Diego

Diego
Mi sento strano. Non provo nulla. Le orecchie ascoltano parole dalla TV e gli occhi seguono a fatica piroette funamboliche sui campi di calcio di mezzo mondo. Il cervello è però scollegato da occhi e orecchie, pigro, disamorato e dissociato da una retorica funebre scontata. È morto un uomo, una persona e le persone quando se ne vanno per non tornare si assomigliano tutte. Siamo solo corpi tutti uguali. Nulla ci distingue e questo è quanto. Faccio partire un disco di Robyn Hitchcock e il mio cervello si ricorda di esistere, vibra, sembra ribellarsi al piattume di una morte uguale a tutte le altre. Poi il silenzio. Già, un silenzio che prelude a qualcosa che si manifesta solo in quei momenti che non ti aspetti. Un torrentello di ricordi si gonfia fino a diventare un fiume in piena e poi solo emozioni. Io nella mia cinquecento che giravo con Marco Piancastelli tra Via Posillipo e Mergellina, con la cappotta aperta e l’autoradio estraibile che gracchiava la notizia dell’avvenuto acquisto di Diego. Noi allo stadio tutte le domeniche sulle gradinate per ore e ore in piedi solo per vederlo riscaldarsi qualche minuto prima della partita e poi salutare il pubblico con il cenno di una mano e poi e poi…

Ci sono infiniti tipi di emozioni e poi c’è l’Emozione. Quella è unica, indivisibile. Si manifesta solo quando lo stupore si unisce alla gioia, alla pazzia, al dolore. Alcuni non la vivranno mai, altri la vivono tutti i giorni e impazziscono, altri la vivono mentre su un divano pensano a qualcosa di banale e poi i ricordi esplodono senza preavviso. E mentre ricordo quando l’Emozione la vivevo tutte le domeniche e tutti gli altri giorni pensando alla domenica successiva, una lacrima scivola sulla mia faccia e sorrido, perché oggi non è successo niente: i sogni avverati non possono morire, mai.

Ciao Diego, a presto, alla prossima Emozione.

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