«Il Prof. Prodi ha detto in un intervista rilasciata a Repubblica che il PD si dovrebbe presentare con un solo ordine del giorno: lotta spietata all’evasione fiscale. Perché non è possibile equiparare a un crimine gravissimo l’evasione fiscale in questo Paese e recuperare i soldi? Ma quelli veri, quelli totali che esistono e non riusciamo a prendere hanno un’evasione talmente grande che risolverebbero i nostri problemi…»

Questa è stata la testuale domanda di Fabio Fazio in TV all’ex ministro Giovanni Tria e a Carlo Cottarelli, entrambi invitati ieri sera a Che tempo che fa su Rai 3. Non cito la risposta dei due economisti perché uno ha rammentato i suoi meriti sull’avvio della fattura elettronica, come inizio di un nuovo corso teso al recupero della fiscalità perduta e l’altro ha cambiato discorso.

Premetto in anticipo e a scanso di equivoci la mia palese antipatia per Fabio Fazio e preciso che non è di natura ideologica, ma del tutto personale. Non mi piace il suo sorrisino accomodante, la sua retorica d’antan, l’eccesso sino all’inverosimile di cortesia di facciata. Non mi convincono le scuse a suo discarico che giustificherebbero questi atteggiamenti come necessari per esigenze televisive. Insomma, lo trovo irritante. Questa volta ho trovato irritante anche il suo show populista sull’evasione fiscale. La citazione di uno come Romano Prodi, autore dell’ormai dimenticato, (…soprattutto da Fazio) condono previdenziale ed edilizio varato dal suo Governo nel 1997 (ministro delle Finanze Vincenzo Visco), è stata il prologo di un’affermazione che, in quanto a populismo, rasenta per toni il suo odiato osteggiatore Matteo Salvini: “Perché non è possibile equiparare a un crimine gravissimo l’evasione fiscale in questo Paese e recuperare i soldi.” ha sibilato Fazio ammiccando ai due ospiti.

Il tema della repressione dell’evasione, caro a tutti e in particolare alla sinistra di questo Paese, riemerge quando c’è da sventolare una forca per giustificare la scarsità di risorse economiche. Le cose però sono più complesse di come si vogliano far credere. Se circa 5 Italiani su 10 evadono nei modi più disparati 

https://www.corriere.it/economia/leconomia/17_maggio_16/tasse-numeri-che-nessuno-svela-meta-italia-non-paga-66f889a8-3a0a-11e7-acbd-5fa0e1e5ad68.shtml

significa che tra i forcaioli eccitati dalle parole di Fazio/Prodi ce n’è qualcuno che senza accorgersene si augura di essere condannato nel prossimo futuro.

Negli USA l’evasione fiscale è equiparata, come afferma Fazio, a un crimine gravissimo, ma c’è un però: là è permesso scaricare a credito praticamente tutto. I contribuenti sono incoraggiati a chiedere ricevute fiscali e fatture, assumere personale non in nero, dichiarare sempre l’IVA (Sales tax), pagare tutte le imposte indirette, ecc. In pratica più dimostro di pagare, più il Sistema mi dimostra riconoscenza mediante un credito di imposta. 

Qualcuno si è mai chiesto quali siano i reali meccanismi umani alla base dell’evasione? Il nostro Fabio nazionale la risolve facilmente con una bella diga alta 100 metri tra onesti e criminali. Tuttavia, in uno studio pubblicato su Science, Bill Harbaugh e colleghi hanno dimostrato che trasferimenti di denaro, anche forzosi, come nel caso delle tasse, se destinati ad una buona causa, (nell’esempio dello studio il finanziamento di una organizzazione no-profit), attivano nel nostro cervello il sistema della ricompensa che generalmente ci spinge a comportamenti piacevoli e utili per l’organismo (Harbaugh, W., 2007. Neural responses to taxation and voluntary giving reveal motives for charitable donations, Science, 316 (5831):1622-5). 

https://www.ilsole24ore.com/art/l-evasione-si-combatte-anche-favorendo-fedelta-fiscale-ACqoCqI?refresh_ce=1

Questo strano risultato mette in luce un tema interessante: la reciprocità. La disponibilità a pagare volontariamente le tasse aumenta o si riduce in relazione alla bontà e all’efficacia di ciò che lo Stato decide di fare con i nostri soldi; se riteniamo che siano ben spesi nel finanziare un sistema scolastico, sanitario, giudiziario e amministrativo di qualità o politiche economiche e infrastrutturali utili ed efficaci, la nostra motivazione a contribuire aumenterà.

Ma chi sono davvero gli evasori fiscali (i cd. criminali di citati da Fabio Fazio)?

La Fondazione Nazionale Commercialisti ha effettuato uno studio che traccia l’identikit del presunto evasore e le sorprese non sono mancate.

https://www.ilsole24ore.com/art/commercialisti-l-evasione-fiscale-riguarda-tutti-AEmNsbCF

Premesso che per evasore si intende sia chi non paga le tasse perché non vuole farlo, sia chi non le paga perché non può farlo. Ad esempio, un figlio che eredita la casa del padre con cui ha convissuto e che, senza reddito, non ha la possibilità di versare le relative imposte. Insomma “evasore” non implica necessariamente il “dolo”, la malafede, anche se, per la legge, si può considerare evasore colui che non paga una cartella esattoriale di poche centinaia di euro. Secondo l’analisi, l’evasione (sia fiscale che contributiva) può essere così distribuita. In questo momento l’evasione totale in Italia ammonta a 108 miliardi di euro: tale è la cifra che manca nelle casse dello Stato. Di questi soldi, sappiamo che

  • il 54,2% deriva dall’evasione di artisti, ditte individuali, professionisti e società;
  • il 45,8% deriva da tutti gli altri contribuenti, di cui l’80% sono lavoratori dipendenti e pensionati.

È tutt’altro che vero, dunque, il luogo comune secondo cui dipendenti e pensionati pagano le tasse e che il totale dell’evasione è riconducibile alle partite Iva. Anzi, i professionisti costituiscono oggi una minima parte, se si tiene conto che questi dividono il 52,2% dell’evasione con le ditte individuali (ce ne sono tantissime in Italia), le società e gli artisti. Dall’altro lato, circa il 38% dell’evasione totale è addebitabile a lavoratori subordinati e pensionati. Come mai? Innanzitutto il fenomeno è attribuibile al lavoro dipendente irregolare, quello cioè svolto in nero che sfugge sia all’imposizione fiscale (pagamento dell’Irpef) che a quella contributiva. Solo questo genera ben 10 miliardi di euro di evasione. C’è poi l’evasione dovuta ad affitti in nero, omesso pagamento dell’Imu e del canone Rai che, in totale, comporta un’evasione di 7,4 miliardi di euro. 

L’imposta più evasa in Italia resta  l’Iva che determina un ammanco per l’erario di ben 35,8 miliardi di euro. Quando il lavoratore dipendente o pensionato si indigna per l’evasione altrui e afferma di pagare tutte le sue tasse fino all’ultimo centesimo, poi accetta la proposta «100 senza fattura» invece che «122 con fattura», può legittimamente non rendersene conto, ma è lui che sta evadendo i 22 di Iva» conclude lo studio della Fnc. 

L’evasione fiscale è un fenomeno trasversale e anche il piccolo consumatore – che non ha la partita Iva – se ne infischia delle norme quando si tratta di risparmiare qualche decina o centinaio di euro sulla parcella del medico o sulla fattura alla ditta di lavori. 

Per cui, tornando alle parole di Fabio Fazio, bisognerebbe capire a chi si riferisca quando parla di quelli: “che hanno un’evasione talmente grande che risolverebbero i nostri problemi...?” Se si dovesse prendere sul serio ciò che sostiene, lo Stato per punire i colpevoli (…quasi un italiano su due) dovrebbe ideare enormi campi di detenzione per tutti i “criminali” evasori, e associarli per efferatezza  ai peggiori delinquenti: ma lui un tempo (…fino a qualche settimana fa) non era un progressista lontano dalle posizioni populiste dei pentastellati?

https://www.corriere.it/cronache/19_settembre_27/cacciari-molto-meglio-stare-aula-ascoltare-scienziato-b7952240-e0e8-11e9-a633-17aa10b50ecf.shtml

«Se continuiamo ad affrontare i problemi alla Greta siamo fritti. Siamo all’ideologia dell’incompetenza». 

D: Lei non apprezza il via libera del ministro Fioramonti agli studenti che vogliono partecipare al #Fridayforfuture? 

R«Mica il ministro può giustificare i ragazzi. O è diventato un suo potere?».

D: Non lo impone.

R:«Ecco. Allora sarà una manifestazione autorizzata. Come il “Giorno della memoria”. Solo che è di un’assurdità pazzesca». 

D: Perché?

R:«I problemi non si affrontano in termini ideologico-sentimental-patetico». 

D: Allora come? 

R:«In termini scientifici. Userei le ore di queste manifestazioni per fare seminari autogestiti ai quali far partecipare lo scienziato che racconta come va il clima». 

D: Alcuni forse lo sanno solo grazie a Greta.

R:«C’era bisogno di lei? Lo avevano già detto fior fior di scienziati. Forse non avevano l’eco di questa bambina».

D: Appunto, se serve a moltiplicarne l’eco non può essere utile?
R:«Ma non è dicendo “mi avete rubato i sogni” che si affrontano i problemi». 

D: Piuttosto?

R:«Capendo problemini che sfuggono totalmente alla bambina. Bisogna porsi il problema delle risorse disponibili. Se uno sviluppo economico è compatibile con l’ambiente».

D: Non le sembra che comunque Greta stimoli la nascita di una coscienza critica tra i suoi coetanei?

R:«Ma non nascono così le coscienze critiche!». 

D: Invece? 

R:«Lentamente, faticosamente, con la formazione. Greta dovrebbe andarci a scuola. Forse si renderebbe conto che lei è svedese, i ragazzi che scioperano sono europei, ma in piazza non ci sono né indiani, né cinesi, né brasiliani. Non mi pare un problemino da poco». 

D: Questa intervista pubblicata oggi sul Corriere della sera è stata fatta a Matteo Salvini?  

R: No.

D: Giorgia Meloni?

R: No.

D: Donald Trump?

R: No.

Silvio Berlusconi?

R: No.

D:Viktor Orbàn?

R: No.

Il personaggio intervistato è Massimo Cacciari! Il professore, certo non proprio un uomo di destra, esprime la sua opinione sul fenomeno Greta.

Vorrei scrivere qualcosa, ma non ho altro da aggiungere…

Alla prossima.

Grazie a Beppe Severgnini oggi sappiamo che se un epiteto è da considerarsi razzista, oppure no, lo decide il destinatario del presunto epiteto.

http://italians.corriere.it/2019/09/09/cose-razzismo-da-stadio-decidono-i-giocatori-2/?refresh_ce-cp

Se una violenza sessuale è tale lo stabilirebbe, secondo Severgnini, la vittima anche con una carezza non gradita, “Discorso chiuso.” così come scrive testualmente il famoso giornalista sul Corrierone. L’oggetto del contendere è la lettera (…ammesso che tale possa chiamarsi una simile accozzaglia di stupidaggini) diffusa dalla curva ultras interista dove menti contorte spiegano che i buuu diretti contro Lukaku da parte dei loro degni colleghi cagliaritani in realtà non sarebbero cori razzisti, ma incitamenti sportivamente intimidatori verso l’avversario. In tal senso è inutile commentare tale idiozia, ma mi incuriosiscono le conseguenze del modo di pensare di Severgnini. Lascerei da parte (…e a qualche bravo psicanalista) chi è veramente ossessionato da razze, etnie, provenienze geografiche e appartenenze varie e cercherei di capire dove potrebbe portare il ragionamento dell’enfant prodige del Corriere della sera. Se ogni destinatario di ciò che considera personalmente un epiteto razzista o una violenza di genere potesse soggettivamente agire di conseguenza, stabilendo cos’è razzismo o violenza sessuale, ognuno sarebbe arbitro inoppugnabile della sorte morale e finanche giuridica di chiunque altro, indipendentemente dalle sue responsabilità reali e senza alcun contraddittorio. È ovvio che una vittima ha tutto il diritto personale di considerare tale il suo presunto carnefice, ma se tale valutazione debba poi diventare automaticamente e in modo acritico quella etica di tutto l’universo mondo o addirittura quella reale di un codice penale, mediante il “giudizio abbreviato” proposto da Severgnini, non potrei mai essere d’accordo. Sono un nigeriano di etnia Igbo e un mio connazionale, Igbo come me, per strada mi chiama: “Yoruba!” (etnia contrapposta). Mi offendo mortalmente sentendomi discriminato. In base al mio disappunto e al potere che mi viene concesso da Severgnini lo denuncio per le offese a sfondo etnico nei miei confronti. È la mia sola sensibilità che decide cosa è molesto e cosa no? Se mando un bacio da lontano o accarezzo la mia fidanzata e lei ritiene quel gesto, fatto mille altre volte, in quel preciso istante una coercizione, può quest’ultima comodamente accusarmi di violenza sessuale, moralmente e anche fattivamente? In sostanza a chiunque verrebbe fornita una comoda legge del taglione secondo la quale si potrebbe, all’estremo, decidere, secondo il proprio intangibile umore, di accusare di razzismo o di violenza di genere chiunque altro. Mi sembra superfluo non includere in questo mio ragionamento chi imita scimmie sugli spalti in direzione di calciatori africani o aggredisce donne in giro o nelle mura di casa, ma questi modi moralmente retorici e falsamente progressisti di affrontare temi complessi sono avvilenti. Nessuno può decidere per editto di stampa chi possa giudicare cosa sia razzista e cosa non lo sia, semplicemente perché è impossibile stabilirlo decidendo chi lo debba stabilire. La discriminazione, che sia razziale o di qualunque altra natura, può annidarsi ovunque. Tutti possiamo esserne vittime o carnefici consapevoli o, sempre più spesso, incoscienti, ma il tema vero non è chi decide cosa è razzista, ma l’esclusione reale di alcuni da parte di altri, laddove questo non dovrebbe avvenire. Di uomini e donne discriminati ce ne sono miliardi ovunque, ma qualcuno continua a riferirsi sempre e solo ad alcuni di essi. Forse fa più chic…

Senza cuore! È l’unico insulto che mi viene a proposito dei protagonisti di questo teatrino politico. Altri epiteti non mi si materializzano, forse per il peso della noia Sartriana che occupa stabilmente il mio stomaco. Ebbene sì, chi sta inscenando questa parodia della democrazia è spietato! Di fronte alla lenta agonia delle nostre illusioni non batte ciglio e continua a violentare ciò che ne rimane. A quali illusioni mi riferisco? Un tempo, fino a  circa quattro decenni fa, si viveva solo di illusioni. Anche i politici di allora ne erano interpreti autentici e convinti. Pur se nascoste dietro dogmi queste erano sempre al primo posto e chi le interpretava non le tradiva, almeno nell’apparenza. La realtà, allora come oggi, era fatta all’80% di quelle illusioni e la restante parte di realismo pragmatico, quello che si consumava in trattative sotterranee tra pochi eletti. Tuttavia, ogni perturbazione di popolo guidata dalle suddette illusioni influiva eccome su quel 20% di detentori del vero potere. Essi decidevano le sorti del Paese, con discrezione, ma sempre in base agli umori di chi era mosso da quei miraggi ideologici. Oggi, fatto salvo il nocciolo duro di chi decide davvero, attraverso i mercati e l’economia, la cd. politica ha giustiziato ogni illusione e lo ha fatto nel modo più crudo possibile, negandoci almeno il conforto dell’apparenza. Gente che oggi alle 10.00 del mattino si dichiara movimentista, anti sistema, populista, giustizialista, verso le 13.00 si trasforma in filo partitica, istituzionale, parlamentarista e garantista (soprattutto verso i colleghi di partito se indagati…) e, per sembrare coerente, inscena la burla del voto online. Intorno alle 19.00 quelli che urlavano “Mai al governo con Tizio!” verso le 22.00 sbandierano il proprio “Senso di responsabilità istituzionale” e si dichiarano possibilisti a formare governi con quel “Tizio”, che al mattino avevano querelato per diffamazione. Una piroetta continua e smaccata in barba a ogni più elementare coerenza (…che fa rima con decenza). Cambiare idea non è mai stato un problema; cambiarla quattro volte al giorno sì. Ciò che fa male è lo sterminio di quelle illusioni, anche se fatue, che ci tenevano ancora lucidi pur se in modo palliativo. Le sostenevano personalità di talento e di spessore politico/culturale elevato. Questi che invece riempiono talk show televisivi, telegiornali e pagine web non hanno il minimo pudore nel provare a salvaguardare quell’apparenza, che un tempo era anche sostanza, al modico prezzo di andare almeno qualche volta contro interessi di partito o di qualche singolo parlamentare, in nome di qualche idea. Senza alcuna pietà hanno massacrato contemporaneamente ogni convinzione di chi li ha votati e la propria logica del pensiero. Una forza politica dichiaratasi sempre anti euro, anti europeista, incurante del debito pubblico, non può governare con chi è stato storicamente europeista fino al masochismo monetario e ha fatto del sistema impositivo la sua ragion d’essere, spesso a beneficio di capitoli di spesa statale perlomeno discutibili. Prendiamo pure tutti atto che questi signori, rispetto ai meccanismi di potere economici e monetari di oggi, contano uno zero virgola zero, ma almeno la piantino di calpestare quelle illusioni che ci hanno fatto sperare in un mondo più decente, anche se non esistente e forse non realizzabile. Perché sono così spietati? Perché sono così nemici delle idee, visto che le partoriscono per poi calpestarle a intervalli di qualche ora? In fondo le illusioni sono leggere come il niente, anche se aiutano a sperare. Siete senza cuore! Lasciateci almeno l’illusione di credere a ciò che sarebbe stato se qualcuno avesse prima pensato qualcosa e poi l’avesse realizzata, senza disconoscerla  poco dopo, solo per qualche like in più su Twitter.

Che splendido Paese il nostro! Tutti a dare l’allarme per il rischio di violazione della democrazia, a causa di un tizio che oltre a farsi selfie, improvvisarsi DJ al Papetee beach, sparare retorica via Twitter sull’immigrazione e dire ciò che la gente vuol sentirsi dire, non sembra aver fatto tanto altro nel bene o nel male. Tuttavia, come ci ha insegnato l’esperienza grillina,  basta questo per ottenere consensi incondizionati. Il tema è: per quanto tempo? La volatilità delle idee, o presunte tali, nei nostri giorni è elevatissima: oggi sei un ex comico e guru dell’”Onestà, Onestà, tà, tà, tà!” e, oggi stesso nel tardo pomeriggio, sei un ex politicante pallonaro. Basta poco per essere sostituiti da qualcuno che, con toni più aggressivi e dall’accento padano, urla cose banali che però molti pensano. Peraltro anche i suoi antagonisti sparano ovvietà: basta buttarla sui sentimenti, sullo spirito di accoglienza, sulla solidarietà (…tà, tà, tà) e tutti si sentono brave persone. Basta pensare il contrario di ciò che dice quello là e ci si sente migliori. Se però si prova a fuoriuscire dal recinto delle vignette di Vauro, delle dichiarazioni di Saviano, dei post esplosivi sulle moto d’acqua delle Polizia, utilizzate impropriamente, e si prova a capire se chi grida proclami, riuscirà ad applicare ciò che sostiene, il silenzio tombale regna sovrano. Un silenzio derivato dall’incapacità di affrontare e, possibilmente, risolvere problemi che abbiano la dignità di chiamarsi tali. D’altronde siamo sempre stati un Paese allergico verso chi fa cose reali e le poche circostanze in cui qualcuno ha provato a proporsi in tal senso è stato relegato nelle minoranze politiche storiche. Le masse che hanno costituito maggioranze, da sempre, non sono mai state sensibili al reale problem solving; è sempre più agevole spararla grossa, infischiandomene della sostenibilità di ciò che si dice o anche contestare senza preoccuparsi di saper sostenere soluzioni alternative concrete.

A proposito di sentimenti, di spirito di accoglienza e di solidarietà (…tà, tà, tà) verso chi emigra via mare da Paesi lontani, vi racconterò una cosa che sta avvenendo in un posto più vicino e che riguarda il diritto allo studio. Una cara amica mi racconta che a Napoli presso l’Università “Federico II”  per poter accedere a un lavoro come insegnante di sostegno (per chi non lo sapesse si tratta di quei docenti con funzioni di ausilio e supporto a studenti portatori di qualunque forma di disabilità) capita questo: per iscriversi a un regolare concorso pubblico è necessario sostenere un corso del costo di 2500 euro. Non ci sarebbe nessuna agevolazione per redditi bassi. In sostanza se sei in una famiglia non abbiente e, con le agevolazioni ISEE ti sei laureato con merito e con il massimo dei voti, non accederai mai a quel concorso perché non puoi permettertelo! A ciò si aggiunge che la mia amica, laureata in giurisprudenza, per poter essere inserita nelle graduatorie per l’insegnamento di materie di diritto e scienze economiche nelle scuole superiori, ha dovuto sostenere ben 4 esami integrativi al modico costo di euro 1100. In più, per iscriversi al relativo concorso per l’abilitazione all’insegnamento occorrono esami in materie psico antropologiche il cui costo è di euro 500. Quindi, per lavorare devi sborsare allo Stato, e non a qualche organizzazione dedita al caporalato, la bellezza di euro 4100, più il costo di libri di testo, dispense, ecc.!

Mi piacerebbe sapere dove si sono ficcati i miei compagni di lotta della fine degli anni ‘70 che hanno creduto con me al diritto allo studio. Magari è più soddisfacente per loro sparare su qualche social bordate sulle scritte mostrate sulle magliette di Salvini o sul pericolo nazifascista, per questi ultimi annidato in ogni anfratto di questa “splendida” democrazia repubblicana, più che fondata sul lavoro, basata sulla solidarietà, tà, tà, tà…

Global warming o heads worming? Un caro amico fa notare su fb quanto sia deleterio utilizzare un tema scientifico per affermare opinioni o, peggio, ideologie. Nel concordare pienamente con lui, mi sento di osservare che il dibattito non si fa rovente solo in termini politici. Fatte salve conquiste inoppugnabili come l’immunizzazione attiva (vaccini) sulle quali è inutile e dannoso aizzare discussioni, la scienza ci ha abituato a controversie epocali. Si tratta di conflitti a base di studi scientifici di altissimo livello che comunque spesso contrastano. I protagonisti di queste diatribe non sono certo social haters, estremisti di varia risma, nostalgici di ideologie morte e sepolte, ma scienziati di fama mondiale. Il global warming, e il relativo contributo dell’uomo è uno di quei temi. Gli esperti si confrontano non sulla base dei dati, che condividono, ma sull’interpretazione di questi ultimi e soprattutto sui fattori di influenza delle variabili in gioco: naturali o antropogeniche (create dall’uomo). I consessi scientifici si riuniscono e creano ulteriori consessi a valenza anche, sociale e politica. L’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC)  è l’organismo delle Nazioni Unite per la valutazione delle scienze legate ai cambiamenti climatici. Di seguito è riportata la funzione di questo importante organismo mondiale:

L’IPCC fornisce valutazioni periodiche sulle basi scientifiche del cambiamento climatico, dei suoi impatti e dei rischi futuri e opzioni per l’adattamento e la mitigazione.

Creato nel 1988 dall’Organizzazione meteorologica mondiale (OMM) e dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), l’obiettivo dell’IPCC è fornire ai governi a tutti i livelli le informazioni scientifiche che possono utilizzare per sviluppare le politiche climatiche.  Le relazioni dell’IPCC sono anche un input chiave nei negoziati internazionali sui cambiamenti climatici.

L’IPCC è un’organizzazione di governi membri delle Nazioni Unite o dell’OMM.  L’IPCC ha attualmente 195 membri.  Migliaia di persone da tutto il mondo contribuiscono al lavoro dell’IPCC.  Per le relazioni di valutazione, gli scienziati dell’IPCC offrono volontariamente il loro tempo per valutare le migliaia di pubblicazioni scientifiche pubblicate ogni anno per fornire un riepilogo completo di ciò che è noto sui fattori che determinano i cambiamenti climatici, i loro impatti e rischi futuri e su come l’adattamento e la mitigazione possono ridurli.  rischi.

Una revisione aperta e trasparente da parte di esperti e governi di tutto il mondo è una parte essenziale del processo IPCC, per garantire una valutazione obiettiva e completa e per riflettere una gamma diversificata di punti di vista e competenze.  Attraverso le sue valutazioni, l’IPCC identifica la forza dell’accordo scientifico in diverse aree e indica dove sono necessarie ulteriori ricerche.  L’IPCC non conduce la propria ricerca. https://www.ipcc.ch/about/

Questo è l’organo mondiale più accreditato in tema di clima. Lo è, non solo sul piano scientifico, ma anche su quello geopolitico, sociale e demografico. Per cui, non producendo studi, li interpreta e li traduce in proposte di azioni politiche.

Tuttavia, l’esistenza di questa mega organizzazione non vuol dire che i problemi climatici siano stati chiariti definitivamente come in una sentenza passata in giudicato. La comunità scientifica, nonostante parta da dati osservazionali inconfutabili, è ancora in conflitto sull’interpretazione dei singoli modelli predittivi, utilizzati in centinaia di studi scientifici in tema di clima globale. Uno di questi  è che la Terra si è riscaldata di circa 0,9 °C dal periodo preindustriale, a partire cioè dal 1850. Su questo nessuno scienziato ha dubbi. Alcuni modelli, noti come “General Circulation Models”, adottati dall’IPCC, attribuiscono il riscaldamento quasi esclusivamente all’emissione dei gas serra atmosferici. Su tali modelli è stata formulata la teoria, cosiddetta, del “riscaldamento globale antropico”, Anthropogenic Global Warming Teory (AGWT), la quale imputa a emissioni in eccesso di CO2, dovute all’uso crescente di combustibili fossili, la responsabilità del riscaldamento. Alcuni scienziati si domandano se è veramente corretta questa attribuzione. Il problema fisico di questo contributo antropico (causato dall’uomo) è, secondo questi ultimi, ancora da determinare nella sua effettiva e reale consistenza. Essi sostengono che la relazione tra l’attività del Sole e la variabilità climatica sia stata, pur se presa in considerazione dall’IPCC, sottovalutata e inoltre, pur sostenendo che un aumento dei gas serra in atmosfera induca un riscaldamento, non ritengono che tale associazione sia semplice e automatica, perché, dicono questi ultimi, la sensibilità climatica a un aumento di CO2 ha margini di grande incertezza.

La mia opinione, ovviamente non scientifica, ma sul dibattito tra scienza e politica, concorda con il mio amico di cui sopra. Di questi temi è possibile, per i non addetti ai lavori, dibattere fino a un livello di comprensione utile a non sparare corbellerie, almeno dopo essersi informati. Il fatto che un’intervista a Carlo Rubbia, nella quale esprimeva opinioni su temi climatici ed energetici, sia stata pubblicata da un giornalista non certo incline al movimentismo Gretiano, ha suscitato la perplessità se non l’indignazione in alcuni, più propensi a osservare il dito che indica il cielo piuttosto che il resto. Tra di essi un altro mio vecchio amico, professore universitario, quindi conoscitore del metodo scientifico, che invece di commentare il pensiero espresso da Rubbia si è scagliato su fb contro il giornalista, reo di aver titolato il suo post: “La bufala dei cambiamenti climatici spiegata dal Nobel Carlo Rubbia”, definendolo un “non giornalista” pur avendo solo pubblicato l’intervento del premio Nobel e invitandomi a cambiare fonte in quanto “ridicola” a causa di quel titolo. Certo quel titolo tranchant non aiuta la comprensione di un’opinione soprattutto se scientifica, ma oltre quello magari c’era anche dell’altro da leggere, pratica quest’ultima che dovrebbe essere un’abitudine per un accademico e invece si è ridotta in un rapido giudizio politico/estetico di un titolo discutibile. Un giudizio, il suo, peraltro dello stesso tenore del titolo da lui contestato. Visto l’elevato background culturale del mio illuminato conoscente universitario sono convinto che sia stato il surriscaldamento del clima, oltre i 40 gradi in questi ultimi giorni, a indurgli un simile inciampo polemico/ideologico/metodologico.

Buona estate e rinfreschiamoci tutti la testa…

Bravi! Tutti indignati e schierati per difendere “l’eroina” Carola. È tempo di collette, nella miglior tradizione anni ‘70 quando ci disperdevamo nelle strade per chiedere qualche moneta ai passanti per poi collettivizzare il gruzzolo e riutilizzarlo per qualche canna, birre o altro. La colletta organizzata a favore della nuova Guevara del mare, giusto per fronteggiare le spese legali, a tutt’oggi è arrivata a quasi trecentocinquantamila euro, non qualche spicciolo. Nel frattempo l’Italia arcobaleno esulta per l’atto di disubbidienza alle leggi di uno Stato sovrano, pur se governato da persone che ci piacciono poco, per non dire nulla. Le stesse leggi che gli stessi contributori della colletta difendevano a gran voce nei girotondi dell’indignazione di qualche anno fa, ma che se vengono violate per una causa ritenuta in linea con il pensiero unico, va bene così. Tutti, in nome dell’umanità verso i migranti ammassati sulla Sea Watch, ammassano denaro a favore non di questi ultimi ma di un simbolo delle ONG. Già, perché chi si affanna a mostrare empatia verso il carico umano della nave, non si rende conto che altri esseri umani che sono arrivati in Italia, non certo tramite organizzazioni non governative, ma con organizzazioni criminali sono sbarcati regolarmente senza problemi. Qualora avessero arrestato i delinquenti, che organizzano la tratta umana nessuno avrebbe eccepito nulla come è logico che sia. Allora, viste le proporzioni della raccolta di fondi per l’eroina tedesca, propongo una colletta per chi, nel nostro paese viola le leggi con scopi benefici a favore del vicino di casa nullatenente o pensionato  con la minima che non copre neanche il vitto fino a fine mese, malato, disabile, vecchio autore di reato dimenticato ed escluso da ogni reinserimento sociale, parente disperato di uno psichiatrico o psichiatrico egli stesso, travolto e distrutto dai debiti verso l’Agenzia delle entrate, licenziato e non riassunto perché troppo vecchio, obbligato alla povertà e al razionamento della compagnia dei suoi figli da una sentenza di un giudice civile dopo una separazione, alcolista che vorrebbe togliersi la scimmia dalle spalle ma lo Stato non è in grado di fare qualcosa per lui, obbligato da barbone a dormire per terra in un centro cittadino perché lo Stato non è in grado di dargli un tetto sulla testa, reso nullatenente da un terremoto dentro una baracca/container dopo dieci anni. Potrei continuare ancora per molte pagine, ma nessuno di quelli che hanno raggiunto la stratosferica cifra della colletta per il simbolo Carola ha mai messo un euro per quell’altra umanità con l’unica colpa di non provenire dall’Africa via mare convogliata da un’ONG.

Oggi mi sento più nostalgico che mai! Ricordo quando, per poter aspirare di comparire in TV o in un film, si doveva essere in grado di fare delle cose, bene o meglio degli altri. Se poi si aveva talento e coraggio la strada era in discesa. Così accadeva nella narrativa, nella letteratura, nella saggistica, nel giornalismo, nel management e in ogni altra cosa dove fosse possibile affermarsi. Sarebbe ingenuo pensare che anche in quei tempi non esistevano le scorciatoie, ma se non c’era la sostanza ogni via preferenziale diventava prima o poi un vicolo cieco, secondo la legge del più bravo. Poche le occasioni: niente social, niente web, niente reti televisive satellitari moltiplicate in decine di migliaia di emittenti. Solo TV di Stato, Cinema e grande editoria. O si era all’altezza o era oblio eterno. Certo, il mondo non era in crisi, di questo genere attuale di crisi, ma oggi la frammentazione metastatica dei suddetti settori ha contribuito al quasi default dell’editoria, tutta. La regola principale in questi tempacci  è investire su personaggi e non su contenuti. Al pubblico piace chi dice delle cose, come le dice e quanto sia seriale il dirle. Ciò che viene detto è solo un banale contrappunto all’immagine di chi lo dice o lo scrive, o lo recita. L’Immagine, con la “I” maiuscola è il vero core business a cui attenersi. 

Vago su Instagram e ammiro i selfie, autenticamente autoscattati davvero o fatti da altri, di donne famose bellissime punto. Già, il punto è l’inizio e la fine della considerazione. Oltre il punto ci sono al massimo tre puntini sospensivi. Quante di esse, oltre all’aspetto stratosferico sono in grado di proporre cose, stendendo un velo in-pietoso sul talento? Sono tante e ognuna deve occupare uno delle migliaia di slot disponibili nell’intrattenimento gestito da editori di varia risma e quindi va benissimo così.

Oggi mi sono imbattuto nel profilo di un’attrice che se vi citassi il nome e il cognome alcuni di Voi correrebbero sullo smartphone per cercare di capire di chi si tratta. È una discreta attrice che oltre a comparire in alcuni film di respiro nazionale, in qualche apparizione televisiva e sul palco di alcuni lavori teatrali si è distinta per essere fotogenica. Begli occhioni chiari e malinconici, labbra carnose e ben rossettate, gran simpatia. Le parti che le hanno concesso erano spesso quelle di una svampita, un po’ maldestra che suscita sempre benevolenza da parte del pubblico. Orbene questa onesta professionista, d’improvviso è diventata una grande autrice di narrativa. Al primo lavoro nel 2017 vende 45.000 copie! A onor del vero Wikipedia è estremamente clemente con lei, considerato che chiunque può contribuire allo sviluppo della piattaforma enciclopedica e raccontare come meglio ritiene ciò che vuole, ma la questione non è il bel curriculum della nostra attrice, peraltro persona laureata e, sembrerebbe, di ottima cultura, ma il fatto che tra una puntata di Domenica In e una di Colorado, una partecipazione a un film di Fausto Brizzi e una parte da protagonista in uno spettacolo teatrale, sia divenuta d’improvviso Emily Dickinson. Non entro nel merito di ciò che scrive perché il tema, oggi come oggi, non è scrivere bene, benissimo, male, malissimo o non essere in grado di piazzare due o tre concetti e in croce (e magari entrare comunque tra i primi 10 del premio Strega), ma improvvisarsi produttori di best seller su scelta e decisione di un curatore d’immagine di una major dell’editoria, più che di un comitato editoriale attento a contenuti, stile, collocazione nel tempo e tutto ciò che una volta era indispensabile per diventare una grande autore. Nelle classifiche nazionali di vendita i talenti autentici sono sempre più rari e continuano a primeggiare i soliti autori con i quali si va sul sicuro tipo Camilleri, Carofiglio e via dicendo. Comprendo e condivido la preoccupazione imprenditoriale, ma l’editoria è come la Sanità: aziende sì, ma non di merci. Ho letto qualcosa della nuova star scrittrice/attrice/presentatrice e mi ha anche divertito e allora contrariamente alle mie abitudini ho scritto sul suo profilo di Instagram un commento, o meglio le ho posto una domanda, colpevolmente e biecamente stizzito per il suo successo, con ogni probabilità anche giustificato: “Ciao, come si fa ad avere successo editoriale? Ho scritto e pubblicato tre romanzi e non ho ancora capito se sono una chiavica come autore o se serve qualcos’altro.” La sua risposta, incredibilmente immediata, è stata: “Una magia di proporzioni. Come la fotogenia”.

Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive. Ray Bradbury Fahrenheit 451.

Odio profondamente le citazioni: per questo inizierò e finirò questo post proprio con due citazioni…

Mi sono messo in testa di sfruttare il concetto biologico dell’immunizzazione; mi somministro una piccolissima quantità di fattore immunizzante (citazioni) per produrre anticorpi contro l’allergia a queste ultime e smettere di mal sopportarne l’uso.

Sono reduce dal Salone Internazionale del libro qui a Torino. Ci sono i volumi che ho pubblicato, esposti in un paio di stand e vi ho fatto visita come da prassi editoriale. Via racconto le mie sensazioni su questo evento, o meglio, preferisco definirlo sagra. Si tratta oggi, come del resto lo è sempre stata, di una fiera dove gli editori si trasformano in bottegai stipati nelle loro bancarelle per vendere un certo numero di “pezzi” che potrebbero essere commercializzati a un tot al chilo su una pesa da bestiame. Il pubblico è una folla da fiera: immane, chiassosa, mangereccia, ipnotizzata dal brusio di fondo che vaga come zombie senza meta nei boulevard del Lingotto. Gli incontri con gli autori o con personaggi più o meno rilevanti sono un’interminabile catena di montaggio degna della vena archeo industriale della location. Presentatori e autori che mimano movenze televisive con un pubblico semi dormiente a pupparsi temi rigorosamente politically correct, grondanti di ovvietà. Ma la novità di quest’anno è l’esordio, anzi il revival anni ‘70, del politically reazionario. Un tempo i “reazionari” erano i professori conservatori, i datori di lavoro detti più appropriatamente per l’epoca padroni, i padri della famiglia tradizionale, carcerieri di figli rivoluzionari. Oggi, udite udite, i guardiani del pensiero unico sono quelli che impediscono la partecipazione a una fiera di un editore non gradito. Qualcuno per giustificarne l’estromissione ideologica si è nascosto dietro il dito del codice penale. Non è chiaro se la reazione allergica a quell’editore in particolare sia dovuta alla sua appartenenza a un gruppo di estremissima destra o per il contenuto del libro incriminato: un’intervista a Matteo Salvini. In entrambi i casi l’espulsione della casa editrice dall’Olimpo della libertà del Salone ha suscitato i seguenti effetti: l’editore da microscopico è diventato di respiro nazionale in quanto il libro è ora quasi un best seller. Salvini ha guadagnato consensi perché, si sa, le vittime di soprusi libertari, anche se considerate esse stesse liberticide, incrementano sempre consensi. Ultima, ma non ultima ricaduta, la polemica sul “dagli al fascista” ha ringalluzzito l’ego personale di taluni facendo risplendere la propria vetrina mediatica. Intellettuali della gauche au caviar che sdegnati, con il mancino proteso verso il sol dell’avvenire (…o del passato remoto) hanno disertato la kermesse oppure vi hanno partecipato “…in nome e difesa della libertà”, della serie: Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto, così, vicino a una finestra, di profilo, in controluce. Voi mi fate: “Michele vieni di là con noi, dai”, e io: “andate, andate, vi raggiungo dopo”.

Rammento per chi non ha dimestichezza con il Salone/Sagra che sono presenti, e non da oggi, senza strepiti o espulsioni ideologiche, la casa editrice che pubblica un certo Renato Curcio Sensibili alle foglie, Rizzoli e Blurb che hanno rispettivamente  ripubblicato e pubblicato i volumi di Adriana Faranda. In compenso allo stand Feltrinelli, nella miglior tradizione da pane e salsiccia del Festival dell’Unità si canta a pugno chiuso bella ciao, fino ad arrivare a un editore, semplicemente non di sinistra e non certo nazifascista, costretto a lavorare presidiato dalla Digos per paura di azioni violente contro il suo stand.

https://www.nicolaporro.it/e-questi-fenomeni-cantano-bella-ciao/

E allora Ray Bradbury se fosse ancora vivo direbbe estrapolandolo da Fahrenheit 451: Se non vuoi un uomo infelice per motivi politici, non presentargli mai i due aspetti di un problema, o lo tormenterai; dagliene uno solo; meglio ancora, non proporgliene nessuno.

Stamattina nel radermi davanti allo specchio mi sono tagliato. Mentre mi tamponavo il rivolo di sangue che usciva dal mio collo pensavo al fatto di non essermi fatto mai radere da un barbiere. L’idea mi faceva sorridere, ma in fondo ha certo fascino che va provato almeno una volta nella vita. A proposito di barbieri, il filosofo inglese Bertrand Russel coniò un paradosso che ha poi preso il suo nome. In breve, in un villaggio esiste un unico e solo barbiere. Lui rade solo tutti gli uomini che non si radono da soli. La domanda è: chi raderà il barbiere che è sempre sbarbato? La questione non è risolvibile poiché se egli non si radesse da solo, dovrebbe radersi in prima persona in quanto unico barbiere del villaggio; ma se si radesse non sarebbe più uno che non si rade da solo, e di conseguenza egli non dovrebbe radersi. Ma come fa a essere sempre sbarbato?

Esuliamo dalle questioni filosofiche di Russel, tra matematica e logica, che entrano in un dibattito che non è alla mia altezza, né coerente con l’argomento di questo post. Tuttavia la logica  si interseca con il comportamento umano fino agli estremi delle ideologie. Vengo al dunque. Sul Corriere della Sera c’è un articolo che descrive alcune storie di persone in fila davanti ai CAF per richiedere il Reddito di cittadinanza. 

https://www.corriere.it/economia/cards/reddito-cittadinanza-rocker-76enne-icona-bologna-l-ex-brigatista-mamma-4-figli-storie-chi-l-ha-chiesto/l-ex-br-fila-anche-io-voglio-sussidio.shtml

C’è un rocker di strada, una madre di quattro figli di una famiglia monoreddito, un marito separato che non lo chiede per se stesso ma, non volendo più pagare gli alimenti alla moglie prega l’impiegato del CAF di obbligarla a fare domanda. C’è addirittura un ex calciatore, addirittura inserito nella rosa del mio Napoli, insieme a un certo Diego Armando Maradona, nel 1987. Adesso se la passa male, con una famiglia di sei persone a carico. Tra coloro, dei quali si citano le tristi vicende private, c’è n’è uno che viene da un passato invece molto pubblico, che brucia ancora sulla pelle delle vittime e dei loro congiunti. Si tratta di un ex appartenente alla colonna torinese delle Brigate Rosse. Tanto per sgomberare il campo a ogni facile giustizialismo, va detto che il suo debito con la giustizia l’ha pagato e che, come le altre persone in fila ai Centri di assistenza fiscale, se è lì è perché avrà bisogno di quei soldi. Sarà meglio rammentare però ciò che dovrebbe essere ovvio, ma non scontato per taluni: è lo Stato che riconosce quel reddito. Si può essere non d’accordo, come nel caso del sottoscritto, o d’accordo con quel tipo di assistenzialismo, ma una cosa è certa: è lo Stato con la “S” maiuscola a dare quei soldi. Non è certo da questa considerazione che si può concludere che quel medesimo Stato in suo nome non si sia mai macchiato di ingiustizie non sanate, ma rimane pur sempre, oggi come allora, il garante di un contratto supremo stipulato tra noi cittadini e il suolo dove siamo nati e viviamo. Ora quel Garante ha scelto di distribuire risorse a tutti quelli che, secondo la norma, ne hanno diritto. Tra di essi c’è anche uno che quello Stato ha cercato direttamente o indirettamente di abbatterlo a colpi di Kalashnikov, disconoscendone ogni funzione. Pazienza se tra  quelle funzioni esiste anche il recupero di chi ha deciso di non riconoscerne regole e struttura, anche se  in fila per accedere a uno stipendio statale afferma candidamente: «Rimango di sinistra, non credo nella loro falsa aria di rinnovamento. Non tifo per i Cinque Stelle, l’unica stella in cui ho creduto era un’altra».

Sembrerebbe, vista la sua presenza al CAF della CGIL di Torino, che l’unica stella alla quale sta credendo adesso invece sia quella presente nell’emblema della Repubblica Italiana che potrebbe, qualora rientrasse negli aventi diritto, mollargli un mensile di alcune centinaia di euro solo perché cittadino di questo Stato, che né le BR né altri hanno potuto abbattere.

Ricordo che il paradosso di cui sopra impedirebbe al barbiere di radersi perché se lo facesse non rientrerebbe nella categoria di coloro dei quali egli stesso dovrebbe occuparsi. Tuttavia, per qualche strano motivo egli è sempre ben rasato: chissà chi l’avrà miracolato…