditore? In parte. Un uomo che, all’epoca ha saputo vivere il suo tempo con furbizia? Forse. Un tifoso? Assolutamente sì!! Lasciando perdere l’ovvietà di aver solcato con l’aratro l’indelebile periodo più glorioso della SSC Napoli, ha sempre avuto un rapporto intimo e viscerale con la squadra. Tra gli alti e bassi (direi non tantissimi) ha sempre pensato a voler vincere e per questo, non disponendo di fortune economiche come il suo predecessore armatore, si faceva valere a livello politico calcistico. Comunque all’epoca non si tirava certo indietro quando c’era da comprare i campioni: Burgnich, Bellugi, Chiarugi, Savoldi (…Mr, due miliardi), Rudy Krol, Daniel Bertoni, fino all’operazione calcistica del secolo che tutti hanno conosciuto. 

Non ho citato gli avvilenti personaggi che hanno invece sotterrato il Napoli perché per loro si addice di più un profondo oblio e dei quali De Laurentiis, fortunatamente, sino ad oggi,  non dispone di maschere da esporre in pubblico. Invece, il Presidente preferisce nascondersi dietro il simulacro esteriore di quei grandi personaggi di cui sopra, scimmiottandoli senza incarnare neanche uno dei loro pregi con i quali hanno scritto la storia del Napoli e in parte della città. Non si sa nulla di ciò che accade realmente in una Società costituita da moglie e figli, non si conoscono obiettivi (se non quello di rimanere dove ci si trova), si dichiara di fare lo Stadio e poi lo ristrutturano altri con la sua cortese collaborazione. Si fanno “acquisti di prospettiva”, ma i campioni, anche se a fine carriera, non arrivano quasi mai. Non si parla con i giornalisti a meno che per sparare a zero sulle stesse cose da vent’anni, sulle quali però non si è fatto nulla di concreto aper cambiarle. Magari quest’anno sarà per noi trionfante e non certo per merito suo ma dei casi della vita, ma dopo due decenni in cui stronca ogni opinione critica sul suo operato con la solita storia che quando è arrivato il Napoli era fallito e poi lo ha portato in Champions, ormai scappa solo da ridere. Prima che lui comparisse nel periodo più buio della Società il Napoli era da sempre lì dove è adesso, con le grandi del calcio italiano. Con tutto il rispetto per un’antica Società calcistica, lui non ha salvato dopo un fallimento il Savoia calcio la squadra della sua Torre Annunziata, dove è nato. I grandi personaggi sopracitati avevano già reso importante la Napoli calcistica e lui ha sono raccolto una grande eredità storica e ne ha fatto poco più che una diligente società sportiva, punto.

Ho la coscienza di essere di statura media, ma se mi giro attorno non vedo giganti…” disse Andreotti, parafrasando chi si sente altissimo, pur essendo, rispetto ai giganti, di statura medio piccola.

 

Abbassare il limite di velocità? Che stupidaggine! Certo, salverebbe delle vite, ma un sacco di gente arriverebbe in ritardo!” come diceva Homer Simpson in una delle sue puntate migliori. Lui non se ne intendeva di statistica e approssimava la realtà per eccesso, ma un suo omonimo Edward Hugh Simpson, matematico, pubblicò nel 1951 una dimostrazione di un paradosso scoperto da un altro suo collega, tal George Udny Yule, quarantotto anni prima. Tale paradosso in statistica dimostra che se non sai leggere bene i dati (e la faccenda non è mai così semplice), trai conclusioni sbagliate. I due, inconsapevolmente, hanno preconizzato ciò che sta accadendo adesso nel nostro Paese. In breve, i media pubblicano dati sul Covid, magari commentandoli, qualcuno li legge e li prende così come sono per verità assoluta. Tra quei dati commentatori e politici attingono spunti per i relativi talk show e le proprie campagne elettorali più o meno permanenti. Infine, in diversi si riversano nelle piazze convinti di uno o più complotti che minano la libertà individuale, proprio a partire da quei dati amplificati e male interpretati. Sostanzialmente, la lettura sbagliata dei numeri corrisponde al paradosso di Edward Hugh Simpson, mentre la catena di reazioni paranoiche potrebbe definirsi come il paradosso di Homer Simpson. Vi risparmio la descrizione del primo di paradosso perché il web gronda di dimostrazioni statistiche con tabelle a doppia entrata e formule varie. Mi limito solo a dire che se in Israele 515 pazienti vengono ricoverati per Covid grave e, di questi, 301 (il 58,4%) sono completamente vaccinati, ciò non significa che i vaccini non siano efficaci. Infatti, quelle percentuali sono confuse dall’età dei vaccinati e dall’alto tasso di vaccinazione di quel paese. Ciò che trovo interessante è che sia media che politici giochino su quei dati ignorandone per ignoranza o interesse i paradossi statistici e alimentando il complottismo, risultato di una paranoia collettiva che alimenta la tendenza di una popolazione a scaricare all’esterno sospetti e dubbi interiori puntualmente proiettati sugli altri individui. Peccato che i danni legati ai non vaccinati saranno ancora tangibili per lungo tempo se i più oltranzisti continueranno a ragionare come Homer Simpson quando diceva: “Non dirlo mai più! i rischi stupidi sono il motivo per cui vale la pena di vivere la vita!”.