Che splendido Paese il nostro! Tutti a dare l’allarme per il rischio di violazione della democrazia, a causa di un tizio che oltre a farsi selfie, improvvisarsi DJ al Papetee beach, sparare retorica via Twitter sull’immigrazione e dire ciò che la gente vuol sentirsi dire, non sembra aver fatto tanto altro nel bene o nel male. Tuttavia, come ci ha insegnato l’esperienza grillina,  basta questo per ottenere consensi incondizionati. Il tema è: per quanto tempo? La volatilità delle idee, o presunte tali, nei nostri giorni è elevatissima: oggi sei un ex comico e guru dell’”Onestà, Onestà, tà, tà, tà!” e, oggi stesso nel tardo pomeriggio, sei un ex politicante pallonaro. Basta poco per essere sostituiti da qualcuno che, con toni più aggressivi e dall’accento padano, urla cose banali che però molti pensano. Peraltro anche i suoi antagonisti sparano ovvietà: basta buttarla sui sentimenti, sullo spirito di accoglienza, sulla solidarietà (…tà, tà, tà) e tutti si sentono brave persone. Basta pensare il contrario di ciò che dice quello là e ci si sente migliori. Se però si prova a fuoriuscire dal recinto delle vignette di Vauro, delle dichiarazioni di Saviano, dei post esplosivi sulle moto d’acqua delle Polizia, utilizzate impropriamente, e si prova a capire se chi grida proclami, riuscirà ad applicare ciò che sostiene, il silenzio tombale regna sovrano. Un silenzio derivato dall’incapacità di affrontare e, possibilmente, risolvere problemi che abbiano la dignità di chiamarsi tali. D’altronde siamo sempre stati un Paese allergico verso chi fa cose reali e le poche circostanze in cui qualcuno ha provato a proporsi in tal senso è stato relegato nelle minoranze politiche storiche. Le masse che hanno costituito maggioranze, da sempre, non sono mai state sensibili al reale problem solving; è sempre più agevole spararla grossa, infischiandomene della sostenibilità di ciò che si dice o anche contestare senza preoccuparsi di saper sostenere soluzioni alternative concrete.

A proposito di sentimenti, di spirito di accoglienza e di solidarietà (…tà, tà, tà) verso chi emigra via mare da Paesi lontani, vi racconterò una cosa che sta avvenendo in un posto più vicino e che riguarda il diritto allo studio. Una cara amica mi racconta che a Napoli presso l’Università “Federico II”  per poter accedere a un lavoro come insegnante di sostegno (per chi non lo sapesse si tratta di quei docenti con funzioni di ausilio e supporto a studenti portatori di qualunque forma di disabilità) capita questo: per iscriversi a un regolare concorso pubblico è necessario sostenere un corso del costo di 2500 euro. Non ci sarebbe nessuna agevolazione per redditi bassi. In sostanza se sei in una famiglia non abbiente e, con le agevolazioni ISEE ti sei laureato con merito e con il massimo dei voti, non accederai mai a quel concorso perché non puoi permettertelo! A ciò si aggiunge che la mia amica, laureata in giurisprudenza, per poter essere inserita nelle graduatorie per l’insegnamento di materie di diritto e scienze economiche nelle scuole superiori, ha dovuto sostenere ben 4 esami integrativi al modico costo di euro 1100. In più, per iscriversi al relativo concorso per l’abilitazione all’insegnamento occorrono esami in materie psico antropologiche il cui costo è di euro 500. Quindi, per lavorare devi sborsare allo Stato, e non a qualche organizzazione dedita al caporalato, la bellezza di euro 4100, più il costo di libri di testo, dispense, ecc.!

Mi piacerebbe sapere dove si sono ficcati i miei compagni di lotta della fine degli anni ‘70 che hanno creduto con me al diritto allo studio. Magari è più soddisfacente per loro sparare su qualche social bordate sulle scritte mostrate sulle magliette di Salvini o sul pericolo nazifascista, per questi ultimi annidato in ogni anfratto di questa “splendida” democrazia repubblicana, più che fondata sul lavoro, basata sulla solidarietà, tà, tà, tà…

 

Leggo con piacere la dichiarazione social di un ex magistrato della portata di Pietro Grasso:

 

https://www.repubblica.it/politica/2019/07/28/news/pietro_grasso_carabiniere_ucciso_foto_indagato-232250349/

e rimango piacevolmente colpito da quelle parole. Mi piacerebbe complimentarmi con lui per il senso di equilibrio mostrato nel post. Un medesimo equilibrio che da parte sua ci si attende in tutte le direzioni senza distinguo corporativi. L’immagine del ragazzo bendato evoca gli scenari vietnamiti del film “Il cacciatore” di Michael Cimmino. Al di là delle gravissime accuse a carico del giovane americano, quella foto ha suscitato giustamente grande indignazione. Altresì, il presidente dell’Unione delle Camere penali, l’avvocato Caiazza, ha rammentato anch’egli le garanzie dovute a ogni cittadino indagato o detenuto da parte dello Stato e ha lucidamente aggiunto: “Chi in queste ore sta sostenendo quella foto, giustificando l’operato di chi ha agito in quel modo nei confronti del cittadino americano (Natale Hjorth, ndr) prima della sua deposizione, sta facendo un danno al carabiniere che ha perso la vita e a chi vorrebbe che venisse fatta giustizia al più presto. È un gesto da ottusi e da stupidi. Perché un atto istruttorio, sia esso una confessione, una testimonianza o un interrogatorio, se svolto con modalità che coartano la libera determinazione di una persona deve essere dichiarato nullo. Anche se poi quelle dichiarazioni dovessero essere confermate in una fase successiva”. 

https://www.liberoquotidiano.it/news/italia/13488310/carabiniere-ucciso-roma-penalista-foto-choc-cosi-annullato-processo-americani-natale-hjorth.html

Pietro Grasso, da parte sua, ha invece rievocato il proprio comportamento ineccepibile da Pubblico ministero nei confronti di autori di gravissimi fatti di mafia nel passato e ha rammentato la necessità di accrescere un senso dello Stato che mai dovrà abbassarsi alla barbarie di coloro che quest’ultimo è tenuto a contrastare. Immagino che Pietro Grasso dall’alto della funzione di Pm ricoperta in passato e di quella di politico che ricopre adesso rilascerà a breve un altro post, analogo al precedente, per rammentare le vittime di errori giudiziari che hanno portato cittadini a un’ingiusta detenzione.  Non mi sto riferendo ovviamente al drammatico caso dell’uccisione del Carabiniere a Roma nel quale gli indizi e le prove sembrerebbero chiarire bene la dinamica dei fatti e le relative responsabilità. Mi riferisco ai veri e propri errori, per non chiamarli in alcuni casi strafalcioni, che con una frequenza in Italia di circa 1000 casi all’anno di uomini e donne ingiustamente detenuti rappresenterebbero in qualsiasi altro Paese civile nel mondo un’emergenza giudiziaria!

Alcuni semplici dati tratti da https://www.errorigiudiziari.com/ingiusta-detenzione-statistiche-2017/:

Dal 1992 al 2018 26.412 persone hanno subito un’ingiusta detenzione, cioè una custodia cautelare in carcere o agli arresti domiciliari, prima di essere riconosciute innocenti con sentenza definitiva. Gli errori giudiziari in senso tecnico (cioè quelle persone che vengono condannate con sentenza definitiva, ma poi sono assolte in seguito a un processo di revisione perché si scopre il vero autore del reato o un altro elemento fondamentale per scagionarli), da aggiungere ai 26.412, sono stati solo 138! L’esborso dello Stato per i risarcimenti conseguenti ai casi suddetti è stato di 768.361.091 euro. Questi dati rendono più comprensibili le dimensioni di un fenomeno drammatico di cui sembra interessare poco gli addetti ai lavori. Sulla pagina del sito viene riportato che: “In occasione dell’ultima inaugurazione dell’anno giudiziario, il 26 gennaio 2018 in Cassazione, il tema degli errori giudiziari e delle vittime di ingiusta detenzione non è stato nemmeno sfiorato. E sapete perché? Perché le 1000 persone che finiscono in carcere ingiustamente ogni anno, e che per questo ricevono un risarcimento, secondo giudici e procuratori costituiscono un “dato fisiologico”, una sorta di “effetto collaterale” inevitabile di fronte alla mole di processi penali che si celebrano ogni anno nelle aule dei tribunali italiani. Con buona pace del danno inestimabile (e impossibile da risarcire) alle persone interessate, delle vite private e professionali distrutte, delle conseguenze psicologiche gravissime.

Sono convinto che Pietro Grasso prima o poi rilascerà con grande senso di equidistanza una riflessione anche su questo tema e sono altrettanto convinto che tutti i suoi estimatori di queste ore reclameranno a gran voce una sua illuminata dichiarazione su un Sistema giudiziario nel quale l’autocritica non è mai prevista, nel rispetto di coloro che non hanno potuto usufruire fino a oggi di quel senso dello Stato, di cui avrebbero avuto diritto.

“Tutto a posto! Ha fatto una buona vacanza?” Così si rivolgeva il doganiere a Giuseppe Di Noi, il personaggio interpretato da uno strepitoso Albero Sordi al termine del film Detenuto in attesa di giudizio, mentre tornava finalmente a casa in un altro Paese europeo dopo un’odissea nelle carceri italiane. Il protagonista era un emigrante che, giunto in Italia per una vacanza, veniva arrestato ingiustamente. Era il 1971…

Tornare sull’argomento clima non era mia intenzione. Tuttavia, nonostante la mia posizione sul tema, già espressa sul mio blog, mi sento di ribadire alcune opinioni.

 https://michelemorandiautore.com/2019/07/06/global-warming-or-heads-warming/ 

La mia freddezza sulla diatriba climatica non è ovviamente una presa di posizione rispetto a questioni di natura scientifica: l’ho già detto in tutte le salse e lo ribadisco! Se esprimo un’opinione non è e non sarà mai in merito a: le temperature nei millenni sono mutate Sì/No, l’effetto antropogenico è la prima causa dei cambiamenti sul clima Sì/No, questi cambiamenti influiscono sugli assetti socio economici delle popolazioni Sì/No. Il negazionismo sulla questione clima non mi appassiona, semplicemente perché non vi è nulla da negare. Mi appartiene tuttavia la riflessione e se il tema è un’analisi sulla percezione delle persone tra un prima e un dopo qualcosa la domanda è: si stava meglio in epoca pre industriale perché l’inquinamento dell’uomo non influiva sui cambiamenti climatici come avviene oggi? Ho provato a percorrere un ulteriore punto di vista, non partendo solo dalle misurazioni scientifiche, o dagli articoli sui quotidiani che grondano di commenti ideologici sugli studi pubblicati su Nature, complessi da comprendere e ancor più difficili da interpretare. Preferisco riflettere sull’evoluzione della percezione degli uomini “prima” di un qualcosa e “dopo” quel qualcosa. Un esempio empirico, più vicino alla mia professione e quindi a me maggiormente familiare, è il confronto tra le aspettative di salute prima dell’era pre-industriale e dopo di essa. Nell’allora mondo conosciuto tali aspettative erano di 35-40 anni, successivamente sono aumentate superando in molti paesi gli ottant’anni. Come già detto non voglio soffermarmi sui numeri, ma sulla percezione delle popolazioni in merito alla propria aspettativa di vita. Mentre nel medioevo, in cui tale aspettativa era di trent’anni, sarebbe stato un traguardo impensabile arrivare a ottanta (il 266% in più!). Sarebbe come immaginare che oggi qualcuno potesse sopravvivere il 266% in più dei nostri 80 anni attesi  (cioè 280 anni!). Ma nel 2019 le persone come percepiscono le proprie aspettative di vita? Immaginiamo i pazienti ipertesi e/o con un diabete diagnosticato oltre i 70 anni. Certo, essere portatori di una qualunque malattia o disturbo cronico non è certo piacevole ad ogni età, ma quando avviene dopo i 70 anni oggi ognuno lo ritiene una sfortunata eventualità, frutto di una iattura abbattutasi su chi la vive. Qualora tale diagnosi dovesse addirittura portare alla morte, lo stupore e la rabbia dei familiari porterebbe alla convinzione di una maledizione piovutegli addosso la cui responsabilità sia sempre da attribuire a un errore umano. In pratica, oggi, nella percezione collettiva, vige il rifiuto della malattia e della morte a dispetto di un’evoluzione della salute da sempre correlata soprattutto all’età, età che nel nostro tempo, in confronto al “prima” delle epoche preindustriali, sarebbe paragonabile a quella di Matusalemme. Tuttavia, lo stupore e l’indignazione regnano sovrani! A 78 anni, ho un cancro, oppure ho la minima a 110 mm hg o ho il diabete o un’inizio di demenza: è sempre colpa dei farmaci messi nella carne, iniettati dalle multinazionali, è colpa dei pesticidi nella frutta imposti dalle lobby dell’agricoltura, è colpa dei governi che ci impongono stili di vita dissoluti. In sostanza  è colpa di chiunque, meno che dell’età che fino a 700 anni orsono si riduceva a due terzi di quella attuale e tutti pensavano che fosse per colpa del Divino. Tra l’implacabile falce della natura sul destino umano in epoca medioevale e l’ineluttabile responsabilità dell’uomo sulla natura in epoca moderna forse la realtà sta in mezzo.

Per cui il tema  è, come sembra provato, se le emissioni nell’ambiente causate dall’uomo sono un problema e tale problema è drammatico, perché la catastrofe è alle porte, allora tali emissioni  dovranno essere ridotte al più presto. Ma la domanda è anche: quanto le popolazioni saranno disposte ad accettare un ritorno ad aspettative sulla propria esistenza tipiche di un passato lontano e peggiorativo rispetto al nostro presente? Tutto questo in uno scenario odierno dove quello stesso uomo che vorrebbe abbattere o trasformare in un solo colpo tutte le emissioni dannose del pianeta per rattoppare il buco dell’ozono, non accetta neanche di essere iperteso dopo i settant’anni, come se l’elasticità delle proprie arterie ne dovesse per forza avere cinquanta di meno. Quindi, va bene pretendere un futuro più sostenibile in tema di emissioni, ma al prezzo di un cambiamento della nostra percezione sulle aspettative che nutriamo verso noi stessi. Siamo veramente disposti a pagarlo? Cominciamo tutti a girare a piedi, perché la mobilità, per ecologica che sia, produrrà sempre e comunque degli inquinanti. Cominciamo a rinunciare alla produzione di energia in grandi quantità, perché le energie alternative a tutt’oggi sono lontanissime dal pareggiare quelle attualmente in vigore. Cominciamo a rinunciare al web e alle sue forme di comunicazione perché per sostenerlo, anche in questo caso, c’è bisogno di enormi fonti energetiche. Cominciamo a smettere di produrre cibi da proteine animali perché le emissioni della zootecnia incidono significativamente sull’ambiente. Cominciamo a ridurre anche le emissioni e gli scarti delle industrie farmaceutiche, considerando che tra le attività produttive principali al mondo ci sono anche quelle e, come gli altri settori industriali, emettono e inquinano. Di conseguenza rinunciamo all’attuale diffusione dei farmaci e alla cura di patologie che un tempo ammazzavano intere popolazioni nei primi trent’anni di vita, per inquinare meno. Cominciamo a non pretendere di raggiungere luoghi lontani in poche ore e riabituiamoci a metterci in viaggio per giorni o settimane via terra o via mare. Siamo disposti tutti a pagare questo prezzo? Magari, prima di rispondere a questa domanda, cominciamo ad abituarci all’idea che non siamo eterni e superata una certa soglia di età un giorno finirà e questo non avverrà necessariamente sempre e per colpa di qualcun altro.

E se io stessi sorridendo e stessi correndo tra le vostre braccia, riuscireste a vedere… quello che vedo io ora?” disse Christopher McCandless, alias Alexander Supertramp, prima di morire avvelenato dopo l’ingestione di erbe tossiche in una zona sperduta dell’Alaska, così come immortalato in Into the Wild.
Dopo aver appreso la notizia del comunicato ufficiale del premier Giuseppe Conte a proposito della decisione di avallare la TAV Torino Lione, mi sono imbattuto su fb in un link della pagina ufficiale di Luigi Di Maio che mostrava un suo comunicato, del quale mostro l’inizio con la parte che mi intriga di più, grassettata e sottolineata:

https://www.facebook.com/522391027797448/posts/2375011995868666?s=100004243568129&sfns=mo

NO ALLA TAV TORINO-LIONE

Ho ascoltato attentamente le parole del Presidente Conte, che rispetto. Il Presidente è stato chiaro, ora è il Parlamento a doversi esprimere.
Sarà il Parlamento, nella sua centralità e sovranità, che dovrà decidere se un progetto vecchio di circa 30 anni e che sarà pronto tra altri 15, risalente praticamente alla caduta del muro di Berlino, debba essere la priorità di questo Paese.
Sarà il Parlamento ad avere la responsabilità di avallare un progetto prevalentemente di trasporto merci (e sottolineo trasporto merci) mentre non esiste ancora l’alta velocità per le persone in moltissime aree del Paese.

Sarà il Parlamento a dover decidere se è più importante la tratta Torino-Lione, cioè se è più importante fare un regalo ai francesi e a Macron, piuttosto che realizzare, ad esempio, l’alta velocità verso Matera, capitale europea della cultura, o la Napoli-Bari…”

Lo stupore di Alexander Supertramp e il mio si devono essere avvicinati molto. Vada il pippone  politico/filosofico di Di Maio, a uso e consumo dei suoi accoliti No Tav, sulla modernità, sui tempi di progettazione e realizzazione dell’opera, sulle condizioni scadenti della restante rete ferroviaria ecc. ecc., ma la TAV verso Matera è qualcosa che va oltre ogni considerazione politica. Un capolavoro filosofico, degno di un Nietzsche, una genialata letteraria paragonabile a un opera di Jules Verne, un cult creativo che va oltre 2001: Odissea nello spazio.
Immaginiamo per un attimo che il M5S sia al governo da solo, sostenuto da una maggioranza assoluta e che, vista la critica ai tempi di realizzazione della Torino Lione, la grande opera Milano-Torino-Matera inizi e finisca in sei mesi, con l’ausilio della telecinesi extraterrestre e dei superpoteri delle sirene marine, tutte realtà prese da alcuni importanti esponenti del Movimento in seria considerazione. Immaginiamo la moltitudine di passeggeri che pur di raggiungere i ben noti Sassi e le case di pietra storiche della splendida città lucana, si accalchi sulle banchine ferroviarie di Milano Centrale. Centinaia di migliaia di passeggeri che da tutte le capitali europee, già collegate da decenni con i treni ad alta velocità, vorranno raggiungere la Basilicata, oltre che per turismo, per lavoro e affari. È noto in tutto il mondo che quelle siano zone dove l’innovazione tecnologica, logistica, energetica è all’avanguardia. Lo stesso Di Maio si farebbe parte diligente per generare un gemellaggio tra Matera e Cupertino dopo la realizzazione dell’opera. I viaggiatori, che in sole 4 ore raggiungerebbero il famoso polo tecnologico sito nelle grotte a ridosso della Gravina, sarebbero accolti nel nuovissimo super Terminal ferroviario della Murgia con i prodotti tipici della zona. Qui il governo pentastellato, per incoraggiare gli investimenti stranieri, penserebbe al reddito fiscale di (sotto)cittadinanza, nel senso che chi intendesse aprire un’attività imprenditoriale o una nuova startup negli anfratti cavernosi sotto la Civita riceverebbe uno sgravio fiscale, pagato in natura con strascinati, cartellate, e pecorini stagionati.
Anche l’indotto alberghiero si gioverebbe dell’approdo dell’alta velocità. Unità abitative a cinque stelle (un po’ di propaganda al Movimento non fa mai male…) potrebbero essere scavate dentro le rocce della zona per ospitare, a solo poche ore da Roma, Parigi e Berlino, i clienti più esigenti in tema di comfort alberghiero. Ogni ospite potrebbe raggiungere i siti produttivi del comprensorio industriale con ecologiche teleferiche personalizzate che, dal foro di ingresso della camera scavata nella montagna, trasporterebbero i manager e i finanzieri direttamente nei moderni uffici ricavati dalle dimore storiche di pietra tra il Sasso Barisano e il Sasso Caveoso. Insomma un trionfo di decrescita felice e produttiva!
D’altronde, sempre come disse Christopher McCandless, mentre si stava per avviare a piedi verso le ospitali terre dell’Alaska: “L’essenza dello spirito dell’uomo sta nelle nuove esperienze.”

Global warming o heads worming? Un caro amico fa notare su fb quanto sia deleterio utilizzare un tema scientifico per affermare opinioni o, peggio, ideologie. Nel concordare pienamente con lui, mi sento di osservare che il dibattito non si fa rovente solo in termini politici. Fatte salve conquiste inoppugnabili come l’immunizzazione attiva (vaccini) sulle quali è inutile e dannoso aizzare discussioni, la scienza ci ha abituato a controversie epocali. Si tratta di conflitti a base di studi scientifici di altissimo livello che comunque spesso contrastano. I protagonisti di queste diatribe non sono certo social haters, estremisti di varia risma, nostalgici di ideologie morte e sepolte, ma scienziati di fama mondiale. Il global warming, e il relativo contributo dell’uomo è uno di quei temi. Gli esperti si confrontano non sulla base dei dati, che condividono, ma sull’interpretazione di questi ultimi e soprattutto sui fattori di influenza delle variabili in gioco: naturali o antropogeniche (create dall’uomo). I consessi scientifici si riuniscono e creano ulteriori consessi a valenza anche, sociale e politica. L’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC)  è l’organismo delle Nazioni Unite per la valutazione delle scienze legate ai cambiamenti climatici. Di seguito è riportata la funzione di questo importante organismo mondiale:

L’IPCC fornisce valutazioni periodiche sulle basi scientifiche del cambiamento climatico, dei suoi impatti e dei rischi futuri e opzioni per l’adattamento e la mitigazione.

Creato nel 1988 dall’Organizzazione meteorologica mondiale (OMM) e dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), l’obiettivo dell’IPCC è fornire ai governi a tutti i livelli le informazioni scientifiche che possono utilizzare per sviluppare le politiche climatiche.  Le relazioni dell’IPCC sono anche un input chiave nei negoziati internazionali sui cambiamenti climatici.

L’IPCC è un’organizzazione di governi membri delle Nazioni Unite o dell’OMM.  L’IPCC ha attualmente 195 membri.  Migliaia di persone da tutto il mondo contribuiscono al lavoro dell’IPCC.  Per le relazioni di valutazione, gli scienziati dell’IPCC offrono volontariamente il loro tempo per valutare le migliaia di pubblicazioni scientifiche pubblicate ogni anno per fornire un riepilogo completo di ciò che è noto sui fattori che determinano i cambiamenti climatici, i loro impatti e rischi futuri e su come l’adattamento e la mitigazione possono ridurli.  rischi.

Una revisione aperta e trasparente da parte di esperti e governi di tutto il mondo è una parte essenziale del processo IPCC, per garantire una valutazione obiettiva e completa e per riflettere una gamma diversificata di punti di vista e competenze.  Attraverso le sue valutazioni, l’IPCC identifica la forza dell’accordo scientifico in diverse aree e indica dove sono necessarie ulteriori ricerche.  L’IPCC non conduce la propria ricerca. https://www.ipcc.ch/about/

Questo è l’organo mondiale più accreditato in tema di clima. Lo è, non solo sul piano scientifico, ma anche su quello geopolitico, sociale e demografico. Per cui, non producendo studi, li interpreta e li traduce in proposte di azioni politiche.

Tuttavia, l’esistenza di questa mega organizzazione non vuol dire che i problemi climatici siano stati chiariti definitivamente come in una sentenza passata in giudicato. La comunità scientifica, nonostante parta da dati osservazionali inconfutabili, è ancora in conflitto sull’interpretazione dei singoli modelli predittivi, utilizzati in centinaia di studi scientifici in tema di clima globale. Uno di questi  è che la Terra si è riscaldata di circa 0,9 °C dal periodo preindustriale, a partire cioè dal 1850. Su questo nessuno scienziato ha dubbi. Alcuni modelli, noti come “General Circulation Models”, adottati dall’IPCC, attribuiscono il riscaldamento quasi esclusivamente all’emissione dei gas serra atmosferici. Su tali modelli è stata formulata la teoria, cosiddetta, del “riscaldamento globale antropico”, Anthropogenic Global Warming Teory (AGWT), la quale imputa a emissioni in eccesso di CO2, dovute all’uso crescente di combustibili fossili, la responsabilità del riscaldamento. Alcuni scienziati si domandano se è veramente corretta questa attribuzione. Il problema fisico di questo contributo antropico (causato dall’uomo) è, secondo questi ultimi, ancora da determinare nella sua effettiva e reale consistenza. Essi sostengono che la relazione tra l’attività del Sole e la variabilità climatica sia stata, pur se presa in considerazione dall’IPCC, sottovalutata e inoltre, pur sostenendo che un aumento dei gas serra in atmosfera induca un riscaldamento, non ritengono che tale associazione sia semplice e automatica, perché, dicono questi ultimi, la sensibilità climatica a un aumento di CO2 ha margini di grande incertezza.

La mia opinione, ovviamente non scientifica, ma sul dibattito tra scienza e politica, concorda con il mio amico di cui sopra. Di questi temi è possibile, per i non addetti ai lavori, dibattere fino a un livello di comprensione utile a non sparare corbellerie, almeno dopo essersi informati. Il fatto che un’intervista a Carlo Rubbia, nella quale esprimeva opinioni su temi climatici ed energetici, sia stata pubblicata da un giornalista non certo incline al movimentismo Gretiano, ha suscitato la perplessità se non l’indignazione in alcuni, più propensi a osservare il dito che indica il cielo piuttosto che il resto. Tra di essi un altro mio vecchio amico, professore universitario, quindi conoscitore del metodo scientifico, che invece di commentare il pensiero espresso da Rubbia si è scagliato su fb contro il giornalista, reo di aver titolato il suo post: “La bufala dei cambiamenti climatici spiegata dal Nobel Carlo Rubbia”, definendolo un “non giornalista” pur avendo solo pubblicato l’intervento del premio Nobel e invitandomi a cambiare fonte in quanto “ridicola” a causa di quel titolo. Certo quel titolo tranchant non aiuta la comprensione di un’opinione soprattutto se scientifica, ma oltre quello magari c’era anche dell’altro da leggere, pratica quest’ultima che dovrebbe essere un’abitudine per un accademico e invece si è ridotta in un rapido giudizio politico/estetico di un titolo discutibile. Un giudizio, il suo, peraltro dello stesso tenore del titolo da lui contestato. Visto l’elevato background culturale del mio illuminato conoscente universitario sono convinto che sia stato il surriscaldamento del clima, oltre i 40 gradi in questi ultimi giorni, a indurgli un simile inciampo polemico/ideologico/metodologico.

Buona estate e rinfreschiamoci tutti la testa…

Bravi! Tutti indignati e schierati per difendere “l’eroina” Carola. È tempo di collette, nella miglior tradizione anni ‘70 quando ci disperdevamo nelle strade per chiedere qualche moneta ai passanti per poi collettivizzare il gruzzolo e riutilizzarlo per qualche canna, birre o altro. La colletta organizzata a favore della nuova Guevara del mare, giusto per fronteggiare le spese legali, a tutt’oggi è arrivata a quasi trecentocinquantamila euro, non qualche spicciolo. Nel frattempo l’Italia arcobaleno esulta per l’atto di disubbidienza alle leggi di uno Stato sovrano, pur se governato da persone che ci piacciono poco, per non dire nulla. Le stesse leggi che gli stessi contributori della colletta difendevano a gran voce nei girotondi dell’indignazione di qualche anno fa, ma che se vengono violate per una causa ritenuta in linea con il pensiero unico, va bene così. Tutti, in nome dell’umanità verso i migranti ammassati sulla Sea Watch, ammassano denaro a favore non di questi ultimi ma di un simbolo delle ONG. Già, perché chi si affanna a mostrare empatia verso il carico umano della nave, non si rende conto che altri esseri umani che sono arrivati in Italia, non certo tramite organizzazioni non governative, ma con organizzazioni criminali sono sbarcati regolarmente senza problemi. Qualora avessero arrestato i delinquenti, che organizzano la tratta umana nessuno avrebbe eccepito nulla come è logico che sia. Allora, viste le proporzioni della raccolta di fondi per l’eroina tedesca, propongo una colletta per chi, nel nostro paese viola le leggi con scopi benefici a favore del vicino di casa nullatenente o pensionato  con la minima che non copre neanche il vitto fino a fine mese, malato, disabile, vecchio autore di reato dimenticato ed escluso da ogni reinserimento sociale, parente disperato di uno psichiatrico o psichiatrico egli stesso, travolto e distrutto dai debiti verso l’Agenzia delle entrate, licenziato e non riassunto perché troppo vecchio, obbligato alla povertà e al razionamento della compagnia dei suoi figli da una sentenza di un giudice civile dopo una separazione, alcolista che vorrebbe togliersi la scimmia dalle spalle ma lo Stato non è in grado di fare qualcosa per lui, obbligato da barbone a dormire per terra in un centro cittadino perché lo Stato non è in grado di dargli un tetto sulla testa, reso nullatenente da un terremoto dentro una baracca/container dopo dieci anni. Potrei continuare ancora per molte pagine, ma nessuno di quelli che hanno raggiunto la stratosferica cifra della colletta per il simbolo Carola ha mai messo un euro per quell’altra umanità con l’unica colpa di non provenire dall’Africa via mare convogliata da un’ONG.

Oggi mi sento più nostalgico che mai! Ricordo quando, per poter aspirare di comparire in TV o in un film, si doveva essere in grado di fare delle cose, bene o meglio degli altri. Se poi si aveva talento e coraggio la strada era in discesa. Così accadeva nella narrativa, nella letteratura, nella saggistica, nel giornalismo, nel management e in ogni altra cosa dove fosse possibile affermarsi. Sarebbe ingenuo pensare che anche in quei tempi non esistevano le scorciatoie, ma se non c’era la sostanza ogni via preferenziale diventava prima o poi un vicolo cieco, secondo la legge del più bravo. Poche le occasioni: niente social, niente web, niente reti televisive satellitari moltiplicate in decine di migliaia di emittenti. Solo TV di Stato, Cinema e grande editoria. O si era all’altezza o era oblio eterno. Certo, il mondo non era in crisi, di questo genere attuale di crisi, ma oggi la frammentazione metastatica dei suddetti settori ha contribuito al quasi default dell’editoria, tutta. La regola principale in questi tempacci  è investire su personaggi e non su contenuti. Al pubblico piace chi dice delle cose, come le dice e quanto sia seriale il dirle. Ciò che viene detto è solo un banale contrappunto all’immagine di chi lo dice o lo scrive, o lo recita. L’Immagine, con la “I” maiuscola è il vero core business a cui attenersi. 

Vago su Instagram e ammiro i selfie, autenticamente autoscattati davvero o fatti da altri, di donne famose bellissime punto. Già, il punto è l’inizio e la fine della considerazione. Oltre il punto ci sono al massimo tre puntini sospensivi. Quante di esse, oltre all’aspetto stratosferico sono in grado di proporre cose, stendendo un velo in-pietoso sul talento? Sono tante e ognuna deve occupare uno delle migliaia di slot disponibili nell’intrattenimento gestito da editori di varia risma e quindi va benissimo così.

Oggi mi sono imbattuto nel profilo di un’attrice che se vi citassi il nome e il cognome alcuni di Voi correrebbero sullo smartphone per cercare di capire di chi si tratta. È una discreta attrice che oltre a comparire in alcuni film di respiro nazionale, in qualche apparizione televisiva e sul palco di alcuni lavori teatrali si è distinta per essere fotogenica. Begli occhioni chiari e malinconici, labbra carnose e ben rossettate, gran simpatia. Le parti che le hanno concesso erano spesso quelle di una svampita, un po’ maldestra che suscita sempre benevolenza da parte del pubblico. Orbene questa onesta professionista, d’improvviso è diventata una grande autrice di narrativa. Al primo lavoro nel 2017 vende 45.000 copie! A onor del vero Wikipedia è estremamente clemente con lei, considerato che chiunque può contribuire allo sviluppo della piattaforma enciclopedica e raccontare come meglio ritiene ciò che vuole, ma la questione non è il bel curriculum della nostra attrice, peraltro persona laureata e, sembrerebbe, di ottima cultura, ma il fatto che tra una puntata di Domenica In e una di Colorado, una partecipazione a un film di Fausto Brizzi e una parte da protagonista in uno spettacolo teatrale, sia divenuta d’improvviso Emily Dickinson. Non entro nel merito di ciò che scrive perché il tema, oggi come oggi, non è scrivere bene, benissimo, male, malissimo o non essere in grado di piazzare due o tre concetti e in croce (e magari entrare comunque tra i primi 10 del premio Strega), ma improvvisarsi produttori di best seller su scelta e decisione di un curatore d’immagine di una major dell’editoria, più che di un comitato editoriale attento a contenuti, stile, collocazione nel tempo e tutto ciò che una volta era indispensabile per diventare una grande autore. Nelle classifiche nazionali di vendita i talenti autentici sono sempre più rari e continuano a primeggiare i soliti autori con i quali si va sul sicuro tipo Camilleri, Carofiglio e via dicendo. Comprendo e condivido la preoccupazione imprenditoriale, ma l’editoria è come la Sanità: aziende sì, ma non di merci. Ho letto qualcosa della nuova star scrittrice/attrice/presentatrice e mi ha anche divertito e allora contrariamente alle mie abitudini ho scritto sul suo profilo di Instagram un commento, o meglio le ho posto una domanda, colpevolmente e biecamente stizzito per il suo successo, con ogni probabilità anche giustificato: “Ciao, come si fa ad avere successo editoriale? Ho scritto e pubblicato tre romanzi e non ho ancora capito se sono una chiavica come autore o se serve qualcos’altro.” La sua risposta, incredibilmente immediata, è stata: “Una magia di proporzioni. Come la fotogenia”.

Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive. Ray Bradbury Fahrenheit 451.

Odio profondamente le citazioni: per questo inizierò e finirò questo post proprio con due citazioni…

Mi sono messo in testa di sfruttare il concetto biologico dell’immunizzazione; mi somministro una piccolissima quantità di fattore immunizzante (citazioni) per produrre anticorpi contro l’allergia a queste ultime e smettere di mal sopportarne l’uso.

Sono reduce dal Salone Internazionale del libro qui a Torino. Ci sono i volumi che ho pubblicato, esposti in un paio di stand e vi ho fatto visita come da prassi editoriale. Via racconto le mie sensazioni su questo evento, o meglio, preferisco definirlo sagra. Si tratta oggi, come del resto lo è sempre stata, di una fiera dove gli editori si trasformano in bottegai stipati nelle loro bancarelle per vendere un certo numero di “pezzi” che potrebbero essere commercializzati a un tot al chilo su una pesa da bestiame. Il pubblico è una folla da fiera: immane, chiassosa, mangereccia, ipnotizzata dal brusio di fondo che vaga come zombie senza meta nei boulevard del Lingotto. Gli incontri con gli autori o con personaggi più o meno rilevanti sono un’interminabile catena di montaggio degna della vena archeo industriale della location. Presentatori e autori che mimano movenze televisive con un pubblico semi dormiente a pupparsi temi rigorosamente politically correct, grondanti di ovvietà. Ma la novità di quest’anno è l’esordio, anzi il revival anni ‘70, del politically reazionario. Un tempo i “reazionari” erano i professori conservatori, i datori di lavoro detti più appropriatamente per l’epoca padroni, i padri della famiglia tradizionale, carcerieri di figli rivoluzionari. Oggi, udite udite, i guardiani del pensiero unico sono quelli che impediscono la partecipazione a una fiera di un editore non gradito. Qualcuno per giustificarne l’estromissione ideologica si è nascosto dietro il dito del codice penale. Non è chiaro se la reazione allergica a quell’editore in particolare sia dovuta alla sua appartenenza a un gruppo di estremissima destra o per il contenuto del libro incriminato: un’intervista a Matteo Salvini. In entrambi i casi l’espulsione della casa editrice dall’Olimpo della libertà del Salone ha suscitato i seguenti effetti: l’editore da microscopico è diventato di respiro nazionale in quanto il libro è ora quasi un best seller. Salvini ha guadagnato consensi perché, si sa, le vittime di soprusi libertari, anche se considerate esse stesse liberticide, incrementano sempre consensi. Ultima, ma non ultima ricaduta, la polemica sul “dagli al fascista” ha ringalluzzito l’ego personale di taluni facendo risplendere la propria vetrina mediatica. Intellettuali della gauche au caviar che sdegnati, con il mancino proteso verso il sol dell’avvenire (…o del passato remoto) hanno disertato la kermesse oppure vi hanno partecipato “…in nome e difesa della libertà”, della serie: Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto, così, vicino a una finestra, di profilo, in controluce. Voi mi fate: “Michele vieni di là con noi, dai”, e io: “andate, andate, vi raggiungo dopo”.

Rammento per chi non ha dimestichezza con il Salone/Sagra che sono presenti, e non da oggi, senza strepiti o espulsioni ideologiche, la casa editrice che pubblica un certo Renato Curcio Sensibili alle foglie, Rizzoli e Blurb che hanno rispettivamente  ripubblicato e pubblicato i volumi di Adriana Faranda. In compenso allo stand Feltrinelli, nella miglior tradizione da pane e salsiccia del Festival dell’Unità si canta a pugno chiuso bella ciao, fino ad arrivare a un editore, semplicemente non di sinistra e non certo nazifascista, costretto a lavorare presidiato dalla Digos per paura di azioni violente contro il suo stand.

https://www.nicolaporro.it/e-questi-fenomeni-cantano-bella-ciao/

E allora Ray Bradbury se fosse ancora vivo direbbe estrapolandolo da Fahrenheit 451: Se non vuoi un uomo infelice per motivi politici, non presentargli mai i due aspetti di un problema, o lo tormenterai; dagliene uno solo; meglio ancora, non proporgliene nessuno.

Stamattina nel radermi davanti allo specchio mi sono tagliato. Mentre mi tamponavo il rivolo di sangue che usciva dal mio collo pensavo al fatto di non essermi fatto mai radere da un barbiere. L’idea mi faceva sorridere, ma in fondo ha certo fascino che va provato almeno una volta nella vita. A proposito di barbieri, il filosofo inglese Bertrand Russel coniò un paradosso che ha poi preso il suo nome. In breve, in un villaggio esiste un unico e solo barbiere. Lui rade solo tutti gli uomini che non si radono da soli. La domanda è: chi raderà il barbiere che è sempre sbarbato? La questione non è risolvibile poiché se egli non si radesse da solo, dovrebbe radersi in prima persona in quanto unico barbiere del villaggio; ma se si radesse non sarebbe più uno che non si rade da solo, e di conseguenza egli non dovrebbe radersi. Ma come fa a essere sempre sbarbato?

Esuliamo dalle questioni filosofiche di Russel, tra matematica e logica, che entrano in un dibattito che non è alla mia altezza, né coerente con l’argomento di questo post. Tuttavia la logica  si interseca con il comportamento umano fino agli estremi delle ideologie. Vengo al dunque. Sul Corriere della Sera c’è un articolo che descrive alcune storie di persone in fila davanti ai CAF per richiedere il Reddito di cittadinanza. 

https://www.corriere.it/economia/cards/reddito-cittadinanza-rocker-76enne-icona-bologna-l-ex-brigatista-mamma-4-figli-storie-chi-l-ha-chiesto/l-ex-br-fila-anche-io-voglio-sussidio.shtml

C’è un rocker di strada, una madre di quattro figli di una famiglia monoreddito, un marito separato che non lo chiede per se stesso ma, non volendo più pagare gli alimenti alla moglie prega l’impiegato del CAF di obbligarla a fare domanda. C’è addirittura un ex calciatore, addirittura inserito nella rosa del mio Napoli, insieme a un certo Diego Armando Maradona, nel 1987. Adesso se la passa male, con una famiglia di sei persone a carico. Tra coloro, dei quali si citano le tristi vicende private, c’è n’è uno che viene da un passato invece molto pubblico, che brucia ancora sulla pelle delle vittime e dei loro congiunti. Si tratta di un ex appartenente alla colonna torinese delle Brigate Rosse. Tanto per sgomberare il campo a ogni facile giustizialismo, va detto che il suo debito con la giustizia l’ha pagato e che, come le altre persone in fila ai Centri di assistenza fiscale, se è lì è perché avrà bisogno di quei soldi. Sarà meglio rammentare però ciò che dovrebbe essere ovvio, ma non scontato per taluni: è lo Stato che riconosce quel reddito. Si può essere non d’accordo, come nel caso del sottoscritto, o d’accordo con quel tipo di assistenzialismo, ma una cosa è certa: è lo Stato con la “S” maiuscola a dare quei soldi. Non è certo da questa considerazione che si può concludere che quel medesimo Stato in suo nome non si sia mai macchiato di ingiustizie non sanate, ma rimane pur sempre, oggi come allora, il garante di un contratto supremo stipulato tra noi cittadini e il suolo dove siamo nati e viviamo. Ora quel Garante ha scelto di distribuire risorse a tutti quelli che, secondo la norma, ne hanno diritto. Tra di essi c’è anche uno che quello Stato ha cercato direttamente o indirettamente di abbatterlo a colpi di Kalashnikov, disconoscendone ogni funzione. Pazienza se tra  quelle funzioni esiste anche il recupero di chi ha deciso di non riconoscerne regole e struttura, anche se  in fila per accedere a uno stipendio statale afferma candidamente: «Rimango di sinistra, non credo nella loro falsa aria di rinnovamento. Non tifo per i Cinque Stelle, l’unica stella in cui ho creduto era un’altra».

Sembrerebbe, vista la sua presenza al CAF della CGIL di Torino, che l’unica stella alla quale sta credendo adesso invece sia quella presente nell’emblema della Repubblica Italiana che potrebbe, qualora rientrasse negli aventi diritto, mollargli un mensile di alcune centinaia di euro solo perché cittadino di questo Stato, che né le BR né altri hanno potuto abbattere.

Ricordo che il paradosso di cui sopra impedirebbe al barbiere di radersi perché se lo facesse non rientrerebbe nella categoria di coloro dei quali egli stesso dovrebbe occuparsi. Tuttavia, per qualche strano motivo egli è sempre ben rasato: chissà chi l’avrà miracolato…

Il buongiorno si vede dal Mattino, nel senso di testata giornalistica. Berlino celebra Saviano, autore de La Paranza dei bambini dal cui è stato tratto il film vincitore del festival tedesco del cinema e Napoli non può che fare altrettanto. Solo che chi ha visto il film in Germania nelle sale della convention cinematografica e cioè israeliani, cinesi e spettatori provenienti da ogni altra parte del mondo, pare che non abbia riconosciuto Napoli nelle scene proiettate, ma tutte le periferie di ogni altra grande città della terra. Questo lo afferma lo stesso Roberto Saviano, proprio nella sua Napoli che lo ha invitato per presentare il film. https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/saviano_paranza_bambini_sputtanapoli-4308591.html

Forse con questa ulteriore polemica ha cercato di contrastare le critiche di antinapolitanismo ricevute nella sua carriera, per aver “messo in cattiva luce” Napoli o meglio per aver illuminato troppo le storture della città. In effetti le critiche ci sono state in passato e accade ancora oggi. La replica alle accuse di denigrazione della città infatti non si sono fatte attendere: il sindaco De Magistris non si è fatto sfuggire l’occasione di controbattere Saviano definendolo “Incapace di raccontare la vera Napoli”.

https://www.ilmattino.it/napoli/politica/de_magistris_scontro_saviano_incapace_raccontare_napoli-4310547.html

Saviano e De Magistris, buon per loro, come in altri esempi lampanti del jet set dei famosi, più vengono criticati e più alimentano la propria immagine virtuale di successo. Se poi gli argomenti e la dimensione delle critiche siano di portata significativa o no poco importa. Entrambi  devono tutta la loro notorietà, per motivi diversi, ai lati oscuri della Napoli che essi vogliono far credere di aver scoperto per primi; ciò che scrive Saviano sulla criminalità organizzata sembra la rivelazione del terzo segreto di Fatima e l’atteggiamento di “Giggino” ricorda quello di Brancaleone che dalla sella del suo cavallo Aquilante arringa la sua armata scalcagnata sul miraggio delle crociate per una Napoli “diversa”. Invece era tutto già noto ben prima della loro esistenza di personaggi pubblici. I media ne hanno sempre parlato usando qualche volta la realtà vera, più spesso la narrazione fantasiosa, quasi sempre un mix di temi simili ai capitoli Gomorra e alle invettive di De Magistris. Contro quei media, in passato come oggi, si sono sempre alzati cori indignati da parte non solo della borghesia additata da Saviano, ma da tutte le categorie sociali del popolo napoletano. Anzi, in particolar modo, da chi in certi quartieri c’è nato e vissuto, difendendo dai cliché le proprie abitudini di vita che non sempre e necessariamente hanno coinciso e coincidono con il concetto di camorra sistemica e universale formulato da Saviano. Napoli non è solo ‘o mare, ‘o sole, Maradona e la pizza più grande del mondo, ma non è neanche solo ed esclusivamente un prolungamento delle vele di Scampia, dominate da ‘o sistema descritto nelle serie TV di Saviano, super premiate all’estero. Quest’ultimo, intendiamoci, ha tutto il diritto di immaginare una Napoli come gli piace, così come il suo massimo contraddittore De Magistris, ma gli altri tuttavia non commettono alcun reato nel vedere la propria città in modo più equilibrato di loro. Le polemica che spesso hanno alimentato quei due, forse artatamente, come quella in occasione della presentazione del film in quella multisala del centro di Napoli ricco e benestante, è tutta pro domo ei (loro). Il cinema Metropolitan, oggi Warner, è in un luogo abitato da quel ceto sociale che Saviano ha definito sempre più simile alla borghesia colombiana e venezuelana in quanto a cecità. Dubito fortemente che a partire dal volume Gomorra le vendite che hanno portato al successo i suoi libri, così come i voti a De Magistris, siano stati soprattutto appannaggio del proletariato di Secondigliano o della Masseria Cardone, o dei disoccupati del Cavone e di San Giovanni a Teduccio. Forse, centinaia di migliaia di suoi libri sono stati acquistati in massa da quella irriconoscente borghesia dai tratti sudamericani, che ha votato pure “Giggino” patrono dei centri sociali e della gauche au caviar partenopea stanca di votare PD. Nessuno chiede loro di chiedere grazie per il successo regalatogli, ma nessuno deve delle scuse a loro e alla  Napoli che rappresentano o pensano di rappresentare, anche se ci si sente quotidianamente additati come quelli che si rifiutano di ammettere il marcio intorno a sé, solo perché non la si pensa come loro due. Ma in fin dei conti la domanda è: “La borghesia napoletana è un nemico che si crogiola nell’iconografia della Napoli da cartolina o un amico invisibile che poi compra libri, guarda fiction e, soprattutto, vota? Forse la questione è più complicata di così, ma voi lo sapete bene…

P.S. Cari Roberto e Luigi, a proposito di visioni semplicistiche sulla borghesia, Buñuel dopo le vostre dichiarazioni si sarà rivoltato nella tomba…