G20 Cop26 e il marchese di Vauvenargues

Ogni ingiustizia ci offende, quando non ci procura alcun profitto come sosteneva un certo saggista del settecento, Luc de Clapiers, marchese di Vauvenargues. In questi giorni, dopo il G20 e il Cop26 di offesi pare ce ne siano diverse centinaia di milioni. I meeting sul clima, che, per gli acronimi, ricordano detersivi sul banco di un supermercato, hanno fatto strage di indignati. “Esiste in Cina un’acciaieria che produce emissioni come l’intero Pakistan!”Poiché la Cina fa largo uso di combustibili fossili per la propria energia tale circostanza è più che credibile, per cui tutti a scandalizzarsi, comprese le grandi multinazionali terrestri i cui tycoon furoreggiano nell’informazione globale come salvatori dell’ecologia mondiale. Jeff Bezos, l’uomo Amazon, annuncia di stanziare ben un miliardo di dollari per riforestare un pezzo di Sahara, ma la stragrande maggioranza di merci vendute da Amazon dove vengono prodotte? Nelle isole ecologiche danesi, alimentate da energia eolica? No, in Cina e in India, i principali inquinatori del mondo. Allora sono loro i cattivi? Può darsi, ma una trentina di anni fa, quando l’economia occidentale è andata in crisi, a chi e dove si sono rivolte le stesse multinazionali per i costi proibitivi della produzione in Europa e negli USA? La Cina e l’India con i loro tre miliardi di abitanti e le proprie politiche di scarso per non dire nullo impegno ecologico sono state la grande soluzione per delocalizzare a basso costo la produzione mondiale di merci. D’altronde, chi ha problemi come il sovraffollamento e il sottosviluppo, ha altre priorità. Poi sono passati tre decenni e chi in quei paesi era destinato a morire di miseria, oggi, al posto dei propri piedi per spostarsi, non ha la bicicletta ma l’auto elettrica, al posto del cielo stellato come tetto dove vivere, ha un appartamento di proprietà con luce, acqua, gas, che in qualche modo dovrà essere alimentato. Quindi, grazie a quell’interesse per il mercato prima stimolato dall’Occidente e quindi sposato in pieno dai governi cinese e indiano, gran parte di quei tremila milioni di abitanti asiatici pretendono, giustamente, di sedersi davanti a una TV accesa sorseggiando un tè caldo appena uscito da un bollitore elettrico. Ma l’energia chi gliela fornisce? Greta Thunberg e la sua guerra contro i bla bla? Pensare di convincere quei due paesi a indurre la propria popolazione a consumare meno dopo millenni di povertà con un semplice Cop26 è come convincere  Kim Jong un ad abdicare al comunismo e a impegnarsi a favore dei diritti umani dei Coreani del Nord. Una risposta sarebbe interessante attenderla da chi ieri andava in Cina ad aprire attività commerciali, arricchendosi, ma oggi si lamenta delle responsabilità degli stessi cinesi sul cambiamento climatico. Magari  Bezos oltre a dichiarare pubblicamente versamenti in dollari per piantare alberi nel deserto potrebbe ad esempio iniziare a vendere meno prodotti di manifattura asiatica, che però genererebbe mancati introiti ad Amazon ben superiori al miliardo sbandierato per l’Africa, ma il marchese di Vauvenargues ci ha già spiegato che il profitto ripulisce animi offesi e sensibilità indignate.

A proposito, pare che in Danimarca, a causa di un prolungato periodo di bonaccia, si siano riscontrati gravi cali energetici per inerzia delle pale eoliche…

Rispondi