Palamara e l’ineluttabilità del destino

Ecuba, chi era costei!” declamerebbe Vittorio de Sica in una delle sue strabilianti interpretazioni da attore. In breve, lei è una madre che, dall’essere regina e sposa di Priamo, abituata ai castelli, al lusso e al rango, passa a quello di schiava degli Atridi e per di più con due figli che vedrà morire. Il prologo racchiude tutto il senso della tragedia di Euripide. Quest’ultima inizia con il fantasma di Polidoro, uno dei due figlie i Ecuba, rappresentando da subito la fine della narrazione, che terminerà con una sentenza che pur ripagando la stessa Ecuba dei torti subiti, non gli farà riavere i suoi due figli: Polidoro e Polissena. Il pessimismo laico di Euripide è moderno e lo si ritrova in ogni manifestazione del nostro tempo. 

Ieri si è consumata l’ennesima tragedia greca su un destino ineluttabile, ma mai giusto: Palamara è stato condannato alla radiazione dai suoi ex colleghi del CSM. Il capro, anzi il caprone espiatorio è stato finalmente sacrificato! Uno morto, per salvarne mille! Non discuto la correttezza della sentenza, ma siamo certi che quei mille abbiano tutti la coscienza pulita? Già, perché si può essere ligi alle norme, ma la coscienza è tutt’altra faccenda. Chi ha ottenuto favori da Palamara con ogni probabilità, con un meccanismo logaritmico, ne avrà fatti altrettanti e così via, dilatando a dismisura le coscienze opache di cui sopra. Ma quando un esercito di magistrati, con le loro coscienze appesantite dai favori ricevuti, ma anche dai torti subiti dallo stesso sistema, diventa giudice delle nostre azioni (…e sempre più spesso anche delle nostre coscienze), noi tutti dovremmo continuare a far finta di niente, come stanno facendo i giornali e telegiornali del Paese? Come nel caso di Ecuba, la sentenza su un ex potente gratifica il nostro bisogno di giustizia, ma solo per un fuggevole istante, per poi farci piombare nel più nero pessimismo, visto che con quella radiazione poco è cambiato, perché nulla cambi.

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