Franco Cerri e il ditino alzato dell’elite culturale

 

Sono un nostalgico, ma non uno che rimpiange il passato. Non amo tutto il passato, mi piace ricordarne solo alcuni frammenti. Io, seduto su un divano di finta pelle bordeaux davanti alla tv; una Grundig in bianco e nero che trasmette Carosello. Sembra un’ambientazione di un volume di Elena Ferrante, ma, prima di andare alle scuole medie, non avevo mai indossato un paio di calzoni lunghi. Con i miei odiati pantaloni fino al ginocchio, sorretti da sottili bretelle, fissavo lo schermo che lampeggiava nell’oscurità del soggiorno di casa. In quel momento non mi interessava nulla di quei dannati calzoncini di flanella ed esisteva solo “L’uomo in ammollo”. Molti di voi si chiederanno chi fosse, ma la risposta corretta non è facile da dare. Certo, sul piano anagrafico è semplice: era un certo Franco Cerri, chitarrista jazz che per aiutarsi a vivere aveva accettato di fare l’attore in una cosiddetta réclame, così si chiamavano nei 60/70 gli spot pubblicitari. Ma questo non ci rivela nulla di quel ricordo che ogni tanto mi riaffiora nella testa. Già, perché insieme all’incredibile storia di quell’uomo che pochi all’epoca, ma anche oggi, conoscevano, proprio quella réclame mi scatenava emozioni inattese per un ragazzino della mia età. Il tono della sua voce, accompagnato da un lieve sciabordio dell’acqua, mi entrava direttamente nella testa e dopo si dirigeva in basso verso il petto. Era un timbro che sembrava sussurrarmi, “non devi temere nulla da ciò che ti circonda. Vedi io sono qui, in ammollo, e sto benissimo lo stesso. Non temere nulla”. Erano pochi secondi ma li avrei prolungati per sempre. Quell’uomo gentile, immerso in una vasca di vetro, che raccontava semplicemente la normalità, mi rasserenava. Pochi giorni fa è morto a 95 anni e molti della mia generazione lo ricordano proprio per essere stato l’uomo in ammollo di Carosello. Altri, pseudo musicologi e intellò con la puzza sotto il naso oggi, a causa di quella pubblicità,  si indignano perché lui in realtà, è stato tra i più importanti musicisti jazz del Paese. Ha collaborato con gente tipo Django Reinhardt, Wes Montgomery, Billie Holiday, Chet Baker, solo per citarne alcuni e quel ricordo banalmente commerciale li scandalizza. Ma il Jazz non è nato per essere musica di nicchia di un manipolo di radical chic sdegnosi. È permeato talmente a fondo nella cultura popolare da essere negli anni 50/60 un brand commerciale, che entrava tramite radio e tv nelle case delle persone comuni, come lo stesso Franco Cerri. E invece jazz, televisione, radio e ascoltatori hanno poi iniziato a separarsi fino ad arrivare all’attuale distacco. Oggi quel piglio elitario di chi suona quella musica, con ogni probabilità è dovuto alla scarsa considerazione mediatica nei nostri tempi. Ma Franco Cerri rimane per me, a dispetto dell’elite sdegnosa di ascoltatori jazz, un grande chitarrista autodidatta che ha segnato la storia della musica, anche se in ammollo nella vasca con acqua e detersivo, mentre il mondo intorno a me si fermava anche se solo per qualche secondo.

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