Il giornalismo a tesi della dezinformacija

Un ragazzo del Politecnico di Torino presenta una tesi di laurea interessantissima.

https://webthesis.biblio.polito.it/17864/1/tesi.pdf

Sintetizzo i passi più interessanti.

Il primo esempio di disinformazione risalirebbe al IV secolo a.C. ed è la lettera mai scritta dallo spartano Pausania, in cui affermava di voler tradire i greci per passare dalla parte del popolo persiano di Serse e per la quale venne accusato di alto tradimento, quindi murato vivo.

Più di recente, sul piano storico, è la manipolazione fatta da Stalin al testamento di Lenin per nascondere la sua avversione a pensarlo come successore. D’altronde l’Unione Sovietica, sin dalla nascita del KGB, ha sempre avuto un dipartimento che si occupava di disinformazione: il Dipartimento “D”, dove D sta per dezinformacija, nel quali si conducevano esperimenti per testare i potenziali effetti della disinformazione sulle dinamiche sociali, per creare una nuova forma di guerra non convenzionale. 

Le notizie false o falsate, secondo il sito di debunking BUTAC (bunk nel linguaggio informale sta per “fesseria” o “fandonia”, con l’aggiunta del prefisso de- indica l’azione di rimozione, per cui la parola debunking significa smentire, sbugiardare le notizie false.) è possibile classificarle in diversi modi, tra cui le cosiddette notizie con dati e fatti parziali. Si tratta di notizie che forniscono una visione incompleta dei fatti, sottolineando solo alcune informazioni e tralasciandone altre che potrebbero sminuire la visione proposta. Un esempio è quando si afferma che nei vaccini ci sono nanoparticelle meccaniche (vero), senza però dire che i quantitativi sono inferiori a quelli che normalmente ci sono in un bicchiere d’acqua. Omettere il termine di paragone, scomponendo le informazioni può distorcere completamente il significato della notizia.

Oggi il “giornalismo a tesi” e cioè la trattazione di un argomento caro a una fetta di pubblico, che però analizza solo le cose che confermano una determinata tesi sostenuta dal giornalista o dall’intera redazione, è diffusissimo. Difficile trovare un talk show o un programma di approfondimento che non usi quel metodo. Lo scopo è svalutare, non approfondire, ciò che invece confuta quella tesi. Si potrebbe dire che per i giornalisti l’obiettivo sia cambiato: non più raccontare la verità oggettiva dei fatti, ma catturare un determinato pubblico. Alcuni come Report affrontano temi tosti, che pochi altri hanno il coraggio di toccare, fa vedere numeri, documenti, intervista esperti e i telespettatori si fidano. Quanto più il tema è accessibile e vicino alle persone, tanto più queste cominciano a porsi domande e la fiducia aumenta. Report è un programma di montaggio, non ha la diretta, dunque la narrazione dipende tutta dal montaggio. Questo modello funziona finché non c’è un botta e risposta, fino a quando qualcuno non si mette a controbattere e a fare fact checking in tempo reale. In quel caso, l’appeal giornalistico però crolla. 

Se avete voglia leggete cosa scrive una studiosa https://www.mountsinai.org/profiles/ilaria-mogno sull’ultima puntata di Report sui vaccini e forse riabilitiamo il povero Pausania murato vivo a Sparta…

https://www.ilriformista.it/chi-e-ilaria-mogno-la-scienziata-che-ha-fatto-a-pezzi-linchiesta-di-report-sui-vaccini-solo-sensazionalismo-259034/

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