Assisto al monologo di Gherardo Colombo, durante la trasmissione su RAI 3 “Stati Generali” condotta dalla Dandini. La regina del luogocomunismo su tacco 12, come definita da Aldo Grasso, ha brillato di quella luce tipica degli assertivi televisivi, come Fazio di fronte al vuoto cosmico della sua retorica. L’ex magistrato sembrava un pesce fuor d’acqua mentre con il suo sguardo fisso verso l’alto leggeva impacciato il testo che scorreva  sul gobbo di fronte a lui. Ipotizzando, con un’ironia basica,  un “paese immaginario” dove il finanziere chiude un occhio con la mazzetta, la casalinga paga in nero l’idraulico e la mafia si infiltra ovunque, sperava forse di suscitare indignazione con una noiosa retorica da sermone evangelico. Inutile commentare il contenuto della sua “performance” se non per il fatto che egli, dopo aver scelto di arruolarsi nel PD, non si sia ad esempio ancora posto il problema di moralizzarlo, prima ancora di indignarsi per l’anti-etica del popolo italiano. Così come è inutile sottolineare che è sempre più facile manifestare idee audaci che capire le cose e comportarsi di conseguenza e per “capire” non intendo certo giustificare. Ciò che strideva di più, a parte il gusto vagamente bohémien della sua erre moscia, era però l’atteggiamento della Dandini. Alla fine della lettura sembrava un cagnolino festante dopo il biscottino somministrato dal padrone. Almeno il cucciolo può vantarsi di aver guadagnato qualcosa con la sua piaggeria. La Serena di RAI 3 invece sembrava accontentarsi di sopravvivere con la sua rendita dell’essere di sinistra. Un tempo le bastava spendere due paroline faziose contro tizio o a favore di caio per guadagnarsi la levatura morale di intellettuale giusta. Oggi l’indignazione promulgata a mezzo satira è talmente prevedibile da apparire così finto-barocca da far impallidire il gusto dell’arredamento delle case dei boss di Gomorra. La suddivisione del mondo in quasi tutti disonesti e onesti solo Dandini, Fazio, Saviano, Colombo, Guzzanti e pochi altri purché di sinistra,  non sembra bastare più per convincere i telespettatori che per essere giusti si debba necessariamente votare PD. Ma il culmine del momento televisivo è stata la loro lezioncina su cosa si intende oggi con il termine libertà e cosa dovrebbe essere, secondo loro, la vera libertà. 

«Adesso si parla tanto di libertà e noi in qualche modo intendiamo la libertà di parlare, libertà di dire quello che ci pare e anche di insultare perché magari vogliamo trattare male qualcuno perché vogliamo essere liberi. Invece tu dici che la vera libertà è quella di seguire le regole. Sembra una contraddizione di questi tempi, come ce la spieghi?» ha domandato la Dandini con atteggiamento teatrale al suo ospite. Colombo, dopo una pausa di un istante, ha risposto: «…noi (?) confondiamo la libertà con l’onnipotenza. Libertà vuol dire anche farsi carico, prendersi cura della libertà degli altri», come magari la libertà di quelli arrestati durante Tangentopoli dal suo pool solo per indurli a confessare spesso reati mai commessi o denunciare altri per reati mai conosciuti. A proposito, il giornalista del Corriere della Sera Marco de Marco in un suo articolo di qualche tempo fa scrisse a proposito di libertà e regole: «Le libere opinioni non sono come i cani, che puoi richiamare con un fischio» o anche no dottor Colombo?

Seduto in quel caffè, Io non pensavo a te, Guardavo il mondo che, Girava intorno a me…
Ebbene, oggi non è il 29 settembre ma il 14 gennaio del 2019 e mentre gustavo il mio caffè prima di andare in ufficio ho dato un’occhiata ai titoli dei principali quotidiani per guardare il mondo che mi gira intorno, come suggerisce Lucio Battisti. Corriere della Sera, taglio alto (articolo principale):« POLEMICHE SUL CELIBATO Ratzinger chiede di togliere la sua firma dal libro del cardinale Sarah. Lui: «Ecco le lettere, lui sapeva». Taglio medio: REALI La Regina e gli anni di «libertà» a Malta, ecco perché capisce Harry e Meghan Elisabetta ha deciso: «Sì a nuova vita». Taglio basso: Inverno alla rovescia: neve sui dromedari in Arabia, a Londra fiori nei giardini. La Repubblica, Taglio alto: La Corte d’Appello di Torino: “C’è un nesso tra uso del cellulare e alcuni tipi di tumore”. Taglio medio: Tennis, ritiri e malori per il fumo degli incendi: è caos all’Australian Open. Taglio basso: M5s, la svolta in Rousseau: lascia il numero due Bugani, incarico per Di Battista. La Stampa, taglio alto: Ratzinger-Sarah, scoppia il “libro gate”. E Gänswein chiede di rimuovere la firma del Papa emerito. Taglio medio: Sarraj firma la tregua in Libia, ma Haftar strappa e lascia Mosca: “Accordo inaccettabile”. Taglio basso: Meghan non voleva più sentirsi dire da William che cosa poteva e non poteva fare.
Dalle notizie in prima pagina desumo che sia bastato ricacciare “il mostro verde” Salvini   nelle condotte fognarie, come auspicato dai pesciolini azzurri che ripopolano le piazze-acquario del Paese, per eliminare il malcontento degli italiani. Non si parla più di politica e del nostro malumore. Da un momento all’altro siamo diventati tutti così felici che la recessione economica, la crisi del lavoro, la fiscalità senza una logica di crescita, l’immobilismo decisionale non esistono più. È black out mediatico sul Governo, sulla sua politica ma anche sull’opposizione e la sua azione di alternativa. Chissà, forse lo tsunami di malmostosità montante minacciava di portar via senza pietà quel simulacro di ministri, viceministri, sottosegretari, a partire dal Premier “Giuseppi”. Di quest’ultimo si apprezza la recente “sferzante” dichiarazione di politica estera: “l’Italia sostiene per la Libia il percorso già disegnato sotto l’egida Onu”. In compenso il numero uno della Farnesina, il Ministro Di Maio, ha usato parole ancora più forti: “Non ci può essere una soluzione concreta e duratura senza il coinvolgimento di Paesi vicini alla Libia, così come l’Algeria e il Marocco. È insieme che bisogna lavorare verso un nuovo approccio, che coinvolga tutti al tavolo del dialogo”. Mentre mi chiedevo quanti chilometri dividessero la Libia dal Marocco, e al peso internazionale dell’Italia pari a quello di un neutrino, ho pensato che il trattamento da allievi di scuola materna riservatoci da questi politici in fondo è proprio ciò che ci meritiamo. Siamo solo capaci di guardare dietro di noi. Bettino Craxi, affossato dall’ipocrisia che ci contraddistingue (…e anche dal PCI), oggi sarebbe un gigante in mezzo ai lillipuziani, ma questo non significa che il presente e il futuro non possano essere migliori di un Giuseppi o un Giggino o anche di un brutto sporco e cattivo Salvini. Possibile che per augurarsi un Paese più stabile e più competitivo con il mondo si debba ricorrere all’imitazione di Craxi e della sua impressionante leadership nel bene e nel male? Possibile che la narcosi giornalistica sui temi nostrani si prefigga di addormentare la marea di scontenti che, a parte le piazze, avrebbero come unica espressione un voto continuamente negato? E allora, ripensando a queste cose, mi sono immerso nelle vicende di Harry e Meghan e tuttavia Mi son svegliato, E sto pensando a te, Ricordo solo che, Che ieri non eri con me…

Ho visto cose che voi umani…

Ho visto poco fa Higuain, Cristiano Ronaldo e Dybala (…una mezza manovra finanziaria in tre) che aggradivano con crudeltà sportiva sulla trequarti avversaria un difensore dell’Udinese, di cui faccio fatica a ricordare il nome, come in una qualunque partita di serie D.

Ho visto la Juventus di Sarri, un tempo chiamato “Il Comandante”, che lanciava con Bonucci dalla propria trequarti un attaccante che si avventava insieme ai tutti i suoi compagni sulla porta dell’Udinese come fossero un Benevento qualunque.

Ho visto giocatori milionari, che hanno vinto 8 scudetti di fila, mordere gli avversari come il Cagliari di Gigi Riva.

Ho visto attaccanti della Juve ripiegare nella propria area per aiutare i difensori a contrastare l’Udinese (…non il Manchester City di Guardiola) come nella partita più importante della loro vita.

Ho visto la mia squadra del cuore ieri contro il Parma, (…non contro il Manchester City di Guardiola) senza la consapevolezza di cosa è il Napoli e chi siamo noi tifosi azzurri.

Ho visto Mario Rui, fermarsi e guardare tenendosi a cinque metri di distanza un certo Kulusevski mentre faceva solo ciò per cui viene pagato e cioè fornire un assist vincente al suo compagno Gervinho che ci ha spedito definitivamente all’inferno. 

L’inferno non è quello di giocatori svogliati, capricciosi, bisognosi di affetto e di uno psicanalista o quello di De Laurentiis che “dall’alto” della sua struttura societaria e del suo “palmares”, spedisce a casa chi di vittorie se ne intende davvero. Non è neanche quello di Gattuso che evidentemente non sa in che guaio si è cacciato. L’inferno è quello di noi tifosi azzurri che dopo aver respirato per anni aria di alta quota non riusciamo a farcene una ragione. I sabati sera e le domeniche sono diventate anonime. Pensavamo di aver fatto il salto di qualità e invece abbiamo saltato il fosso della mediocrità, quella di chi non sa cosa significa sudare la maglia sul campo. Rino “Ringhio” invece di far studiare i video delle partite inutili del suo Napoli attuale ai suoi farebbe bene a mostrare ai giocatori quelle della Juve, anche se scrivere queste cose mi costa molto…

Migliaia di persone a Piazza San Giovanni per la manifestazione delle Sardine! Sono contento per l’opportunità di capire finalmente cosa sono e cosa chiedono. Sono diversi giorni che vago inutilmente sul web per cercare una proposta politica del movimento, un manifesto programmatico, un’esplicitazione di un’idea, ma niente. L’unico dato di partenza era ed è ancora l’anti salvinismo pro Bonaccini alle prossime elezioni regionali in Emilia. Qualche giorno fa su La7 Mattia Santori, uno dei leader delle Sardine, anche se nega questa attribuzione, ha dichiarato che avrebbe svelato il programma politico del movimento proprio a Roma alla manifestazione di oggi. 

https://www.la7.it/otto-e-mezzo/video/sardine-mattia-santori-il-nostro-programma-aspettiamo-la-manifestazione-di-roma-05-12-2019-297037.

Ho atteso con ansia e, fiducioso, ho consultato finalmente il Corriere della sera che riportava il titolone: Cos’è e cosa chiede: la storia del movimento

Ma, nulla di fatto! Ampi reportage sulla biografia delle Sardine, (…circa 40 giorni di vita) e sui suoi ideatori, ma nulla sulla proposta politica. E allora mi viene da pensare. Cerco di capire e mi imbatto su una pagina web della Treccani sui movimenti e sugli studi fatti su di essi

http://www.treccani.it/enciclopedia/movimenti-politici-e-sociali_(Enciclopedia-delle-scienze-sociali)/

dalla quale noleggio a titolo gratuito alcune considerazioni: Gli schiavi ribelli che sfidarono l’Impero romano rischiavano la morte in caso di sconfitta; i dissidenti religiosi che promossero la Riforma affrontarono rischi analoghi; e gli studenti neri delle università americane del Sud, costretti a sedere a tavoli separati alla mensa, non si aspettavano certo grandi festeggiamenti dai bianchi che li aspettavano fuori, pronti ad aggredirli con bastoni e violenze verbali. Gli attivisti non rischiano la vita né sacrificano il proprio tempo per le attività di un movimento sociale, se non ritengono di avere un buon motivo per farlo…Il denominatore comune della maggior parte dei movimenti è  l’interesse…ciò che distingue un movimento da una semplice manifestazione di protesta è la capacità di sostenere l’azione collettiva contro gli antagonisti.

La Treccani cita  inoltre diverse tipologie di movimenti. Questo sembra il paradigma di quei movimenti cosiddetti espressivi: quelli il cui rapporto con le istituzioni è in fase emergente e improntato all’opposizione. Si tratta di movimenti instabili nella forma e spesso effimeri. Poiché le loro rivendicazioni il più delle volte sono circoscritte a un singolo tema o a una singola campagna, spesso i movimenti come tali scompaiono dopo che le tematiche attorno alle quali si sono organizzati diventano superate. Ancora più spesso, però, dopo la fase di emergenza iniziale, essi mutano il loro carattere passando a una forma più stabile di interazione con le autorità o con le élites. In sostanza stiamo assistendo a un movimento, nato da qualche giorno a Bologna in piena campagna elettorale con una manifestazione anti Salvini, che si dichiara non schierato partiticamente, ma appoggia in Emilia Romagna il candidato PD Bonaccini, ma che però non ha un suo programma politico. Se fossi stato oggi un ventenne e fossi voluto andare in piazza San Giovanni forse non mi sarei accontentato di sostenere un movimento del quale si sa solo da dove è partito, ma non sa dove voglia andare ed eventualmente come ci voglia arrivare. Peraltro lascia perplessi il fatto che l’unica certezza delle Sardine e cioè l’opposizione al populismo e al sovranismo, in particolare della Lega, sia diretto a chi sta oggi all’opposizione. Comunque rimango fiducioso di conoscere al più presto quali siano le idee del nuovo soggetto,  sempre che non sparisca prima, inghiottito da qualche forza politica di sinistra che al posto della formazione delle vecchie scuole di partito sta pensando di svezzare sul campo quattro giovani dal radioso futuro parlamentare.

Teoria dell’efficacia dell’ordinamento giuridico

Il legislatore raggiungerà o tenterà di raggiungere lo stato sociale che desidera, collegando al comportamento umano, ritenuto (dal legislatore) socialmente nocivo, un determinato atto coattivo dello Stato. Ed è con la minaccia di tale atto coattivo, avvertito dai sudditi come un male da evitare, che l’ordinamento giuridico persegue l’intento di indurre gli uomini a tenere un comportamento contrario (quello desiderato).

Questo noioso inizio del post affonda le sue ragioni in complessi studi di filosofia del diritto. In sostanza il Sistema Giustizia funziona se i cittadini ne percepiscono la minaccia insita nei suoi propositi punitivi. Ovviamente tale teoria si dovrebbe intendere con l’equilibrio sempre necessario quando si parla di giustizia.

Patteggiare reati non commessi

Mi imbatto in un articolo de la Stampa dove si racconta di un gruppo di imputati, in un processo ancora da concludere per la vicenda cosiddetta “rimborsopoli” a Torino, che ha deciso di rinunciare alla prosecuzione nei successivi gradi di giudizio, chiedendo il patteggiamento. Sembrerebbe una normale circostanza che avviene quotidianamente in tutte le aule dei Tribunali italiani, tuttavia così non è. Tra quegli imputati che patteggeranno ce ne sarà qualcuno colpevole la cui posizione è giuridicamente più o meno compromessa e qualcun altro che, da innocente, per effetto della nuova legge pentastellata cosiddetta “spazzacorrotti”, senza aver commesso reati si farà condannare ugualmente, rinunciando al proprio diritto di difendere le proprie ragioni in Tribunale. In sostanza qualcuno preferirà essere condannato, anche se da innocente, pur di non rischiare di finire in galera. Infatti, nel caso specifico  il reato di appropriazione indebita passa dalla reclusione fino a 3 anni a quella da 2 a 5 anni non beneficiando quindi della condizionale. Sembrerebbe un effetto collaterale previsto e prevedibile, una sorta di perdita calcolata sotto il fuoco amico se fossimo in guerra, ma è peggio di così.

Giustizialismo giacobino

Il giustizialismo grillino, di solito valido per gli altri e non per i propri accoliti, non si è accontentato. In un silenzio spettrale di stampa e TV, Il Ministro Bonafede sta cavalcando al galoppo la riforma sull’eliminazione della prescrizione dopo il primo grado di giudizio dal 2020. Le motivazioni del Ministro a cinque stelle sono: “Tempi brevi della giustizia ed eliminazione delle isole di impunità” che la prescrizione può creare: “È questo quello che interessa ai cittadini” .
Strana circostanza quella odierna tra M5S e Pd, visto che nell’ottobre 2018 Alfredo  Bazoli capogruppo all’epoca in Commissione Giustizia per il PD dichiarava: «Sono preoccupato e sconcertato dal proposito annunciato dal ministro Bonafede di inserire nella legge anticorruzione un emendamento che introduce l’interruzione della prescrizione per tutti i processi penali dopo il primo grado di giudizio». Ma si sa, il teatro dell’assurdo non gode di alcuna prescrizione.

Conclusioni

In sostanza, al di là delle valutazioni tecnico-giuridiche che attizzeranno gli esperti del campo, per eliminare geograficamente le “isole di impunità” di Bonafede, tanto vale realizzare interi continenti di espiazione per innocenti. Questi ultimi, evidentemente in numero enormemente superiore ai primi, verranno sottoposti a un supplizio senza fine che li indurrà a confessare reati mai commessi pur di interrompere un infinito gioco al massacro sulla propria esistenza. Il tutto per far sì che il popolo gioisca davanti alla decapitazione di un reo: l’importante è “Imporre la virtù, anche con la forza” come diceva Robespierre…

L’allergia ai perché: Liliana Segre e l’uomo forte.

La statistica e le emozioni

La statistica registra o provoca emozioni? In questo caso entrambe le cose.

Il rapporto annuale CENSIS si è espresso!

http://www.censis.it/rapporto-annuale/il-furore-di-vivere-degli-italiani

Nello stesso sito web sono disponibili i risultati commentati in modo divulgativo senza tassi, varianze, deviazioni standard. Tra i vari dati è emerso il seguente: Il 48% degli italiani oggi dichiara che ci vorrebbe un «uomo forte al potere» che non debba preoccuparsi di Parlamento ed elezioni (e il dato sale al 56% tra le persone con redditi bassi, al 62% tra i soggetti meno istruiti, al 67% tra gli operai).

La corsa all’indignazione è scattata come un elastico teso e poi mollato di botto. Ogni anno la presentazione del rapporto suscita reazioni anche se i dati non sono tanto diversi dall’anno precedente, come ho già scritto in un post di circa dodici i mesi fa. I Tg quasi a reti unificate hanno trasmesso lo spezzone dove Liliana Segre, imbeccata sul suddetto dato statistico, ha dichiarato: “Chi vuole l’uomo forte al potere non l’ha provato, non sa di cosa parla” con grande soddisfazione degli indignati e indignanti di professione.

https://www.corriere.it/economia/consumi/cards/rapporto-censis-2019-italiani-stressati-diffidenti-affascinati-dall-uomo-forte/italiani-vittime-stress_principale.shtml

Se una donna di ottantanove anni che ha vissuto il fascismo e il nazismo da ebrea sulla propria pelle nel vero senso della parola, dichiara tutto questo non solo non è strano, ma non è neanche una notizia. L’ovvietà, anche su temi del passato che banali non potranno mai essere, è utilizzata giornalisticamente per evitare di affrontare altre questioni che quei dati dovrebbero suscitare nel nostro presente. La Senatrice a vita nella sua lapidarietà ha solo espresso, durante la sua visita al memoriale della Shoah, il suo senso di disagio tutto volto alla propria terrificante esperienza e a quella di milioni di altri esseri umani e quindi non può essere né valutata né commentata perché è come giudicare un grido di dolore. Se ne può solo prendere atto anche se un’altra cosa sarebbe fattibile, anzi doverosa e non certo da parte sua: porsi dei perché. Se oggi, non nel 1934, il 48% del campione intervistato si dichiara a favore di un uomo forte, senza in massima parte mai aver conosciuto il fascismo, ci saranno dei motivi? Qualcuno se li è posti? Se li doveva porre la Senatrice Segre o la classe politica e amministrativa che in questi anni, oltre a gridare al “rischio fascismo”, (…magari trasformando in reato il possesso dei souvenir di Mussolini), avrebbe dovuto interpretare il disagio degli italiani? Qualcuno si è preoccupato di analizzare i bisogni del Paese, magari partendo proprio dalle statistiche del CENSIS, invece di inveire contro lo “sporco fascista” nascosto dentro ognuno di noi? Non dimentichiamoci che quella parte nero notte acquattata nell’anima di ognuno, così come accaduto quasi cent’anni fa, emerge quando il disagio sociale economico e di valori è diffuso, forte e soprattutto sottovalutato. È di grande attualità l’indignazione per la sottostima del rischio fascismo, nazismo, razzismo, ma la sottovalutazione del disagio di una nazione non sembra interessare i politici, i giornalisti, gli amministratori pubblici e chiunque altro debba prendere decisioni per il Paese.

La vocina dei numeri

È più semplice stigmatizzare la punta dell’iceberg che affrontare ciò che è nascosto sotto il mare. Lo stesso rapporto CENSIS con altri dati fornisce informazioni sui bisogni espressi dagli italiani:

L’incertezza è lo stato d’animo con cui il 69% degli italiani guarda al futuro, mentre il 17% è pessimista e solo il 14% si dice ottimista.

Il 69% degli italiani è convinto che la mobilità sociale sia bloccata. Il 63% degli operai crede che in futuro resterà fermo nella condizione socio-economica attuale, perché è difficile salire nella scala sociale. 

Il 64% degli imprenditori e dei liberi professionisti teme invece la scivolata in basso.

il 74% degli italiani si è sentito molto stressato per questioni familiari, per il lavoro o senza un motivo preciso.

Il 75% degli italiani non si fida più degli altri, il 49% ha subito nel corso dell’anno una prepotenza in un luogo pubblico (insulti, spintoni).

Il 76% non ha fiducia nei partiti (e la percentuale sale all’81% tra gli operai e all’89% tra i disoccupati).

Intolleranza ai perché

A fronte di tutto questo sembra contare solo la mirabile suddivisione tra sinistra e destra di Corrado Augias in pensatori vs. idioti, citata nel mio post precedente,(complice Pierluigi Bersani), o la “risolutiva” legge Fiano contro l’apologia di fascismo, oppure l’alzata di scudi giornalistica contro un titolo del Corriere dello Sport ritenuto offensivo se non razzista. Si sta diffondendo una strana forma di intolleranza allergica ai perché delle cose. Se qualcuno osa chiedersi come mai avvengono alcuni fenomeni viene dimenticato o tacciato di autoritarismo. Forse è il caso di una terapia desensibilizzante contro l’intolleranza ai perché…


Augias e Bersani a diMartedì su La7

Desidero ringraziare Giovanni Floris, conduttore del programma TV “diMartedì” su La7, per aver invitato Corrado Augias in compagnia di Pier Luigi Bersani. 

https://video.corriere.it/politica/corrado-augias-tv-essere-destra-facile-significa-seguire-istinti-quelli-sinistra-usano-piu-ragionamento/f8a87816-0bab-11ea-a21c-9507e0a03cd5

Applicando con perfetta coerenza l’Articolo 2 del Testo Unico dei Doveri del Giornalista ricercando, raccogliendo, elaborando e diffondendo con la maggiore accuratezza possibile ogni dato o notizia di pubblico interesse secondo la verità sostanziale dei fatti. Non vorrei che le mie parole fossero intese come sarcastiche: Floris nel mostrare il passaggio televisivo di Augias, sulla differenza tra chi è di destra e chi è di sinistra, ha davvero squarciato con inequivocabile semplicità l’idea corrente di molti. Non importa il deficit di autorevolezza di Augias e il suo discettare basico su destra e sinistra, ma egli ha fornito un grande servizio pubblico nell’evidenziare a tutti l’avvilente povertà di pensiero che domina lo stereotipo della sinistra. Grazie alla sua interpretazione e al goffo solito tentativo di edificare muri tra chi ragiona (…solo se è di sinistra) e chi usa l’istinto (…solo se è di destra) che personaggi come lui, il suo co-invitato Bersani e altri superstiti di blandi tentativi di rottamazione, sopravvivono ancora alla realtà. Soprattutto resistono all’ineluttabilità della storia. La realtà è il presente e la storia è solo il racconto retrospettivo di un reale già avvenuto, ma per Augias evidentemente quest’ultima non esiste e di conseguenza neanche la realtà del presente. Se “l’intellighenzia” di sinistra si distinguesse davvero per l’uso di un impianto culturale forse leggerebbe meglio la realtà quotidiana, rinunciando alle solite strategie propagandistiche e i primi a farne le spese sarebbero proprio i Bersani, i D’Alema e lo stesso Augias che dovrebbero rinunciare alla retorica per un illuminismo pragmatico che lo metterebbe in ginocchio autorottamandosi.

Un bell’articolo di Bruno Giurato  su Linkiesta citava nel 2017 Emilio Villa, grandissimo artista, poeta, biblista (da non confondere assolutamente con l’omonimo Emilio Villa, collaboratore della triste e tragica rivista “Difesa della razza”). 

https://www.linkiesta.it/it/article/2017/11/10/ridateci-gli-intellettuali-snob-e-servi-del-potere/36110/

Villa scrisse un libercolo, La danza dei cadaveri. La fiera dei venduti nel 1978, a penna su un taccuino, senza nemmeno un punto, tutto in minuscole, destinato a una circolazione tra pochi amici e oggi edito da De Piante. Così definiva le attività degli intellettuali dell’epoca: “mercanti premiaioli intrallazzatori di ministeri, di cattedre, di sedie, di editoria, di assessorati, di uffici tecnologici mobilifici bancari scolastici pubblicitari, di forme neopuristiche, iristiche, pirellistiche, olivettistiche, fiatistiche e altre e altro”. 

La semplificazione di Augias, che rappresenta in pieno il pensier(ino) di molti, fa rimpiangere quegli intellettuali descritti da Villa e, come scritto dal giornalista de Linkiesta,“Ridateci gli intellettuali snob e servi del potere”.

Distrazione di massa

Clima piovoso. Tutta Italia sguscia tra pozzanghere, porfidini viscidi e grondaie intasate dalle foglie. Il rumore costante della pioggia  stimola a rimanere sotto strati di plaid e piumoni pur di non affrontare le mattinate feriali sotto l’acqua. Il maltempo è l’ideale per distrarsi dalle cose reali che nel frattempo continuano ad avvenire, anche se occultate dalla nostra distrazione. Qualcuno lo sa molto bene. Ogni volta che le cose vanno male, per non dire malissimo, e al governo c’è la sinistra “de noartri”, parte una campagna di distrazione di massa. Come in una prevedibile perturbazione autunnale dagli arsenali si mobilitano emergenze razzismo, terrorismi nazisti e impellenze fondamentali come lo ius soli. La pioggia induce a rimanere chiusi in casa al calduccio e l’indignazione pilotata invoglia a non pensare alle cose realmente urgenti di un Paese vittima di sé stesso e, come direbbe Gianni Canova, della propria ignorantocrazia. Quest’ultima va intesa come potere che ignora e che si affanna a distrarre in ogni modo le persone purché ignorino. La questione del mercato del lavoro, a cui si aggancia il dramma dell’Ilva di Taranto, la totale disconnessione tra fiscalità e mondo reale, il sistema giustizia che è sempre più simile a un tritacarne, sono temi di cui evidentemente si ha paura di parlare o di farlo sulle prime pagine. Meglio distrarre le masse con il pesce azzurro. Banchi di sardine, guidati dalla stessa mano sinistra che mena il can per l’aia sull’indignazione di massa,  nuotano da una piazza all’altra con in testa un unico scopo: demonizzare Salvini. E quando, ammesso che ci riescano, il diavolo sarà ricacciato all’inferno a suon di pinnate, torneremo a parlare di come affrontare i problemi reali? Non credo. Penso che si andrà alla ricerca di qualche altro Salvini da disegnare a testa in giù, da dare in pasto a qualche migliaio di ragazzini mentre, vestiti da pescetti,  festosamente continueranno a illudersi di difendere una democrazia che tale non è mai stata. Nel frattempo gente col faccione giocondo di Zingaretti continuerà ad abbarbicarsi a un potere che nessuna maggioranza elettorale, al netto di quelle parlamentari tra le più avvilenti, gli ha concesso. È tenero pensare che quei ragazzi usino come slogan io non abbocco quando non c’è n’è alcun bisogno: sono pesci già nati e cresciuti in una vasca da allevamento e i proprietari sono gli stessi di sempre.

 

Gli hate speech, stando alla definizione del dizionario Oxford, consistono in un intenso ed estremo sentimento di avversione, rifiuto, ripugnanza, livore, astio e malanimo verso qualcuno.

…Non va trascurato, infatti, il pericolo che nel sanzionare lo hate speech, si arrivi a limitare indebitamente la libertà di espressione, che non può non includere la libertà di polemica, anche aspra; occorrono criteri oggettivi e simmetrici, non soggettivi e asimmetrici; non si può vietare un certo comportamento o espressione sulla base del fatto che qualcuno afferma di esserne offeso, altrimenti si tutelano maggiormente gli intolleranti rispetto agli altri; anzi, coloro che si dicono “offesi” dalla pacifica manifestazione dell’altrui identità, cultura o religione, al fine di impedirla, attuano una forma di prevaricazione inaccettabile; dall’altra parte, non può essere in nessun modo accettabile, contro chiunque sia rivolta, una comunicazione volta ad attribuire falsamente comportamenti, atti o dichiarazioni, specialmente quando questi configurano dei reati; una recente sentenza della Corte di Cassazione che sostanzialmente tutela gli insulti diffusi attraverso i social media rischia di incentivare addirittura questi fenomeni;

Le considerazioni appena citate non sono estratte da un articolo de Il Secolo d’Italia, o da un discorso di un parlamentare leghista con tanto di elmo vichingo a Pontida. È scritto nella cosiddetta mozione Segre.

Roberto Saviano e la personalizzazione dell’odio. 

Roberto Saviano in un video per denunciare uno stato di odio verso la Senatrice a vita, promotrice della suddetta mozione, decide di calarsi, (…e non sarebbe la prima volta) nei panni di un hate speech, così come definito all’interno della medesima mozione. Forse la sua è stata una dimostrazione di come non bisogna essere per contrastare i comportamenti di gente come gli ultras calcistici e gli estremisti di destra. O forse, si è lasciato un po’ andare, viste le critiche ricevute dai suoi odiati interlocutori, ma il tono nel video non era quello di un uomo in preda a una crisi nervosa. Io credo invece che l’odio espresso da Saviano in questo Paese venga misurato con due pesi e altrettante misure. Se si dichiara pubblicamente che uno che la pensa diversamente sia uno “schifoso” il giudizio etico cambia a seconda del bersaglio. Se non si è allineati al “pensiero unico” l’essere considerato schifoso è solo una critica,  ma se si fa parte della grande famiglia del politicamente corretto e qualcuno ti dice su un social che fai schifo tutto cambia. 

Dopo un rimpasto di Giunta al Comune di Napoli è emerso che la neo assessora alla cultura Eleonora De Majo nel recente passato, aveva affermato che il ‘sionismo è nazismo’, paragonato l’allora premier israeliano Netanyahu a Hitler, definito il governo israeliano ‘un manipolo di assassini’ e gli israeliani ‘porci, accecati dall’odio, negazionisti e traditori finanche della vostra stessa tragedia’, riducendo il numero degli ebrei assassinati nella Shoà a 4 milioni”

https://napoli.repubblica.it/cronaca/2019/11/13/news/napoli_comunita_ebraica_sconcerto_per_la_nomina_di_eleonora_de_majo_-241005707/

Premesso che associare la parola “cultura” alle suddette affermazioni è paradossale, tutto questo a livello mediatico non è stato minimamente considerato hate speech.

Un giornalista, Fausto Biloslavo, aggredito e insultato da estremisti di sinistra all’Università di Trento che volevano impedirgli di parlare accusandolo di essere “fascista”, si è giustamente chiesto: «La neonata Commissione per il no all’antisemitismo e al razzismo si batterà contro “l’intolleranza, l’istigazione all’odio e alla violenza” si spera senza distinzione di parte. Lo farà a Trento dove una banda di squadristi rossi mi ha impedito di parlare la prima volta e ha reso un caos la seconda con urla e messaggi di odio, intolleranza e violenza?».

Illuminismo

La mia opinione, a differenza di chi si indigna a senso unico per l’odio (…e poi si uniforma) magari invocando la galera per gli altri, è che tentare di normare il tenore dell’espressione di un’idea sia pura follia. Condannare mediante la libera espressione è sempre lecito, ma già i codici di legge definiscono i confini di ingiuria, diffamazione e calunnia.  Pensare di graduare la sanzionabilità di un’espressione di odio a secondo dell’argomento o addirittura di chi la esprime ha un amaro sapore orwelliano. 

Santo Illuminismo quando si affermava che “per capire chi vi comanda basta scoprire chi non vi è permesso criticare.”…

Premonizioni della Commissione Europea

Sono cresciuto in un clima industriale. Mio padre e mio fratello hanno passato la loro esistenza nel mondo dell’acciaio. Laureato in Economia e Commercio il primo e ingegnere il secondo hanno segnato con i loro racconti la mia infanzia. Falck e Italsider (Ilva), erano di casa a tavola la sera e il fascino del mio passato prende il sopravvento e mi porta a esprimere alcune considerazioni.

Era il giugno del 2013 e la Commissione Europea già lanciava l’allarme sulla crisi continentale dell’acciaio: “L’industria siderurgica europea si trova a subire contemporaneamente gli effetti di una scarsa domanda e di un eccesso di capacità su un mercato dell’acciaio globalizzato; al tempo stesso deve sopportare prezzi elevati dell’energia e ha bisogno di fare investimenti per adeguarsi all’economia verde e produrre prodotti innovativi.” E poi continua a proposito di produzione e quote di mercato: “La Cina domina oggi la produzione mondiale di acciaio: la sua produzione di acciaio grezzo, pari al 39% del totale dell’Asia nel 2000, è salita al 71% nel 2012. Questo aumento della produzione ha determinato un eccesso di capacità sul mercato interno cinese e fatto sì che il paese, un tempo importatore netto, si trasformasse nel maggiore esportatore di acciaio a livello mondiale. L’industria siderurgica cinese rappresenta attualmente quasi il 50% della produzione mondiale di acciaio.

Quindi, in poche parole, in Europa si produceva troppo acciaio con costi energetici troppo alti anche in termini di sostenibilità ambientale vista la produzione asiatica anch’essa eccessiva, ma a costi più bassi per motivi di deregulation. 

Le reazioni italiane

Da allora, in Italia, ben cinque governi e quattro Commissariamenti industriali hanno fatto poco o nulla per prendere sul serio la relazione della Commissione Europea. Solo nel 2018 un gruppo industriale franco-indiano Arcelor Mittal firmò un accordo con il Governo Gentiloni, a fine mandato, secondo cui i futuri acquirenti e/o Commissari, per poter attuare il piano ambientale della fabbrica, con un investimento di due miliardi di euro, sarebbero rimasti immuni da vicissitudini giudiziarie derivanti dal passato, a loro evidentemente estranee. Questo è stato il primo atto più concreto di consapevolezza di una situazione industriale diventata difficilissima da parte di un Governo. Ma nel luglio 2018 l’allora Ministro per lo sviluppo economico  Luigi Di Maio prima avviò un’indagine circa la legittimità della gara d’assegnazione dell’Ilva a Arcelor Mittal, dichiarando un mese dopo: “Se oggi, dopo 2 anni e 8 mesi, esistessero aziende che volessero partecipare alla gara, noi potremmo revocare questa procedura per motivi di opportunità. Oggi non abbiamo aziende che vogliono partecipare, ma se esistesse anche solo una azienda ci sarebbe motivo per revocare la gara”.

All’interno del dl crescita, nel maggio 2019, si avanzò l’ipotesi di eliminare lo scudo penale e di mettere i vertici Ilva, presenti e passati, di fronte alle loro presunte negligenze e responsabilità retroattive. Centosessantotto senatori lo scorso 23 ottobre hanno votato  a favore dell’eliminazione dello scudo penale sull’ex Ilva ad Arcelor Mittal. Si è trattato del voto favorevole ovviamente di senatori dell’attuale maggioranza del M5S e sorprendentemente di Pd, Leu, Gruppo Misto ed Italia Viva di Renzi che hanno accolto un emendamento presentato dalla grillina Lezzi, visto che erano gli stessi gruppi parlamentari protagonisti della sottoscrizione dell’accordo di segno completamente opposto con Arcelor Mittal, durante il precedente Governo Gentiloni nel 2018.

Imprenditori, Stato e interessi socio-sanitari

Non si sa quale imprenditore straniero, sano di mente, potrebbe decidere di investire in una nazione dove si dice una cosa e poi si fa l’esatto contrario. Soprattutto chi investirebbe due miliardi di euro per risanare rischiando chiusure coatte degli stabilimenti da parte della magistratura con relativo coinvolgimento giudiziario dei vertici aziendali, per fatti avvenuti decenni prima del loro arrivo. Una cosa però è certa: gli interessi, sia di salute che di lavoro, di circa ventimila persone con relative famiglie il cui destino doveva essere preso in considerazione dai Governi italiani ben prima del 2013 e comunque almeno da allora, visto l’allarme della Commissione Europea, sono passati totalmente inosservati.

https://www.panorama.it/news/politica/tolto-lo-scudo-legale-ad-arcelormittal-sullex-ilva/

https://www.panorama.it/economia/ilva-taranto-storia-tappe-fallimento-italia-tumore-ambiente/

https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:52013DC0407&from=EN