Piove! Dopo settimane di siccità si rivede l’acqua. Riemergono i fantasmi, non al tempo del colera, ma del Covid19, un po’ come la passione raccontata da Gabriel Garcia Marquez di Florentino Ariza che confessa a Fermina Daza di essere ancora innamorato di lei a distanza di oltre mezzo secolo. Sembra che anche oggi i morti e sepolti si tengono in vita artificialmente con la forza dell’ossessione. Passeggio sotto i portici con il mio Green al guinzaglio e noto all’esterno di un’edicola chiusa un manifestino nel quale LaRepubblica pubblicizza al prezzo popolare di nove euro e novanta un libro di un certo Francesco Filippi dal titolo: Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo. Mi torna subito in mente quella frase pronunciata spesso da mia madre. Lei, anno 1919, è stata testimone oculare di quel periodo. La sua età le ha consentito di vivere e costruirsi un’opinione, seppur soggettiva. Nel proferire quella formula non intendeva ergersi in alcun giudizio storico/politico. Esprimeva a distanza di decenni la sua esperienza di ragazza vissuta in tempi di guerra e distruzione sotto un regime totalitario. Oggi, se fosse viva, avrebbe centouno anni e non trentanove come il giovane autore del suddetto volume. Ho provato a capire di più e sono andato sul sito di LaRepubblica: https://www.repubblica.it/robinson/2020/02/13/news/mussolini_ha_fatto_anche_cose_buone-248429778/

Non è servito a molto. L’articolo, come prevedibile, è una semplice recensione in formato propagandistico che incensa lo “smascheramento” delle fake su luoghi comuni tipo “i treni passavano in orario“ o “Mussolini ha dato la pensione agli italiani” e auspica l’utilizzo del volume a fini didattici, come fosse la Divina Commedia o i Promessi sposi. Addirittura secondo il giornalista, cito l’articolo: “dovrebbe essere adottato nelle scuole, come fondamentale compendio della storia del ‘900, ma non solo. Il testo insegna un metodo di indagine utile per smontare non solo le falsità del passato, ma le bufale contemporanee.”

A parte il divertimento che mi pervade leggendo il suggerimento di innalzare l’opera suddetta a classico da adottare nelle scuole, mi assale un dubbio atroce che nulla ha a che fare con il contenuto del libro. Premetto che non l’ho letto, ma dall’articolo è facile farsene un’idea sommaria e quindi mi chiedo: siamo certi che nel 2020 a qualcuno, a parte gli editori e i redattori di Repubblica, interessi veramente se i treni di Mussolini dopo il 1922 arrivavano in orario o se quest’ultimo ha realmente bonificato le paludi pontine? Siamo proprio convinti che i fascismi di oggi siano la copia carbone di quello della marcia su Roma, fatta da braccianti con i calzoni alla zuava e con le divise rattoppate della Grande Guerra? Quei signori di Repubblica  pensano davvero, lanciando un volumetto di uno “storico” trentanovenne, di fermare il pericolo “incombente” di un revival fascista spiegando ai bambini in età scolare che “il ventennio” del secolo scorso è stato l’origine di tutti gli imbrogli di oggi e che tutti rischiamo di ricadere a breve sotto una  nuova dittatura nera dalle fregature solenni? Oggi i problemi prioritari del nostro Paese sono davvero i siti web “neri” che propagandano cazzate surreali pari solo a quelle dei siti ultracomunisti e antagonisti di analogo peso culturale? Non pretendo che il signor Filippi, in nome del suo smontaggio delle falsità del passato o delle bufale contemporanee, si dedichi a ciò che ha rappresentato (e ancora rappresenta) lo stalinismo e il maoismo nella pseudocultura di molti giovani, ma almeno mi aspetto che suoi editori la piantino di prendere in giro il prossimo con la loro ossessione sul fascismo del ventennio, che peraltro Eugenio Scalfari ha conosciuto bene essendone stato, al tempo, un acceso sostenitore. Se scrivessi un volume sulla rievocazione delle atrocità avvenute in occasione della colonizzazione della Libia nel 1911 ad opera del governo Giolitti, non mi filerebbe neanche il portinaio della sede di Repubblica, eppure i fatti non erano tanto distanti dal ventennio fascista. Ma Giolitti non ha lo stesso appeal di Mussolini. Se proponessi all’autore di cui sopra di sventare le fake che vogliono i comunisti di sempre contro ogni conflitto e a favore della pace universale, gli chiederei di scrivere insieme a me un saggio sulla soddisfazione di Karl Marx, ottant’anni prima, in merito all’occupazione coloniale dell’Algeria da parte della Francia, ma anche di questo evidentemente non fregherebbe niente a nessuno ed è giusto che sia così. Per cui cito la suggestiva frase tra di rito trovata al fondo dell’articolo sul portale di LaRepubblica, attribuita a Carlo Verdelli: “La Repubblica si batterà sempre in difesa della libertà di informazione, per i suoi lettori e per tutti coloro che hanno a cuore i principi della democrazia e della convivenza civile

Così, tanto per sentirmi più al sicuro…

Treccani

Come riportato dalla Treccani online Il saltimbanco ha due diversi significati che potrebbero essere non esclusivi. Anzi, uno potrebbe coadiuvare l’altro. Un saltimbanco, ad esempio, esibendosi in pubblico con giochi di agilità, di forza e di destrezza, potrebbe farlo per raggiungere il successo personale, con assoluta mancanza di serietà e credibilità. Tutto ciò nell’anno 1100, ma anche, e soprattutto, nell’anno del Signore 2020. Oggi le corti dei feudatari o dei re sono più simili a studi televisivi e i talk show hanno sostituito le grandi sale dei castelli. Gli attuali acrobati attraverso la propria immagine si guadagnano da vivere esattamente come quelli medioevali, spesso sforzandosi di dare un’immagine forzatamente ideologica di sé. Ad esempio, se per vivere faccio il vignettista e per poter continuare a farlo devo mostrarmi in TV il più possibile, cosa posso offrire per farmi invitare continuamente e in ogni trasmissione? Una bella immagine vintage da comunista anni ‘70 con tanto di camicia maoista e spillette con stella a cinque punte! Tutte le volte che si genera un’occasione di spararla grossa non me la faccio scappare, indipendentemente dalla serietà del tema trattato: se rivendico il diritto a cazzata anche dai francesi in merito alla querelle della pizza italiana insultata dai transalpini con il Covid19, suscitando l’ovvia indignazione generale, mi sono guadagnato l’invito alla trasmissione successiva. Se, dopo questa performance, mi garantissero un invito perpetuo fino alla fine dei miei giorni, con l’unica condizione di presentarmi vestito da impavido balilla, probabilmente lo farei senza pensarci due volte, pur di continuare a vivere delle cazzate che rivendico e riverso pure nelle mie vignette. Il problema non è certo lo spirito giulivo del personaggio che si espone in televisione per interesse personale, ma la sua deriva. Un conto è il vignettista sovietico o il giornalista/scrittore/critico d’arte/politologo/vaticanista o semplicemente tuttologo, ma incazzoso, un conto è un terrorista già condannato che, invitato in una trasmissione televisiva, non certo per ammettere a fini giornalistici le proprie responsabilità su fatti di sangue, inveisce, insulta, gesticola rispondendo alle ovvie provocazioni di altri ospiti e poi rivendica la sua preferenza a sporcarsi le mani di quello stesso sangue, piuttosto che lavarsele con l’acqua, come Pilato. Dopo tutto questo, giustificandosi con il fatto che si trattava di una dotta citazione letteraria nel tentativo estremo di lavarsele lui le mani nell’acqua, dopo aver urinato fuori dal vaso. Il fatto è che, anche se non sua, quella frase l’ha pronunciata davanti a milioni di persone e un tipo come lui se ha detto ciò che ha detto non era certo per tenere un seminario culturale di letteratura.

Questa è la deriva di chi utilizza saltimbanchi o menestrelli senza precauzioni d’uso e senza assumersi le responsabilità del dei danni prodotti offendendo, più che divertendo, il pubblico.

La risata, il divertimento liberatorio sta proprio nello scoprire che il contrario sta in piedi meglio del luogo comune… anzi, è più vero… o almeno, più credibile. Dario Fo almeno su questo non aveva torto, purché la scoperta rimanga dentro il limite dell’oltraggio alla sofferenza di chi ha subito tragedie e non può divertirsi affatto.

Sono bloccato a casa per una delle mie solite coliche ureterali. In attesa di espellere calcoli cammino avanti e indietro tenendomi il fianco destro e ripenso a un articolo di Franco Bechis appena letto su il Tempo. 

https://www.iltempo.it/a-fil-di-spada/2020/02/27/news/medici-e-virologi-sul-coronavirus-dicono-morti-sono-anziani-quindi-sarebbero-morti-comunque-che-orrore-queste-frasi-1287678/#.Xlgk5mUtB60.twitter

È un analisi raggelante sul ruolo affibbiato ad anziani, ammalati cronici, pazienti oncologici gravi o terminali, traumatizzati magari in coma irreversibile e chiunque sia più esposto a infezioni. Chi afferma che di Coronavirus “Muoiono solo vecchi e già ammalati”, non sono solo le persone comuni che devono darsi una spiegazione ansiolitica di ciò che sta avvenendo, ma anche politici in vetrina e spesso anche le cosiddette “autorità sanitarie”. Certo, queste ultime lo dicono a partire da dati epidemiologici, magari con un minimo di eleganza in più, ma il concetto è sempre lo stesso: state tranquilli, tanto se morirà qualcuno sarà anziano e già messo male. Un ottimo meccanismo di rimozione collettiva della paura! In sostanza il problema esiste, ma è di qualcun altro, pazienza se il qualcun altro in questione è una persona come tutti, con familiari, amici e cari che soffrono per lui. Si è deciso di sacrificare mediaticamente un’intera fascia di popolazione relegandola al “danno accettabile”. “Tanto quelli morti per Coronavirus se ne sarebbero andati comunque” ci dicono in tutte le salse per placare il panico creato dalla politica e da un’informazione senza scrupoli nel non distinguere il dovere di cronaca con la diffusione di notizie prive di utilità se non addirittura di fondamento. A ciò, ahimè, non si sottraggono esimi colleghi medici che per un attimo di ribalta sparano con parole sbagliate magari cose giuste o, nel peggiore dei casi, informazioni assurde. Fino a oggi, proprio per non aumentare il numero di  quelli che le sparano grosse, non ho scritto nulla sul tema dominante di questi giorni e neanche questo post intende farlo, ma di malinconia sì. Quella malinconia che si prova a scoprire giorno per giorno come ci si dimentica di chi, solo perché vecchio e malato, è considerato un costo e non più una risorsa da difendere. Vecchi e malati lo siamo tutti da quando nasciamo e non lo vogliamo accettare. Passiamo un’intera esistenza a dribblare il fatto che ogni istante che passa si dirige verso ciò che saremo tutti. Tuttavia, come nel romanzo di Umberto Simonetta I Viaggiatori della sera, pensiamo di sbarazzarci delle nostre angosce rinchiudendo e poi eliminando coloro che per noi le rappresentano.
Mentre continuo a camminare cercando di non pensare agli spasmi del mio uretere, mi chiedo: se dovessi beccarmi il Covid19 alla mia età come sarei considerato dai vicini di casa? Di mezza età o vecchio? Sano o malato? Da salvare o sacrificabile?

Alice rise: «È inutile che ci provi», disse; «non si può credere a una cosa impossibile.» «Oserei dire che non ti sei allenata molto», ribatté la Regina. «Quando ero giovane, mi esercitavo sempre mezz’ora al giorno. A volte riuscivo a credere anche a sei cose impossibili prima di colazione.» scrisse Lewis Carroll nel suo Alice nel Paese delle Meraviglie a proposito del processo al Fante di cuori. Il Rettore dell’Università di Torino, alias la Regina di Cuori del Paese delle Meraviglie, sembra proprio convinto di qualcosa ai confini della realtà, ma andiamo con ordine.

Il 13 febbraio nell’aula “Borsellino” del Campus Einaudi è stato organizzato dall’ANPI un incontro dal titolo: “Fascismo, colonialismo, foibe”. All’esterno del Campus alcuni studenti del FUAN erano impegnati in un volantinaggio per contestare l’incontro. Un gruppo di antagonisti del Collettivo Universitario Autonomo ha cercato di entrare in contatto con quelli del FUAN, non certo con intenzioni pacifiche, ma le forze dell’ordine si sono frapposte con una carica. Risultato: 15 denunciati, 4 poliziotti e due guardie giurate ferite e tre arrestati. https://torino.corriere.it/cronaca/20_febbraio_13/foibe-scontri-all-universita-occupato-rettorato-91468b4e-4e87-11ea-977d-98a8d6c00ea5.shtml

A Torino sono cose che capitano di frequente e, secondo una logica legata agli esiti delle cronache passate, la questione inizierebbe e finirebbe qui. Invece il trionfo dell’assurdo doveva ancora avvenire. In seguito a quel fatterello il Rettore, Stefano Geuna, avrebbe fatto la seguente proposta alle Associazioni studentesche: obbligarsi a sottoscrivere l’impegno a rispettare i principi di democraticità, libera partecipazione, antirazzismo, antisessismo e antifascismo.
https://www.lastampa.it/torino/2020/02/18/news/l-universita-spazi-solo-a-chi-firma-una-dichiarazione-di-antifascismo-e-antirazzismo-1.38484914

Vorrei, come Alice, svegliarmi dal sogno e andare a casa a prendere un tè, invece è tutto vero! Bene, visto che non riesco a svegliarmi dalla realtà, mi piacerebbe sapere quali potrebbero essere i criteri oggettivi pensati dal Rettore e da inserire nell’impegno da sottoscrivere su cosa sia o non sia antirazzista, antisessista, antifascista e, soprattutto, chi sarebbe il giudice super partes che deciderebbe sulle condotte di ognuno in base ai suddetti criteri. Il Rettore stesso? Un “Comitato di Garanti”? Un Tribunale del popolo o quello della Regina di cuori nel Paese delle Meraviglie? Già, perché ad esempio nella visione delle cose di quei “democratici” che cercano di impedire costantemente la libera espressione di chi non la pensa come loro, basta poco per appioppare a chiunque la patente di fascista, razzista, sessista o più semplicemente antidemocratico. E cosa c’è di più democratico di intimidire o eventualmente sprangare ogni forma di libera espressione di chiunque si dichiari diverso dal loro set di nozioncine politiche “attaccate con la sputazza”, si direbbe nella mia città di origine?

Che alcuni post-adolescenti, nostalgici di ricordi anni 70’, mai vissuti vista la loro età, vogliano decidere su chi è razzista e chi non lo è non è strano, al massimo ingenuo per non dire ovvio. Che invece un Rettore intenda adeguarsi con una liberatoria firmata, dettando le regole del pensiero, lascia almeno stupiti, come il non senso di Carroll nel suo romanzo lisergico. 

Sentenza prima, verdetto poi” disse la Regina di cuori nel Tribunale del Paese delle Meraviglie dell’Università di Torino…

A volte ci si stupisce davanti alle cose belle, soprattutto se nascono in un ambiente ostile. Immaginare che esista qualcosa o qualcuno pronto a dimostrare con i fatti una virtù umiliata da sistemi distorti come quello della giustizia, mi fa sentire meglio. Leggo sul Corriere della sera una notizia su un magistrato o magistrata che voglia dirsi: un Pubblico ministero presso la Procura dei minori di Milano, ha presenziato alla seduta di laurea di un giovane, ormai ventisettenne, che aveva fatto condannare anni prima per numerosi reati. 

https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/20_febbraio_13/daniel-bullo-educatore-pm-che-condanno-va-sua-laurea-e2a06a04-4e88-11ea-977d-98a8d6c00ea5.shtml

Il giovane, all’epoca dell’arresto, refrattario a ogni forma di regola di convivenza, già in carcere aveva intrapreso un percorso di recupero aiutato da docenti e dal parroco della Casa circondariale, fino a diventare un educatore nel campo del bullismo. Dopo un difficile reinserimento a suon di affidamenti in comunità si è laureato all’Università Cattolica in Scienze della formazione. Il magistrato in questi anni ha addirittura accompagnato la conversione del giovane in molti dei suoi successi. La dottoressa, della quale non sappiamo il nome perché, probabilmente per sua scelta, non è voluta apparire, compare di spalle in una foto mentre stringe forte il ragazzo con la corona di alloro sulla testa. Un esempio autentico di serietà professionale, umanità, impegno sociale e umiltà. Uno spaccato di società civile vero, meravigliosamente concreto. Il ragazzo, originario di Quarto Oggiaro, una periferia difficilissima di Milano, ha potuto contare anche su una famiglia sempre al suo fianco che è stata supportata da pezzi di istituzioni che hanno fatto ciò che ci si aspetta da esse: rappresentare un sostegno reale per poter tornare a camminare da soli. Quel Pubblico ministero ignoto ha incarnato tutto quello che ognuno si aspetta dalla Giustizia con la “G” maiuscola: rigore, umanità, sobrietà e soprattutto coscienza. Il risultato è qualcosa di concreto, non fiumi di demagogia liquida sul concetto astratto di legalità. Questa è una storia di autentica legalità, non quella di indignati che si scandalizzano nelle piazze o nei Talk show o di ex magistrati diventati parlamentari, anche se sempre stati politici o cinici esecutori. È una legalità conquistata sul campo, lontano da riflettori, con l’applicazione severa della legge e con il garantismo senza ipocrisia di chi è consapevole di ciò che significa togliere la libertà a qualcuno. La dottoressa ha alienato la libertà a un giovanissimo che ha sbagliato, per poi, dopo anni di impegno, dargli una libertà vera: quella di essere un uomo capace di stare al mondo.

Per favore, se sto sognando non svegliatemi!

Nessun uomo può essere processato due volte con la stessa accusa, per lo stesso reato.

La regola e l’eccezione convivono sempre quando in questo Paese il tema è la giustizia, anche se riprodotta in un teatro. Tuttavia stavolta la finzione è straordinariamente rappresentativa della realtà. Stamattina apprendo che al teatro Carignano, qui a Torino, andrà in scena lo “spettacolo” del processo “bis” a Bettino Craxi. 

https://torino.corriere.it/cultura/20_febbraio_08/craxi-processiamolo-teatro-47408a14-4ab2-11ea-b474-2022aed4301a.shtml

Il cast di attori e figuranti è d’eccezione: nella parte del Presidente della Corte Giancarlo Caselli, in quella dell’avvocato difensore Bruno Gambarotta, uno dei testimoni sarà nientepopodimeno che Pif e, udite udite, il Pubblico ministero Marco Travaglio. L’ideatrice dello spettacolo, Laura Salvetti Pirfo, ha dichiarato sul Corriere di Torino: «dalla rappresentazione non trapelerà il nostro giudizio su Craxi», ma ammette che sia da assumere come «presupposto innegabile» che il leader socialista «sia stato un latitante e non un esiliato, un uomo che i giudici hanno dichiarato colpevole». Le affermazioni dell’autrice brillano di una sinistra bizzarria, ma al tempo stesso sono la sintesi perfetta di ciò che in questi ultimi decenni ha rappresentato e ancora rappresenta una cospicua parte della giustizia italiana. “Assumere” Caselli, Pif, Gambarotta e soprattutto Travaglio come simulacro di un equo tribunale giudicante nella finzione del processo a Craxi è come nominare ufficialmente Andrea Agnelli a capo dell’Associazione Italiana Arbitri. Comunque, al di là della figura di Craxi, sulla quale sono già stati spesi fiumi di parole, colpisce l’intento apparentemente nobile di giudicare con una messinscena moraleggiante un fenomeno dalle radici così profonde e lontane nella storia, da essere connaturato nel genoma del genere umano. Il tema è l’illegalità diffusa e accettata della società italiana, come afferma l’autrice dello spettacolo o la sua patogenesi? Se tra i due casi vale solo e sempre il primo, allora è più agevole schierarsi a favore di un concetto astratto piuttosto che sporcarsi le mani per capirne la sua profonda crisi. Illudere gli indignati di turno che si tratti di una semplice lotta tra il bene e il male è ormai il giochino più in voga tra i teatranti della legalità. La finzione del Teatro Carignano riassume tutte le componenti reali di quel tipo di giustizia: lo sfregio alla terzietà di chi giudica, la rappresentazione scenica dell’espiazione e la messa in cattedra di chi si (auto)definisce paladino della morale, campando della propria autoreferenzialità. È inutile ricordare che tali distorsioni non rappresentano solo la giustizia, ma anche e soprattutto la politica di oggi. Tolto Caselli, che almeno il magistrato l’ha fatto nella realtà, tutti gli altri brillano di quell’autoreferenzialità conquistata sul campo del culto di sé stessi. Il loro voler continuamente apparire diversi a tutti i costi dal mondo “illegale” che intendono contrastare con chiacchiere, spesso suggestive, conferma invece la loro appartenenza a un mondo, che magari non ci piace, ma reale, fatto di avvilenti compromessi e furbizia per galleggiare sulla superficie, anche a vantaggio della propria notorietà. Loro professano invece una Città del sole tipica delle società utopiche che per definizione contrastano con la natura umana e tutto questo solo per sentirsi migliori degli altri.
Inutile citare l’ovvio disappunto della figlia di Bettino Craxi per questa iniziativa, ma trovo interessante riportare le sue parole in merito al giudizio politico su suo padre che il teatro (…dell’assurdo) vorrebbe ridiscutere, al netto degli atti giudiziari già scritti:

«La storia ha già svelato la sua verità, non c’è bisogno di queste messe in scena. Vent’anni sono sufficienti per riflettere sulla figura di Craxi».

«Con Craxi l’Italia era la quinta potenza del mondo e si affacciava ad essere annoverata tra i sette Paesi più industrializzati della Terra. Era una Paese che cresceva, che aveva speranza, in cui l’ascensore sociale funzionava, e in cui l’inflazione era a una cifra. Il paragone con l’Italia di oggi lo lascio fare agli italiani».

Il re si è rivestito! Un tempo era nudo, anche se tutti facevano finta di vederlo agghindato con stoffe preziose, ma oggi si è rivestito con la giacchetta del Masaniello contemporaneo. Masaniello è crisciut’, Masaniello è turnat’, Je sò pazz, Je sò pazzo direbbe Pino Daniele a proposito di Di Maio. Già, perché il Luigino di Pomigliano sembra, non solo essere uscito dalla leadership del M5S, ma anche dal Governo di cui è parte dal 2018. È singolare che un Vicepremier prima e Ministro degli Esteri poi, durante il Governo che egli ha rappresentato e rappresenta ancora, dia un allarme alle piazze contro la “Restaurazione” legata al rischio di naufragio del progetto di legge contenente la questione della prescrizione e al ritorno dalla finestra dei vitalizi dei Senatori.

https://www.corriere.it/politica/20_febbraio_05/prescrizione-vitalizi-maio-tutti-piazza-contro-restaurazione-a14fffaa-4808-11ea-9387-c272ba1d511e.shtml

Giggino, notoriamente un po’ debole in geografia, forse si è ricordato che il termine “Restaurazione” è legato alle deposizione di Napoleone Bonaparte. Dunque, o si sta identificando nell’Imperatore deposto o in uno dei tre tra Danton, Marat e Robespierre che però ai tempi di Napoleone erano già stati disintegrati dalla storia. Di fatto resta il dubbio: ma se da due anni Di Maio governa il Paese, con chi se la sta prendendo, aizzando le piazze? Forse si sta scagliando contro i suoi alleati di oggi e di ieri? Forse sta additando le oscure forze all’interno del Movimento come il male restauratore? Oppure sta  inscenando l’Editto di Franceschiello della Real Marina Borbonica: All’ordine “facite ammuina” tutti chilli che stanno a prora, vann’ a poppa e chill che stann’ a poppa vann’ a prora; ecc.?

A proposito di ammuina e di vitalizi, Di Maio ha dichiarato che «C’è una commissione che sta ricevendo 700 ricorsi di senatori che, poverini, rivogliono il vitalizio. E chi c’è a capo della commissione? Il senatore Caliendo, che, se quella commissione accoglie i ricorsi, avrà il vitalizio quando smetterà di fare il senatore. Cioè una persona totalmente in conflitto di interessi». Non so chi sia questo Senatore Caliendo, ma so molto bene chi è Roberto Fico. Da un articolo su Il Tempo

https://www.iltempo.it/politica/2020/01/05/news/roberto-fico-concorso-annullato-camera-dei-deputati-montecitorio-conflitto-di-interessi-m5s-meloni-bisignani-1262417/

pare che il Presidente della Camera dei Deputati abbia bandito un concorsone per funzionari interni, in barba alla scarsa produttività di numerosi parlamentari e del taglio dei costi auspicato dal suo ex capo politico. Non solo, ma secondo l’articolo, Fico sarebbe anche il Presidente della Commissione esaminatrice del mega concorso, al quale parteciperebbero un cospicuo numero di deputati del M5S in odore di ritorno alla realtà, ma quella reale di tutti i giorni dalla prossima legislatura. Ma, come si sa, per Il Masaniello Di Maio il conflitto di interessi è sempre altrove.

Masaniello è crisciut’, Masaniello è turnat’…

Il Ministro Bonafede, secondo l’articolo collegato al link sottostante, avrebbe dichiarato: «Quando del reato non si riesce a dimostrare il dolo e quindi diventa un reato colposo, ha termini di prescrizione molto più bassi”. “Se fosse vero quanto sostenuto dal Ministro, in un processo ad esempio per violenza sessuale si potrebbe chiedere di procedere per stupro colposo non riuscendo a dimostrare il dolo?» si chiede il Codacons.
https://codacons.it/clamoroso-errore-di-bonafede-sul-reato-colposo-o-doloso-codacons-si-dimetta/

Fine pena mai. Al di là dei tecnicismi trattati dal Codacons, attraverso i quali è evidente anche ai non addetti ai lavori come me, che un Ministro della Giustizia ha dichiarato qualcosa di culturalmente indichiarabile, sembra che ormai la morte del cigno sia cosa fatta, ammesso che il movimento dell’onestà tà, tà, tà sia mai assomigliato a un cigno. Non è ancora chiaro quale sia il vantaggio politico per una formazione politica in fase terminale di sostenere una pena perpetua per il cittadino imputato di reato, anziché dimostrare di preoccuparsi di un sistema giustizia a dir poco malato. Mentre un ex pm, in un clima da cabaret, spopola con un video sulla convenienza giuridica di ammazzare la (o il) consorte piuttosto che divorziare,

https://www.striscialanotizia.mediaset.it/video/piercamillo-davigo-e-le-dichiarazioni-su-divorzio-e-uxoricidio_64748.shtml

gli avvocati del Paese insieme a una larga parte di magistrati, si sono dichiarati ragionevolmente contrari all’abolizione della prescrizione, senza garanzie di un processo in tempi equi. Inutile scrivere a mezzo stampa quanto sia dannosa l’incompetenza perché almeno Pier Camillo Davigo, l’ex Pm, incompetente non lo è di certo. Il problema sono le convinzioni personali. Quanto pesa un’ideologia estrema o una propensione alla condanna, senza se e senza ma, sull’equilibrio che la bilancia della giustizia dovrebbe evocare? Un ex pm che dichiara l’esistenza al mondo solo di prosciolti, ma mai di innocenti e un Ministro che afferma l’impossibilità in natura di detenzioni ingiuste, più che esprimere opinioni recitano una formula sacra utilizzata come veicolo di un occulto pregiudizio. Come tutti i mantra il loro ha una funzione auto protettiva sulla propria coscienza e su quella di chi li sostiene. Una sorta di purificazione mistica contro il malaffare italiano da cui allontanarsi, almeno spiritualmente. Davigo sembra esprimersi più per questioni di attitudine personale e Bonafede per imposizione dei superstiti del M5S che sta soccombendo sotto il peso schiacciante del niente politico. Entrambi sembrano pugili barcollanti che un istante prima di finire al tappeto urlano all’avversario: “Ti sto massacrando di pugni!”. A metterli al tappeto paradossalmente non sarà di certo l’assurdo della loro proposta, ma i loro stessi alleati di governo che nell’uso politico della giustizia non sono mai stati secondi a nessuno. 

Su fb una cara amica progressista ha postato queste parole firmate da un iscritto sul social. Deve trattarsi di un docente scolastico che esprime in alcuni casi opinioni, in altri presunti punti di vista apodittici in forma di semi prosa. Si tratta di una sintesi del pensiero “educato” della sinistra di oggi e dunque ho giocato anch’io su cosa mi spaventa e cosa non mi fa paura. Lui scrive:

A me non fa paura quello là che suona i campanelli.

È come a scuola: lui è solo il bullo che se la prende coi più deboli e scappa davanti ai più forti.

Ma così come a scuola, il problema non è mai il bullo. Il problema sono tutti gli altri. Tutti quelli che gli vanno dietro. 

Il bullo, senza di loro, è zero.

Così a me non fa paura lui.

A me fa paura la signora che gli indica il campanello da suonare.

A me fa paura la vecchietta che abita nel mio stesso quartiere che si sente soddisfatta quando una nave affonda.

A me fa paura il collega insegnante che si suppone abbia letto e studiato che quando parla dei suoi studenti di un’altra etnia usa l’espressione “eh che volete fare quelli là sono così”.

A me fa paura il genitore del mio studente che insegna al figlio ad odiare e ad aver paura di ciò che è diverso, così poi ti ritrovi ragazzini di undici anni che nei temi scrivono frasi razziste senza nemmeno rendersi conto che sono razziste.

A me fa paura la donna che al supermercato fra barattoli di fagioli e i pelati guarda con diffidenza la mamma di colore che le passa di fianco col carrello.

Quello là che suona i campanelli è talmente infimo e abietto da non suscitarmi nessun sentimento.

Gli altri mi fanno rabbia e paura. Tutti gli altri, quelli che lo venerano.

Perché sono apparentemente persone perbene: ma covano dentro così tanto rancore, veleno e frustrazione da arrivare sul serio a credere che la causa di tutti i loro mali stia in chi sta peggio di loro.

Perché godono a vedere un uomo di potere che se la prende con un diciassettenne tunisino e lo espone a un linciaggio.

Mi fanno paura, tanta. Ma più che paura: pena.

Perché ci vuole davvero tanta notte nel cuore per non vedere quanto in basso stanno cadendo.

Per non rendersi conto che un giorno, fra non molto, qualcuno verrà lì e glielo chiederà: ma come avete potuto?”

A me non fa paura quello che suona i campanelli. Salvini ha scelto modi da bullo, ma i moralisti, che magari si dovrebbero preoccupare della sicurezza nelle periferie, preferiscono guardare il suo dito inopportuno su un citofono piuttosto che fissare lo sguardo sullo spaccio di quartiere.
Non mi piace che qualcuno dia in pasto alla folla inferocita un ragazzino di 17 anni con precedenti penali, ma mi fanno paura quelli che per venticinque anni hanno criminalizzato a mezzo stampa un intero pensiero di centrodestra, senza se e senza ma.

A me non fa paura la vecchietta che esprime in malo modo il suo legittimo malcontento verso chi impiega risorse pubbliche su cose che lei non riuscirà mai a comprendere, visto che non arriva a fine mese con la pensione.
A me fa paura la posizione del mio collega medico che, pur avendo studiato e imparato come si assiste dignitosamente un paziente, è costretto a occuparsi come può e senza alcun supporto di una quantità quintupla di persone in un Pronto soccorso di Lampedusa o di qualunque altro luogo di frontiera, inappropriato per assistere tutti quei pazienti. Quei luoghi reali di sofferenza sono volutamente ignorati dai moralisti indignati, anche perché i loro rappresentati politici non hanno mai saputo (o voluto) attuare efficaci politiche di controllo dell’immigrazione clandestina, come del resto programmare l’assistenza socio sanitaria dei migranti sul suolo italiano, nascondendosi dietro motivi umanitari.

Mi fa paura il genitore dello studente che incita il figlio a  chiamare razzisti e/o fascisti tutti coloro che esprimono  solo le proprie idee, senza insegnargli la differenza tra l’espressione, seppur forte, di un bisogno e un’intenzione di discriminare qualcuno.
Mi fa paura l’indifferenza colpevole dei moralisti verso i nomadi che vagano nei supermercati, accompagnati da un nugolo di figli loro e non, i quali non dovrebbero trovarsi in un centro commerciale a praticare accattonaggio organizzato, ma in una scuola.
Provo invece compassione verso chi si arroga il diritto di decidere per tutti cosa sia corretto e cosa non lo sia, cosa sia sessista e cosa non lo sia, cosa sia classista e cosa non lo sia, solo per stabilire una verità di facciata unica e assoluta, da poter violare comodamente all’ombra del proprio autocompiacimento. Provo un’umana compassione verso chi si sente migliore degli altri perché di sinistra, criminalizzando chi non lo è.
A molti è piaciuto delegittimare un interlocutore dalle idee non conformi, magari augurandogli la morte sui social, come accaduto a Siniša Mihajlović, allenatore del Bologna reduce da alcuni cicli di chemioterapia. Aveva solo espresso opinioni invise a qualcuno, magari proprio uno di quelli scandalizzati dal ditino di Salvini sul citofono della palazzina del Pilastro a Bologna.

Ieri notte ho visto il film Il traditore con Pierfrancesco Favino nei panni di Tommaso Buscetta. Al mattino, ripensando al film, ho provato uno strano senso di disagio. Non era certo la sceneggiatura o il punto di vista del regista Marco Bellocchio a turbarmi. La storia di Buscetta è già scritta e conosciuta nei minimi dettagli da chi ha un’età idonea a ricordarsela. Non si può neanche sostenere che un regista come Bellocchio con la sua storia di uomo di sinistra abbia, almeno in quel film, esercitato un’azione di propaganda. Del giochino di Saviano di far passare la guerra alle mafie come un fatto privato della sinistra, ne Il traditore, non c’è alcuna traccia evidente. Tuttavia quel film, nonostante tutto, mi ha lasciato un senso di insoddisfazione e solo poco fa ne ho capito il perché. È stato proprio l’attore protagonista, intervistato su Sky a proposito dell’ultimo suo lavoro Hammamet, ad aprirmi gli occhi. In un passaggio dell’intervista egli dichiara che il suo fine ultimo di attore nei panni di Bettino Craxi è stato quello di scomparire dietro il personaggio. Dopo ore e ore di trucco giornaliero e prove ossessive per intonare il timbro della voce del leader socialista lui, per sua ammissione, si è liquefatto nel protagonista del film. Non ho ancora visto Hammamet, ma il Buscetta di Favino è stato più che un’interpretazione la sua imitazione. Nulla dell’attore più in voga del momento si è intravisto nei panni di don Masino; ne è stato semplicemente la fotocopia. Brando nei panni di don Vito Corleone sarà sempre Marlon Brando e non il boss de Il padrino portato a spasso dalla sua recitazione. La narrazione di una storia non può non passare dalla più intima umanità di chi la racconta e quella non si può nascondere con un’imitazione, seppur straordinaria. Ho avuto la stessa sensazione in Romanzo Criminale nel vederlo nei panni del libanese e in tutte le volte che l’ho visto recitare. Dov’è l’attore Pierfrancesco Favino? Dov’è egli stesso mentre gioca a nascondino dietro il copione delle sue interpretazioni? Forse si è sempre nascosto dietro l’ego smisurato dei Bellocchio, Amelio, Placido e di tutti quei registi dall’ideologia di servizio troppo più grande del suo essere Pierfrancesco Savino nei panni di un personaggio e non il contrario.