Grazie a Beppe Severgnini oggi sappiamo che se un epiteto è da considerarsi razzista, oppure no, lo decide il destinatario del presunto epiteto.

http://italians.corriere.it/2019/09/09/cose-razzismo-da-stadio-decidono-i-giocatori-2/?refresh_ce-cp

Se una violenza sessuale è tale lo stabilirebbe, secondo Severgnini, la vittima anche con una carezza non gradita, “Discorso chiuso.” così come scrive testualmente il famoso giornalista sul Corrierone. L’oggetto del contendere è la lettera (…ammesso che tale possa chiamarsi una simile accozzaglia di stupidaggini) diffusa dalla curva ultras interista dove menti contorte spiegano che i buuu diretti contro Lukaku da parte dei loro degni colleghi cagliaritani in realtà non sarebbero cori razzisti, ma incitamenti sportivamente intimidatori verso l’avversario. In tal senso è inutile commentare tale idiozia, ma mi incuriosiscono le conseguenze del modo di pensare di Severgnini. Lascerei da parte (…e a qualche bravo psicanalista) chi è veramente ossessionato da razze, etnie, provenienze geografiche e appartenenze varie e cercherei di capire dove potrebbe portare il ragionamento dell’enfant prodige del Corriere della sera. Se ogni destinatario di ciò che considera personalmente un epiteto razzista o una violenza di genere potesse soggettivamente agire di conseguenza, stabilendo cos’è razzismo o violenza sessuale, ognuno sarebbe arbitro inoppugnabile della sorte morale e finanche giuridica di chiunque altro, indipendentemente dalle sue responsabilità reali e senza alcun contraddittorio. È ovvio che una vittima ha tutto il diritto personale di considerare tale il suo presunto carnefice, ma se tale valutazione debba poi diventare automaticamente e in modo acritico quella etica di tutto l’universo mondo o addirittura quella reale di un codice penale, mediante il “giudizio abbreviato” proposto da Severgnini, non potrei mai essere d’accordo. Sono un nigeriano di etnia Igbo e un mio connazionale, Igbo come me, per strada mi chiama: “Yoruba!” (etnia contrapposta). Mi offendo mortalmente sentendomi discriminato. In base al mio disappunto e al potere che mi viene concesso da Severgnini lo denuncio per le offese a sfondo etnico nei miei confronti. È la mia sola sensibilità che decide cosa è molesto e cosa no? Se mando un bacio da lontano o accarezzo la mia fidanzata e lei ritiene quel gesto, fatto mille altre volte, in quel preciso istante una coercizione, può quest’ultima comodamente accusarmi di violenza sessuale, moralmente e anche fattivamente? In sostanza a chiunque verrebbe fornita una comoda legge del taglione secondo la quale si potrebbe, all’estremo, decidere, secondo il proprio intangibile umore, di accusare di razzismo o di violenza di genere chiunque altro. Mi sembra superfluo non includere in questo mio ragionamento chi imita scimmie sugli spalti in direzione di calciatori africani o aggredisce donne in giro o nelle mura di casa, ma questi modi moralmente retorici e falsamente progressisti di affrontare temi complessi sono avvilenti. Nessuno può decidere per editto di stampa chi possa giudicare cosa sia razzista e cosa non lo sia, semplicemente perché è impossibile stabilirlo decidendo chi lo debba stabilire. La discriminazione, che sia razziale o di qualunque altra natura, può annidarsi ovunque. Tutti possiamo esserne vittime o carnefici consapevoli o, sempre più spesso, incoscienti, ma il tema vero non è chi decide cosa è razzista, ma l’esclusione reale di alcuni da parte di altri, laddove questo non dovrebbe avvenire. Di uomini e donne discriminati ce ne sono miliardi ovunque, ma qualcuno continua a riferirsi sempre e solo ad alcuni di essi. Forse fa più chic…

Apprendo con grande disappunto che i significati di ironia, sarcasmo, comicità, con i relativi sinonimi, sono cambiati a mia insaputa! A informare me e tutto il resto dei lettori sprovveduti non è l’Accademia della crusca, ma una nota associazione filantropica che promuove la cultura e soprattutto la lingua italiana nel mondo: gli ultras de “La Curva Nord di Bergamo”

http://www.corrieredellosport.it/news/calcio/serie-a/atalanta/2018/11/30-50543965/ultras_atalanta_cori_contro_napoli_solo_campanilismo/

In un comunicato stampa, che sbaraglia ogni ricerca filologica sul linguaggio italico, gli ultrà atalantini chiariscono in modo definitivo il concetto di campanilismo: “A Bergamo è sempre stata una questione di campanilismo e non di razzismo: ben venga quando sentiamo Bergamasco contadino cantato a gran voce nella maggior parte degli stadi italiani! Ben vengano gli ‘odio Bergamo’. Tutto questo vissuto sulla nostra pelle non ci ferisce, tutto questo non lo reputiamo razzismo ma anzi ci lega semplicemente di più alla nostra terra, ci rende ancor più fieri delle nostre origini. Noi non siamo Napoletani… la cosa è abbastanza evidente per tutti ma non per qualcuno!”.

In effetti questi signori non hanno torto quando urlano “Noi non siamo napoletani!” È una fortuna che loro non lo siano, (…più che altro per noi che lo siamo), ma essi nell’insegnarci il nuovo concetto di ironia vogliono convincerci che un campione abbastanza significativo dei seguenti cori ascoltati negli stadi italiani siano da definire “campanilistici”, così come lo è il festival del marrone di Cuneo Vs la sagra della pasta con le sarde (ho effettuato un taglia e incolla brutale per far notare l’ultimo stile grammaticale che i vari letterati dei gruppi ultras italiani stanno diffondendo):

UN GIORNO ALL IMPROVVISO IL VESUVIO ERUTERA, E STA CITTA DE me**a SUL FUOCO

LAVERA… COLERA A SALMONELLA MA SIETE ANCORA QUA… qualè l epidemia che vi STERMINERAAAAAAAAA!!!!! OOOOOOOH OOOOOOOH OOOOOOOOH OOOOOOOOH!!!!!!!

Senti che puzza scappano li cani stanno arrivando i napoletani o colerosi, terremotati, con il sapone non vi siete mai lavati….. Napoli me**a, Napoli colera sei la vergogna dell’Italia intera

Che Bello é quando erutta il Vesuvio, Scende tutta la lava. Scompare la Campania

Napoletano brucia nell’immondizia

Senti come puzza Senti come puzza Naaaapooli sarà perchè so’ zingari sarà perchè so colerosi

sarà perchè n’se lavano oh Vesuvio pensaci tu!

E sembra che lui dorma come Etna e Stromboli(x4) ….e invece no il mio sogno esaudirò(x4)…… Vesuvio erutta tutta Napoli distrutta(x4)

VESUVIO Bruciali TUTTI BRUCIALI TUTTI ALE ALE ALE VESUVIO PENSACI TE VESUVIO BRUCIALI OLE OLE OLE

Queste litanie, insieme a un elenco di circa 34 pagine, sono custodite in un “prestigioso” sito web http://www.coridastadio.com/migliori/contro/napoli che fornisce punteggi al “coro migliore” contro i napoletani e contro altrettante squadre di calcio o città o cittadini.

La stampa sportiva, fino a oggi ha elegantemente glissato su tutto questo, salvo indignarsi per tre o quattro minuti quando si arriva a usare gli “sfottò campanilistici” contro i vivi, prendendosela con i morti, che siano dell’Heysel, di Superga o di quelli probabili dopo un’eruzione del Vesuvio; meglio tenere il calcio, alias la gallina dalle uova d’oro, al riparo da pericolose turbolenze…

Comunque, dopo questa lezione della prestigiosa Accademia linguistica nerazzurra di Bèrghem de hura vado a riguardarmi sul web tre persone che di comicità e ironia se ne intendevano sul serio, allora come oggi. I seguaci della nuova tendenza linguistica dovrebbero piazzarsi davanti al video e apprendere ciò che Sarcinelli, Giobbe e Paolantoni spiegavano nel 1990, per capire meglio in cosa consista l’ironia.

Sono un tifoso! Lo ero prima di aver visto la trasmissione Report sui rapporti tra ultras, criminalità organizzata e FC Juventus. Sono riuscito, a rimanere tifoso (…ovviamente non della Juve) durante la trasmissione e a tutt’oggi lo sono ancora. A tal proposito visti i contenuti dell’inchiesta non mi interessa il cliché di mercato tipo The show must go on, non minimizzo, né ne faccio una questione di fazione (…la Juve disonesta e le altre no), non mi scandalizzo, né rimango impassibile. Più che altro non riesco a stupirmi. Ieri, in una patinata trasmissione pre-Champions su “mamma Sky”, Fabio Capello ha dichiarato che anni fa lui è stato l’unico allenatore a denunciare i “business” gestiti dagli ultras delle curve. L’importante e autorevole (…) giornalista Ilaria D’Amico, dopo aver fatto melina fino a due, tre minuti dall’inizio delle partite, ha fatto un breve accenno sull’argomento trattato da Report, giurando e spergiurando di tornarvi su “in altra sede”. Non è chiaro quale altra sede sia più appropriata di una trasmissione che parla di calcio, comunque la domandina di rito, che appare sempre (o quasi) in tutti i miei post (…ricordo a chi non mi ha mai seguito che sono affetto da una fastidiosa sindrome che mi obbliga a pormi spesso dei perché) è: ci voleva una trasmissione come Report per scoprire ciò che non era necessario scoprire perché era sotto gli occhi di tutti? Mi torna in mente il bestseller Gomorra. Quando è esploso il successo del volume di Saviano, sembrava che prima della pubblicazione del libro la criminalità organizzata in Campania non fosse mai esistita. Quelle pagine spiegavano con dovizia di particolari accattivanti ciò che noi napoletani avevamo sotto gli occhi da quando siamo nati. Personalmente quel punto di vista l’ho ormai perso non vivendo a Napoli da tempo, ma la mia gente che vive ancora lì no, e per questo motivo è rimasta abbastanza agnostica di fronte al libro di Saviano. Tutto il resto del Paese invece ha inaspettatamente appreso da Saviano che l’acqua bolle a cento gradi e aumenta la sua densità intorno ai quattro. I contenuti di Report non hanno evidenziato sorprese. Di sorprendente c’è solo ciò che è accaduto dopo la trasmissione. Quotidiani, telegiornali, notiziari e quasi tutti i media hanno usato la sordina, per non dire il totale silenzio stampa, sulla cosa. È come se il sistema si volesse difendere in qualche modo dalla minaccia di una messa in piazza della triste realtà. Qualcuno di molto autorevole come il Presidente neoeletto della FIGC Gravina ha detto a proposito delle infiltrazioni della criminalità organizzata nelle curve “E’ un tema che lascio alla magistratura ordinaria. È il rapporto tra società e curve che dovrebbe essere ordinato. Poi la malavita è malavita e se ne deve occupare la giustizia ordinaria” come riporta l’Ansa. Che il potere giudiziario sia tenuto a intervenire è pacifico, ma cosa avrà inteso Gravina con “È il rapporto tra società e curve che dovrebbe essere ordinato.” Come si può pensare di mettere ordine tra due elementi incompatibili in un business miliardario come quello del calcio? È possibile convincere le formiche a smettere di dirigersi in fila indiana verso il barattolo aperto della marmellata? O si chiude il barattolo (…e questo nel calcio significherebbe chiudere i battenti) o si eliminano le formiche. In Inghilterra l’hanno già capito da tempo: non può essere messo in ordine alcun rapporto tra tifoserie e società! E allora, per non eliminare il business, gli inglesi hanno fatto l’unica cosa possibile, eliminando il problema alla radice, cioè le curve. Là negli stadi di proprietà delle società, essendo le stesse società a rispondere di tutto ciò che accade dentro e fuori lo stadio, purché inerente al rapporto tra un match e i tifosi, gli ultras non esistono più! Schiacciando le formiche hanno salvaguardato affari, spettacolo e mercato.

E allora, dopo aver visto Report, pensiamo ancora di indignarci o si decide una buona volta di utilizzare il DDT?

M.K., che non sta per Michael Kors lo stilista, ma per Marx Karl il filosofo, scrisse una lettera a un certo Weydemeyer, ex colonnello prussiano, nella quale si affermava per la prima volta nella storia che “la lotta delle classi necessariamente conduce alla dittatura del proletariato“. Questa visione la si ritrovò poi nella “Critica del Programma di Gotha” (1875) in cui Marx scrisse che: “tra la società capitalistica e la società comunista vi è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell’una nell’altra. Ad esso corrisponde anche un periodo di transizione, il cui Stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato“.

Se non vi siete ancora assopiti o meglio, non avete ancora cliccato su qualcosa di più interessante (io l’avrei fatto…) vi propongo questo articolo tratto dall’edizione locale di Torino del Corriere della sera.

https://torino.corriere.it/cronaca/18_ottobre_07/no-olimpiadi-festa-pochi-senza-consiglieri-m5s-dissidenti-cd1a14d4-ca1b-11e8-8417-701d201b7018.shtml

In breve, uno sparuto drappello di festanti cittadini pentastellati, circa una ventina, ieri celebrava giuliva la mancata partecipazione di Torino alla candidatura per le Olimpiadi del 2026. In sostanza venti persone sancivano a grande minoranza che un evento di massa come i Giochi Olimpici, con un indotto di qualche miliardo di euro e visibilità mondiale con relativo maquillage cittadino, non dovesse aver luogo perché: «Prima i poveri migranti! No alle Olimpiadi che arricchiscono i soliti noti. Cancelliamo il debito illegittimo del Comune di Torino» così come recitavano alcuni cartelli esposti in piazza.

Non desidero entrare nel merito della querelle su “Olimpiadi sì o Olimpiadi no”, perché basta tornare alla memoria di com’era Torino prima e dopo Olimpiadi del 2006 per capire se aderire a un evento del genere avrebbe un senso virtuoso o no. Ma ciò che mi colpisce sempre di più è la distanza tra il dato elettorale e le numerose posizioni di nicchia sui grandi temi. In altre parole, undici milioni di persone votano per una forza politica, dando lo strumento a microscopiche fazioni per decidere sugli argomenti di cui sopra, in barba a ciò che la moltitudine pensa e si aspetta. Una sorta di “dittatura della minoranza” in nome di una maggioranza attonita, “cornuta e mazziata”. Inutile rammentare le posizioni settarie dei NO VAX contro qualcosa di meramente scientifico, che nulla ha che fare con il confronto politico contro la gran parte delle persone che ragionevolmente si schiera a favore dei vaccini e delle misure di prevenzione delle malattie infettive.

Almeno negli anni di M.K. il proletariato dominava demograficamente e la dittatura, ipotizzata da quest’ultimo, fino all’abbattimento delle classi sociali e dello Stato, sarebbe almeno stata di una maggioranza. Fortunatamente oggi la democrazia ha risolto il dilemma! Intere masse di elettori festeggiano giocondi l’avvento dell’”onestà ta, ta, ta”, dell’”abolizione della povertà” e di altri rivoluzionari e realistici cambiamenti, solo che sono assoggettati a circa venti cittadini che tifano per la decrescita economica, sociale e immunitaria.

Quando, alle prossime elezioni, un incaricato di qualche agenzia di sondaggi domanderà all’ingresso dei seggi elettorali a un campione rappresentativo di quegli undici milioni di elettori se voterà ancora per il M5S e perché, nonostante i vaccini e le mancate Olimpiadi a Torino, quest’ultimo si sentirà rispondere da una folta maggioranza: “Lo vada a domandare al PD a Forza Italia e a tutti quelli che ci hanno già governato perché preferisco farmi castrare per fare un dispetto a mia moglie…

Che bello sudare! Sto correndo lungo la pista ciclabile di corso Vinzaglio a Torino, di ritorno dal mio percorso aerobico. È aerobico solo in teoria; mi manca l’ossigeno ogni cento metri di allungo. Non corro da un po’ e lo sento nella dolenzia strisciante nei miei muscoli ipotrofizzati da mesi di inattività. A rendermi ancora più difficile il ritorno all’attività fisica è lo strombazzare continuo di clacson per l’ennesimo scudetto assegnato ai bianconeri. Invece di scrivere “assegnato” il participio passato del verbo vincere in questo caso sarebbe stato troppo per me. Mentre mi riavvicino al centro cittadino vedo qualche gruppo di tifosi che si avvia verso piazza San Carlo. Hanno facce sorridenti, qualcuno sventola bandiere e qualcun altro esibisce sciarpe monocromatiche attorno al collo. Una coppia in bermuda e sandali da spiaggia ha infilato addosso a un bulldog una maglia a strisce bianconere. Il povero cane procede barcollando nel tentativo di non inciampare nel risvolto della maglia che gli penzola tra le zampe posteriori. C’è una famiglia composta da padre, madre, figlio piccolo, forse di sei, sette anni tenuto per mano e dietro di loro, a poca distanza, un ragazzo di almeno sedici anni vestito in pantaloncini, maglia di Dybala, cappellino, fischietto e sciarpe annodate a entrambi i polsi, che mi sbraita in faccia mentre lo incrocio correndo: «I CAMPIONI DELL’ITALIA SIAMO NOI!!». Lo supero e proseguo lungo la mia strada. La figura e l’espressione giuliva di quel ragazzo ricorda un po’ quella di “Robertino” il personaggio di Ricomincio da tre. Sembra chiuso, quasi prigioniero della propria gioia inconsapevole. I genitori camminano con aria rassegnata e lui dietro si abbandona all’oblio di un tifo artificiale ormai ridotto a una pantomima da settimana Valtur. Così come nei villaggi turistici tutti cantano la sigla e il rito si ripete ogni settimana, uguale a quella appena passata, altrettanto accade a Torino da anni quando finisce il campionato. Per carità, il settore turistico dei villaggi vacanze è per introiti uno di quelli in grandissima salute. Si tratta di gruppi industriali con alle spalle multinazionali influenti e penetranti e ciò è semplicemente la normalità del mercato. Certo, quel tipo di vacanza può essere risolutiva ed esaltante per tanti, ma è finta, forzatamente finta per tanti altri. Se entri in un villaggio devi divertirti per forza. E allora, come nell’anfiteatro con gli ospiti festanti in un qualunque Club Med, ecco riapparirmi il Robertino di prima, tutto vestito di bianconero. Pur avendo una famiglia sarà sempre orfano di un Massimo Troisi che gli dice: “Robè, sient ‘a me; tu te ne devi uscire da qua dentro…tu te ne hai fuì… vai in miez a strada, tocca ‘e femmene, va ‘a rubbà…mammina te mann ‘o manicomio…”. Quel ragazzino crederà sempre che il mondo sia solo quello che ruota intorno al villaggio turistico Juventus F.C. alias “mammina”.

Torno a casa e mi infilo sotto la doccia. Penso alle lacrime di Allan sul campo di Firenze e l’impressionante foga agonistica delle squadre che si sono misurate contro il Napoli, anche quando non avevano niente da perdere (o da vincere) e questo mi ha dato sollievo. È così che dovrebbe andare nello sport; quando si scende in campo tutti ci mettono il massimo, chiunque sia l’avversario che ci si trova di fronte. Nel gratta e vinci il bello sta nel non sapere cosa si cela dietro la copertura da rimuovere per vedere se si è vinto. Se lo sai già vuol dire che ti pace vincere facile…

Sono le undici di sera e appena rincasato con Mr. Green dalla passeggiatina butto lo sguardo alla TV accesa. Su Mediaset stanno commentando la partita di Champions appena terminata. È un processo ai torti arbitrali subiti dal Bayern Monaco contro il Real Madrid. Sul banco degli imputati, esposto al linciaggio giornalistico, la squadra spagnola rea, qualche settimana fa, di aver usufruito di un rigore contestato ai danni della Juve. L’atmosfera in studio è quella da sovranismo nazionalista lepeniano. A proposito di sovranisti evito di citare Salvini che cerca disperatamente di sdoganare la Lega dal nazionalismo padano. Comunque, tornando al tema calcistico, l’ambiente in studio sembra quello dei girotondi anti berlusconiani; indignazione a tutto campo! Tutto sembra mirato indirettamente a giustificare l’uscita dei bianconeri dall’Europa che conta a causa una congiura arbitrale. Peccato che dopo un intero campionato di serie A nel quale gli arbitri hanno utilizzato un metro di valutazione per diciannove squadre e, diciamo, altri parametri per un’altra, nessuno dei presenti in studio abbia sino a oggi pensato di imbastire processi analoghi. Tuttavia, ciò che oggi mi ha lasciato uno strano sapore amarostico in bocca, dopo le ultime giornate calcistiche, stranamente non è ciò di cui ho appena scritto. Qualcuno, a me molto caro, mi ha confidato: «Ma dopo Inter-Juve e dopo la debacle del Napoli a Firenze, alla fine di un campionato iniziato e terminato in questo modo, come spiego a mio figlio dodicenne, acceso tifoso partenopeo, ciò che ha visto? Lui pensava che i più forti in campo vincessero semplicemente perché più forti…». Ho pensato, dopo quella chiacchierata con il mio amico, di essere fortunato ad avere un figlio di ventiquattro anni che non ha più bisogno di spiegazioni. Poi ho anche pensato che forse il mio amico non dovrebbe preoccuparsi più di tanto. Già, perché a farlo dovrebbero essere tutti i genitori di quei dodicenni che palpitano per la Juve. Quella miriade di ragazzini in maglia bianconera che ai giardini giocano tra gli alberi immaginando di essere Dybala, Mandzukic, Buffon. Quelli che allo Juventus Stadium urlano di gioia all’ingresso delle squadre come in un grande villaggio turistico alla sigla del gioco aperitivo. Tutti quei ragazzini che pensano sia normale vincere il campionato di serie A per sette anni di seguito con quindici o venti punti dalla seconda e non rammentano l’ultima sconfitta della propria squadra del cuore perché erano troppo piccoli per ricordarselo. Per loro vincere è la normalità, solo perché sono puri come lo si può essere a quell’età. È logico che nessuno di essi si chieda come fa una squadra a trionfare solo e sempre in Italia e non al di fuori dei confini del campionato. Se può esistere una proporzionalità tra campionati nazionali vinti e trionfi in Champions emerge questo singolare dato:

Real Madrid: 33 campionati spagnoli vinti e 12 Coppe dei Campioni/Champions.

Barcellona: 25 campionati spagnoli e 5 Coppe dei Campioni/Champions.

Bayern Monaco: 28 campionati tedeschi e 5 Coppe dei Campioni/Champions.

Liverpool: 18 campionati inglesi e 5 Coppe dei Campioni/Champions.

Ajax: 33 campionati olandesi e 4 Coppe dei Campioni/Champions.

Milan: 18 campionati di serie A e 7 Coppe dei Campioni/Champions.

Inter: 18 campionati di serie A e 3 Coppe dei Campioni/Champions.

La Juventus ha vinto 33 campionati in Italia, ma lo stesso numero di Coppe dei Campioni/Champions del Nottingham Forest FC squadra stabilmente in seconda divisione inglese, oggi diciassettesima, un tempo discreta, ma che ai più giovani può ricordare solo il nome lo sceriffo del cartone animato di Robin Hood.

Da chi vince ben 33 scudetti come il Real Madrid, il Barcellona o il Bayern ci si aspetterebbe almeno il triplo delle Coppe dei Campioni/Champions vinte dalla Juve, senza dimenticare quella drammatica, che non andrebbe neanche considerata, dell’Haysel. Pur tuttavia i bianconeri vincono in Italia come se tutte le altre squadre fossero composte da allievi di società dilettantistiche e la gioia cieca dei tifosi adulti, come le tre scimmiette, non vede, non sente e non parla. I figli di questi ultimi pensano che, come per le imprese dell’invincibile Juve, secondo cui vincere non è importante, ma l’unica cosa che conta, la vita fuori da villaggio turistico dello Juventus stadium sia la stessa. Non esiste alternativa a vincere! D’altronde i loro beniamini in Italia lo fanno ogni domenica e se ciò non avviene in Europa sarà sempre per colpa di qualche arbitro con la pompa cardiaca sostituita con una benna dei rifiuti. Ma quando un bulletto li piglierà di mira, un professore gli appiopperà un quattro non meritato o il compagno di squadra meno bravo a Judo sarà scelto per la gara, questi ragazzini convinti che tutto sia come nel mondo Juve, vincente e basta, come reagiranno alla realtà? Già, perché quest’ultima è tremendamente ingiusta e mediamente la meglio ce l’ha chi è più furbo e non più bravo, esattamente come nel campionato di serie A, quello dove arbitri, giornalisti, squadre che si scansano e tifosi adulti non vedono, non sentono e non parlano. Forse richiamerò il mio amico e gli dirò che non dovrà preoccuparsi di cosa spiegare a suo figlio, tifoso azzurro, di fronte alle ingiustizie del campionato, perché in fin dei conti a dodici anni è sempre meglio godersi le illusioni finché c’è tempo.

Oggi, costretto a casa per una sindrome paraifluenzale zappeggio tra notiziari sportivi e tribune calcistiche. Ieri la Juventus ha pareggiato in casa in Champions contro un forte Tottenaham che ha recuperato il 2 a 0 dei primi nove minuti. Mi hanno incuriosito, sul 2 a 0, i fischi provenienti dalle tribune dello J. Stadium nei confronti della propria squadra, forse rea di non aver cavalcato in goleada il match, contro gli inglesi che non sono proprio il Benevento, con tutto il rispetto per le cugine streghe del Sannio. Un certo Higuain Gonzalo, attaccante della Juve, solo omonimo di un grande centravanti azzurro di alcuni anni fa che si batteva col palmo della mano sul cuore all’altezza della “N” di fronte alla Curva B, poi sparito in circostanze misteriose, si è lamentato di questi fischi su Instagram: “Buongiorno a tutti…che facile e parlare dopo la partita da un divano o una sedia..”

http://www.gazzetta.it/Calcio/Champions-League/Juventus/14-02-2018/juventus-sfogo-social-higuain-facile-parlare-divano-250274688351.shtml

Questo calciatore sudamericano approdato alla Juve, non si sa da dove, nonostante la sua militanza tra i bianconeri ormai da qualche anno, pare che non abbia ancora capito dove si trovi. Forse non glielo hanno ancora spiegato e lui continua a gongolarsi nella sua immagine ignorando il contesto in cui è atterrato, forse dall’iperspazio. Dopo circa ventotto anni passati a Torino, credo di essermi fatto un’idea del mondo monocromatico juventino. Per sintetizzare meglio mi servirò di un paio di citazioni così per fornire uno spunto di riflessione agli amanti del calcio. Un altro grande centravanti del mondo bianconero, Giampiero Boniperti si pronunciò spesso sullo stile e la mentalità made in Juventus. La prima citazione, la più famosa, alla quale non aggiungo altro perchè già sufficiente a comprendere un intera storia calcistica e, soprattutto non calcistica, recita: “Vincere non è importante: è la sola cosa che conti.” (Citato in Marco Pastonesi e Giorgio Terruzzi, Palla lunga e pedalare, Dalai Editore, 1992, p. 97. ISBN 88-8598-826-2)

La seconda citazione è quella che mi attrae di più soprattutto sul piano sportivo: “La Juve è una fede che continua a essermi appiccicata addosso. Sono da compatire quelli che tifano per altri colori, perché hanno scelto di soffrire. Sembrava una battuta, invece lo pensavo e lo penso tutt’ora.” (Citato in Protagonisti del secolo bianconero n. 11, www. Juveclubsantagata.it, gennaio 2004)

Per Boniperti in una competizione sportiva chi tifa per i propri beniamini, se non vincenti ad ogni costo, sarebbe da compatire. In sostanza, in un mondiale di calcio tifare per l’Italia dal 1938 all’1982, dal 1982 al 1996 e dal 1996 a tutt’oggi sarebbe da sfigati semplicemente perché in quegli intervalli di tempo non abbiamo alzato coppe del mondo. Quindi si desume che, siano da compatire quelli che tifano altri colori, se non quelli di chi vince, per cui noi poveracci italiani avremmo dovuto nel frattempo tifare Brasile, Germania, Inghilterra, Argentina, Francia, Spagna, magari insieme a lui, solo per non soffrire sentendoci dei paria perdenti del calcio mondiale. Questa è la mentalità che quel giocatore argentino approdato da qualche anno nella terra dei vincenti a tutti i costi non ha ancora capito. Qui non si ama il calcio, si è assuefatti allo stravincere. Il fatto che lo scenario del vincere sia quello della competizione sportiva è solo un fastidioso dettaglio, soprattutto in Italia. Nei confronti a livello internazionale tutto cambia. Lì il fattore sportivo conta ancora e, mediamente, il più forte ha ancora la meglio. Questo fa imbestialire il popolo bianconero generalmente non ferratissimo in materia calcistica, ma super accademico in auto trionfalismo in terra italiana, scomodando anche la genetica quando si dice che gli juventini hanno la vittoria nel DNA. Ed ecco la genesi di quei fischi che tanto hanno infastidito il barbuto centravanti argentino. Quell’altro grande giocatore del passato suo omonimo in maglia azzurra, ormai sparito, non avrebbe mai ricevuto fischi per qualche gol sbagliato in una gara in Champions, magari contro uno stratosferico Manchester City dopo una partita combattuta, proprio perché noi tifosi “da compatire” amiamo soffrire solo per un motivo: godere più di chiunque altro quando vinciamo!

“Tendenza a dare prevalente o esclusiva importanza a considerazioni morali, spesso astratte e preconcette, nel giudizio su persone e fatti della vita,…” Il dizionario Treccani così sentenzia in merito alla definizione di moralismo. La quotidianità è una miniera di fatti che per motivi di punti di vista possono essere utilizzati come paradigma di questa definizione. Lo sport è il paradigma dei paradigmi. Cosa nello sport è morale o immorale?

Vincere? Se non ci si impegna per vincere non si onora il proprio mandato di atleta. de Coubertine dava più senso alla partecipazione che al primeggiare. Ma nei due casi, decisamente opposti, cambiano fortemente le motivazioni e quindi gli esiti finali della competizione, snaturandola. Allora cosa è morale? La coesistenza di entrambi i principi è una splendida teoria ma incompatibile con la realtà umana. Se voglio vincere è naturale augurami che l’avversario soccomba. Poi, alla fine della competizione, potrò anche abbracciarlo e consolarlo, ma quanta ipocrisia porta inevitabilmente con sé un atto simile? Qualcuno obietterà: “Ma allora il terzo tempo nel rugby?” Il terzo tempo non è affatto un principio di origine olimpica. Si tratta di una tradizione, di un momento conviviale lontano ore e ore dall’agonismo del match. Una consuetudine a base di alcolici e cameratismo extrasportivo. Un esimio ex rugbista italiano alla domanda (…inapprorpiata) se fosse utile inserire nel calcio il terzo tempo, pare che abbia risposto: «È soprattutto una cosa che deve essere spontanea…». Il punto è proprio questo. Quanto potrebbe essere realistica e soprattutto onesta una consuetudine che non ha un senso se non nella tradizione di un singolo sport. Ve l’immaginate una squadra di un club di serie A che dopo aver perso il match più importante per lo scudetto, magari dopo un arbitraggio contestato, organizza un after-match party pomeridiano con gli avversari, questi ultimi ancora festanti per averli asfaltati, magari con l’aiuto del direttore di gara?

Allora, tornando a bomba, cos’è morale?

Un importante e influente calciatore del nostro campionato di serie A, Gianluigi Buffon, da qualche giorno, a proposito dei festeggiamenti per la sconfitta della Juventus, sta esprimendo con sorprendente insistenza il suo disappunto. Le sue esternazioni scandalizzate, quasi costernate per il giubilo nazionale anti juventino stanno inondando le prime pagine, forse ancor di più del crollo elettorale pentastellato. Sul sito web dell’ANSA, http://www.ansa.it/piemonte/notizie/2017/06/12/juve-buffon-attacca-i-miserabili_f5cd00ee-b4ab-471b-be02-2513b4ed0894.html il portiere della Juventus e della Nazionale si è espresso così: “Chi gode delle sconfitte altrui “fa capire quanto miserabile possa essere l’uomo. E io sono orgoglioso di non fare parte di questa schiera, di chi ride, sghignazza o scrive sulle tue delusioni, a maggior ragione se è un giocatore”. Gianluigi Buffon, nella lunga intervista a Sky Sport 24, è tornato ad attaccare i gufi. “Non leggo molto i social – ha aggiunto – ma in certi messaggi che mi hanno riferito c’è qualcosa di veramente bestiale, disumano”

Certo, la delusione per la sconfitta di Cardiff deve essere ancora cocente sulla sua pelle di calciatore navigato. Peraltro, sportivamente quella è stata una debacle senza appello (…e sul campo). Posso comprendere quanto sia duro ammettere di aver perso semplicemente perché la Juve non era più forte del Real. Quindi è comprensibile che qualche residuo di malumore sia ancora vivo e bruciante dentro e di lui e dei suoi compagni di squadra. Ciò che però stona è la propria autocollocazione nell’Olimpo dei detentori della morale assoluta. Lasciano perplessi anche i suoi tempi di conversione al francescanesimo militante, oggi molto in voga. Solo da qualche giorno il nostro portierone nazionale si è accorto di quanto il mondo possa essere “miserabile”. Forse, colpito da un’improvvisa compulsione letteraria si sarà sciorinato l’omonimo capolavoro di Victor Hugo, magari in compagnia della sua splendida metà, anch’essa facente parte di diritto della dimora degli dei di Sky Sport 24, emittente che ha raccolto le lamentele del compagno bianconero. Probabilmente Buffon si sarà immedesimato in monsignor Myriel il personaggio di Hugo, ex nobile decaduto dopo la rivoluzione e dopo una crisi spirituale divenuto porporato e difensore dei principi di assistenza cristiana. Il fatto è che Buffon si è scoperto “porporato” solo adesso. In tutte le circostanze nelle quali è stato protagonista sportivo (…e non), stranamente non si è mai accorto di quanti “miserabili” sia composta la terra. Forse la gran parte degli uomini, compreso chi sta scrivendo questo post. Probabilmente, ma di certo a sua insaputa, anch’egli ha fatto parte di quell’umanità un tempo. La memoria a volte vacilla quando si viene fulminati dalla luce dei giusti. Inutile ricordare le sue avventure personali del passato, apparse sui giornali. Mi sentivo garantista allora come ora e non intendo rievocarle. Tuttavia, non ricordo una sua simile posizione davanti alla valanga di insulti ed esultanza bianconera (…la più prossima in ordine di tempo) dopo la sconfitta del Napoli nei quarti di finale di Champions, guarda caso contro la stessa squadra con la quale la Juventus ha meritatamente perso sul campo. Non riesco a rammentare un’analoga e insistita presa di posizione sui cori che i suoi meravigliosi e sportivi tifosi dedicano all’eruzione del Vesuvio, augurandosela, non solo ad ogni match con il Napoli, ma praticamente ad ogni partita dei bianconeri. Prendo atto delle sue distanze dai “miserabili” festanti per la debacle bianconera, ma anche del mondo nel quale egli ha vissuto in silenzio fino a qualche giorno fa, fino alla sua levitazione trascendente verso il paradiso delle “…considerazioni morali, spesso astratte e preconcette, nel giudizio su persone e fatti della vita,…