Are you experienced? (Jimi Hendrix)

[…] But first

Are You Experienced?

Ah! Have you ever been experienced?

Well, I have

I know, I know

you’ll probably scream n’ cry

That your little world won’t let go

But who in your measly little world are trying to prove that

You’re made out of gold and -a can’t be sold

So-er, Are You Experienced?

Ah! Have you ever been experienced?

Well, I have […]

Hai Mai Sperimentato Qualcosa Di Simile?

[…] Ma prima di tutto, sai di che parlo?

Hai mai sperimentato qualcosa di simile?

Be’, io si

Lo so, lo so probabilmente urlerai e piangerai

Che il tuo piccolo mondo non ti lascerà andare.

Ma a chi nel tuo mondo da niente stai cercando di dimostrare che

Sei fatto d’oro e non puoi essere messo in vendita?

Insomma, sai di che parlo?

Hai mai sperimentato qualcosa di simile?

Bè, io si.

Oh, lascia che te lo dimostri. Sì! […]

Jimi Hendrix cantava questi versi nel primo album, quello d’esordio, ma l’oggetto delle sue ricerche non è l’argomento di questo post, anche se lui era un tipo che non disdegnava la sperimentazione di cose interessanti.

A proposito di strane esperienze, qualcuno ha avuto una brillante idea. Ha girato un video insolito: una donna applica alcuni elettrodi sull’addome di un uomo (maschio), collegati a un apparecchio tipo una TENS fisioterapica. L’uomo, non solo è consenziente ma pure divertito. Poco dopo, l’improvvisata sperimentatrice, tra un’espressione sadica e le risate dell’uomo/cavia, incrementa con un interruttore del dispositivo la potenza delle scariche fino a produrre dolori lancinanti all’emulo dal ratto da stabulario, che si è prestato a questa scenetta. Tutto ciò per surrogare il dolore di un travaglio sulla pancia di un uomo e osservarne scherzosamente le sue reazioni. L’obiettivo principale del video, nella migliore delle ipotesi, è fare incetta di like, visto che è stato postato su fb e fin qui nulla di rilevante. Naturalmente, i commenti si sono susseguiti con grande intensità, a migliaia. Ciò che mi ha appassionato sono state le tesi di molte commentatrici al post, volte a dimostrare, al genere maschile, quanto il dolore di un parto naturale sia terribile e, ad esso sconosciuto e quanto possa essere insopportabile per un uomo. Anzi, la simulazione di quel dolore, secondo quei commenti, dimostrerebbe quanto impreparato possa essere un maschio, essendo tale, a una simile sopportazione.

Immediatamente mi immagino alle prese con una colica ureterale. Ne soffro e ne ho affrontate innumerevoli. Qualcuno diceva che, per intensità della percezione dolorifica, sarebbero simili al dolore del parto. Che siano simili o no, il dolore è talmente frustrante da far sì che la mente ne cancelli rapidamente le tracce nella memoria. Poi, dopo qualche secondo mi chiedo, da laureato in medicina e chirurgia, se questo pensiero ha un senso, oppure se mi sto allineando a post rivendicativi del suddetto video, inconsapevolmente a difesa della resistenza ai dolori provati da noi maschietti.

Smetto per un attimo di divagare e provo a tornare alla realtà di tutti i giorni: una donna concepisce insieme a un uomo un figlio. Dopo i canonici nove mesi, se tutto va bene, si appresterà al parto che, se non sarà cesareo, provocherà i tipici dolori dei quali la natura ha corredato l’atto del partorire non a caso. La religione non c’entra; in Genesi 3,16 “Alla donna disse: “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli.”. Peraltro sembra pure che la parola ebraica della Bibbia, tradotta erroneamente in “dolore” in realtà volesse dire fatica, affanno, come si preciserà meglio più avanti in questo post. Invece c’entra la scienza e la ricerca. Il dolore durante il parto non è una iattura piovuta come una maledizione sull’universo femminile da parte di Dei vendicativi (…e magari pure maschi). Il dolore è connaturato con il parto; anzi è il parto. Il fatto, per noi uomini, di non poter provare l’esperienza di un travaglio non vuol dire che, lo si possa surrogare con una TENS, per dimostrare l’attitudine naturale al martirio del genere femminile. Il dolore, per terribile che sia, è il vero motore del parto con significati biologici e comportamentali ben precisi. Senza entrare in modo approfondito nella complessa fisiologia del travaglio basti pensare che il rilascio di tutti gli ormoni che permettono la progressione corretta e naturale di un parto è proprio dovuto al dolore e alla reazione materna ad esso. Sarebbe fin troppo banale dire: “No dolore? No parto…“.

Ciò, ovviamente, non significa che il dolore in quelle fasi non debba essere controllato. Oltre ai meccanismi che il corpo umano femminile già mette in atto per difendersi, aumentando la soglia della percezione del dolore, la farmacologia, insieme all’esperienza del mondo sanitario, concorrono a tenerlo sotto controllo.

Allora, perché, al di là del simpatico gioco proposto nel video su fb, qualcuno ancora oggi riduce il dolore femminile da parto a una punizione divina, da mostrare con orgoglio come una stimmate distintiva. Per una volta mi trovo totalmente d’accordo con Erri De Luca, in un passo del suo libro: “Le sante dello scandalo” l’autore si sbarazza della “malintenzione punitiva” millenaria appioppata sulle donne, causata da un’interpretazione dei Sacri Testi per lo meno rivedibile. Riporto un estratto del suo scritto:

Da qualche millennio è risaputo che la divinità condanna la prima donna a partorire con dolore. Da qualche millennio si spaccia questa notizia falsa. Non che manchi dolore nel parto, manca invece la malintenzione punitiva della divinità. In quel punto cruciale della storia sacra, da cui prende spunto la faccenda del peccato originale, la parola pronunciata nel giardino dice un’altra cosa.

Dice alla donna che partorirà con sforzo, o fatica, affanno. Lo dice per constatazione, non per condanna.

[…]

Niente condanna al dolore di parto: la parola ebraica «ètzev», e suoi derivati, vuol dire sforzo, o fatica, o affanno. Non è una mia lettura, una mia interpretazione. La parola «ètzev» ricorre sei volte nella scrittura sacra, quattro volte nel libro Mishlé/Proverbi, (5,10; 10,22; 14,23; 15,1), una volta nei Salmi (127,2) e una volta nel giardino. I riferimenti delle sei volte servono a poter verificare quello che sto per dire: cinque volte i traduttori vari rendono «ètzev» con sforzo, o fatica, o affanno. Con deliberata intenzione le traduzioni maschili qui inventano una volontà divina di punire la donna, di caricarle sopra il senso di colpa di un peccato originale da scontare con i dolori di parto. Sono invece una conseguenza meccanica dell’atto di nascita, non un castigo della divinità.

Il falso è lì da migliaia di anni e non è rimediabile. Né spero che le future traduzioni emendino l’abuso. Mi basta sapere che non c’è volontà divina di punire quella prima donna, vertice di perfezione, con un maligno dolore. Mi basta sapere che il dito/grilletto puntato dai pulpiti, tu donna partorirai con dolore, è scarico, senza mandante.

Se l’uomo maschio, come dice De Luca, ha deliberatamente inventato nel corso della storia quella punizione divina per soggiogare con il senso di colpa il genere femminile, non c’è niente di peggio che ribaltare quell’infamia, a uso e consumo delle donne, in una disputa dalla retorica estrema e, a mio parere, del tutto pleonastica.

Pensare che, tra le diversità tra generi, debba affermarsi il dolore del parto in quanto merito, quest’ultimo, se difeso a spada tratta come un vessillo rivendicativo da sbandierare, non è altro che una presa in giro caricaturale di una circostanza utile e funzionale alla nascita, rischiando di far dimenticare l’unico modo possibile di prenderne atto: la conoscenza della natura.

La mia aggiunta al testo di Erri De Luca, forse altrettanto pleonastica, quanto la retorica del dolore da parto, è che il mandante di quel dolore c’è, eccome: è la natura stessa delle cose.