Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive. Ray Bradbury Fahrenheit 451.

Odio profondamente le citazioni: per questo inizierò e finirò questo post proprio con due citazioni…

Mi sono messo in testa di sfruttare il concetto biologico dell’immunizzazione; mi somministro una piccolissima quantità di fattore immunizzante (citazioni) per produrre anticorpi contro l’allergia a queste ultime e smettere di mal sopportarne l’uso.

Sono reduce dal Salone Internazionale del libro qui a Torino. Ci sono i volumi che ho pubblicato, esposti in un paio di stand e vi ho fatto visita come da prassi editoriale. Via racconto le mie sensazioni su questo evento, o meglio, preferisco definirlo sagra. Si tratta oggi, come del resto lo è sempre stata, di una fiera dove gli editori si trasformano in bottegai stipati nelle loro bancarelle per vendere un certo numero di “pezzi” che potrebbero essere commercializzati a un tot al chilo su una pesa da bestiame. Il pubblico è una folla da fiera: immane, chiassosa, mangereccia, ipnotizzata dal brusio di fondo che vaga come zombie senza meta nei boulevard del Lingotto. Gli incontri con gli autori o con personaggi più o meno rilevanti sono un’interminabile catena di montaggio degna della vena archeo industriale della location. Presentatori e autori che mimano movenze televisive con un pubblico semi dormiente a pupparsi temi rigorosamente politically correct, grondanti di ovvietà. Ma la novità di quest’anno è l’esordio, anzi il revival anni ‘70, del politically reazionario. Un tempo i “reazionari” erano i professori conservatori, i datori di lavoro detti più appropriatamente per l’epoca padroni, i padri della famiglia tradizionale, carcerieri di figli rivoluzionari. Oggi, udite udite, i guardiani del pensiero unico sono quelli che impediscono la partecipazione a una fiera di un editore non gradito. Qualcuno per giustificarne l’estromissione ideologica si è nascosto dietro il dito del codice penale. Non è chiaro se la reazione allergica a quell’editore in particolare sia dovuta alla sua appartenenza a un gruppo di estremissima destra o per il contenuto del libro incriminato: un’intervista a Matteo Salvini. In entrambi i casi l’espulsione della casa editrice dall’Olimpo della libertà del Salone ha suscitato i seguenti effetti: l’editore da microscopico è diventato di respiro nazionale in quanto il libro è ora quasi un best seller. Salvini ha guadagnato consensi perché, si sa, le vittime di soprusi libertari, anche se considerate esse stesse liberticide, incrementano sempre consensi. Ultima, ma non ultima ricaduta, la polemica sul “dagli al fascista” ha ringalluzzito l’ego personale di taluni facendo risplendere la propria vetrina mediatica. Intellettuali della gauche au caviar che sdegnati, con il mancino proteso verso il sol dell’avvenire (…o del passato remoto) hanno disertato la kermesse oppure vi hanno partecipato “…in nome e difesa della libertà”, della serie: Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto, così, vicino a una finestra, di profilo, in controluce. Voi mi fate: “Michele vieni di là con noi, dai”, e io: “andate, andate, vi raggiungo dopo”.

Rammento per chi non ha dimestichezza con il Salone/Sagra che sono presenti, e non da oggi, senza strepiti o espulsioni ideologiche, la casa editrice che pubblica un certo Renato Curcio Sensibili alle foglie, Rizzoli e Blurb che hanno rispettivamente  ripubblicato e pubblicato i volumi di Adriana Faranda. In compenso allo stand Feltrinelli, nella miglior tradizione da pane e salsiccia del Festival dell’Unità si canta a pugno chiuso bella ciao, fino ad arrivare a un editore, semplicemente non di sinistra e non certo nazifascista, costretto a lavorare presidiato dalla Digos per paura di azioni violente contro il suo stand.

https://www.nicolaporro.it/e-questi-fenomeni-cantano-bella-ciao/

E allora Ray Bradbury se fosse ancora vivo direbbe estrapolandolo da Fahrenheit 451: Se non vuoi un uomo infelice per motivi politici, non presentargli mai i due aspetti di un problema, o lo tormenterai; dagliene uno solo; meglio ancora, non proporgliene nessuno.

Stamattina nel radermi davanti allo specchio mi sono tagliato. Mentre mi tamponavo il rivolo di sangue che usciva dal mio collo pensavo al fatto di non essermi fatto mai radere da un barbiere. L’idea mi faceva sorridere, ma in fondo ha certo fascino che va provato almeno una volta nella vita. A proposito di barbieri, il filosofo inglese Bertrand Russel coniò un paradosso che ha poi preso il suo nome. In breve, in un villaggio esiste un unico e solo barbiere. Lui rade solo tutti gli uomini che non si radono da soli. La domanda è: chi raderà il barbiere che è sempre sbarbato? La questione non è risolvibile poiché se egli non si radesse da solo, dovrebbe radersi in prima persona in quanto unico barbiere del villaggio; ma se si radesse non sarebbe più uno che non si rade da solo, e di conseguenza egli non dovrebbe radersi. Ma come fa a essere sempre sbarbato?

Esuliamo dalle questioni filosofiche di Russel, tra matematica e logica, che entrano in un dibattito che non è alla mia altezza, né coerente con l’argomento di questo post. Tuttavia la logica  si interseca con il comportamento umano fino agli estremi delle ideologie. Vengo al dunque. Sul Corriere della Sera c’è un articolo che descrive alcune storie di persone in fila davanti ai CAF per richiedere il Reddito di cittadinanza. 

https://www.corriere.it/economia/cards/reddito-cittadinanza-rocker-76enne-icona-bologna-l-ex-brigatista-mamma-4-figli-storie-chi-l-ha-chiesto/l-ex-br-fila-anche-io-voglio-sussidio.shtml

C’è un rocker di strada, una madre di quattro figli di una famiglia monoreddito, un marito separato che non lo chiede per se stesso ma, non volendo più pagare gli alimenti alla moglie prega l’impiegato del CAF di obbligarla a fare domanda. C’è addirittura un ex calciatore, addirittura inserito nella rosa del mio Napoli, insieme a un certo Diego Armando Maradona, nel 1987. Adesso se la passa male, con una famiglia di sei persone a carico. Tra coloro, dei quali si citano le tristi vicende private, c’è n’è uno che viene da un passato invece molto pubblico, che brucia ancora sulla pelle delle vittime e dei loro congiunti. Si tratta di un ex appartenente alla colonna torinese delle Brigate Rosse. Tanto per sgomberare il campo a ogni facile giustizialismo, va detto che il suo debito con la giustizia l’ha pagato e che, come le altre persone in fila ai Centri di assistenza fiscale, se è lì è perché avrà bisogno di quei soldi. Sarà meglio rammentare però ciò che dovrebbe essere ovvio, ma non scontato per taluni: è lo Stato che riconosce quel reddito. Si può essere non d’accordo, come nel caso del sottoscritto, o d’accordo con quel tipo di assistenzialismo, ma una cosa è certa: è lo Stato con la “S” maiuscola a dare quei soldi. Non è certo da questa considerazione che si può concludere che quel medesimo Stato in suo nome non si sia mai macchiato di ingiustizie non sanate, ma rimane pur sempre, oggi come allora, il garante di un contratto supremo stipulato tra noi cittadini e il suolo dove siamo nati e viviamo. Ora quel Garante ha scelto di distribuire risorse a tutti quelli che, secondo la norma, ne hanno diritto. Tra di essi c’è anche uno che quello Stato ha cercato direttamente o indirettamente di abbatterlo a colpi di Kalashnikov, disconoscendone ogni funzione. Pazienza se tra  quelle funzioni esiste anche il recupero di chi ha deciso di non riconoscerne regole e struttura, anche se  in fila per accedere a uno stipendio statale afferma candidamente: «Rimango di sinistra, non credo nella loro falsa aria di rinnovamento. Non tifo per i Cinque Stelle, l’unica stella in cui ho creduto era un’altra».

Sembrerebbe, vista la sua presenza al CAF della CGIL di Torino, che l’unica stella alla quale sta credendo adesso invece sia quella presente nell’emblema della Repubblica Italiana che potrebbe, qualora rientrasse negli aventi diritto, mollargli un mensile di alcune centinaia di euro solo perché cittadino di questo Stato, che né le BR né altri hanno potuto abbattere.

Ricordo che il paradosso di cui sopra impedirebbe al barbiere di radersi perché se lo facesse non rientrerebbe nella categoria di coloro dei quali egli stesso dovrebbe occuparsi. Tuttavia, per qualche strano motivo egli è sempre ben rasato: chissà chi l’avrà miracolato…

Il buongiorno si vede dal Mattino, nel senso di testata giornalistica. Berlino celebra Saviano, autore de La Paranza dei bambini dal cui è stato tratto il film vincitore del festival tedesco del cinema e Napoli non può che fare altrettanto. Solo che chi ha visto il film in Germania nelle sale della convention cinematografica e cioè israeliani, cinesi e spettatori provenienti da ogni altra parte del mondo, pare che non abbia riconosciuto Napoli nelle scene proiettate, ma tutte le periferie di ogni altra grande città della terra. Questo lo afferma lo stesso Roberto Saviano, proprio nella sua Napoli che lo ha invitato per presentare il film. https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/saviano_paranza_bambini_sputtanapoli-4308591.html

Forse con questa ulteriore polemica ha cercato di contrastare le critiche di antinapolitanismo ricevute nella sua carriera, per aver “messo in cattiva luce” Napoli o meglio per aver illuminato troppo le storture della città. In effetti le critiche ci sono state in passato e accade ancora oggi. La replica alle accuse di denigrazione della città infatti non si sono fatte attendere: il sindaco De Magistris non si è fatto sfuggire l’occasione di controbattere Saviano definendolo “Incapace di raccontare la vera Napoli”.

https://www.ilmattino.it/napoli/politica/de_magistris_scontro_saviano_incapace_raccontare_napoli-4310547.html

Saviano e De Magistris, buon per loro, come in altri esempi lampanti del jet set dei famosi, più vengono criticati e più alimentano la propria immagine virtuale di successo. Se poi gli argomenti e la dimensione delle critiche siano di portata significativa o no poco importa. Entrambi  devono tutta la loro notorietà, per motivi diversi, ai lati oscuri della Napoli che essi vogliono far credere di aver scoperto per primi; ciò che scrive Saviano sulla criminalità organizzata sembra la rivelazione del terzo segreto di Fatima e l’atteggiamento di “Giggino” ricorda quello di Brancaleone che dalla sella del suo cavallo Aquilante arringa la sua armata scalcagnata sul miraggio delle crociate per una Napoli “diversa”. Invece era tutto già noto ben prima della loro esistenza di personaggi pubblici. I media ne hanno sempre parlato usando qualche volta la realtà vera, più spesso la narrazione fantasiosa, quasi sempre un mix di temi simili ai capitoli Gomorra e alle invettive di De Magistris. Contro quei media, in passato come oggi, si sono sempre alzati cori indignati da parte non solo della borghesia additata da Saviano, ma da tutte le categorie sociali del popolo napoletano. Anzi, in particolar modo, da chi in certi quartieri c’è nato e vissuto, difendendo dai cliché le proprie abitudini di vita che non sempre e necessariamente hanno coinciso e coincidono con il concetto di camorra sistemica e universale formulato da Saviano. Napoli non è solo ‘o mare, ‘o sole, Maradona e la pizza più grande del mondo, ma non è neanche solo ed esclusivamente un prolungamento delle vele di Scampia, dominate da ‘o sistema descritto nelle serie TV di Saviano, super premiate all’estero. Quest’ultimo, intendiamoci, ha tutto il diritto di immaginare una Napoli come gli piace, così come il suo massimo contraddittore De Magistris, ma gli altri tuttavia non commettono alcun reato nel vedere la propria città in modo più equilibrato di loro. Le polemica che spesso hanno alimentato quei due, forse artatamente, come quella in occasione della presentazione del film in quella multisala del centro di Napoli ricco e benestante, è tutta pro domo ei (loro). Il cinema Metropolitan, oggi Warner, è in un luogo abitato da quel ceto sociale che Saviano ha definito sempre più simile alla borghesia colombiana e venezuelana in quanto a cecità. Dubito fortemente che a partire dal volume Gomorra le vendite che hanno portato al successo i suoi libri, così come i voti a De Magistris, siano stati soprattutto appannaggio del proletariato di Secondigliano o della Masseria Cardone, o dei disoccupati del Cavone e di San Giovanni a Teduccio. Forse, centinaia di migliaia di suoi libri sono stati acquistati in massa da quella irriconoscente borghesia dai tratti sudamericani, che ha votato pure “Giggino” patrono dei centri sociali e della gauche au caviar partenopea stanca di votare PD. Nessuno chiede loro di chiedere grazie per il successo regalatogli, ma nessuno deve delle scuse a loro e alla  Napoli che rappresentano o pensano di rappresentare, anche se ci si sente quotidianamente additati come quelli che si rifiutano di ammettere il marcio intorno a sé, solo perché non la si pensa come loro due. Ma in fin dei conti la domanda è: “La borghesia napoletana è un nemico che si crogiola nell’iconografia della Napoli da cartolina o un amico invisibile che poi compra libri, guarda fiction e, soprattutto, vota? Forse la questione è più complicata di così, ma voi lo sapete bene…

P.S. Cari Roberto e Luigi, a proposito di visioni semplicistiche sulla borghesia, Buñuel dopo le vostre dichiarazioni si sarà rivoltato nella tomba…

Il sole splende e la temperatura di febbraio si fa sentire. Torino, nonostante le polveri sottili e l’ immagine depressiva di chi non c’è mai stato, mostra un’aria tersa come nel clima secco del deserto del Sahara. A proposito di clima secco e gelido, mi tornano in mente gli scenari siberiani descritti da Solženicyn in Arcipelago Gulag: “I prigionieri, tra gli uomini, sono quelli che più soffrono il freddo, più di qualunque altra cosa.

Il freddo può essere quello fisico e definito tramite diverse scale di misurazione o quello percepito. Quest’ultimo è soggettivo, discutibile, non inquadrabile nel senso di giusto o sbagliato. È una temperatura interiore che congela i pensieri e li tiene ghiacciati in una delle qualsiasi ideologie del nostro tempo e di quello passato. 

Arriviamo al dunque: un video e un articolo.

Il video: https://video.corriere.it/gino-strada-litiga-mario-giordano-ma-dove-l-avete-trovato-questo-vada-guardia-psichiatrica/ebd2327e-2f62-11e9-9db5-c6e1c6b28b3d?intcmp=video_wall_hp&vclk=videowall%7Cgino-strada-litiga-mario-giordano-ma-dove-l-avete-trovato-questo-vada-guardia-psichiatrica

Sul Corriere della sera viene mostrato uno spezzone della trasmissione condotta da Bianca Berlinguer Carta bianca. Ospiti: Gino Strada e il giornalista Mario Giordano. Tema: sbarchi di immigrati e morti nel mediterraneo. Durante la discussione il mio collega, in quanto medico, Gino Strada, mentre il suo interlocutore sta esprimendo la sua opinione afferma indignato: «…vada alla guardia psichiatrica, vada alla guardia psichiatrica…» la Berlinguer cerca di ammorbidire i toni chiedendo di non proseguire con gli insulti e lui, rivolgendosi a Giordano aggiunge: «Ma le sembra un insulto di andare alla guardia psichiatrica? Uno che ragiona come lei deve andarci, mi creda da medico…»

Bianca Berlinguer, che proprio reazionaria e fascista non lo è mai stata, interviene dicendo che al di là di cosa sostenga Mario Giordano ci sono un sacco di persone che la pensano come lui.

L’articolo: Enrico Cofrancesco scrive per Nicola Porro un articolo sul “vizietto dell’intellettuale organico” https://www.nicolaporro.it/guido-crainz-e-il-vizietto-dellintellettuale-organico/ a proposito di Guido Crainz che sulle testate di Repubblica  “riabilita” al rango di tragedia la vicenda delle foibe agli occhi della sinistra. Tuttavia quest’ultimo sente forte la necessità di “storicizzare” i fatti con un’approfondita disamina scientifica, per spiegare le cause che hanno portato alla tragedia. Nell’articolo di Cofrancesco si fa notare il doppiopesismo di quando, nell’ambito di commemorazioni, si commentano i delitti perpetuati dal nazifascismo e quelli di altra fattura. Per i primi bastano e avanzano solo ed esclusivamente i piani di giudizio valoriali, etici e umani, per tutti gli altri invece, dopo le lacrime, qualcuno ha bisogno di fornire dotte spiegazioni sulle circostanze storiche, i contesti e i motivi che hanno generato le tragedie non attribuite al nazifascismo.

In sostanza, dinanzi a un rito, perché una commemorazione è un rito e come tale va preso, per taluni è necessario spiegare, come in un’aula universitaria, le giustificazioni storiche di quei fatti, però attenzione, solo per alcune commemorazioni e non altre. Il problema non è solo il doppiopesismo a senso unico, ma la pretesa di mettere sullo stesso piano il dolore e la storiografia durante momenti che esulano da dibattiti o posizioni ideologiche.

Torno al discorso delle idee surgelate: c’è chi, soprattutto da medico, augura una diagnosi psichiatrica a uno che non la pensa come lui (…rammentando usi e costumi della Russia sovietica). C’è poi chi si affanna a spiegare e forse a giustificare sul piano storico, a margine di una liturgia commemorativa, il perché migliaia di persone siano state infoibate o brutalmente assassinate, guardandosi bene dal rifarlo, ad esempio, durante la commemorazione del delitto Matteotti, o in occasione di tutte le cerimonie di rievocazione di altrettanti atroci delitti nazifascisti. Entrambi risentono di quel gelo descritto da Solženicyn quando parlava di prigionieri. Si può essere prigionieri di un campo di prigionia sovietico, di un capo di sterminio nazista o anche delle proprie ideologie: il gelo percepito è il medesimo.

È uno strano periodo. Saranno le giornate corte o l’incombere del Blue Monday, che sempre più spesso è anche Tuesday, Wednesday, Thursday e via dicendo, ma la voglia di scrivere è ridotta al lumicino. Butto l’occhio sui quotidiani e, nonostante lo stile della politica degli ultimi tempi sia sempre più comico anche su temi che di divertente non hanno proprio nulla, non riesco proprio a scuotermi. Un articolo comparso sul Corriere del Mezzogiorno a proposito di un fatterello accaduto a Napoli, però smuove la mia pigrizia e con decisione oltrepasso il titolo: “Napoli, spettatrice non gradisce lo spettacolo in teatro, Toni Servillo la invita ad andarsene

https://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/19_gennaio_21/napoli-spettatrice-non-gradisce-spettacolo-teatro-toni-servillo-invita-ad-andarsene-71673160-1d6f-11e9-a765-3e4bc7b718e4.shtml

In breve, l’attore Toni Servillo era in scena al teatro Bellini di Napoli quando, secondo l’articolo, una spettatrice avrebbe espresso con la mimica del volto disappunto durante il suo lavoro. Quest’ultimo, evidentemente irritato per le espressioni facciali della signora, sarebbe sceso dal palco e redarguendola l’avrebbe invitata ad andarsene in virtù del suo non gradimento dello spettacolo.

Francamente, al di là di cosa sia successo realmente in quel teatro, mi interessa poco esprimere opinioni sulle ragioni dell’attore o della spettatrice: è un tema scivoloso quello del diritto a esprimere la propria contrarietà. Misurare le ragioni di una persona dissenziente che, senza disturbare gli altri spettatori esprime con la sola mimica del volto disappunto e confrontarle con quelle dell’attore, contrariato da quel comportamento, è del tutto inutile. Ho trovato interessante invece l’aria di dissenso che si respira ancora oggi di fronte al dissenso altrui. Ripeto, non ne faccio una questione di diritto a esprimere contrarietà a qualcosa, ma il gesto di rifiuto di Servillo a quella contrarietà mi ha colpito. Lì c’era tutto lo snobismo che una pseudocultura della “sinistra illuminata” adottava prima e continua ad esprimere oggi. Per quella sinistra colta, nel senso del verbo cogliere (…in flagrante), non c’è bisogno di arrivare ai terrapiattisti o ai sostenitori dell’esistenza delle sirene e delle scie chimiche per respingere con sdegno un dissenso, in questo caso, sulla logica delle cose. Per taluni basta solo avere un’opinione differente per essere definiti intolleranti e cacciati idealmente da una comunità. Chi non si allinea al correct politico viene invitato ad alzarsi e ad abbandonare il posto. Peccato che coloro che invece stabiliscono cosa è correct e cosa non lo è sono sempre i soliti noti. Sono proprio loro i responsabili in tutto e per tutto della comparsa di nuovi e ugualmente influenti protagonisti di un correct ma di segno opposto pur velleitario e surreale nella stessa maniera. Salvini, Di Battista e Di Maio devono ringraziare proprio i vecchi intellò della sinistra al caviale se oggi sono diventati per le masse i nuovi profeti di cosa è corretto e cosa non lo è. Essi si sforzano di far credere che, al contrario di quanto appena scritto, siano le masse a indicare loro cosa è giusto e cosa no. Tuttavia omettono di dire che tra le persone super incazzate e quelle super indignate è collocata la massa critica moderata e silenziosa dimenticata e della quale si ignora il dissenso.

Servillo è un bravo attore, ma ha incarnato nel mondo reale quell’insofferenza snob degli “eletti” che il suo regista di tanti film Paolo Sorrentino ha fotografato nel suo libro Hanno tutti ragione. Proprio Servillo, mentre recita i passi di quel libro, comunica con la sua lettura dal tono annoiato e altezzoso quella mal sopportazione del reale, in una sfilza di dichiarazioni di insofferenza che tracciano invece un mondo totalmente irreale. Caro Toni, esistono dei casi in cui anche “la sfumatura”, unica circostanza da te tollerata nella recitazione delle scritture del tuo regista, può diventare, se non in linea su ciò che sei o fai, insopportabile. Ed è proprio quell’insofferenza sfastidiata da Marchese del Grillo “Io so io e voi nun siete un c...”ad aver generato i mostri della politica di oggi.

Fattene una ragione; c’est la vie…

Apprendo con grande disappunto che i significati di ironia, sarcasmo, comicità, con i relativi sinonimi, sono cambiati a mia insaputa! A informare me e tutto il resto dei lettori sprovveduti non è l’Accademia della crusca, ma una nota associazione filantropica che promuove la cultura e soprattutto la lingua italiana nel mondo: gli ultras de “La Curva Nord di Bergamo”

http://www.corrieredellosport.it/news/calcio/serie-a/atalanta/2018/11/30-50543965/ultras_atalanta_cori_contro_napoli_solo_campanilismo/

In un comunicato stampa, che sbaraglia ogni ricerca filologica sul linguaggio italico, gli ultrà atalantini chiariscono in modo definitivo il concetto di campanilismo: “A Bergamo è sempre stata una questione di campanilismo e non di razzismo: ben venga quando sentiamo Bergamasco contadino cantato a gran voce nella maggior parte degli stadi italiani! Ben vengano gli ‘odio Bergamo’. Tutto questo vissuto sulla nostra pelle non ci ferisce, tutto questo non lo reputiamo razzismo ma anzi ci lega semplicemente di più alla nostra terra, ci rende ancor più fieri delle nostre origini. Noi non siamo Napoletani… la cosa è abbastanza evidente per tutti ma non per qualcuno!”.

In effetti questi signori non hanno torto quando urlano “Noi non siamo napoletani!” È una fortuna che loro non lo siano, (…più che altro per noi che lo siamo), ma essi nell’insegnarci il nuovo concetto di ironia vogliono convincerci che un campione abbastanza significativo dei seguenti cori ascoltati negli stadi italiani siano da definire “campanilistici”, così come lo è il festival del marrone di Cuneo Vs la sagra della pasta con le sarde (ho effettuato un taglia e incolla brutale per far notare l’ultimo stile grammaticale che i vari letterati dei gruppi ultras italiani stanno diffondendo):

UN GIORNO ALL IMPROVVISO IL VESUVIO ERUTERA, E STA CITTA DE me**a SUL FUOCO

LAVERA… COLERA A SALMONELLA MA SIETE ANCORA QUA… qualè l epidemia che vi STERMINERAAAAAAAAA!!!!! OOOOOOOH OOOOOOOH OOOOOOOOH OOOOOOOOH!!!!!!!

Senti che puzza scappano li cani stanno arrivando i napoletani o colerosi, terremotati, con il sapone non vi siete mai lavati….. Napoli me**a, Napoli colera sei la vergogna dell’Italia intera

Che Bello é quando erutta il Vesuvio, Scende tutta la lava. Scompare la Campania

Napoletano brucia nell’immondizia

Senti come puzza Senti come puzza Naaaapooli sarà perchè so’ zingari sarà perchè so colerosi

sarà perchè n’se lavano oh Vesuvio pensaci tu!

E sembra che lui dorma come Etna e Stromboli(x4) ….e invece no il mio sogno esaudirò(x4)…… Vesuvio erutta tutta Napoli distrutta(x4)

VESUVIO Bruciali TUTTI BRUCIALI TUTTI ALE ALE ALE VESUVIO PENSACI TE VESUVIO BRUCIALI OLE OLE OLE

Queste litanie, insieme a un elenco di circa 34 pagine, sono custodite in un “prestigioso” sito web http://www.coridastadio.com/migliori/contro/napoli che fornisce punteggi al “coro migliore” contro i napoletani e contro altrettante squadre di calcio o città o cittadini.

La stampa sportiva, fino a oggi ha elegantemente glissato su tutto questo, salvo indignarsi per tre o quattro minuti quando si arriva a usare gli “sfottò campanilistici” contro i vivi, prendendosela con i morti, che siano dell’Heysel, di Superga o di quelli probabili dopo un’eruzione del Vesuvio; meglio tenere il calcio, alias la gallina dalle uova d’oro, al riparo da pericolose turbolenze…

Comunque, dopo questa lezione della prestigiosa Accademia linguistica nerazzurra di Bèrghem de hura vado a riguardarmi sul web tre persone che di comicità e ironia se ne intendevano sul serio, allora come oggi. I seguaci della nuova tendenza linguistica dovrebbero piazzarsi davanti al video e apprendere ciò che Sarcinelli, Giobbe e Paolantoni spiegavano nel 1990, per capire meglio in cosa consista l’ironia.

Devo, per una volta, ringraziare Beppe Grillo. Mi ha ricordato ciò che sono sempre stato e sempre sarò: un borghese. Tra i 14 e i 19 anni ero convinto di essere un adolescente rivoluzionario all’interno del ristretto perimetro del sostentamento della mia famiglia, nonostante l’accusassi tutti i giorni di essere borghese. Non mi sbagliavo: borghese lo era, eccome lo era. Non capivo ancora che essere borghesi non era uno stigma, anzi era un colpo di culo. Se fossi nato in una favela a Rio o in una baracca di cartone a Benares avrei sognato dalla mattina alla sera di trovarmi al posto del me stesso nato e vissuto a Napoli, a Parco Comola 23, figlio di un dirigente Falck e di una casalinga di cultura medio alta. Invece il predicatore Beppe Grillo riesuma la lotta di classe, ormai putrefatta e sepolta da tonnellate di terreno e di storia, per liquidare, a suo modo di vedere, decine di migliaia di persone che a Torino hanno espresso le proprie opinioni, diverse dalla sua (…ammesso che lui ne abbia di stabili e durature).

http://www.beppegrillo.it/ode-alla-borghesia-siete-tornati-dove-eravate/

Non saprei quantificare quanti borghesi ci fossero in piazza Castello sabato scorso e sinceramente me ne infischio. So solo che tra tanta gente ho fatto fatica a rientrare a casa tanto le strade limitrofe erano piene di persone. Mi appassionano poco anche le analisi sulle fasce di età dei partecipanti. Essere sotto o sopra i quarant’anni ed essere così tanti per me indica solo l’espressione forte di un disagio profondo. Mi interessa di più domandarmi quanti dei partecipanti borghesi o “borghesucci” (forse per Grillo, a seconda della taglia o della statura…) presenti alla dimostrazione “Sì Tav” hanno votato per i pentastellati alle ultime elezioni. Non è possibile saperlo, ma di certo, vista la numerosità di cittadini, erano un campione largamente rappresentativo.

Tuonare risposte senza porsi, magari prima, le relative domande è una specialità della casa del “Beppe a cinque stelle”, travestitosi ultimamente da rivoluzionario, ma di gran lusso.

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/borghese-arricchito-disprezza-i-borghesucci-1601063.html

Ad esempio Grillo potrebbe domandarsi che ne sarebbe oggi del suo “verbo” se la classe media, soprattutto al sud, non avesse votato per il suo Movimento. Ma come già detto i pentastellati doc non si pongono domande; preferiscono le risposte rapide, passando direttamente alle conclusioni, che poi si risolvono quasi sempre con un bel “No” in via preventiva a tutto ciò che altrimenti non saprebbero spiegare.

Comunque, superati i cinquant’anni, ringrazio ancora il destino di avermi fatto borghese e non giudico neanche Grillo che sputa nel piatto dove ha sempre mangiato e a tutt’oggi si abbuffa proprio grazie a borghesi come me e come, quelli che l’hanno incensato come comico prima e politicante poi, votando per il M5S, al contrario del sottoscritto. Borghesi non necessariamente “grandi” come lui, magari piccoli, piccoli, come gli uomini descritti da Vincenzo Cerami, che: “…mangiano, dormono, bevono, s’accoppiano, mingono, defecano, e poi vanno all’altro mondo.”

Santo santo Wikipedia. Informa il mondo su chi siamo e da dove veniamo.

Osservo il video dell’intervista su “La7” alla Ministra Barbara Lezzi, che non avevo ancora avuto il piacere di aver mai visto e provo a informarmi sulla mega enciclopedia Web su chi sia.

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Barbara_Lezzi:

Diplomata nel 1991 presso l’istituto tecnico Deledda per periti aziendali e corrispondenti in lingue estere di Lecce, viene assunta l’anno dopo presso un’azienda del settore commercio con la qualifica di impiegata.

“Nel 2013 viene eletta senatrice della XVII legislatura della Repubblica Italiana nella circoscrizione Puglia, nelle liste del Movimento 5 Stelle, divenendo vicepresidente della commissione permanente bilancio e programmazione economica, e membro della commissione permanente per le politiche europee. Viene rieletta nella XVIII legislatura, in cui le viene conferito l’incarico di ministro per il Sud nel governo Conte.”

Dunque un politico eclettico: svolge attività in aziende del settore commercio, poi diventa senatrice e si occupa di bilancio dello Stato, programmazione economica e politiche europee. Le viene conferito l’incarico di Ministra per il sud.

Durante un’intervista su “La7” le vengono poste domande sul tema della divulgazione scientifica. Ha fatto scalpore il suo riferimento al trecentosettantesimo grado. Non si sa se anche qui ha mostrato grande eclettismo nel voler riformare la trigonometria, o un difetto di pronuncia le ha fatto scivolare la doppia “s” di “sessanta” in una doppia “t”. Ciò che ho percepito come preoccupante, non è il lapsus “angolare” della ministra, ma altro. Questa è la trascrizione completa del passaggio su “La7”:

Intervistatore: «…che volete fare con la divulgazione scientifica?

Ministro Lezzi: «Stiamo approfondendo la discussione in merito per non controllare nel senso di gestire, ma cercare anche di dare tutte le versioni possibili in merito a un determinato argomento e non soltanto un’informazione»

Intervistatore: «Ma la ricerca scientifica non è sottoposta a opinioni»

Ministro Lezzi: «Appunto, però è chiaro che ci sono diversi filoni intorno a un determinato argomento che se poi convergono tanto di riguadagnato, ma a nostro avviso è bene informare a trecentosettanta gradi il cittadino e soprattutto il servizio pubblico lo deve fare, magari dando anche alla comunità scientifica la possibilità di smentire nel merito, eventualmente, quelle che sono delle false informazioni che possono anche entrare nell’opinione pubblica senza essere gestite…»

https://youtu.be/qwAmiIjOgtY

Il Ministro, sta parlando come politico, visto che tra le competenze di una Ministra per il sud non credo sia compresa la diffusione dell’informazione scientifica e in pratica ci dice che bisogna fornire tutte le versioni in merito a un tema scientifico e non solo una. Non è chiaro cosa intenda per versioni, né a cosa si riferisca quando dice soltanto un’informazione, riferendosi forse a ciò che fino ad oggi ci ha insegnato il metodo scientifico. Forse intendeva per versioni le “prove scientifiche”? O, forse, intendeva le affermazioni di chi attraverso i social afferma qualcosa senza poter dimostrare scientificamente ciò che afferma? Forse intendeva riferirsi a chi ha tuonato: «Io quand’ero piccola, che c’avevo poco a poco un cugino che c’aveva una malattia esantematica facevamo la processione a casa di mi cugino, perché così la zia se sgrugnava tutti e sette i nipoti, così tutti e sette i nipoti c’avevano la patologia e se l’erano levata dalle palle. »

Non lo sapremo mai. Quello che però sappiamo è che ci si sta avviando, alla trasformazione del Ministero del Sud” nel “Ministero della verità”. Già, quello dell’immaginario Stato di Oceania in 1984 di Orwell, sulla cui entrata principale, tra le tre frasi, campeggiava: “L’IGNORANZA È FORZA”.

Confesso che da un po’ di tempo mi sembra di essere Winston nel dialogo del libro:

“Sei lento a imparare, Winston” disse O’Brien, con dolcezza.

“Ma come posso fare a meno…” borbottò Winston “come posso fare a meno di vedere quel che ho dinanzi agli occhi? Due e due fanno quattro.”

“Qualche volta, Winston. Qualche volta fanno cinque. Qualche volta fanno tre. Qualche volta fanno quattro e cinque e tre nello stesso tempo. Devi sforzarti di più. Non è facile recuperare il senno.”

Il Lorazepam, principio attivo del (Tav)or è il nome commerciale di un farmaco che, così come scritto nelle sue indicazioni, “…agisce sul sistema nervoso centrale riducendo l’ansia (effetto ansiolitico), facilitando un sonno del tutto paragonabile al sonno normale (effetto ipnotico), migliorando l’umore e diminuendo l’intensità delle reazioni emotive agli stress psichici (effetto tranquillante).

Il (Tav)olo della Commissione costi-benefici sull’alta velocità è quello sul quale dovrebbero essere poste le carte per valutare nel merito un’opera di cui Francia e Italia hanno iniziato a parlare ventotto anni fa! Dal 1989 io svolgo una professione per la quale ci si intende più di farmaci che di opere ferroviarie e quindi non entro nel merito di temi a me poco appropriati. Infatti, leggendo l’articolo sulla pagina web del quotidiano Repubblica https://torino.repubblica.it/cronaca/2018/11/08/news/torino_gariglio_mai_esistita_la_commissione_che_deve_valutare_i_costi_benefici_della_tav_-211149569/

mi è venuto in mente il (Tav)or e non il (Tav)olo di fronte al quale forse si siederanno i tecnici della famosa valutazione costi-benefici. Ma che c’entra, direte voi? C’entra, c’entra…

A proposito della dichiarazione del deputato Pd Gariglio: “Mai esistita la commissione che deve valutare i costi benefici della Tav” più giù, veniva riportato nell’occhiello del suddetto articolo: “La replica del ministro Toninelli: “Tutto regolare, l’atto è solo in attesa del vaglio della Corte dei Conti: commissari al lavoro dalla scorsa estate“. E Di Maio spiega: “Quell’opera non deve passare per l’analisi costi-benefici“.

In altre parole leggo che tra quelli che osteggiano per motivi elettorali un opera iniziata ben ventotto anni orsono, dal costo di miliardi di euro, che coinvolge due grandi Nazioni sovrane, l’Unione Europea e il fior fiore dell’imprenditoria, c’è un deputato che sostiene l’inesistenza della Commissione costi-benefici promessa dal Ministro delle Infrastrutture il quale invece dichiara il contrario, anzi, annuncia che la Commissione sta lavorando dal mese di agosto, ma che la Corte di conti non ne avrebbe di fatto ancora autorizzato l’esistenza!! (in altre parole è come se dicesse “fidatevi: la Commissione c’è ma non esiste ancora…”) e a completare il quadro da operetta, arriva il Ministro del Lavoro Di Maio che ci dice che il problema non sussiste in quanto nel cosiddetto contratto di governo la TAV non necessita di Commissione Costi-benefici!!!

Credo che molti altri lettori come me, comunque la pensino, dopo aver letto un simile concentrato di confusione verrebbero presi da forti crisi di panico e ricorrerebbero irrimediabilmente al (Tav)or pur di non sentir parlare più di (Tav)oli costi-benefici misteriosi che appaiono e scompaiono. Peraltro non è chiaro come possa essere credibile che un’opera simile, in tre decenni, non sia già passata al vaglio di innumerevoli organismi tecnici con lo stesso scopo della Commissione che c’è, ma, come in Peter Pan, avrebbe sede sull’isola che non c’è.

In sostanza, per questo Governo, centinaia di ingegneri, tecnici, esperti qualificati in tre decenni di attività professionale avrebbero tutti toppato o peggio avrebbero agito in nome e per conto di interessi loschi.

Forse non è un caso che il Caos per gli antichi greci era la personificazione dello stato primordiale di vuoto e buio, anteriore alla creazione, ma in questo caso la speranza che dal niente questi “Signori del No” creino qualcosa è uguale alla certezza dello stesso vuoto che precede la creazione…

Sono un tifoso! Lo ero prima di aver visto la trasmissione Report sui rapporti tra ultras, criminalità organizzata e FC Juventus. Sono riuscito, a rimanere tifoso (…ovviamente non della Juve) durante la trasmissione e a tutt’oggi lo sono ancora. A tal proposito visti i contenuti dell’inchiesta non mi interessa il cliché di mercato tipo The show must go on, non minimizzo, né ne faccio una questione di fazione (…la Juve disonesta e le altre no), non mi scandalizzo, né rimango impassibile. Più che altro non riesco a stupirmi. Ieri, in una patinata trasmissione pre-Champions su “mamma Sky”, Fabio Capello ha dichiarato che anni fa lui è stato l’unico allenatore a denunciare i “business” gestiti dagli ultras delle curve. L’importante e autorevole (…) giornalista Ilaria D’Amico, dopo aver fatto melina fino a due, tre minuti dall’inizio delle partite, ha fatto un breve accenno sull’argomento trattato da Report, giurando e spergiurando di tornarvi su “in altra sede”. Non è chiaro quale altra sede sia più appropriata di una trasmissione che parla di calcio, comunque la domandina di rito, che appare sempre (o quasi) in tutti i miei post (…ricordo a chi non mi ha mai seguito che sono affetto da una fastidiosa sindrome che mi obbliga a pormi spesso dei perché) è: ci voleva una trasmissione come Report per scoprire ciò che non era necessario scoprire perché era sotto gli occhi di tutti? Mi torna in mente il bestseller Gomorra. Quando è esploso il successo del volume di Saviano, sembrava che prima della pubblicazione del libro la criminalità organizzata in Campania non fosse mai esistita. Quelle pagine spiegavano con dovizia di particolari accattivanti ciò che noi napoletani avevamo sotto gli occhi da quando siamo nati. Personalmente quel punto di vista l’ho ormai perso non vivendo a Napoli da tempo, ma la mia gente che vive ancora lì no, e per questo motivo è rimasta abbastanza agnostica di fronte al libro di Saviano. Tutto il resto del Paese invece ha inaspettatamente appreso da Saviano che l’acqua bolle a cento gradi e aumenta la sua densità intorno ai quattro. I contenuti di Report non hanno evidenziato sorprese. Di sorprendente c’è solo ciò che è accaduto dopo la trasmissione. Quotidiani, telegiornali, notiziari e quasi tutti i media hanno usato la sordina, per non dire il totale silenzio stampa, sulla cosa. È come se il sistema si volesse difendere in qualche modo dalla minaccia di una messa in piazza della triste realtà. Qualcuno di molto autorevole come il Presidente neoeletto della FIGC Gravina ha detto a proposito delle infiltrazioni della criminalità organizzata nelle curve “E’ un tema che lascio alla magistratura ordinaria. È il rapporto tra società e curve che dovrebbe essere ordinato. Poi la malavita è malavita e se ne deve occupare la giustizia ordinaria” come riporta l’Ansa. Che il potere giudiziario sia tenuto a intervenire è pacifico, ma cosa avrà inteso Gravina con “È il rapporto tra società e curve che dovrebbe essere ordinato.” Come si può pensare di mettere ordine tra due elementi incompatibili in un business miliardario come quello del calcio? È possibile convincere le formiche a smettere di dirigersi in fila indiana verso il barattolo aperto della marmellata? O si chiude il barattolo (…e questo nel calcio significherebbe chiudere i battenti) o si eliminano le formiche. In Inghilterra l’hanno già capito da tempo: non può essere messo in ordine alcun rapporto tra tifoserie e società! E allora, per non eliminare il business, gli inglesi hanno fatto l’unica cosa possibile, eliminando il problema alla radice, cioè le curve. Là negli stadi di proprietà delle società, essendo le stesse società a rispondere di tutto ciò che accade dentro e fuori lo stadio, purché inerente al rapporto tra un match e i tifosi, gli ultras non esistono più! Schiacciando le formiche hanno salvaguardato affari, spettacolo e mercato.

E allora, dopo aver visto Report, pensiamo ancora di indignarci o si decide una buona volta di utilizzare il DDT?